Visualizzazione post con etichetta ammit. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ammit. Mostra tutti i post

mercoledì 20 febbraio 2013

Capitolo 2 - Stagione 2 (di Giovanni Grotto)


Jackson riaprì lentamente gli occhi e si ritrovò disteso nel buio più assoluto. Dopo qualche istante di smarrimento cercò di rialzarsi, ma i suoi polsi e le sue caviglie erano saldamente legati.
«Ehilà?» gridò con voce roca. La sete era terribile. L’unico suono nelle vicinanze era un ronzio insistente, causato forse da un generatore.
«C’è nessuno?»
Un fascio di luce improvviso lo abbagliò, costringendolo a chiudere gli occhi.
«Bentornato fra noi, Jackson.» disse una voce femminile. Jackson cercò di mettere a fuoco la vista, e scoprì di essere disteso su di un tavolo metallico, con pesanti legacci che impedivano ogni suo movimento. Non riusciva a vedere la proprietaria della voce, immersa nell’oscurità al di fuori del cerchio di luce.
«Chi…chi sei? Dove mi trovo?» chiese Jackson.
«Esattamente dove dovresti essere. Stavi cercando qualcosa… e hai trovato
me.»
La donna si avvicinò al tavolo, il suo volto finalmente rivelato dalla luce. Jackson sgranò gli occhi ed emise un gemito.
«Tu?… non è possibile…
tu sei morta!»
- - -

Laboratorio Segreto NIMBUS
Calgary, Canada
Una settimana prima.

«Ne hai ancora per molto?»
«Piantala di rompere, Jackson…dammi una sigaretta, piuttosto.» esclamò Tabitha.
«Sono alquanto occupato a godermi il panorama, al momento.» rispose Jackson, impegnato a guardare il sedere di Tabitha. «Vederti a quattro zampe, infilata in quel macchinario… uuh, cosa non ti farei!»
L’ingegnere si rialzò sbuffando.
«Primo, a nessuno interessa sapere cosa mi faresti. Secondo, sei proprio sicuro di non aver niente di meglio da fare? Hai davvero intenzione di ciondolare quaggiù tutto il giorno guardandomi il culo?»
«Possibile.» Jackson allungò una sigaretta all’amica. «In realtà sto aspettando direttive dal Grande Capo, che dovrebbe contattarmi a momenti… pensavo di dare una controllata ai Golem, per ammazzare un po’ il tempo. Novità?»
«Novità… beh, seguimi.» Tabitha iniziò a camminare, con Jackson che la seguiva fischiettando.
«Come puoi vedere la nuova serie è pronta» Tabitha indicò una fila di possenti automi sostenuti da un intrico di cavi.
«Ciao Shen! Ehi, Pablo! Martina, come va?» Jackson salutò uno per uno i vari ingegneri che sciamavano per il laboratorio. «Ottimo design, devo dire. Mi piacciono davvero. Sicura che non daranno di matto questa volta?»
«
Hah! Dopo Admiral City abbiamo potenziato praticamente ogni cosa. Il Boss ci ha messo anima e corpo… i nuovi modelli sono a prova di hacker, hanno un nucleo Teleforce efficientissimo, e sono dotati di uno scudo telecinetico che li protegge da ogni tentativo di attacco o controllo.»
«Mi pare un po’ esagerato, no?»
Tabitha lo guardò fisso negli occhi.
«Dopo Admiral City
niente è troppo esagerato. Niente. E tu dovresti saperlo meglio di me.»
Jackson inspirò profondamente.
«Beh, diciamo che… uuh, guarda che grosso, quello! Non sapevo ci fossero anche dei
mecha in costruzione… e-ah!- guarda un po’ chi c’è! Come te la passi?» Jackson si affrettò verso un Golem seduto contro una parete, a fianco di un imponente fucile.
«Ah, quello? Sta benissimo, completamente ripreso. Un lavoraccio. L’ho spento perché non la finiva più di blaterare. Continua col tuo discorso.»
«Uhm… al laboratorio dei piani alti se ne sentono di tutti i colori. Eventi strani in giro per tutto il mondo, disastri, rivolte… i governi ovviamente cercano di insabbiare tutto, ma la situazione è alquanto preoccupante. Solo questa settimana abbiamo avuto…» Jackson estrasse un tablet dalla giacca ed inforcò gli occhiali. «Dunque… un’invasione di zombie (testuali parole) in un villaggio australiano, un paesino del Kansas dove tutti gli abitanti hanno la stessa faccia, un’intera città italiana svanita nel nulla, scontri tra Super non identificati nelle banlieuses parigine, una terrificante esplosione di energia in Polonia e… un numero spropositato di testimoni oculari che giurano di aver visto Magmarus, Starcrusher, American Dream e decine di altri Super defunti.»
«Com’è possibile?»
«Non lo è. Il problema è che il numero di superumani è aumentato a dismisura, e continua ad aumentare… probabilmente esistono persone dai poteri simili a quelli dei vecchi Super.»
«Bel casino. Ma tranquillo, i nostri Golem possono tener testa a qualsiasi cosa. E in caso di emergenza possiamo far conto sui tuoi straordinari poteri, no?» disse Tabitha sghignazzando.
«Ci tengo a farti sapere che proprio ieri ho sollevato ben cinque chili.
Con la mia mente, donna!» ribattè Jackson.
Tabitha rise e fece per rispondere, quando il tablet di Jackson cominciò a vibrare.
«E’ lei. E’ il Boss.» disse Jackson, affrettandosi a leggere il messaggio.
«Che dice? E’ ancora a Dubai? Ha trovato qualcosa?»
«Bla bla bla…tutto bene, torna in settimana… ah!»
«Che c’è?»
«Ha trovato un segnale. Un generatore Tesla che corrisponde ai nostri modelli è stato attivato.»
«Dove?»
«Calcutta», disse Jackson correndo via. «Devo andare a Calcutta!»
 - - -

