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sabato 25 agosto 2012

(Guest post) Costruiamo un museo a Nikola Tesla!




Carissimi lettori (e partecipanti) di Due Minuti a Mezzanotte,

mi intrufolo abusivamente tra i capitoli di questa stupenda round robin supereroistica per comunicarvi un messaggio importantissimo.

Tutti voi avrete sicuramente presente Nikola Tesla. (La risposta deve essere “sì”, altrimenti sarete costretti a prendervi a schiaffi da soli.) Detta in parole povere, Tesla (1856-1943) è il padre del Ventesimo Secolo: un inventore, ingegnere, fisico e visionario fuori dal comune che ha letteralmente plasmato il nostro modo di intendere la tecnologia. La Corrente Alternata è solo una delle sue numerose invenzioni. Tesla sperimentò con successo in numerosi campi del sapere scientifico, anticipando (spesso di parecchio) i tempi: raggi X, onde radio, radar, motori elettrici, comunicazione wireless, persino un macchinario per scatenare terremoti. E tutti i suoi sforzi miravano ad un unico scopo: il benessere dell’umanità. 

“La trasmissione economica dell'energia senza fili è di importanza fondamentale per l'uomo. Gli permetterà infatti di dominare incontrastato sull'aria, sul mare e sui deserti. L'uomo sarà libero dalla necessità di estrarre minerali o petrolio, trasportare e bruciare combustibili, abolendo così molteplici cause di inquinamento. Il glorioso sole diventerà il nostro servo ubbidiente. Pace e armonia si diffonderanno sulla Terra.” (tratto da “Electrical World and Engineer” del 7 gennaio 1905).

Tesla era un genio rivoluzionario, un uomo fuori dal suo tempo che non ottenne il giusto credito per le sue incredibili scoperte. Ripassatevi la cosiddetta “Guerra delle Correnti”, ovvero il famigerato scontro con Thomas Edison, per saperne di più.

martedì 31 luglio 2012

Capitolo 17 (di Ariano Geta)




ADMIRAL CITY
22 aprile 2013
Salazar Tower
Ore 6.20 a.m.

