mercoledì 22 maggio 2013

Capitolo 15 - Stagione 2 (di Masca Micilina)


New York 
21 ottobre 2013 ore 22.01

«Times cronaca, buona sera come posso esserle utile? »
«Daily News, buonasera.»
«Buonasera New York Post, con chi desidera parlare? »
….
«Al Garden stasera sorgerà il fuoco di Loxias.» Click.
….
«Come? Ma chi parla?»
«Cos’è uno scherzo?»
«Pronto, pronto?»

***

Alba del 21 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.
Palazzo del Grande Toth.

Arrivare al Sarcofago fu facile. I Canopi e i pochi girini che aveva incontrato giacevano a terra, carbonizzati. Non avevano opposto resistenza, anzi pareva che il loro sguardo avvolto dalle fiamme fosse pervaso da una sorta di estasi mistica.
Sembrava fossero contenti di morire.
Wael guardò Agni da sotto la maschera.
Sorrise. Un sorriso vestito di rassegnazione.
«Ciao campione! Non fa bene alla pelle stare sempre a mollo, sai?»
Toth sbuffò.
«Mi spiace, non ti capisco. Sai, non parlo la lingua delle bolle»
«Dipendesse da me, ti ridurrei un crostino, ma sei fortunato. Scommetto che non sai di avere un amico. Un grande amico, perché solo un amico del cuore potrebbe farti un regalo come questo.»
Con teatralità estrasse dalla cintura ignifuga una fialetta. La ruppe e la versò nel sarcofago in cui giaceva il grande Toth.
«Una piccola cura ricostituente.»
Lo sguardo di Wael tradì la sua sorpresa e le domande che si stavano facendo largo nella sua mente.
«Quando uscirai dal bagnetto, ricordati del tuo caro amico Mitt che ti ha inviato questo piccolo dono per farsi perdonare.»
E con la teatralità che lo caratterizzava Agni se ne andò.
Fuori dal palazzo respirò a pieni polmoni l’aria satura di monossido di carbonio. Gli sembrò aria di montagna.
Lo sguardo di Toth gli aveva gelato il sangue nelle vene.
Non aveva mai provato una paura simile in tutta la sua vita.
Ormai il più era fatto. Ora bastava sparire e al diavolo Toth,  Ram Dao e tutti quei pazzi scatenati. D’ora in poi si sarebbe goduto i soldi, tanti soldi, che il big boss aveva versato sul suo conto svizzero.
Gli girava la testa, doveva essersi stancato parecchio perché non si sentiva molto bene.

***

Washington D.C.
Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.00

Christina Cielo odiava viaggiare, soprattutto quando era costretta a farlo senza preavviso e in fretta. Il trasferimento da Island Stone a Washington era stato veloce ma dannatamente scomodo. Si massaggiò lentamente le tempie. Odiava quei giorni. La facevano sentire debole e non le piaceva quella sensazione: la debolezza è dei perdenti. Lei era abituata a vincere e quel dannato mal di testa le faceva ricordare che era sempre e solo un essere umano. E come tale avrebbe potuto anche fallire. Ma non questa volta.
Si alzò, uscì dall’ufficio e scese nella sala operativa.
«Aggiornatemi sulla situazione.»
«Il colonnello Ross e la sua squadra sono in partenza, Signore.»
«Bene, confermi loro che all’arrivo devono attendere il nostro segnale prima di posare i loro dannati piedi sul territorio greco.»
«Sissignore.»
Il soldato diede la conferma alla squadra in partenza.
Il vice segretario sospirò: «Diamo il via all’operazione Settembre .»
«Sissignore.»
L’operatore prese un cellulare usa e getta e compose un breve numero. Attese qualche istante e poi disse: «Le sere di settembre di solito sono miti.» Attese la risposta e aggiunse «Speriamo che non piova.». Chiuse la comunicazione e gettò a terra il telefono. Un soldato si fece avanti e con due precisi colpi di stivale fracassò l’apparecchio.
«Io vado ad avvisare il segretario e il presidente. Tenetemi costantemente informata sugli sviluppi.»
Christina uscì dalla sala riunioni smozzicando parole veloci.
Il piantone scattò sugli attenti ma la donna lo ignorò. Il soldato giurò di averla sentita mormorare  …doni e abbia pietà di noi.

***



New York City
Madison Square Garden
21 ottobre 2013 Ore 22.15

Il Madison Square Garden è imballato. Pieno in ogni ordine di posto. Ventimila persone stanno cantando insieme ai Coldplay nell’encore di quello che Rolling Stone ha definito lo show più bello degli ultimi dieci anni.
In the night, the stormy night,
She closed her eyes.
In the night, the stormy night,
Away she flied.
And dreamed of para-para-paradise,
Para-para-paradise,
Para-para-paradise,
Whoa-oh-oh oh-oooh oh-oh-oh.

I braccialetti luminosi che ogni spettatore ha ricevuto all’ingresso si accendono e si spengono all’unisono seguendo il ritmo della canzone. Il pubblico canta, salta e balla. L’aria è satura di divertimento e di adrenalina.
Paradise sta per finire e i braccialetti si accendono e si spengono sempre più velocemente.
Al colpo finale del rullante si accendono per l’ultima volta.
Poi non si spengono più.
E iniziano a prendere fuoco.

***

Washington D.C.
Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.15

«Settembre? »
«E iniziato Signore»
«Qualcuno accenda la tv. Il pacco è stato consegnato? »
«Sì Signor Presidente.»
«E il corriere?»
«Tra qualche ora non esisterà più nessun corriere.»
«Bene, speriamo solo di aver fatto la scelta giusta. Altrimenti siamo tutti morti.»
Nessuno osò ribattere.
«E quando dico tutti, non parlo solo di noi, ma dell’intero popolo Americano se non riusciremo a convincere Toth a stare dalla nostra parte. Siamo nuovamente costretti a farci carico di un pesante fardello, confidiamo in nostro Signore che ci aiuti a sopportarlo e ci sia vicino in questo difficile momento. E che soprattutto ci perdoni per le vite innocenti che siamo costretti a sacrificare.»
«Signore, ci siamo.»
«Alzi il volume.»

***

Alba del 21 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.
Palazzo del Grande Toth.

Wael Ghaly se ne stava seduto sul bordo del sarcofago e rideva.
Fino a pochi minuti prima era sicuro di morire. Quando aveva visto quell’idiota entrare aveva pensato che tutto fosse finito. Invece il liquido ambrato che aveva buttato nell’arca si era lentamente mescolato sprigionando una debole luce che aveva invaso tutto il sarcofago. Pochi secondi e il suo corpo aveva prosciugato tutto il liquido ridandogli un’energia che non sentiva da tempo immemore.
Forse non era stata la scelta giusta quella di ritirarsi in esilio mentre il suo popolo stava lentamente decadendo. Decadimento che stava intaccando lo stesso Toth che, ormai vinto dal tedio, era diventato l’ombra di se stesso. La felicità che induceva attraverso il suo potere non era altro che una droga. Un re non si comporta così con il suo popolo e nemmeno un Dio. Aveva sbagliato. Di nuovo.
E di nuovo si trovava tra i piedi quel bastardo di Romney che aveva trovato il modo di rimetterlo in gioco pur sapendo di rischiare la sua stessa vita.
Perché?
Non era ancora al massimo, ma poteva reggersi in piedi e concentrarsi come non gli capitava da molto tempo. Aveva l’occasione di tornare, non come prima, ma più forte e più potente. Bastava richiamare a sé le parti che aveva sparpagliato in giro per il mondo: doveva richiamare i canopi. Il loro potere, il SUO potere, insieme alla parte di Ammit che ora albergava in lui lo avrebbe fatto risorgere. Lo avrebbero reso simile a un Dio. Un Dio che avrebbe fatto rinascere il suo popolo e lo avrebbe portato alla conquista del mondo.
Prima però doveva fare una visita al suo nuovo amico.
Intanto, nel mondo, i Wael Ghaly stavano iniziando a morire.
A ogni morte anche il vero Wael o quello che rimaneva della sua parte umana moriva.
Mentre il Grande Toth nasceva a nuova vita.