Calcutta, India
Oggi.

«Kareema Gupta… »
«Conosci il mio nome, giovane. Ne sono onorata.»
«Il progetto CLOUD… l’esplosione…come?»
«Angela ti ha parlato di me. Che dolce… mi manca tanto, sai?»
Kareema indossava un camice da laboratorio sbrindellato, ma nonostante il vestito malridotto sembrava ancora bella e giovane come nelle foto degli archivi CLOUD. Jackson notò lo sguardo febbrile della donna, che lo osservava come un predatore fa con la sua preda…come se dovesse trattenersi per non divorarlo.
Jackson ricordò immediatamente che Kareema, prima dell’incidente ai laboratori CLOUD, possedeva poteri incontrollabili che la rendevano estremamente pericolosa. Un vampiro che si cibava involontariamente di ogni forma di energia… e lui era steso su di un tavolo, inerme.
«Lei ha fatto molto per me. Ha cercato di curarmi, di curare gli altri…è sempre stata determinata. Come sta? No, non dirmelo. Non ora.»
Il ronzio si fece più forte.
«Quel giorno… quando il reattore Tesla esplose… non sono morta. Sono
rinata.» La donna girò intorno al tavolo, posizionando le sue dita affusolate sulle spalle di Jackson.
«Ma quello è stato solo l’inizio. No, non agitarti. E’ inutile, credimi.»
«Cosa vuole da me?» Jackson cercò freneticamente di liberarsi, di aprire i legacci col suo potere. Ma la sua telecinesi non era abbastanza forte.
«Ti spiegherò tutto con calma. Ora vorrei mostrarti una cosa.»
Le luci della sala si accesero all’improvviso, illuminando una folla di figure incappucciate che iniziarono immediatamente a cantilenare una lugubre nenia. Un gigantesco reattore Tesla torreggiava al centro, poco distante dal tavolo.
«
Cristo…»
Gli incappucciati riempivano ogni metro della grande sala, circondando il reattore e il tavolo su cui Jackson era steso.
«Il nostro generatore Tesla… come ha fatto…?»
«Sono una scienziata, ricordi? Col giusto progetto e i giusti materiali posso replicare ogni vostro esperimento… e andare oltre.»
Jackson riconobbe il modello: era lo stesso tipo di generatore di Teleforce che aveva contribuito a costruire all’interno del progetto NIMBUS. Angela Solheim aveva creato il generatore basandosi sul macchinario originale di Hal Salazar, perfezionandolo esponenzialmente.
«Ma questo significa che…
lei ha rubato i progetti quando i Triari ci hanno attaccato?»
«Ho approfittato della confusione per prendere ciò che mi occorreva. Dovreste ringraziarmi, ho eliminato numerosi Triari mentre mi facevo strada per i laboratori.»
La nenia continuava, insistente, mentre il ronzio cresceva. Jackson cominciò a distinguere delle parole.
«
Jai mata Kali, jai mata Ammit! Kali Ammite, namo namah!»« Chi sono queste persone?»
«Quella che vedi è l’avanguardia del mio esercito. I Figli di Ammit. Gli Araldi della Fine!»
Ammit, pensò Jackson con un brivido. L’entità che aveva quasi divorato ogni forma di vita sulla Terra… prima di essere definitivamente distrutta da Uranium.
«Ammit è morta. Che intenzioni avete?»
«Ammit ci ha mostrato la via. Prima di morire la Dea ha toccato le nostre menti… ha curato tutti noi, ci ha curati come nessuno scienziato avrebbe mai potuto fare. Ha condiviso la Sua saggezza… e la Sua Fame… e ha generato milioni di figli.»
«Ciò che dice non ha senso. Lei è pazza!»
«NO!»gridò la donna, con una voce gutturale. La stretta sulle spalle di Jackson si fece dolorosa.
«La Dea mi ha mostrato la via. Lei
parla nella mia testa! Noi siamo legione, e siamo affamati.»
In un battito di ciglia Kareema tornò di fronte a Jackson… ma il suo aspetto era disumano. La pelle era diventata bluastra, zanne affilate riempivano la sua bocca, gli occhi ardevano come braci… e il suo corpo
cresceva. Un secondo paio di braccia artigliate spuntò dal suo torace con un disgustoso rumore di ossa spaccate. Jackson era terrorizzato, ma allo stesso tempo ipnotizzato dalla creatura demoniaca.