«Tu sai chi è Mezzanotte, non è vero?» domandò Bonnie. Si era appena risvegliata dallo shock della luce bianca, e la sua testa era piena di informazioni nuove, come se gliele avessero iniettate nel cervello.
Sulle labbra di Salazar si disegnò un sorriso malinconico.
«Io sono un uomo del XVI secolo, cresciuto in un’epoca in cui esisteva solo la fede in Dio. Per me era quella l’unica spiegazione possibile per la pietra lucente che rinvenni a Tenochtitlan. Ero un medico al seguito di Cortés, lo sai, uno dei conquistatori dell’impero azteco. Credevo fosse una pietra preziosa particolarmente luminosa, e cominciai a capire il suo vero valore solo molti decenni dopo, man mano che compagni e famigliari invecchiavano mentre io rimanevo sempre giovane».
Lei lo fissò incuriosita. Questa storia gliela aveva raccontata già altre volte, ma probabilmente stavolta avrebbe aggiunto particolari inediti.
«Il primo uomo al quale rivelai il mio segreto fu un sacerdote, ma ebbe una reazione inattesa. Gli avevo mostrato ciò che ai miei occhi era un miracolo divino, e lui disse di fare molta attenzione poiché spesso dietro certi apparenti prodigi si nasconde il diavolo…»
«Intendi dire che Mezzanotte in realtà è Satana?»
Salazar si concesse una risata, contenuta ma assai divertita. «No, ovviamente no. Ti ho riferito le parole del sacerdote solo perché tu capissi il mio rapporto con la pietra lucente. Da uomo di fede la percepivo come un dono di Dio, ma nel contempo cominciai a essere terrorizzato all’idea che fosse uno strumento del demonio».
L’espressione divertita del viso tornò seria.
«Io ho letto quasi in diretta i primi trattati filosofici improntati allo scetticismo e alla negazione di Dio, e li irridevo. La luce al mio fianco era una prova inconfutabile che contraddiceva le loro deduzioni logiche. Però mi chiedevo che senso avesse possedere quel miracolo senza sfruttarlo per lenire le sofferenze del mondo. Nelle mie piantagioni non esistevano schiavi, tutti erano rispettati, e inoltre usavo gran parte dei miei profitti per fare opere di bene, però restava una goccia nell’oceano. Ma ti sto annoiando, vero?»
«Capisco la necessità di fare qualche premessa, ma…»
«Beh, in effetti anche se parlassi per ore e ore non riusciresti a capire. Nella mia mente di uomo del XVI secolo Dio è imprescindibile, questo è ciò che volevo farti capire. Quando gli americani invasero Cuba per sostenere la lotta degli indipendentisti contro gli spagnoli, io ero abbastanza conosciuto, ma solo di nome visto che – per ovvi motivi – non partecipavo alla vita pubblica. Tuttavia il console americano Maxwell volle conoscermi di persona, così come aveva già fatto con altri maggiorenti cubani».
L’attenzione di lei ebbe un sussulto. Era la prima volta che lui pronunciava questo nome.
«Era un uomo di fede come me, anche se tramite canali diversi», ironizzò Salazar riferendosi al credo metodista di Maxwell. «In breve diventammo amici. Lui sosteneva fermamente la vocazione americana di costruire una società e un mondo migliore, e in effetti nei decenni appena trascorsi la sua nazione aveva affrontato una dolorosa guerra civile pur di abolire la schiavitù. Insomma, sembrava davvero che gli Stati Uniti potessero creare un luminoso futuro per l’intera umanità… e se era tanto luminoso, potevo pur aggiungervi un po’ della mia luce, no?»
«Cosa accadde?» chiese lei con impazienza.
«Gli diedi un piccolissimo frammento della pietra lucente. Con l’aiuto di alcuni studiosi iniziammo ad analizzarlo, convinti entrambi di poterne dimostrare l’origine divina. Uno degli studiosi era un giovane di nome Tesla…» Sorrise. «Dopo pochi mesi ci disse che la pietra nascondeva qualcosa di straordinario, parlando però da scienziato e non da uomo di fede. Secondo lui l’energia che emanava quel frammento – non appena fosse stata opportunamente depurata – era in grado di donare all’uomo una salute e una vita lunghissima, e dei talenti straordinari. Poteva persino rendere più rigogliosi i raccolti facendo scomparire la fame. Io e Maxwell eravamo entusiasti della cosa, ma a quel punto avvenne il primo imprevisto».
«Ovvero?»
«Durante un esperimento, un raggio di energia ottenuto della pietra essiccò tutte le piante e le forme di vita vegetali nel raggio di miglia e miglia. Cuba fu colpita da una gravissima carestia per colpa nostra. Tesla ne rimase sconvolto e decise di abbandonare tutto e ritornare negli Stati Uniti. D’altro canto Maxwell fu costretto a rivelare al consigliere militare americano il nostro segreto. Era impossibile nascondere l’origine innaturale di quel disastro. Inoltre, seguendo la nostra logica di credenti, pensavamo che fosse giusto assumersi le nostre colpe…»
Boner osservava suo padre con crescente sorpresa.
«Io ero demoralizzato: volevo fare del bene e invece avevo causato una calamità naturale. Maxwell era più tranquillo: sosteneva che qualche piccolo incidente di percorso può capitare. Comunque, gli studi su quell’energia - la teleforce ovviamente - vennero messi sotto controllo dai militari americani. Ci obbligarono a trasferirci a Portorico affinché altri eventuali effetti collaterali imprevisti fossero circoscritti a quella piccola isola, e inoltre divisero in due il frammento e ne portarono una parte a Washington per fare degli studi separati. Ignoravano che tale frammento era solo una piccolissima parte della pietra lucente ancora nelle mie mani».
«Quindi il governo americano ha avuto la teleforce nelle sue mani già dagli inizi del 1900?»
«Sì, ma come ti dicevo il frammento che hanno a disposizione è minuscolo. Inoltre hanno causato più danni che progressi. Tipo Rebel Yell…»
Respirò lentamente prima di ricominciare a parlare. «Io e Maxwell eravamo d’accordo su una cosa: l’intera umanità doveva beneficiare della teleforce. Lunga vita, salute e biblici talenti distribuiti ad ogni uomo sulla terra: questo era lo scopo che ci guidava come uomini di fede. Ma Maxwell stava invecchiando, e non avrebbe più potuto starmi accanto per l’esecuzione del progetto. Necessitavamo ancora di decenni di studio, così gli proposi di esporsi all’energia della pietra – non quella del frammento, ma l’intera pietra, capisci! – per aumentare la durata della sua vita».
Lei comprese immediatamente. «Quindi Maxwell è… Mezzanotte?»
«Sì. Siamo sempre stati in buoni rapporti, fino all’incidente del 1974. Le conseguenze sulle persone colpite ci causarono dei dubbi. Una teleforce accuratamente depurata, come diceva Tesla, avrebbe aumentato la durata della vita dell’uomo e gli avrebbe fornito dei talenti. Ma noi immaginavamo una maggiore intelligenza, o un super pollice verde come è capitato a Eddie. Non volevamo che gli uomini avessero il potere di distruggere altri uomini. È stato a quel punto che le nostre strade si sono separate per… divergenze d’opinioni sull’uso della teleforce. Ma sono certo che lui, esattamente come me, vuole solo che la teleforce rappresenti la luce di Dio, non l’ombra del demonio».
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Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 22 maggio 2012