***

Washington D.C.
Sala Ovale della Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.35

Il televisore led appeso alla parete emanava una flebile luce rossastra.
I pochi astanti, in piedi, ascoltavano il giornalista che concitatamente leggeva notizie su notizie quasi mangiandosi le parole. Era visibilmente scosso.
«…l’accesso al Garden è impossibile. Le fiamme, come potete vedere alle mie spalle, sono altissime…I vigili del fuoco non possono fare nulla se non cercare di circoscrivere l’incendio. E’ stato richiesto l’intervento dei Canadair. E’ ancora troppo presto per capire quali possano essere state le cause. Non ci sono state esplosioni, quindi si esclude per il momento l’ipotesi di una o più bombe. Inquietanti voci, non confermate, parlano di persone che prendevano fuoco spontaneamente. Qualcun altro parla di un difetto nei braccialetti elettronici che sono stati dati agli spettatori e che erano parte integrante dello show. Al momento non si può ancora quantificare il numero delle vittime, che però sembra altissimo. Ricordiamo che si stava svolgendo il concerto del gruppo pop britannico dei Coldplay e che il Madison Square Garden era esaurito con quasi ventimila presenze.»
Nessuno parlava.
Romney si diresse verso il bar e si versò una dose abbondante di Wild Turkey. Fece per chiudere la bottiglia ma si fermò. Prese altri bicchieri e disse: «Non penso di sbagliare se dico che ne avete bisogno anche voi.»
Intanto sullo schermo il giornalista continuava a ricevere agenzie su agenzie. Le leggeva pedissequamente intercalando la lettura con sembra, pare e da confermare.
A un certo punto si bloccò e mise una mano sull’auricolare per capire meglio che cosa gli stavano dicendo.
Sbiancò visibilmente e quando ricominciò a parlare gli uscì un balbettio
«M-m-m- mi è arrivata una notizia che è data per confermata. Questa sera alle 21 circa, quindi poco prima dello scoppio dell’incendio allo stadio, il New York Times, il Daily News e il New York Post hanno ricevuto contemporaneamente, ripeto contemporaneamente una telefonata che avvisava dell’imminente tragedia. Le autorità sono ancora caute ma pare proprio che ci troviamo di fronte ad un attentato. E sperando di essere smentito si tratta di un attentato dalle dimensioni apocalittiche per quanto riguarda il numero di vittime. »

«Ripeto: è confermata la notizia di una telefonata fatta contemporaneamente alle tre principali testate della nostra città. Telefonata che avrebbe previsto l’incendio.»
Il ministro della difesa prese il telecomando e cambiò canale. Stessa scena, stesse parole.
Il Presidente degli Stati Uniti ingoiò un generoso sorso di whisky.
Posò il bicchiere e disse:
«Signori, date l’ordine. Abbiamo il pretesto per invadere la Grecia.»
- - -

Capitolo scritto da Masca Micilina (Silverfish Imperetrix blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

giovedì 16 maggio 2013

Making of del capitolo 14



Miss Marvel, autrice del capitolo 14 di 2MM Nativity (e del capitolo 30 della prima stagione) mi ha chiesto di ospitare il suo breve making of sul blog ufficiale del progetto.
Visto che la nostra cara amica non ha un suo blog personale ho accettato volentieri questa proposta, anche per mantenere viva l'interessante tradizione del "dietro le quinte" dei vari capitoli, nata in questa season 2 della Round Robin.
Tra l'altro credo siano ottimi contributi per aiutare i futuri scrittori coinvolti nella RR. Un punto di raccordo tra i vari autori, ottimi per potenziare la continuity narrativa.
Sperando che il making off di Carol alias "Miss Marvel" vi piaccia, vi auguro buona lettura.

mercoledì 15 maggio 2013

Capitolo 14 - Stagione 2 (di Miss Marvel)



21 ottobre
Island Stone - Admiral City
Portorico

Le dita guantate del tenente colonnello Alex Ross tambureggiavano sempre più nervosamente sulla scrivania del suo ufficio. La sua interlocutrice lo osservava di rimando dallo schermo ultrapiatto del computer, ignorando l'irritazione dell'ufficiale START.
Christina Cielo era una bella ma austera donna di mezza età. Aveva i capelli orgogliosamente grigi, perfettamente pettinati, e dei freddi, impenetrabili occhi azzurri. Tutto in lei suggeriva eleganza e autocontrollo.
La verità però era ben diversa.
«Ross, non me ne frega assolutamente nulla se lei reputa inopportuno l'intervento del team di superumani dello START in territorio greco. Quello che le sto dando è un ordine. Se le faccio il favore di discutere la faccenda è solo per motivi di ordine pratico.»
Alex pensò a una caterva di insulti da rivolgere al vicesegretario alla Difesa, ma si trattenne. «Stiamo già ricevendo accuse di aver violato la sovranità territoriale greca e...»
«Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre! Inoltre lo staff del presidente sta lavorando per rendere sacrosanto l'intervento del nostro team superumano in loco.»
«E come, di grazia?», replicò Ross, spazientito.
«Oh, andiamo... Siamo da tempo in contatto coi partiti ellenici dell'opposizione, specialmente con quelli che Kedives ha dichiarato illegali. Abbiamo tutto ciò che serve per avanzare la necessità di esportare un po' di democrazia.»
«La nostra sarà comunque un'azione grave e senza precedenti.»
«Cazzate. Con gli imbecilli del Ram Dao che stanno combinando casini su casini nell'area mediterranea, noi siamo ragionevolmente certi di poter accusare Kedives e i suoi di supporto attivo al terrorismo internazionale metaumano.»
«Ma non c'è uno straccio di prova a sostegno di questa teoria bizantina.» Ross si morse il labbro subito dopo aver parlato. Sapeva benissimo che i falchi del governo Romney se ne fregavano di certi dettagli.
«La posta in gioco è molto alta», gli spiegò la Cielo. Sospirò e si passò una mano sugli occhi. Lo stress doveva essere parecchio anche per una donna di ferro come lei. «La Hypothetical di Kedives ha sviluppato una tecnologia per creare, clonare o comunque per produrre superumani. Loxias ne è l'esempio più eccelso, ma non è il solo. Nemmeno quello stronzo di Salazar era mai arrivato a tanto. In fondo, pur essendo un antico e astuto figlio di puttana, non aveva a disposizione una fonte di Teleforce antica e naturale come quella che la Hypo ha trovato a Delfi.»
«Vuole forse farmi credere che...»
«Zitto e ascolti. Ora che gli ingranaggi si sono messi in moto possiamo fare soltanto due cose: lasciare a quel bastardo di Kedives e a chi si schiererà con lui l'esclusiva sullo sviluppo di applicazioni a base di Teleforce, oppure intervenire e sottrarre alla Hypo i risultati di anni di esperimenti.»
«Per il bene del paese», interloquì l'ufficiale dello START, non senza ironia.
«Per il bene del paese, del mondo, degli uomini di buona volontà. La veda come vuole. L'importante è che che le ricerche di Spencer Grant e di Kedives non diventino di proprietà di nostri... diretti concorrenti.»
«A tal proposito mi sono giunte segnalazioni di attività dell'Unità S russa in terra ellenica.»
Christina Cielo annuì. «Come vede è proprio l'urgenza a spingerci all'azione.»
«Il mio team è ridotto all'osso.»
«Se quella troietta mestruata non avesse agito di testa sua, coinvolgendo anche il signor Stakanov nella sua assurda ricerca di vendetta, la situazione sarebbe diversa.»
Alex fu ferito da quelle parole. Nonostante tutto continuava a considerarsi un grande amico di Libby. Però la vicesegretario non aveva tutti i torti. «Fortress Europe interverrà?»
«Un loro agente ad Atene, nome in codice Clark, li ha già traditi. A quanto pare questo Super ha delle informazioni importanti in suo possesso. Fortress Europe unirà un paio di suoi elementi al suo team, colonnello. Cercare Clark sarà però il loro focus primario.»
«Qualche suggerimento sulla composizione del nostro gruppo?», le chiese, esausto da quel colloquio.
«Ci sarà senz'altro Uranium, forse l'unico che può tenere testa a Loxias.»
«Sarà come spostare un'arma nucleare in territorio non belligerante.»
«E sia.»
«Vada avanti.»
«Blackjack. Scanner. Teddy Mercury.»
Oh Cristo...
«E infine lei», conclude la Cielo.
«Io? E che potrei fare tra questi fenomeni?»
«Manca un leader. Uranium non lo è, e nemmeno Scanner, non con quel casino che ha in testa dopo l'Evento Mezzanotte. Ross, questa sarà la sua occasione per testare l'esoscheletro Drakkar 1 progettato da Rushmore. Dovrebbe metterla alla pari di un Super di medio livello.»
«Rassicurante.»
«Prepari tutto e non si preoccupi del come arriverete a destinazione. Mercury penserà al viaggio.»
«Non vedo l'ora», mugugnò l'ufficiale, quindi si prese la soddisfazione di scollegare il computer. Come aveva detto quella strega della Cielo c'era molto da fare, e pochissimo tempo per farlo.