«
Dio… cosa le è successo?»
La creatura sogghignò, mentre il suo corpo continuava a crescere e filamenti di materia scura si estendevano dalle sue spalle come tentacoli.
«La Dea mi ha dato una nuova vita… un nuovo corpo. Una nuova famiglia, una nuova missione.»
«AMMIT! KALI! AMMIT! KALI!» gridarono in coro gli incappucciati.
«La prego… lei è una scienziata…Angela Solheim ha cercato di salvarla…»
Kareema ruggì, spargendo bava viscosa ovunque.
Jackson capì che il mostro di fronte a lui era completamente folle, e di essere completamente alla sua mercé.
A meno che…
Concentrando ogni oncia di energia rimasta Jackson tastò con la mente la sua giacca… trovando infine il trasmettitore d’emergenza,accuratamente nascosto all’interno del taschino.
Con questo posso chiamare la cavalleria.
Kareema riprese a parlare.
«Angela Solheim ha fallito. Mi ha dimenticata. E ha mandato te, un suo lacchè, a cercare il generatore al posto suo…ma non importa. La vendetta non è il mio scopo.Tu mi dirai tutto ciò che sai.
Ogni cosa. O morirai dolorosamente, così come moriranno tutti i nemici di Ammit. Io sono Ram Dao, la Spada della Dea, e nessuno si metterà sulla mia strada
- - - 

Capitolo scritto da Giovanni Grotto (Minuetto Express blog)


 









Scarica l'ebook in formato:

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

martedì 11 dicembre 2012

Capitolo 34 (di Angelo Benuzzi)



Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:15:00

Ammit si rialzò, l’impulso cieco della fame sopraffatto da una nuova sensazione. Tremava tutta, sussulti sempre più violenti che sembravano poterla smembrare da un momento all’altro. Attorno a lei si diffuse una vibrazione, una nota cupa a limite degli infrasuoni. Un punto luminosissimo, azzurro-bianco, si manifestò all’altezza del suo petto. I residui di consapevolezza di Isabelle, il nucleo di istinti che costituivano l’identità di Ammit morirono in quel momento, annientati dalla luce insostenibile della Teleforce.
L’energia assorbita aveva raggiunto la massa critica, oltre al limite sostenibile per un essere umano, oltre alle possibilità di un qualsiasi essere vivente basato sulla chimica del carbonio. In pochi secondi il punto si espanse fino a saturare la forma-Ammit e cominciò a crescere. Mentre cresceva, un metro alla volta, la nuova creatura diventò cosciente. Prima di sé, poi dell’ambiente che la circondava. Arrivata a trenta metri di altezza, con una forma che ancora assomigliava a quella umana, la creatura si guardò attorno, cercando altri come lei. La sua visuale spaziava dall’ultravioletto all’infrarosso, mettendo in evidenza la presenza di Teleforce. In un sussulto di volontà espanse ancora la sua coscienza, arrivando ad abbracciare tutto il pianeta e spingendosi fino alle fasce di Van Allen.
Sola. Non aveva pari. Levò verso il cielo le sue appendici superiori ed estese filamenti azzurri in tutte le direzioni, pronta a collegarsi a tutte le sorgenti di Teleforce per riassorbirle dentro di sé.

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:15:05

Eric Meson era sotto choc. In tutti i suoi anni da super aveva visto di tutto, era stato testimone e spesso causa di innumerevoli morti. Il flare di Teleforce di poco prima lo aveva lasciato scosso, sembrava aver portato via la sua capacità di concentrarsi e di controllare la sua armatura. In più si era abituato ad essere l’arma finale, il risolutore delle crisi peggiori. Eppure quella cosa, Ammit, aveva praticamente ignorato i suoi colpi e ora… ora era diventata qualcosa che Uranium non riusciva a comprendere. Dopo tanti anni Meson riscoprì cosa volesse dire avere paura. Libby scomparsa insieme a Mezzanotte, American Dream fatto a pezzi, tutti gli altri... e sentire dentro di sé la pressione del proprio potere cambiare.
«Eric? Uranium? Mi senti? Riesci a sentirmi?»
Lontana, la voce di Rushmore alla radio era troppo lontana. Meson crollò a sedere, incapace di continuare a combattere.

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:15:10

«Rushmore, sto ascoltando la mente di Uranium. E’ nel panico, dobbiamo fare qualcosa alla svelta.»
«Non sai neppure quanto alla svelta,» Rushmore fissava due schermi del centro di controllo «i livelli di potenza di quella cosa sono completamente fuori scala e come se non bastasse da Washington è arrivato l’ordine di lancio. Lo vedi quello?» Indicò la sagoma nera di un sommergibile, appena emerso nell’oceano a duecento chilometri da Admiral City «Ecco la risposta del Presidente a tutti i problemi. SSBN-742, il Wyoming.»
Scanner lesse il resto nella mente dell’amico. Armi nucleari, missili MIRV multi testata. Romney aveva deciso di sacrificare Admiral City per fermare la nuova minaccia. No. Non glielo avrebbe permesso.
«Rushmore, mi occupo io del Wyoming. Tu aiuta Eric, possiamo ancora farcela!»
Scanner si distese a terra e proiettò la sua mente verso i quindici ufficiali del sommergibile. Doveva guadagnare tempo.

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:15:10

La creatura aveva raggiunto la sua piena estensione, era intimamente connessa con ogni traccia di Teleforce sulla superficie del pianeta e si era spinta fino a grande profondità nella crosta terrestre nella sua ricerca. Era tempo di raccogliere, di riunire il tutto per crescere ancora e raggiungere così la sorgente dell’energia, in un altro strato della realtà.

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:15:55

Rushmore aveva preso il controllo dell’armatura di Uranium, allontanandolo dalle immediate vicinanze della Salazar Tower. Eric continuava a non voler rispondere ai suoi appelli via radio e i livelli di radiazioni che emetteva stavano diventando preoccupanti. Le videocamere dell’armatura mostravano la creatura nella sua piena estensione e quei sottili filamenti che finivano con il perdersi negli strati alti dell’atmosfera lo preoccupavano. Allo stesso tempo seguiva i risultati dell’operato di Scanner; il telepate aveva avuto un’idea geniale. Sapendo che il protocollo del lancio di armi nucleari richiedeva la conferma dei codici da parte di due ufficiali a bordo aveva confuso sia il ricordo che la percezione di due cifre del codice, rendendolo così diverso per tutti e quindici gli ufficiali. Il comandante stava inviando messaggi sempre più confusi alla base di Groton. Improvvisamente lo schermo del controllo dell’armatura si bloccò, la scritta MANUAL OVERRIDE a lampeggiare in rosso.