Capitolo 7 (di Davide Mana)



Washington DC
22 Aprile 2013
Ore 5.22

Dalle finestre del'Uffico Ovale, Mitt Romney guarda le luci delle auto sulla Ellipse Roadway, vaghe, oltre gli alberi, nella luce grigia.
Un'ora all'alba.
L'ora delle decisioni ineluttabili.
Si passa le mani sul viso, sospira, si volta.
Sulla scrivania, c'è la sua Bibbia aperta.
La superficie della scrivania è nera come il monolito di 2001.
la sfiora.
Il feed della NRO gli dischiude la vista satellitare su Admiral City,
con le griglie di scala, gli hot spot, i metadati. Niente audio.
Alla sua destra, si spalancano le sottofinestre dei newsfeed - CNN, FOXNews, AlJazeera, RT.
Su RT c'è Thom Hartmann.
Mitt lo odia, Hartmann.
Sposta la Bibbia e copre la faccia di quel nerd comunista.
I due generali con le giacche tappezzate di patacchine e il Segretario di Stato, in piedi al centro dell'Ovale, lo guardano e spostano il peso da un piede all'altro, impazienti, nervosi.
Stanchi.
Pronti per ciò che verrà.
Mitt chiude gli occhi solo un attimo.
A volte basta un attimo.

Entrare non è stato difficile.
Non è mai stato difficile.
Conosce bene i corridoi.
I tappeti rossi attutiscono i suoi passi, è sincronizzato con le telecamere della sicurezza e passa invisibile, giù, verso l'ala ovest, evitando segretarie che ronzano come calabroni per la troppa caffeina e passacarte assonnati persi a studiare i propri tablet.
In fondo al lungo il corridoio bianco i due uomini in nero non lo vedono arrivare.
Accelera.
Il primo gli dà le spalle, pessima idea, grave infrazione alle procedure.
Gli piazza un calcio alla piega del ginocchio, le cartilagini si spezzano, l'articolazione si disassa, il suono è forte, orribile, e quello si genuflette con un gemito.
Una mano sulla sua spalla, un volteggio, e, slam!, a piedi uniti sul petto dell'altro prima che possa metter mano al pezzo.
Lo sbatte indietro, contro la porta, oltre la porta sfondata, e atterra con lui nello Studio Ovale, ma in piedi, e lucido, e armato.
Puntando le due 1911A1 in fronte ai due generali, «Fossi in voi non farei un solo movimento,» dice, «gentiluomini.»
Due minuti.
E quaranta secondi.
Poi cominceranno a suonare gli allarmi.
«Buonasera, signor presidente,» dice.

Mitt apre gli occhi.
La porta del suo ufficio è sfondata.
Uno dei ragazzi del Servizio Segreto è a terra, rantola, fatica a respirare.
A centro stanza, un forsennato con un vecchio cappotto grigio e un cappellone floscio sta puntando due pistoloni cromati alla fronte di Anderson e van Houten.
«Buonasera, signor presidente,»" gli dice, con voce roca.
Il volto lungo e smagrito è mal rasato, le labbra sottili piegate in un sorriso storto. L'ombra della tesa del cappello gli nasconde completamente gli occhi.
«Di' al tuo staff che è un errore,» gli dice.
Mitt aggrotta la fronte. «Cosa...?»
Intercom. «Signore, abbiamo ricevuto un segnale...»
L'uomo in grigio annuisce, senza smettere di sorridere, senza abbassare le armi.
«È un errore,» dice Mitt.
«È tutto sotto controllo e non vuoi essere disturbato,» dice lo sconosciuto. Mitt lo ripete.
Lo sconosciuto fa un cenno al Segretario di Stato.
«Hickman, giusto?»
Quello annuisce e si siede come indicato.
Lui spinge sul divano i due generali.
E poi si avvicina alla scrivania.
Rinfodera la pistola sinistra e fa scorrere le dita sulla superficie nera del touch-screen.
Scrolla il capo.
«Mi ci hanno accoltellato, una volta, qui sopra.»
E Romney improvvisamente ricorda.
«Tu sei...» Ha la gola secca. «Tu sei Rebel Yell?!»
Cos'era, il 1939?
Un lampo di denti candidi. «Yee-haa, ragazzo!»
E senza voltarsi gambizza il generale van Houten.
«Generale Anderson,» dice, «dimostri ai marines che l'aeronautica è meglio, e dia un calcio all'arma del suo amico.»
«Noi non siamo amici,» dice Anderson.
Ride. «Le dia un calcio ugualmente.»
Il segretario di stato è rigido come una tavola.
«Cosa leggi di bello, Mitt? Posso chiamarti Mitt, vero? Ho sempre chiamato per nome i tuoi predecessori.»
Solleva la Bibbia. «Tessalonicesi 5, 2-3, pure sottolineato» dice, e fa una smorfia. «Prevedibile.»
Chiude la Bibbia.
La sbatte sulla scrivania.
Immagini e finestre dati tremolano.
«È proprio di questo che volevo parlarti, Mitt.»

