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martedì 23 ottobre 2012

Capitolo 28 (di Nicola Parisi)

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 08. 30 A.M.

A Eddie pareva che il tempo impiegato per scendere dalla sequoia fosse stato eterno, adesso che finalmente avevano raggiunto il pavimento Bonnie si era appoggiata a lui.
Nonostante avesse smesso di sanguinare la ragazza le sembrava fin troppo pallida.
«Sei sicura di stare bene?»
«Sì certo, non preoccuparti. Dobbiamo raggiungere mio padre.»
Fugacemente Eddie scrutò la Super, le vesti lacerate dallo scontro con American Dream gli dimostrarono che Bonnie stesse mentendo, il volto, specialmente vicino all'orecchio strappato era una unica, intera, maschera di sangue.
Nonostante tutto lei gli sembrava ancora bellissima.
«Non puoi muoverti in queste condizioni. Il colpo che American Dream ti ha dato è stato troppo forte perfino per te, dobbiamo trovare il modo di medicarti.»
«Lo hai visto anche tu quello non era American Dream. Non più perlomeno».
«Non m'interessa, poteva essere perfino lo spirito dei natali passati strafatto di acidi, ma tu non vai da nessuna parte se prima non ti medichiamo. Adesso prendiamo il primo ascensore che troviamo e ce la svignamo da qui.»
Incurante delle proteste di lei, Eddie la trascinò lungo i corridoi. Solo dopo notò il particolare che non stesse compiendo sforzi nel portare una Super infinitamente più forte di lui.
Era il fatto che stesse calpestando in continuazione i frammenti di vetro delle finestre distrutte praticamente a piedi nudi senza tagliarsi minimamente che lo preoccupò. E molto anche.
«Bonnie, forse non è ancora finita, forse il mio potere sta ancora cambiando».
La ragazza gli sembrava se possibile ancora più pallida ed emaciata di prima, anche solo aprire la bocca pareva gli procurasse sforzi indicibili.
Solo che se anche Bonnie rispose qualcosa il ragazzo non fece in tempo a sentire.
Perché quello fu il momento in cui giunse il lampo.
Istintivamente il giovane Super chiuse gli occhi, ancora più istintivamente strinse a sé la ragazza come per proteggerla dalla luce improvvisa.
Quando i due Super si decisero a riaprire gli occhi trovarono il buio della notte ad attenderli.
«Guarda guarda chi abbiamo qui».
Starcrusher fece un passo in avanti.
Lanciando la prima scarica.

* * *

Tetto della Salazar Tower.
Ore 11.45 P.M

Nightshifter osservava estasiato il panorama davanti a lui, totalmente dimentico della presenza di Salazar. Da Admiral City giungevano in continuazione voci, urla di spavento, rumori causati da incidenti di macchina, sirene di allarmi improvvisi. La maggior parte della città era ancora al buio, i suoi abitanti sorpresi dal cambio temporale si riversavano per le strade come formiche a cui qualcuno avesse appena distrutto il formicaio.
E quelle formiche non avevano ancora capito che quello era solo l'inizio, pensava divertito.
«Non siamo ancora al completo, manca mia figlia. Portami Bonnie».
«Certo che te la porterò», rise Nightshifter giocando ancora con la voce e col corpo di Scarlett Johansson. «Abbiamo una questione in sospeso con la ragazzina.»
C'era però un altra questione da chiudere. E anche in fretta.
L'uomo Atomico si stava avvicinando.
«Noi due dobbiamo parlare.»
No, decisamente quelle formiche laggiù non sapevano ancora quello che li aspettava.
La creatura dai molti corpi assaporò il momento. Presto, molto presto la caccia si sarebbe conclusa.
Un urlo bestiale partì dal profondo del suo essere.
Ogni singolo frammento di sé stesso gli rispose.

* * *

Periferia di Admiral City.
Ore 11.46 P.M

Ammit urlò in preda al dolore. Il cambio temporale aveva finito di sconvolgere il suo già precario equilibrio. Alle orecchie dell'essere risuonavano ovunque urla angosciate di gente spaventata.
Non che questo importasse. Ad Ammit non interessava nulla del cielo, nulla nemmeno della terra che calpestava.
Che fosse libera o prigioniera gli occhi di Ammit vedevano sempre solo in due sfumature: il rosso della rabbia e il buio della sua fame.
Arrivavano odori da lontano, odori di vite rinchiuse in quella torre di debole cemento si staglia sullo sfondo , vite che Ammit era disposta a prendere tutte pur di saziare la sua brama.
Mentre la osservava Rebel Yell non poteva fare a meno di sorprendersi. La cosa dalle forme cangianti sotto di lui non ha più niente dell'essere umano.
«Una volta eri così bella Isabelle, la donna più bella che avessi mai visto.»
Cancellando i ricordi e anche il dolore Rebel estrasse entrambe le pistole e si preparò per andare incontro alla creatura.