- - -

21 ottobre 2013 ore 03:20
Canale di Korinthos  - profondità – 12 mt

Sibir non poteva usare i suoi poteri sotto acqua e si stava facendo trascinare verso la costa da un mini propulsore subacqueo. Il funzionamento elettrico non produceva nessun rumore, lei e gli altri commandos erano solo ombre nel mare nero.
Il sistema di navigazione li avrebbe portati direttamente al punto di inserzione primario, uno sbocco dei condotti di refrigerazione dal quale penetrare direttamente ai laboratori, questo secondo i piani di costruzione del centro di comando della Hypotetical Inc. fornitegli da Clark.
Nessuno aveva verificato le informazioni, non c'era tempo sopratutto dopo che aveva saputo di Libby.
Cosa ci faceva lì quella smorfiosa, questo era un lavoro da soldati.
Davanti agli occhi passò veloce l'immagine di American  Dream.
Si concentrò sul display del sistema inerziale, mancavano pochi metri al target.

- - -

21 ottobre 2013 ore 04:20
Mar Egeo

Bannon decise che fosse giunto il momento di vedere le carte che aveva in mano.
Estrasse dalla tasca un compatto telefono satellitare e compose un numero dalla rubrica.
«Bannon, fatemi parlare con il capo.»
«Attenda» la voce all'altro lato era completamente inespressiva forse solo una nota di tedio poteva far trapelare la sua origine umana.
«Dove cazzo sei?» Kedives aveva urlato così forte da costringere Bannon a scostare l'apparecchio dal viso.
«In mare» la risposta rimase nei normali toni della conversazione
«Hai la ragazza?» la voce del Premier Greco era ancora incrinata da una nota di apprensione
«È qui con me, ma noi dobbiamo parlare.»
Bannon cercò un altra sigaretta
«Parliamo quanto cazzo vuoi, se è un problema di soldi dimmelo subito. Ma adesso vieni subito qui, siamo in un grandissimo casino»
«Tu sei in un casino, non io»
Bannon rimise il telefono in tasca, coprì la sigaretta con le mani per cercare di accenderla contrastando il vento gelido della notte.
Valerie continuava a dormire come se nulla fosse.

- - -



21 ottobre 2013 ore 04:29
Canale di Korinthos  - Punto di Inserzione Primaria

Il sistema inerziale di navigazione aveva portato Sibir e gli altri nel posto indicato dalle mappe. La bocca metallica del canale di scarico dei flussi di raffreddamento alla base della sede della Hypothetical Inc.
Avevano 15 minuti prima che il sistema si resettasse e cambiasse il movimento di flusso. Due spetsnaz si misero al lavoro con la fiamma ossidrica sui bulloni che mantenevano la grata di protezione in posizione.

30 secondi all'inversione del flusso

I bulloni cedettero trascinando la grata nelle profondità. Sibir controllò il cronometro e si infilò nel tubo oscuro come le viscere dell' inferno. Pinneggiò velocemente, le mani guantate trovarono una scaletta di metallo dopo pochi secondi, afferrò il gradino, tolse le pinne ed iniziò a salire.
Il condotto aveva una luce sulla verticale, secondo le informazioni avrebbe dovuto sbucare in una cisterna di servizio.
Sibir aprì la copertura e si sporse con la testa fuori dal bordo metallico.
Una scarica di proiettili si schiantò sulla paratia, facendo volare scintille ovunque.
«Merda!» Sibir ritrasse la testa un attimo prima di essere colpita.
Mise mano alla cintura e staccò due granate a frammentazione, un lancio a parabola per coprire il locale.
Si abbassò e strinse la testa tra le braccia.
Il tubo di metallo vibrò con violenza scosso dall'esplosione, senza aspettare lanciò altri due fumogeni.
Fece forza sul bordo e si proiettò fuori con una capriola.
Fanculo all'effetto sorpresa.
Il locale era ancora invaso dal fumo chimico, tracce di mirini laser attraversavano la nebbia bianca e spessa.
Sibir lanciò brevi scariche di plasma incandescente dove vedeva le luci dei laser.
Cercava di risparmiare le forze, di conservare energia.
Le urla le confermavano di aver fatto centro; nel frattempo gli altri componenti del team erano usciti dal tubo e si erano disposti a coprire il perimetro.
Gli spari silenziati si facevano sempre più radi.
Il primo passo era fatto.
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Capitolo scritto da Miss Marvel

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 8 maggio 2013

Capitolo 13 - Stagione 2 (di Cristiano Pugno)


21 ottobre 2013 ore 00:52
Cielo sopra Atene

Loxias galleggiava nell’aria, circondato da una bolla di luce.
Libby era aggrappata al suo torace, le braccia non riuscivano ad avvolgerlo completamente, sotto le mani ancora protette dai guanti sentiva la muscolatura. Definita e rigida come quella di una statua di marmo.
Nella bolla che l’avvolgeva non sentiva il fruscio dell’aria, la gamba continuava a farle terribilmente male ma non voleva distrarsi, aveva una fottuta paura di cadere.
La mano di Loxias si poggiò sulla ferita sprigionando un'onda di gelo che quasi la stordì.
Il viso del Super non aveva mostrato nessuna espressione, gli occhi ardevano in maniera innaturale, quasi ipnotica.