«Tu dovresti essere morto,» dice Romney.
Rebel Yell ride. «L'erba cattiva... Un anno ogni quattro, ricordi? Non hai letto l'informativa Kirby-McNab? Sono solo più vecchio, più stanco e maledettamente più incazzato.»
Picchia con l'indice sul feed satellitare.
«Salazar Tower,» dice.
«È una questione di sicurezza nazionale,» mormora Hickman alle sue spalle.
L'uomo in grigio ride, e Mitt Romney sente un artiglio di ghiaccio scorrergli lungo la schiena.
Non ha mai visto una tale espressione di terrore sul volto di van Houten.
«È una questione di prospettive,» replica l'uomo in grigio. «Io nella Salazar Tower ci vedo il più grande bordello degli ultimi settant'anni, roba che al confronto gli Ubermensch di Hitler erano scout.»
Romney ancora non riesce a vedere i suoi occhi ma li sente su di se, roventi.
«Tu invece ci vedi un'opportunità, vero?»
Allarga le braccia, si appoggia alla scrivania.
Vicino.
Sotto al cappotto con la pellegrina indossa una casacca grigia, coi bottoni d'argento, e pantaloni blu. Ha una bandoliera che gli attraversa il petto, e due fondine con le Colt 1911 in posizione rovesciata.
«Tu ci vedi un buon modo,» dice, in un sussurro tagliente come un rasoio, «per avere tutti i potenziati nello stesso posto, sul territorio nazionale, e abbastanza distratti da poterli eliminare tutti in un solo colpo, vero, Mitt? Liberarti di quei piccoli dei, e poi dire che è stata una misura d'emergenza, per contenere Midnight.»
Romney ha un guizzo, prova ad alzarsi ma Rebel Yell lo risbatte indietro, sulla sedia presidenziale.
«Ve la siete pensata bene, tu ed i tuoi amichetti, eh, Mitt?»
Fa scorrere lo sguardo sui due generali, quello ferito e quello immobile come una statua, sul segretario di stato, che suda copiosamente, e poi torna a inchiodare il presidente con quei suoi occhi nascosti nell'ombra.
«Chiudete i silos, richiamate le unità orbitali, e lasciate che questa faccenda la gestiscano i ragazzi,» dice. «Che imparino, che non è reality show, non è propaganda, che non sono dei. Noi ci limiteremo a osservare, ad assicurarci che non ci siano,» sorride, «interferenze.»
«Voi?»
«L'erba cattiva, Mitt, ricordi? Teleforce, Wardenclyffe, New Jersey, nel 26? Pensi davvero che sia da solo?»
Cala il silenzio.
Rebel Yell si avvia verso la porta, portando la mano al cappello in un antiquato segno di saluto.
«Ultimo avviso: siamo là fuori e osserviamo,» dice, e si ferma, si volta. «E se solo ti provi a schiacciare quel bottone rosso, Mitt,» dice, «ti strappo l'anima e me la mangio.»
Un sorriso.
«Ma prima ti faccio male da impazzire,» aggiunge.
E se ne va.
Tutti cominciano a parlare troppo forte e troppo rapidamente.
«Silenzio,» strilla ciò che resta del Presidente degli Stati Uniti. Silenzio.
«Anderson, dia una mano al ragazzo,» dice, indicando l'uomo della sicurezza. «E lei, Hickman, chiami qualcuno per tamponare la gamba di Jesse, qui. E poi richiamate la Direttiva Wildfire.»
Van Houten prova a protestare, ma Hickman lo tira in piedi strappandogli uno strillo.
«Niente discussioni, signori. La situazione a Puerto Rico è stata momentaneamente sottratta al nostro controllo.»
Ha bisogno di un whisky.
Doppio.
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