* * *

Il mondo attorno a Eddie sembrò esplodere, il colpo aveva scaraventato Bonnie lontano da lui; la ragazza boccheggiava, pareva perfino che avesse perso completamente i suoi poteri. Starcrusher non pago di averla colpita con la scarica uno dopo l'altro le assestava calci sullo stomaco sempre più forti.
«Mi ricordo di te! Tu eri una di quelle puttanelle che stava sempre al seguito di American Dream. Bene, che che effetto fa essere adesso dalla parte dei perdenti?»
Ignorando le fitte di dolore che gli esplodevano da ogni parte del corpo, Eddie trovò la forza di rialzarsi.
«Lasciala stare verme!»
«Ma guarda lo schiavetto si è risvegliato, cosa pensi di farmi? Insegnarmi a far crescere le petunie? C'è qualcosa di più grande che è dalla mia parte.»
Bagliori violacei fuoriuscirono minacciosi dal corpo del criminale.
La prima scarica sfiorò appena la tempia sinistra di Eddie, mentre la seconda parve conficcare Eddie nel muro.
Puntellandosi sulle gambe, il ragazzo riuscì appena a mantenersi in piedi, il dolore della spalla gli risultava insopportabile, le tempie gli martellavano cantiche di derisione.
Costretto ad appoggiarsi al muro per sorreggersi, un detrito appuntito stretto nella mano, Eddie subì un ulteriore colpo dal gigantesco evaso.
«Cosa conti di fare adesso? Prova a venirmi a prendere, sfigato. Siamo solo tu ed io.»
Starcrusher rise ancora una volta, un globo di luce violaceo gli si stava formando rapidamente nella mano, mentre si avvicinava verso il Super.
«Vedi sfigato, ci sono cose che non concepiresti nemmeno che stanno giocando a fare gli dei in giro là fuori, cose che mi hanno lasciato ammazzare American Dream. Cose che vi schiacceranno tutti quanti sempre e comunque. Adesso te lo richiedo, come pensi di fermarmi?»
Eddie spalle al muro si stava preparando a lanciare il detrito, silenziosamente salutò Bonnie che cercava ancora di rialzarsi; rimpianse anche di non averla potuta salutare per bene.
Rimpianse anche di non averla mai nemmeno baciata.
E poi inspiegabilmente rise in faccia al suo avversario
«Ma certo che ti fermerò io», facendo una linguaccia.
E spaccò il detrito sulla fronte di Starcrusher.
«Ma che cazzo credi di fare? Credi che basti questo per farmi male?»
«Credo di averti appena ammazzato. Non con la pietra,no. Quella è stata solo una divertente aggiunta, vedi ho appena scoperto che mi basta toccare le cose per trasformarle, e si dà il caso che ti abbia appena toccato.»
Eddie alzò la mano mimando un saluto ironico, Starcrusher vacillò, per un attimo sembrò gonfiarsi, gli occhi esplosero mentre radici di quercia fuoriuscivano dalle orbite vuote, le dita si deformarono tramutandosi in fiori violacei, dalla gigantesca bocca i denti vennero sfrattati da talee grigiastre.
Con un ultimo gorgoglio l'informe ammasso che una volta era Starcrusher si accasciò definitivamente a terra. Eddie rimase in piedi, in silenzio, tutto l'accaduto gli sembrava un unico immenso incubo nemmeno sognato da lui ma da un estraneo.
Fu Bonnie ad infrangere la pesante cappa di silenzio.
«Eddie, ma come hai fatto?»
La figlia di Salazar lentamente era riuscita a rialzarsi e cercò di stringere a sé il giovane Super dai cui occhi riteneva di aver carpito una profonda tristezza, ma l'altro l'allontanò da lui.
«No Bonnie non mi toccare. Stammi lontana!»
«Ma, Eddie, perché?»
«Ho capito cosa mi sta succedendo, ho capito anche perché non riuscivi a riprendere le forze dopo lo scontro con American Dream e perché le ossa non ti si calcificavano più: sono io! E' colpa mia! Sto cambiando e anche il mio potere lo sta facendo. Non so se è una cosa che ho sempre avuto latente o se è stato causato da tuo padre quando ha pasticciato col mio cervello. Ma adesso ho capito che riesco a trasformare gli oggetti e le persone in altri organismi solo perché prosciugo la forza vitale di chi mi sta vicino. Non ti avvicinare Bonnie perché ero io che ti stavo ammazzando!»