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21 ottobre 2013 ore 00:54
Mare Egeo

Bannon era sdraiato a poppa, la sigaretta ormai ridotta ad un mozzicone pendeva dalle sue labbra.
Il rumore sommesso del diesel gli faceva compagnia insieme al dolce movimento della barca.
«Ο Θεός μας!!»*
L’urlo del pescatore al timone lo fece trasalire. Alzò lo sguardo al cielo, un globo rossastro si muoveva sopra l’acqua increspando le onde sotto si sé.
Anche Valerie si destò, sorpresa da quel trambusto.
«Cos’è quello?» disse, indicando la sfera con un dito.
«Quello potrebbe essere la soluzione dei nostri problemi, piccola» rispose Bannon sfiorandole i capelli intrisi del salmastro notturno.
L’oscurità del battello, rischiarata solo dalle deboli luci degli strumenti gli impediva di vedere l’espressione della ragazza
«…oppure il più grande dei problemi!»
Ma Valerie non udì l’ultima parte, si era già rimessa a dormire rannicchiata nella coperta.
- - -

21 ottobre 2013 ore 01:18
Korinthos – Sede Centrale della Hypotetical Inc.

Kedives si rilassò sulla poltrona di pelle nera. Aveva voglia di fumare un sigaro e di bere qualcosa di forte, finalmente dopo tanti problemi le cose iniziavano a girare per il verso giusto.
Ovvero quello che lui aveva previsto.
Loxias stava arrivando portando con sé lamericana. La notizia del Centro Ricerche distrutto dopo un'incursione non autorizzata di alcuni super era già stata battuta dalla principali agenzie. Tra qualche ora avrebbero aggiunto i dettagli, magari con un bel video di Lady Liberty che confessava.
Anche Bannon aveva chiamato, era con Valerie, probabilmente sarebbero rientrati tra poco.
Sfiorò un tasto sulla scrivania per attivare i monitor dell’ufficio, le pareti sino ad un momento prima nere come l’inchiostro si riempirono di schermate colorate, immagini video, canali tv sat.
Alzò il volume della CNN che trasmetteva in diretta da il Cairo, le periferie continuavano a bruciare in un immenso rogo che nessuno pareva in grado di spegnere.
Non si accorse del suo ingresso, i tacchi da 12 centimetri affondavano nella spessa moquette, nera come il resto dell’ufficio.
Il rumore della borsetta di coccodrillo sulla scrivania in cristallo fece voltare Kedives.
«Continui ad entrare senza bussare» disse ritornando al controller dei monitor.
«Tu continui ad agire completamente di testa tua » la voce della donna era poco più di un sussurro.
«Ricordati che c’è un Consiglio di Amminitrazione e anche un Governo, a cui devi rispondere» pronunciò la parola Governo con un fare di scherno e si accomodò sul divanetto a due posti.
Le sue mosse erano aggraziate, fluide, le gambe fasciate da impalpabili autoreggenti si disposero perfettamente accavallate.
Kedives parve non fare caso al bordo di pizzo che sporgeva di qualche millimetro dall’orlo della gonna della nuova arrivata.
«Di quella banda di pagliacci me sbatto altamente!» replicò alzando il tono della voce.
«Tra poco arriverà Loxias con Lady Liberty, Bannon è in viaggio con Valerie, arriveranno forse domani. Nulla ci potrà impedire di dare seguito al nostro piano.»
«Dicono che Lady Liberty sia la Super più bella» disse la donna levandosi un immaginario pelucco dalla camicetta sotto la quale faceva capolino un piccolo bordo in pizzo.
«Mai quanto te» rispose Kedives sfiorandole la mano con un perfetto baciamano.
«Gino, Gino, è inutile che fai il galante, sai cosa mi aspetto da te.» La sconosciuta proruppe in una risata cristallina rovesciando indietro la testa.
Nessuno lo chiamava Gino, per tutti era il Presidente o al massimo Mister Kedives. Ma quella donna era una delle poche persone a cui non poteva dire di no.


- - -

21 ottobre 2013 ore 02:50
Korinthos – Sede Centrale della della Hypotetical Inc.

Loxias si poggiò sulla terrazza del palazzo senza nessun rumore, la luminosità che emanava rendeva inutili le lampade predisposte per l’atterraggio degli elicotteri, allentò l'abbraccio e depose Libby a terra.
La Super mosse qualche passo sulla superficie antisdrucciolo della terrazza, ancora stordita per il volo.
Osservò con stupore la gamba.  Non aveva nulla ed anche la tuta era perfettamente integra come se non fosse stata toccata dalla folgore.
«Donna, ogni resistenza è inutile» le parole si stamparono nella mente di Libby mentre sulla piattaforma accorreva il personale di sicurezza della Hypotetical Inc.
Un soffio di aria calda spazzò la terrazza, ed accanto a lei si materializzò la bambina che aveva visto alcune ora prima.
«Hai fatto bene a chiedere aiuto alla tua amica dagli occhi di ghiaccio» disse con la sua vocina infantile mentre faceva volteggiare la macchinina come fosse un piccolo aeroplano.
La prese per mano e la condusse verso quello che poteva essere un ascensore, Libby la seguì docilmente.
I guardiani della Hypotetical abbassarono le armi.

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21 ottobre 2013 ore 02:50
Canale di Korinthos – Peschereccio Луна

Il rumore del vecchio diesel accompagnava il movimento della nave, il motore ansimava ed ogni tanto pareva perdere qualche colpo.
Ma era tutto un trucco, la ruggine era in realtà solo una pasta sintetica ed il rumore del motore una registrazione trasmessa da altoparlanti disposti sulla finta sovrastruttura.
Sotto l’aspetto di una carretta dei mari si nascondeva uno dei vascelli più moderni della marina russa, la nave per operazioni speciali Luna.
«Compagna, è pronta?» Il comandante della squadra di spetznaz si affacciò nel quadrato Ufficiali dove Sibir stava indossando il suo costume nella versione modificata per le operazioni subacquee.
«Io sono pronta Colonello, i suoi uomini?» rispose la super sistemando una ciocca bionda all’ interno del cappuccio di latex.
«Tutti pronti, il minisub è già nel moon-pool.»
Sibir scese le scalette seguendo l’ufficiale, vista la sua altezza doveva stare attenta a non impigliarsi negli stretti passaggi della nave, sino ad arrivare nella parte più bassa direttamente a contatto con l’acqua.
Mentre sedeva sul bordo della piscina ripassò mentalmente le piante che aveva avuto da Clark solo due giorni prima, non c’era stato modo di verificare le informazioni, avrebbe dovuto fidarsi della sua parola.
Gli altri spetznaz avevano già indossato le mute e si preparavano ad entrare nel sommergibile.
«Compagna...» Il comandante si chinò per sussurrare a Sibir che stava per immergersi.
«Cosa c’è, Comandante?»
«Devo trasmetterle un messaggio da parte del compagno Generale Kisurin.»
«Dica!»
«La tua amica ti aspetta ed ha bisogno di aiuto».
Sibir rispose con un cenno del capo e strinse la maschera facciale prima di scomparire nelle acque del canale.

- - -

21 ottobre 2013 ore 03:07
Korinthos – Sede Centrale della della Hypotetical Inc.- Ufficio del Presidente

Kedives accolse con piacere il soffio di aria bollente che riempì il suo ufficio, conosceva il suo significato.
Loxias entrò senza toccare la porta, la sua aura segnò la moquette bruciandola.
Si alzò dalla poltrona, per andare a ricevere il suo ospite.
«Hai onorato i patti, per questo sarai ricompensato, anche se non dovevi cercare di colpire la donna con gli occhi di ghiaccio!» La voce della bambina aveva una calma raggelante.
«Quale donna?» urlò Kedives
L’ unica traccia del passaggio del Super era un leggero alone carbonizzato sulla moquette.
- - -
* Dal greco - "E' il nostro Dio".