Pentagon War Room
Washington, D.C.
23 Aprile 2013
Ore 00:16:00

Il presidente Romney era passato, insieme a tutto il suo staff, nella War Room sotterranea del Pentagono dove aveva trovato ad attenderlo i Segretari di Stato e della Difesa. Altri membri del governo, insieme al vice presidente Ryan, erano in volo verso il comando del NORAD. L’intero sistema militare americano era passato in Defcon-1. I principali leader mondiali stavano seguendo al situazione, ognuno seguendo i suoi piani di emergenza. Se la situazione a Puerto Rico fosse sfuggita di mano Romney era disposto a farla bombardare sia dai russi che dai cinesi, la verità non sarebbe mai arrivata all’opinione pubblica.
«Signor Presidente, il Wyoming è in posizione di lancio.»
«Perché non ha già sparato quei maledetti missili? Ho dato l’ordine esecutivo un quarto d’ora fa!»
«Signore, pare che ci siamo dei problemi con i codici di lancio. Stiamo attivando un secondo sommergibile ma ci vorrà ancora qualche tempo. Il Rhode Island sarà pronto al lancio tra undici minuti.»
«Va bene! Massa di incapaci, mi domando come avete sprecato i miliardi che costate ogni anno!»

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:16:00

Eric Meson aveva ritrovato se stesso. Aveva accettato di poter morire, di cadere come American Dream. Con un sussurro attivò la configurazione più estrema dell’armatura, ignorando una volta di più la voce concitata di Rushmore. Puntò entrambe le mani verso la creatura e chiuse gli occhi, lasciando che tutto il suo dolore, la sua rabbia e la sua frustrazione avessero la meglio sui condizionamenti che aveva appreso negli anni. Una volta Rushmore gli aveva detto di non essere in grado di calcolare a che livello di potenza potesse arrivare, era arrivato il momento di scoprirlo. L’aria attorno a lui iniziò a ionizzarsi, le sue mani a brillare di una luce verdeblu ultraterrena. I contatori Geiger dell’armatura andarono dritti fuori scala.

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:16:05

La creatura cominciò ad evocare a sé il potere della Teleforce, attivando tutte le propaggini che aveva diffuso per il pianeta. In tutto il mondo i super umani sentirono improvvisamente un dolore acutissimo, un gelo terribile scendere nel profondo delle loro anime. In Giappone, in California, nelle Filippine, in Turchia, in Iran e in Cile iniziarono a prodursi scosse di terremoto. Quando il dolore arrivò alla mente di Uranium la reazione fu il rilascio della sua piena potenza.
Raggi gamma. Un fascio di energia erogato poco sotto la velocità della luce a una potenza devastante, petajoule concentrati su un’area ristrettissima. La creatura cercò di assorbire l’onda di energia, per una frazione di secondo passò dal blu a un bianco accecante, crescendo enormemente di statura quasi potesse lanciarsi verso la stratosfera. Poi la materia che la componeva collassò. Da neutroni, protoni ed elettroni fino a degradare in adroni, mesoni e barioni, fino a dissolversi del tutto. Il suo urlo di morte riecheggiò dalle frequenze radio fino agli ultravioletti mentre le particelle elementari che l’avevano composta venivano scagliate oltre gli strati superiori dell’atmosfera fino ad impattare con le fasce di Van Allen.
Per un brevissimo istante la Terra brillò di luce propria, un lampo azzurro-bianco.
Per lo stesso istante, nella mente di tutti i super del mondo arrivò un frammento della consapevolezza della creatura.