* * *

Salazar Tower.
Ore. 11.55 P.M

Teddy Mercury era convinto ormai di averle ormai viste tutte nel corso della folle giornata trascorsa ad Admiral City. Quando si materializzò nell'ultimo corridoio scoprì di essersi sbagliato: tra le macerie e le scene di distruzione, il Super chiamato Jolly quasi inciampò in una Bonnie rannicchiata in posizione fetale. Nel momento in cui le poggiò una mano sulla spalla si rese conto che la ragazza stava piangendo
«E' opera tua ?» le chiese mentre indicava il maleodorante ammasso di rami, ossa e da cui facevano capolino frammenti insanguinati della tuta di Starcrusher.
«No. E' stato Eddie.»
«E lui dov'è adesso?»
«E' andato a cercare Salazar e Mezzanotte, ha detto che vuole ammazzare mio padre. Si è convinto che per colpa loro lui sta diventando un mostro come Mezzanotte».
«Perfetto,» mormorò tra sé e sé il Jolly «Proprio quello di cui avevamo bisogno in questo momento: un altro Super impazzito e incontrollabile a spasso dentro questa maledetta Torre».
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martedì 4 settembre 2012

Capitolo 21 (di Qwertyminus)




Admiral City
Distretto di Monacillo Urbano
22 Aprile 2013
Ora 6.25 AM

L'insegna del market lampeggiava a intermittenza. 
“Stanne fuori”, continuava a dirsi. Tutto inutile. In cuor suo sperava almeno che gli Yankee credessero alle sue minacce. “Siamo là fuori e osserviamo” aveva detto al presidente. Ma adesso che era da solo poteva mostrare le carte. “Chi c'è, là fuori, Yell? Sei quasi da solo, oramai... è stato tutto un bluff e se non ci cascheranno...”, Scosse la testa e proseguì.
A lui, dopotutto, cos'è che cambiava? Rebel Yell si scrollò di dosso la polvere e i pensieri, attraversò la strada e imboccò un vicolo gettando il mozzicone di una sigaretta. Il vicolo era stretto al limite della claustrofobia e pregno di un tanfo fetido che sapeva di morte. 
Il super si chinò su uno dei cadaveri e rovistò fra i suoi abiti. «Caporale Nelson Valdivia», lesse a voce alta. «Puerto Rico National Guard», e gettò via il tesserino identificativo. Yell osservò da sopra una spalla un colpo di vento che se lo portava via come fosse fatto di carta velina. Quando lo vide lontano, la sua attenzione tornò al povero Valdivia. “Spero tu non abbia sofferto”, pensò serrandogli le palpebre con due dita. “Una città piena di eroi e nessuno che pensa a soccorrere i  caduti...”. 
«Credevo che quelle voci fossero sbagliate, amico. Devo ricredermi?», Quello che Ride era in piedi dietro di lui, il corpo tozzo e deforme, gli abiti che aveva indosso erano maldestramente tinti di giallo e di rosso, levitava a pochi centimetri dal suolo.
«A quali voci ti riferisci?».
«Dicono che Yell il ribelle si stia rammollendo. Buon per te che ti abbia visto prendere a calci quegli yankee... potevo anche crederci, lo sai?», e sbottò in una risata sguaiata.
“Ride”, pensò Yell. “Ride sempre...”
Teddy Mercury, nome in codice Jolly, Buffone per i pochi nemici e Quello che Ride per tutti gli altri, rideva sempre e comunque. Da quando era morto per la prima volta, durante l'incidente, non faceva nient'altro. “La teleforce dà, la teleforce toglie... a lui ha tolto il senno”. «Dimmi co'shai scoperto piuttosto che dire cazzate.»
«Da dove comincio?», chiese Jolly. E sghignazzò come se da qualche parte, nella sua testa, stesse guardando un film comico. Yell avvertì il desiderio di regalargli un pezzo di piombo in mezzo agli occhi. “Settantasette più uno quanto fa?”, gli avrebbe chiesto. Sperando che dopo l'ennesimo  risveglio non avesse più tutta quella voglia di ridere. 
«Comincia dalle cose importanti...». 
Jolly ci pensò un attimo, un grosso sorriso da ebete stampato in faccia. Mostrava senza remore due fila di denti marci e storti. I riccioli rossi e neri che partivano scomposti in tutte e quattro le direzioni avvolgevano la sua testa come fiamme dell'inferno. «Indovina un po'... Scanner si è fatto vivo, o almeno così sembra. Geniaccio gli ha aperto in qualche modo la testa... non in senso reale, intendo... Ma la cosa più divertente è che non serviva affatto. Scanner ne era già uscito e adesso parla con la erremoscia. Poveraccio, sì... ammesso che sia davvero lui. Non è vero, caro amico diffidente?», Rebel Yell non rispose al suo sorriso. «Vuoi sapere cos'è che hanno sentito queste orecchie?».