Capitolo scritto da Cristiano Pugno (Il Blog di Beppe)


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mercoledì 1 maggio 2013

Capitolo 12 - Stagione 2 (di Germano M.)


20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Bannon fissò a lungo il suo ospite. Era lo stesso sguardo che aveva rivolto a Tesla, quando il serbo aveva fatto, a lui e al gruppo, la grande rivelazione...
L'afa di Santorini gli si incollò addosso, il laccio della fondina gli pizzicava la pelle, il cuore perse un battito.
Aran s'accigliò, sbuffando. Flender, in fondo alla stanza, mugugnava a Valerie.
Osservò l'acquario incassato nel muro, accanto alla scrivania, Si piegò, sfiorando il vetro col naso. Due pesci blu spandevano le code, tra coralli rosa e bianchi. Il cuore accelerò.
«Non hai proprio niente da dire?» lo incalzò Aran.
Bannon sollevò l'angolo della bocca. Parlò rivolto ai pesci: «E così, Ammit s'è fatta una sveltina...» L'ospite mise da parte il sorriso di circostanza e indurì i muscoli del viso.
Lui continuò: «Zeus lo faceva di continuo, e nessuno s'è mai messo a fare il teatro che fai tu.» S'interruppe, mosse le dita assecondando la musica in sottofondo, «Metà dei Greci erano figli suoi: semidei!»
Sentì le braccia pesanti...
«Ma no! Non capisci! Tu non hai idea di cosa comporti...» protestò Aran.
«Mentre l'altra metà... Sono figli di puttana qualunque.» Allargò un sorriso, scosse la testa, mentre l'ambiente perdeva i contorni e si faceva grigio. «Solo schizzi di teleforce: niente di più...» aggiunse, quasi senza fiato.
Arrivò mentre si accasciava, la fitta al petto. Violentissima.

Il grigio sfumò, la camera riassunse la forma e i colori di Flender, che lo fissava roteando il capo, a un centimetro dal viso.
Allungò una mano per accarezzarlo. Il cane abbassò le orecchie, mostrò le zanne ed emise un ringhio basso. Figlio di puttana...
Flender arretrò, ebbe un sussulto. Bannon si alzò, vide se stesso pancia a terra, una mano al petto, il braccio allungato.
Aran in ginocchio lì accanto, lo chiamava, scuotendolo da una spalla.
«Non so, cosa sia successo, Valerie... credo abbia avuto un infarto.»
«Spostati» ordinò. Aran apparve, se possibile, ancora più sorpreso dal tono. Era stato troppo brusco.
Si piegò sul proprio corpo, guardò le rughe profonde che segnavano le guance, i capelli grigi e corti, la cima della cicatrice a stella che spuntava dal colletto della camicia. Si vide invecchiato, si sentì incazzato e stanco, il cervello incasinato dai pensieri chiassosi di Valerie.
Rovesciò il corpo, schiena a terra. Fece la recita: posò la mano all'altezza della giugulare. «Non c'è battito» affermò.
Aran scattò alla scrivania.
Bannon spostò sotto il risvolto della giacca. Sfiorò il cane della Beretta.
«D-Devo chiamare subito qualcuno! Non riesco a concentrarmi... Stanno tentando di entrare...»
Slacciò la linguetta, estrasse l'arma e tirò il carrello con pollice e indice. Puntò, schiacciò il grilletto. Non più di due secondi.
Il primo colpo spalancò gli occhi di Aran, lo fece accasciare sulla poltrona di pelle marrone. Sulla camicia si allargò una rosa.
La scarica che seguì, veloce e precisa, lo centrò ancora al petto.
Alzò il tiro, e sparò altre tre volte alla testa, che si sgonfiò come un pallone bucato, riducendosi a poltiglia color carne mista a capelli. Del liquido pastoso colò dal bordo del cuscino.
L'ultimo colpo a Flender, che correva verso di lui.
Sputò. Si rannicchiò in posizione fetale accanto al suo corpo.
Riaprì gli occhi, divorando l'aria. Poi vomitò. Si rimise in piedi a fatica.
Valerie si mosse appena, gemette. Il tagliacarte sulla scrivania vibrò.
«Sta' calma, ragazza...» disse, con tono calmo, ma deciso. «La spossatezza che senti passerà tra poco...»
«Tu... tu hai ammazzato... Perché!?»
«Aggiungili alla cinquantina di turisti che hai spappolato in piazzetta.»
«N-Non è stata colpa mia! T-Tu sei... un bastardo!»
«Forse. Ma ora che ci siamo conosciuti un po' di più, sai anche che non sono così bastardo, e che non sono qui per fotterti. In un senso, o nell'altro...»
«E-E adesso?»
«Tirati su, ce ne andiamo, ci troviamo un posto tranquillo e parliamo un po', solo noi due. Poi deciderai se vale la pena seguirmi, o sputtanare la Hypo. Le cose che hai scoperto, be'... non sono come sembrano.»
Bannon avvertì l'aria sul viso, poi la vide smuovere la pelliccia di Flender, per terra. Il minuscolo vortice si accentrò, misto a scintille, dal lato opposto della stanza.
Mise una mano in tasca e estrasse una moneta. La strofinò e la lanciò verso il vortice, mentre comparivano due figure.
La moneta deflagrò, il vortice si dissolse portandosi dietro un urlo. La metà inferiore di una gamba, mocassino di cuoio nero, si schiantò contro la parete insieme a una strisciata di sangue.

* * *

21 Ottobre 2013, ore 00:41
A largo di Santorini, Grecia

Il cabinato fendeva l'acqua scura come il petrolio. Valerie dormiva rannicchiata sul sedile a poppa, sotto una coperta. Bannon tirò una boccata dalla sigaretta regalatagli dal pescatore. Espirò, il fumo si dissolse nella notte.

* * *


20 Ottobre 2013
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi - Atene

Le pareti del corridoio s'allungarono.
Libby svoltò, sul lato sinistro una lunga fila di finestre. Davano su un cortile interno, al centro un olivo maestoso illuminato da faretti.
Le gote avvamparono, il sudore colò all'interno del visore notturno. Rallentò. La tuta bruciava. No, era l'aria...
Si fermò del tutto, arrivata quasi al cartello in plexiglas che indicava il Centro Analisi. I suoni scorsero di nuovo naturali: passi attutiti.
La prima cosa che notò spuntare da dietro l'angolo fu un piede.
Era una ragazzina bionda, avvolta in una tunica rossa che le ricadeva sul capo. Stringeva, portandola al mento, un modellino di cadillac rossa col tettuccio bianco. Nell'altra mano un ramoscello d'ulivo.
Stakanov arrivò di corsa. «Che caldo che fa qui! Ehi, che diav...»
«Loxias vi ha conosciuto. È deluso» dichiarò la bambina. Una voce neutra, vuota.
Libby ne esaminò meglio i lineamenti, gli occhi grigi...
«Yobanji
Capì che anche Stakanov aveva notato la somiglianza...
«Loxias? Ti sbagli, a meno che non ti riferisci a Mister Scintille Viola. Tu chi sei?» chiese Libby, nel modo più amichevole possibile. Allo stesso tempo portò una mano dietro la schiena, sperando che l'ucraino notasse il suo cenno di fuggire. L'avrebbe coperto.
«Sì, il mio DNA si è già incontrato con entrambi» rispose. Quel tono distaccato le mise i brividi, oltre a comunicarle certezza.
«Dov'è Matt?!» urlò.
I vetri vibrarono.
La luce entrò dalle finestre, s'allungò in fasci sul corridoio, scivolò sulla parete.
Libby guardò il cortile illuminato a giorno, fu costretta a togliersi il visore e a ripararsi con le mani, quasi stesse guardando il sole.
Il globo di luce atterrò dolcemente sotto l'ulivo, sfumò facendosi arancione e poi rossastro lasciando, intorno alla figura imponente di un uomo, solo un baluginio di brace.
Si sentì prendere la mano. Era la ragazzina, che proseguì, quasi guidandola.
«Libby, io credo che dovremmo...»
Lo ignorò. Inspirò e lasciò accelerare il battito.