Pentagon War Room
Washington, D.C.
23 Aprile 2013
Ore 00:17:00

«Signor Presidente, novità da Admiral City. I satelliti hanno registrato un evento anomalo e ora quella creatura sembra essere svanita. Livelli di Teleforce poco sopra la norma, la radioattività ambientale ha avuto un picco fuori scala ma ora sembra essere ritornata allo standard.»
Romney non rispose, lo sguardo fisso sullo schermo principale. Il centro di Admiral City ripreso dall’orbita bassa.
«Signore, siamo a T meno dieci minuti per il lancio dal Rhode Island. Il Wyoming ha ripreso l’operatività ed è a T meno tre minuti. Signore? Proseguiamo con i lanci?»
«No.» La voce del Presidente era bassissima. «Annullare. Passiamo a Defcon-2.»

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:18:00

Rebel Yell faticava a tenere gli occhi aperti, il dolore alle tempie era quasi insopportabile. Attorno a lui il resto degli Old Timers si stava rialzando lentamente. C’era un silenzio surreale. Mosse qualche passo incerto, rischiando di inciampare sulle macerie. Nessuna traccia della creatura, sembrava non si muovesse nulla in tutta la zona. Rinfoderò le pistole.
«E’ finita.» Persino la sua voce aveva un eco strano.
«Che si fa ora?» Anche Shock to the System era riuscito ad alzarsi e si guardava attorno spaesato.
«Che facciamo? Ci diamo da fare.» Rebel si stava riprendendo.«Prima che arrivi la Guardia Nazionale passeranno parecchie ore, ci sono sicuramente moltissime persone che hanno bisogno di aiuto. Tiratevi su, forza!»
Poco lontano anche Stakanov e Musashi si erano rimessi in piedi. Il russo stava aiutando Boner a mettersi a sedere. Brawler e Sniper erano rimasti al suolo, apparentemente non operativi.  

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:18:00

Rushmore si era ripreso, aveva controllato le condizioni di Scanner che era ancora incosciente. Metà della strumentazione era partita ma lo schermo con la telemetria dell’armatura di Eric era ancora acceso. SYSTEM FAULT. Nessun dato dalle telecamere o dai sensori, persino il localizzatore GPS era andato. Mentre si dava da fare per riattivare più sistemi possibile teneva d’occhio le comunicazioni del Wyoming, fu un vero sollievo vederlo iniziare le manovre di allontanamento.
Altri schermi inquadravano porzioni diverse di Admiral City, zone in cui erano stati localizzati i Triari. Erano tutti a terra, apparentemente morti. Rushmore continuò a darsi da fare, cercando di costringere la sua mente lontano dal dolore. American Dream fatto a pezzi, Libby dispersa, Uranium probabilmente annientato, tutti gli altri…

Mar dei Caraibi
30 miglia a Nord di Puerto Bolivar, Colombia
Ore 00:18:00

Lady Liberty riprese conoscenza, spossata oltre ogni sua precedente esperienza. Attorno a lei c’erano tre persone, sconosciuti che la fissavano con aria preoccupata.
«Dove… dove sono?»
Le rispose il più giovane, in un inglese fortemente accentato.
«Sulla Madre de Dios signora, questo è un peschereccio. L’abbiamo vista venire giù dal cielo.»
Le tornò tutto alla mente, sequenze tanto dolorose quanto nitide. Doveva capire cosa era successo.
«Avete una radio? Un telefono satellitare?»

Pentagon War Room
Washington, D.C.
23 Aprile 2013
Ore 00:32:00

Il Presidente Romney era passato nella sala videoconferenze, da solo. Dai monitor lo fissavano Vladimir Putin, Hu Jintao e Manmohan Singh.
«Signori, possiamo dirci soddisfatti. Alla fine siamo riusciti a fermare Salazar e a disfarci di parecchi super umani. Stiamo già provvedendo a confiscare tutte le proprietà e le strutture delle Salazar Industries in territorio americano, immagino stiate facendo lo stesso nei vostri paesi.»
Cenni di assenso, sorrisi tirati. Fu Putin a rispondere.
«Come farà con la stampa? La decisione di bombardare Admiral City verrà fuori prima o poi, le sarà difficile rimanere in carica.»
Mitt Romney si versò da bere, alla faccia dei precetti mormoni. C’erano momenti in cui due dita di Bourbon era necessarie.
«Ci penserà Paul Ryan, il mio vice. Io continuerò il nostro lavoro da fuori. Scaricheremo tutte le responsabilità sui super e su Salazar.»
Alzò il bicchiere verso i capi di stato, un muto brindisi.
«Ho fatto quello che dovevo, la storia me ne renderà merito.»