Rebel Yell si rimise in piedi. «Parla!», ordinò. 
Jolly sorrise. Ancora. «Nomi», fece una pausa portandosi l'indice tozzo e biancastro sotto il mento. «Nella mente di mezzanotte c'erano solo nomi, Dave, Maxwell, Scarlett... Rushmore ha anche raccontato un fatterello. Tempo addietro Matt gli parlò di un certo Dave, un suo amico. 'Un uomo che sapeva', disse Matt. 'Un uomo che ha sempre saputo'.»
Yell mostrò il suo disappunto sputando. Iniziò a camminare fra i cadaveri, tutti uomini della P.R.N.G., tutti caduti per un gioco più grande di loro. «Matt è vittima e carnefice... lui crede davvero che Mezzanotte sia questo Dave, l'amico di sempre. Lady Liberty finirà col pensare che Mezzanotte sia la prima puttanella che si troverà davanti e che indosserà abiti più belli dei suoi. Quel chiacchierone di Salazar crederà nell'avvento di un nuovo figlio di dio e...», sentì la bocca impastata, anche deglutire gli venne difficile. «Che gli ficchino in testa quello che vogliono, su di lui sapevo già di non poter contare. A questo punto mi chiedo chi sarà il primo ad aprire gli occhi e capire come stanno realmente le cose...».
«Tu?», Jolly sorrise. «Tu l'hai già fatto, è vero... e io sono morto! Vuoi che vada alla torre? Che prenda qualcuno e...»
«No!», tuonò Yell. Il sorriso sul volto di Jolly si tramutò in un'espressione di muto sgomento. Ma fu un istante, solo e soltanto un istante. Poi riprese a ridere. «Siamo tutti figli della stessa sciagura, di un dono così maledettamente iniquo da... troppo potere corrompe, Jolly, porta alla follia chi lo possiede e tutti coloro che vi stanno intorno. Come se esso fosse una stella e, tutti gli altri, stupidi pianeti privi di vita...»
«Oh oh oh...».
«Il potere è vivo», riprese Yell. Cominciò a camminare verso l'uscita del vicolo. Jolly restò alle sue spalle. «Il potere corrompe...».
«Ogni potere».
«Ogni potere, certo... specialmente se è vivo e ha deciso che questo mondo deve essere suo. È stato Matt a volere che noi sei ci riunissimo... e le sue intenzioni erano buone, ne sono certo».
«L'hai già detto. Matt è vittima quanto noi, Rebel. Ma di cosa?».
«Di se stesso», rispose Yell. «Del suo potere e di quello che l'incidente gli ha fatto», il vecchio super prese fiato. «Posso sbagliarmi, Jolly.  Ma c'è una parte di me che ne è fermamente convinta... troppe cose tornano... la nostra cabala, l'attenzione per quel ragazzo e per i suoi poteri... e Salazar. Perché coinvolgere Salazar nel nostro progetto?».
«Salazar ha la torre».
«La tecnologia e le conoscenze. Salazar è entrato nel gruppo perché Matt credeva che servisse uno come lui... io ero contrario, quell'uomo è vuoto, vive in virtù della sua fede. Ma adesso... Cos'è che può volere Salazar da tutto questo? Anche lui è stato ingannato come noi, me lo sento... e Matt è l'unico ad avere il potere di controllarci tutti».
«Il ragazzo di cui hai parlato è Prezzemolino?», chiese Jolly. «O forse era Mister basilico...?».
«Non è questo l'importante», Yell era spazientito. Lo guardò si maledisse. “Come ho fatto a sopportarlo per tutti questi anni?”, pensò. “Non è Eddie Tormack a preoccuparmi, è il suo potere”. «Eddie può generare la vita. Qualunque sia il loro obiettivo...». Fu allora che li vide sgusciare nella penombra. I suoi occhi lampeggiarono.
«Sei sempre stato al fianco di Matt. Avete formato la cabala insieme. Tu eri la mente, lui il braccio e...», Jolly sbottò in una risata che si protrasse per qualche minuto. «Io ero il buffone, ovviamente. Ma io sono già morto settantasette volte... Tu? Il potere corrompe, dici da grand'uomo quale sei. Ma se tutti gli altri credono nella realtà distorta creata da Matt, perché non tu?». Prima che potesse tornare a ridere, Yell si era già scagliato contro di lui. Lo accolse con un sorriso gelido, diverso, e aspettò che lo attraversasse prima di voltarsi a guardare.