Ciò che rimase della velocista fu uno sbuffo d'aria che mosse il mantello rosso della ragazzina, che si volse a guardare Stakanov. «Ti sei abbassato, sei stato bravo.» Sorrise, aveva i denti grandi.
L'ucraino si affrettò, tentando invano di mettersi in contatto, attraverso i comunicatori del cappuccio, con il ponte mobile dello START.
Aveva quasi raggiunto l'ingresso al cortile, quando ripensò alle parole della bambina. Imprecò, e decise di gettarsi in avanti, compiendo una capriola. Rimase accucciato, ginocchio piantato a terra. E si sentì stupido.
Un raggio di luce tagliò l'aria sopra la sua testa, lasciando sulla parete opposta un foro bruciacchiato.
Stakanov slacciò il cappuccio della tuta e respirò. Fu un attimo, ricompose il teschio rosso e proseguì.
Li trovò che si fronteggiavano. L'uomo, cinto di tessuto rosso intorno al bacino, stava con l'indice fumante puntato verso di lui. Libby era immobile, al centro di un cerchio irregolare, che pareva bruciato.
La voce della bambina, alle spalle, lo fece trasalire: «Il Centro Ricerche della Hypotetical Inc. di Atene è stato distrutto. La cattura di Lady Liberty, membro dello START, da parte di Loxias è stata la prova di un attacco deliberato portato alla Sovranità Nazionale della Grecia.»
«Prima deve prendermi, ragazzina. Sono molto più veloce di così!» ringhiò Libby.
Stakanov allungò una mano per fermarla, e tutto ciò che vide, in quella sfumatura di grigio nero e oro che si mosse davanti a lui, fu un nuovo raggio scagliato dall'essere. Poi venne raggiunto dall'odore di carne bruciata.
Vide Libby a terra, si stringeva la coscia, la bocca una smorfia di dolore. Il cortile avvampò, inondato di luce.

Loxias la strinse al petto. Si sollevarono a una velocità che la stordì. Si fermarono dopo un istante.
Fluttuavano. Ora poteva vedere le luci della città.
L'essere mostrò l'indice. Sulla punta s'addensò una goccia di luce, che s'ingrossò fino a staccarsi e precipitare.
Dopo diversi secondi, dal basso provenne un fragore. L'onda d'urto sollevò polvere e schegge, allargandosi in una circonferenza di esplosioni e crolli di edifici: un fiore di energia e morte che abbatté l'intera struttura del Centro Ricerche e diversi isolati di tessuto urbano.
Loxias l'accarezzò. Poi partirono.

Qualcosa si mosse intorno a Stakanov. Colpi di tosse. Il buio era totale, il viso bruciava. Le orecchie fischiavano ancora per l'esplosione.
«Ti ho preso e ho aperto un varco appena in tempo.»
«Chi... chi c'è?» domandò l'ucraino, poi la riconobbe: «A-Angela, sei tu?»
«E chi altri? Il seminterrato ci è cascato addosso... Aspetta, faccio un po' di luce.»
Udì un click.
«Ecco fatto. Ora pensiamo alla direzione che conviene prendere.»
«Dove sei?»
«Come sarebbe, sono qui, davanti a te! Oddio...»
«Non ci vedo. Non ci vedo più...»
«...»
- - -

Capitolo scritto da Germano M. (Book and Negative blog)



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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 24 aprile 2013

Capitolo 11 - Stagione 2 (di Nicola Parisi)


20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia


La prospettiva di Rosenkreutz è totalmente riempita dalla struttura della Villa, da tre giorni tutti i suoi pensieri sono rivolti alla costruzione prodotto di un opulenza di altri altri tempi.
Tempi che sembrano irrimediabilmente lontani, dal momento che tutto nel complesso che sta osservando: dal giardino incolto fino alle crepe nei muri sembrano voler denunciare un irreversibile decadenza.
Tre giorni a sorvegliare la Villa, il luogo dove convergevano tutti i segnali, tutte le emissioni incontrollate, tre giorni ad aspettare il nulla, soffrendo il caldo afoso dell'isola, interminabili ore senza nemmeno scorgere una luce che si accendesse all'interno, tre giorni senza che nessuno entrasse ed uscisse dal luogo.
Sopratutto tre giorni rovinati dalla forzata compagnia di Angelo.
Per l'ennesima volta Rosenkreutz rimpiange il fresco dei corridoi vaticani.
«Basta adesso! Sono stanco di aspettare. Riproviamo ad entrare!»
Angelo perso nel suo Ipad sembra scuotersi a stento dalla sua indolenza. Con estrema disinvoltura il giovane Super fa almeno lo sforzo di alzarsi :«Il mio potere non funziona lì!» Il dito teso ad indicare la Villa «Non so perché ma qualcosa o qualcuno dentro quella merda di posto, interferisce deviandoci. Quante volte ci abbiamo provato? tre ? Quattro? Non ti è bastata l'ultima volta?
Cavolo! Ancora sento la puzza di quella maledetta porcilaia!»
«La ragazza è lì dentro lo sento. Ascoltami Angelo,  pure io preferirei fare irruzione in quel cazzo di posto con le armi spianata accompagnato da una divisione dell'Entità ,  però  conosci gli ordini: per il momento dobbiamo cercare di tenere un profilo basso. Dai!»  Prova ad addolcire Rosenkreutz  «Sarà l'ultima volta! Se non dovesse funzionare nemmeno stavolta ti prometto che chiamerò rinforzi e tenteremo altre strade.»
Angelo sospira, non lo dice al suo compagno ma dentro di sé non fa altro che chiedersi  come mai certe cose non siano mai capitate ad Harry Potter mentre il Capitano dell'Entità si domanda cosa abbia fatto di male per finire in compagnia del giovane
«Va bene»  si rassegna Angelo «Vieni, solita procedura appoggiami una mano sulla spalla. Così. E speriamo bene. Uno... due...»
. Pensa decisamente Rosenkreutz. Il Vaticano è decisamente lontano.
«Tre!»
Ancora una volta Rosenkreutz si sente risucchiare dal vuoto.