Admiral City
23 Aprile 2013
Ore 00:55:00

Fu Stakanov a trovare Uranium, sul tetto di un palazzo vicino ai resti della Salazar Tower. L’armatura era annerita, la postura fetale. Il russo trovò un pannello di emergenza sul dorso, lo aprì a forza. All’interno un unico led verde pulsava debolmente.
«невероятный, è un miracolo.» Pensò Stakanov. «Quest’uomo è davvero difficile da uccidere.»      


- - -

Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 4 dicembre 2012

Capitolo 33 (di Fra Moretta)



Admiral City
Attico del Crown Plaza
23 Aprile 20
13
Ore 00.10
Terminato il suo banchetto Isabelle iniziò nuovamente a fiutare l’aria cercando il suo nutrimento. Per quanto sostanzioso l’ultimo pasto non ne aveva saziato la  fame anzi quest’ultima era accresciuta. Finalmente sentì una traccia, anzi più di una, e pregustando il banchetto iniziò a muoversi.

Admiral City
Sopra le macerie della Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.12

Eddie si sentiva confuso. Ricordava chiaramente di aver usato i suoi poteri per ascendere verso la cima dell’albero intenzionato ad  uccidere Salazar e Mezzanotte ma, prima che potesse farlo, la Super chiamata Lady Liberty li aveva attaccati, rompendo il campo di forza che li sosteneva. Salazar era precipitato al suolo spappolandosi come un pomodoro mentre Lady Liberty era riuscita in qualche modo a uccidere Mezzanotte privandolo della sua vendetta. Ora il ragazzo si domandava cosa fare: se fosse tornato a terra l’incapacità di controllare il suo potere avrebbe potuto far del male a qualcun altro come era successo con Boner. Mentre si interrogava sul da farsi qualcosa nei pressi delle rovine della Salazar Tower attirò la sua attenzione.

Admiral City
Presso le macerie della Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.12

Boner osservava i resti di suo padre in preda ad una forte confusione: non sapeva se piangerne la morte oppure esultare per il fallimento del suo folle piano. Stava per toccarne il corpo incredula che un uomo che aveva vissuto per cosi tanti secoli avesse ceduto alla morte quando qualcosa attirò il suo sguardo. 
Qualcuno o meglio qualcosa, una figura macilenta si stava avvicinando verso lei e gli altri lentamente, poi improvvisamente scattò e rapidamente attaccò Stray, che era la più vicina del gruppo. La  ragazza cercò di difendersi respingendo la creatura con un colpo telecinetico ma quest’ultima, dopo essere stata scaraventata a terra, si rialzò come se nulla fossa e attacco di nuovo. Stray cercò di colpirla nuovamente ma si rese conto che qualcosa non andava. Si sentiva più debole come se il mostro assorbisse i suoi colpi. Isabelle sorrise mostrando le fauci insanguinate alla ragazza, che lentamente iniziò a cedere e in un attimo si trovo l’aggressore addosso. Prima che Boner e gli altri potessero fare qualcosa, Isabelle le affondò i denti nella gola iniziando a succhiarne il sangue caldo per poi mangiarla strappando bocconi di carne dalla spalla.
Disgustata da quello spettacolo, Boner iniziò a reagire formando attorno al suo corpo una corazza leggera d’osso e caricando Isabelle, che crollò insieme a lei a terra, dove senza darle il tempo di reagire  iniziò a tempestarla con i pugni dopo essersi fatta crescere l’ossatura delle nocche, fino a formare degli spuntoni.
Anche Dehydra partì all’attacco iniziando a prosciugare Isabelle dei liquidi per renderla più vulnerabile ai pugni dell’amica, mentre Uranium cercò di concentrarsi per spazzare via quell’abominio con un unico raggio di energia, dopo che le ragazze avessero terminato. Improvvisamente la situazione si ribaltò e con la rapidità di una lucertola Isabelle assestò un calcio a Boner, scrollandosela di dosso e  sventrò Dehydra con una zampata,  usandone il corpo per pararsi dai colpi di Uranium,  lanciandoglielo infine addosso e tramortendolo. Stava per avventarsi sull’eroe quando qualcuno le piombò addosso in modo simile ad American Dream, schiacciandola al suolo.
Prima che potesse rialzarsi il misterioso assalitore la costrinse a terra, rivelandosi come Eddie. Iniziò a rivoltarla come un guanto: la sua pelle si gonfiava lacerandosi mentre muschi e funghi crescevano sui muscoli e la carne, divorandola. Per un istante il ragazzo sembrò essere il vincitore, ma i tessuti di Isabelle iniziarono a ricrescere e guarire mentre Eddie cominciò a sentirsi più debole. La bestia si rialzò in piedi tenendo il ragazzo per il collo come una bambola, assorbendo sempre più energia da lui e cominciando a crescere, adattandosi così al nuovo carico di Teleforce che il suo organismo succhiava. Afferrò le braccia del ragazzo e le tirò a sé, aprendo in due Eddie come un pacchetto di patatine, lasciandone scivolare le interiora a terra. Avidamente si gettò su di esse, ingoiandole e lappando persino le chiazze di sangue sull’asfalto senza smettere di crescere di dimensioni.