Yell combatté con i tre Triari come avrebbe fatto ai vecchi tempi, quando il mondo era più facile e c'erano soltanto buoni e cattivi. Nessuna menzogna, nessun inganno. Ne mise uno a terra e si volse a guardare l'altro. Dovette parare i suoi colpi, schivarli. Jolly osservava in silenzio.
«Io non sono come tutti gli altri, Jolly», esclamò. Afferrò il nemico per la gola e strinse, poi lo spinse contro una parete. Estrasse la pistola e... 
Ne restò soltanto uno. Poteva finirlo con un solo colpo ma non era questo che voleva. Voleva l'ultima, inconfutabile, prova. Gli si avvicinò, il Triario sembrava quasi volesse aspettarlo. «Mostrami il tuo vero volto», gli disse. «Il volto del tuo creatore». 
Il Triario obbedì.
La maschera iniziò a sudare, rivoli scuri corsero via e rivelarono un volto che Rebel Yell conosceva bene. Il volto del sogno americano. «Quand'ero piccolo mia madre diceva sempre la stessa cosa. Noi non avevamo nulla e fuori dalla nostra porta il mondo mangiava e godeva di tesori che erano anche nostri. Lei mi guardava, guardava mia sorella e poi ci mostrava quel mondo che tanto ci affascinava, quel mondo che invidiavamo con tutto il nostro animo e diceva: 'Basta un attimo, figli miei, un attimo solo e anche il sogno più grande può diventare l'incubo peggiore'. Mi spiace per te, Matt». Premere il grilletto fu quasi una liberazione.

«Ora me lo spieghi, amico? Che ci faceva Matt in quel brutto corpo?».
«È un potere come un altro... uno dei tanti. Ho già visto qualcosa di simile aldilà dell'oceano». “Chissà se Wael intende muoversi... il potere attira potere e non c'è uomo che abbia una bramosia pari a quella del Grande Thot...”.
«Oh... e Matt ha questo potere?».
«Se quello che penso è giusto, Jolly, Matt non possiede alcun potere. È il potere a possedere lui...». Uscì dal vicolo lasciandosi Quello che Ride alle spalle. Ma per Jolly lo spazio non aveva alcun valore. Una volta fuori, il super era già lì e lo guardava col suo ghigno beffardo.
«Cosa vuoi che faccia, mio immenso amico?», gli chiese-
«Musashi, non mi resta che lui... Trovalo e digli che il governo e le sue spie possono anche andare a farsi fottere. Quello che mi serve è altro...».
Jolly intanto alzò lo sguardo e accolse con meraviglia il fiocco dolce che gli scivolò sul naso. «Cos'è che ti serve? Un altro passaggio? Posso pensarci io... di nuovo!».
«No. Quando sei in guerra hai bisogno di una sola cosa: un esercito, Jolly. E non serve né a me né a te... è questo dannato mondo ad averne bisogno. Prenderemo la torre e se non avremo alternative uccideremo American Dream». Poi alzò lo sguardo e la neve si poggiò, soffice, sul suo volto. I ricordi iniziarono a riaffiorare come un treno in corsa. Chiuse gli occhi e li scacciò via. Non erano affatto candidi come la neve... erano rossi, rossi come il sangue.
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