*  *  *

20 Ottobre 2013
Egitto – Deserto occidentale.

Non rimane poi molto del corpo di Heavy Rain dopo la caduta. Un rivolo di sangue ancora esce dal  volto tumefatto del cadavere. Il resto sembra essere stato rivendicato dalla sabbia.
«A quanto pare la stagione delle piogge è finita in anticipo quest'anno.»
Rebel Yell è abituato alla morte, eppure c'è qualcosa nell'espressione di sorpresa congelata nello sguardo di Rain che lo scuote, quasi non si accorge nemmeno del risuonare rabbioso del telefono satellitare.
E ci può essere un unica persona a conoscenza di quel particolare numero.
«Ci aveva visto giusto. La crisi sta colpendo per primo l'Egitto non la Grecia.»
La risposta sembra arrivare da eoni di distanza, la voce che gli risponde tramite l'apparecchio è poco più di un sibilo, a Yell sembra di intercettare come una sorta di musica dal sottofondo.
«Siamo solo l'inizio, mi creda Yell  » risponde la voce «Gli eventi stanno accadendo troppo in fretta. Perfino per me. Si sbrighi ad arrivare al Cairo, se i cloni di Wael cominciano a farsi la guerra tra loro non riusciremo più a fermare  tutto questo casino.»
Rebel per un attimo pensa al Grande Toth, pensa al sé stesso di molti anni prima, non può nemmeno impedirsi di pensare per un solo, breve attimo ad Ammit.
Dei tre è questo il ricordo che gli fa più male.
Dio Mio, quanto ancora dovrò pagare per quell'unico errore?
Rebel sa che in futuro si odierà ancora di più di quanto non faccia già, ma rivolge lo stesso la domanda:
«Lei come sta?»
«La ragazza sta bene»  gli risponde il crepitio lontano «Almeno per il momento. Ora debbo lasciarla, temo di stare per ricevere delle visite.»
Il satellitare rimane muto nelle mani di Yell, per la prima volta da che abbia memoria il Super si sente vecchio.
Vecchio è  stanco.
Dio Mio, quanto ancora dovrò pagare per quell'unico errore?
Per tutto il resto della vita, temo.

Yell si scuote giusto in tempo per accorgersi del sopraggiungere del tramonto.
In lontananza l'immensa nube di fumo proveniente del Cairo non accenna a scomparire.

*  *  *


20 Ottobre 2013
Atene, Grecia

Nel momento in cui la realtà esterna riappare ai suoi occhi, Christian Maria Rosenkreutz è convinto di essere pronto a tutto. Nel momento in cui osserva il  locale dentro cui è spuntato si convince di essersi sbagliato.
Attorno a lui si alzano le urla a metà tra il sorpreso e lo spaventato degli avventori del Bar.
Gli occhi di Rosenkreutz lentamente si abituano allo scintillio delle luci stroboscopiche: le scritte neon alle pareti, i vari poster disseminati per tutto il locale non lasciano spazio al dubbio.
Angelo appare più sconvolto di lui «Mi sa che siamo finiti dentro un Bar per Gay» Il ragazzo tiene gli occhi bassi  mentre attorno a lui una folla di soli uomini fugge  velocemente verso l'uscita calpestando un tappeto di ombrellini rosa da cocktail.
«Adesso comincio veramente a stancarmi! Riportami alla Villa Angelo, a costo di farla bombardare quel posto ora ho realmente voglia di trovarmi faccia a faccia con la persona che mi sta prendendo per il cu...per i fondelli !»
«Aspetta un momento Christian. Visto che ormai siamo qui, cosa ne diresti di farci almeno un Banana Daiqiri prima di andarcene?»

*  *  *

20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

L'eco delle ultime note dell'Adagio di Albinoni si dissolve tra le mura della Villa, dentro la stanza  due uomini si studiano.
«Una musica adatta a queste circostanze, non ritieni?» Sorride Aran Ohana.
«Non saprei» Gli  risponde l'agente che finge di non notare il cassetto dove Aran rinchiude il cellulare utilizzato fino a pochi istanti prima. Così come in precedenza ha finto di non fare caso alla conversazione dell'altro.
Apparentemente l'attenzione di Bannon è rivolta allo schermo del P.C da cui da ore appaiono i servizi che le reti All News  di tutto il globo dedicano alla crisi egiziana: la schermata della BBC si sofferma in maniera quasi ipnotica sulle forme  lisergiche della nube incendiaria, la CNN invece  preferisce soffermarsi sulle urla dei feriti delle baraccopoli cairote, solo il corrispondente della tedesca ARD, rimanda in un continuo loop le inquadrature della figura umana che si muove incolume tra le fiamme color rosso sangue in direzione del palazzo presidenziale.   
Bannon sente il bisogno di distogliere la vista da tutte quelle scene di distruzione. Quando si decide a parlare il suo è quasi un bisbiglio.
«Voglio risposte. Prima quando ci hai trascinato qui dentro hai accennato qualcosa sulla ragazza.»
Con un cenno della testa l'agente indica Valerie, la ragazza  in fondo alla stanza  ha superato la crisi provocatagli dai suoi poteri e adesso sta giocando con Flender.
Con movenze studiate, quasi da attore l'essere che si fa chiamare Aran si siede vicino a lui, un gesto delle mani e l' Adagio viene sostituito da un altra sinfonia.
«Ecco,mi sbagliavo forse l' Arlesienne  è più adatta a questa chiacchierata. Con Bizet si va sempre sul sicuro.»
Le mani intrecciate sul petto Ohana sembra quasi trovare divertente l'irritazione di Bannon, adesso i due uomini sono talmente vicini che  ognuno potrebbe quasi sentire il rumore del respiro dell'altro.
«Risposte  Bannon?  Vedi   questa è una storia complicata: ufficialmente stiamo parlando di  Loxias , della Hypotetical,  o perfino  di quei due buffoni che da giorni stanno cercando di introdursi dentro questa Villa, buffoni, che per inciso, potrò tenere lontani da noi ancora per poco. Ufficialmente c'è perfino una ragazza spaventata e quel tuo ridicolo Protocollo che ti ha imposto di occuparti di lei.»
«E in realtà?»
«In realtà questa è una storia complicata, che come tutte le storie complicate scava che ti scava si rivelano semplici storie di amicizie tradite, di padri, figli e di madri. sopratutto di madri pericolose.
Madri ingombranti  e anche pericolose, aggiungerei .»
«Continuo a non capire.»
«Capirai. Eccome se capirai !»  Aran allarga le braccia al cielo in atteggiamento ieratico, al punto che Bannon comincia a temere di avere a che fare con un matto.
«Vedi, non posso darti tutte le risposte che cerchi, ma  non adesso! Mancano ancora due attori fondamentali alla nostra piccola farsa, presto i due buffoni saranno dentro e allora potremo procedere. Però qualcosa te la posso anticipare già adesso.»
Aran mostra tre dita.
«Come dicevo questa è fondamentalmente una storia di padri e di figli. Ci possono essere diverse tipologie di paternità o maternità: esiste la via che ci indica la natura con i figli naturali  o con quelli adottivi che sono la maggioranza.» Il primo dito viene abbassato. «Poi ci può essere una seconda tipologia: i cloni di un individuo originario,  come  potrebbero esserlo i Canopi o i Girini del Grande Toth, tutti esseri che adesso stanno impazzendo a causa dell'eccesso di stress.»
Per un attimo l'uomo si interrompe, adesso un unico dito resta alzato, da lontano giungono le risate di Valerie. Quando riprende a parlare la voce di Aran Ohana presenta una velatura di tristezza.
«Infine  ci sono i casi più pericolosi: i figli di mostri come Ammit. Naturalmente, anche se lei ancora non lo sa,  parlando della nostra piccola  Valerie Broussard!»
- - -

Capitolo scritto da Nicola Parisi (Nocturnia blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 17 aprile 2013

Capitolo 10 - Stagione 2 (di Giordano Efrodini)


20 Ottobre 2013
Egitto – Deserto occidentale.

In un solo istante, Heavy Rain venne spazzato via dal cielo. Precipitando, ebbe solo il tempo di comprendere l’origine sovrannaturale della corrente anomala. L’attimo dopo era già una macchia rossa e scura sulla superficie del Sahara.
Il fenomeno che l’aveva travolto si avvicinò.
«Che sciocco», disse Vayu, col suo inglese di Oxford e l’accento indiano, «sprecare buona parte della sua concentrazione solo per fluttuare». Scosse il capo in segno di biasimo.
L’aveva tenuto d’occhio per un po’, scegliendo il modo migliore per abbatterlo.
Avrebbe potuto risucchiarlo a terra con una tromba d’aria, avvolgerlo con una tempesta di sabbia che l’avrebbe scorticato vivo, far esplodere l’aria direttamente nei suoi polmoni eccetera eccetera. Poi si era stancato di quel gioco e aveva deciso per un colpo rapido e misericordioso.
In fondo proveniva da una buona famiglia, da una casta privilegiata che gli aveva consentito di studiare nelle migliori scuole. Non era un barbaro, lui.
Soddisfatto di se stesso, si levò nel cielo – ora libero – radunando una tempesta di sabbia, e con questa volò verso Il Cairo.

Egitto, Il Cairo
Le Baraccopoli.

Agni passeggiava tra i vicoli sporchi e squallidi, osservando i volti dei miserabili. Ognuno di loro poneva le sue ultime speranze in quella nuova menzogna, la promessa di un potere eretico e deviato.  Non la pura essenza con la quale la Dea lo aveva benedetto, ma volgari artifizi di una goffa scienza umana.
La Città dei Disperati, come aveva preso a chiamarla tra sé, gli ricordava i suoi compatrioti più sfortunati, l’umile casta dalla quale si era innalzato come un dio per grazia di Ammit. Tuttavia, questi ignari infedeli erano lì per servire Toth, abbeverarsi al suo potere bugiardo e asservirsi alla sua volontà. Per quanto non provasse alcun piacere nell’apprestarsi a quel particolare incarico, dovevano essere purificati.
Chiuse gli occhi, dedicò una breve ma sentita preghiera per le loro successive incarnazioni, dopodiché recitò il mantra: «Jai mata Kali, jai mata Ammit. Kali Ammite, namo namah».
Sull’ultima sillaba le fiamme lo avvolsero e i bassifondi esplosero.

I Lokapāla, i Guardiani del Mondo, erano su suolo egiziano. Ram Dao li aveva scelti personalmente, la sua élite tra i Figli di Ammit. Due di loro erano già all’opera, iniziando la Vendetta della Dea.

***

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene.

Il Grande Toth se ne stava. Beh. Ovunque.
Seduto davanti a un computer al Cairo. Spacciandosi per Senatore a Washington. Dietro una scrivania di Bruxelles a sbrigare scartoffie per Fortress Europe. A Francoforte, raccogliendo informazioni alla BCE. Uscendo da un bar di Glifada… e in migliaia di altri posti.

Quest’ultimo Canopo, come molti altri, si poneva sempre la stessa domanda.
Io sono Wael Ghaly, il Presidente Egiziano, il Grande Toth. Come mi sono ridotto a diventare il galoppino di me stesso?

Una volta era quello che gli americani chiamano – nel loro modo colorito – The Big Boss, e i Canopi erano i suoi servi fedeli. Ubbidienti a ogni comando, svolgevano ogni mansione gli venisse assegnata, persino morire tra le braccia di Isabelle.
Ora il confine era più labile. Quasi inesistente.
Il Grande Toth, quello vero, era un simbolo e una reliquia, l’immagine dietro la quale si nascondeva la sua natura multipla. L’originale veniva conservato come un cimelio – la mummia del faraone – in un sotterraneo del palazzo.
Mi hanno messo in cantina”, rifletté amaramente. “Anzi, mi ci sono messo da solo”.
Per l’ambizioso Wael, il “regalo” di Isabelle era stato un dono irresistibile, ma questo potere gli stava costando caro.
Ogni clone, ogni Wael, aveva ereditato la sua ambizione, ma ora si trovavano a svolgere compiti secondari, alcuni dei quali avvilenti per il loro ingombrante Ego. In più, nonostante il potere fosse cresciuto, la sua mente… “Le nostre menti”, dovette ripetere a se stesso per l’ennesima volta, non erano progettate né si erano evolute per gestire una tale interconnessione. Non era un telepate e non avrebbe mai posseduto quel talento.
Ogni informazione condivisa da un Canopo – importante o meno che fosse, come un dato finanziario o il fondo schiena di una stagista – poteva distrarre gli altri dai loro singoli compiti, perciò doveva ovviare al pericolo con una costante e faticosa disciplina.
Momenti come questo – ormai sempre più frequenti – in cui si ritrovava a riflettere sul problema, lo portavano all’unica conclusione possibile: i Canopi erano troppi, per riprendere il controllo dovevano essere decimati.
Cospirare contro se stesso metteva sempre i cloni in allarme. Ognuno di loro era Wael, e Wael voleva vivere.
Questo conflitto interno era responsabile di un ricorrente punto cieco nella sua privilegiata visione di massa, un Tallone d’Achille che un giorno o l’altro gli sarebbe potuto essere fatale.
Per di più, non tutti i cloni erano dello stesso avviso.
Vivere vite separate con esperienze diverse stava creando un’incrinatura tra le varie componenti della sua personalità, introducendo una pericolosa individualità nella somma delle sue parti.
Senza rendersene neppure conto, il Grande Toth stava impazzendo.

Al momento però – quel particolare Wael – se ne stava seduto all’ombra fuori dal bar, dove non gli restava che aspettare Clark, nella speranza che avesse colto i suoi cenni e lo raggiungesse. Non voleva che Sibir lo notasse, proprio no.
Sì, era davvero il galoppino di se stesso.

***


20 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.

L’incendio si stava muovendo come una cosa viva, eccolo incamminarsi dalle baraccopoli dov’era nato verso la città vera e propria, lambirne gli edifici, avvolgerli e abbatterli.
Un giornalista della CNN mise da parte il servizio sui Girini del Presidente e documentò la notizia.
«Come vedete, le fiamme sembrano avere una precisa volontà. Si sospetta l’attività di un Super sconosciuto! Non sappiamo chi sia ma… ecco! Ecco! Avete visto? Le fiamme hanno avvolto quell’edificio che è subito esploso! Il Cairo è sotto attacco! Ripeto, Il Cairo… oh mio Dio, e quello cos’è?» La telecamera ruotò rapidamente nella direzione indicata.
Il cielo verso occidente si era fatto scuro come se una nube innaturale lo avesse coperto, mentre il Nilo, tra le sabbie portate dalla tempesta e i riflessi degli incendi, si tingeva di rosso. La ripresa venne rimbalzata da tutti i media, facendo istantaneamente il giro del globo.

Al centro della tempesta, la forma di Vayu era appena visibile. Sicuro di aver finalmente attirato l’attenzione desiderata, eseguì gli ordini di Ram Dao. Aumentò la sua concentrazione dando alla tempesta la forma bestiale di Ammit, palesando la volontà della Dea.

Vedendo il segnale concordato, Agni spense le fiamme che lo avvolgevano, lasciò che il fuoco da lui appiccato terminasse il suo lavoro per le strade, e si diresse verso il Palazzo del Grande Toth. Nessuno lo avrebbe notato, un uomo tra gli uomini, in fuga come tutti gli altri.

Egitto, Cairo
Palazzo del Grande Toth.

I Canopi erano come impazziti. Gridavano ordini al telefono per disporre tutte le forze dell’ordine. Cercavano informazioni su quello che li aveva colpiti. Biasimavano se stessi per non aver previsto l’attacco, e quando non era sufficiente s’incolpavano l’un l’altro. Il Caos era piombato su di loro. Persino il Wael originale, nel suo sarcofago acquatico, si lasciò sfuggire tre bolle simili a un’imprecazione.
Un solo pensiero attraversava la mente di tutti i cloni.
Il nostro Tallone d’Achille sta in fine sanguinando”.
- - -

Capitolo scritto da Giordano Efrodini (Giudappeso blog)

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