Admiral City
Periferia
23 Aprile 2013
Ore 00.03

«Anche battendoci non otterreste nulla, il dado ormai è tratto e non è più possibile tornare indietro».
«Chi ti ha aiutato a montare questo teatrino, Ghaly?», ringhio Yell.
Con un sorriso di soddisfazione il canopo rispose: «Posso anche dirtelo ormai ha già fatto la sua parte e non mi è più di nessuna utilità. Quello sciocco di Romney si è impegnato ad assistermi tutto preso dalla sua fobia per quelli come noi.»
«E tu? Cosa ci guadagni tu da tutto questo?».
«Io? Io aspirò semplicemente alla grandezza. Ma ora basta parlare preparatevi a morire!»
Il Canopo si lanciò contro Yell cercando di colpirlo con un pugno mentre gli altri canopi si gettavano sugli Old Timers.
Mentre evitava i pugni del costrutto Yell urlò: «Eyes cerca di recidere il controllo di Toth dai suoi doppi, senza la sua volontà questi buffoni dovrebbero cadere come marionette senza fili».
«Ci sto provando Yell, ma non è facile. Il controllo di Ghaly sui suoi costrutti è molto forte», gli replicò Eyes Without a Face mentre i suoi compagni tenevano a bada gli altri canopi.
Yell evitò un altro pugno e colpì il canopo con un calcio allo stomaco, poi mirò alle ginocchia e fece fuoco. Il costrutto cade a terra con le ginocchia spappolate e stava per rialzarsi quando improvvisamente ogni forza lo abbandonò e cadde seguito a ruota dagli altri.
«Alla fine c’è l’ho fatta, Yell, ma è stata dura, senza la sua volontà sono solo dei cadaveri caldi», disse Eyes mentre, Shock e Sweet Sixteen lo sorreggevano.
«Peccato non poter risolvere così facilmente quello che ha combinato», disse amaramente Yell. «Ma se non possiamo salvare vite innocenti state sicuri che le vendicheremo».

Admiral City
Nel cielo sopra la Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.14

Forse Stakanov avrebbe perdonato il suo compagno di ventura per averlo fatto arrivare in ritardo alla battaglia, perché da quel che vedeva il divertimento era tutt’altro che finito.
Si stavano avvicinando in volo alla Salazar Tower, trasportati dai Golem, e ai suoi occhi si presentava il seguente spettacolo: un albero gigantesco si ergeva al posto della Torre mentre una cosa enorme e orribile seminava il panico nelle strade. Qualcuno le volava attorno cercando di colpirla con fasci di energia. Musashi riconobbe Uranium.
«Dobbiamo cercare di aiutarlo», disse il samurai.
«Non devi ripetermelo due volte, Stakanov è sempre pronto!», disse il russo e sganciatosi dal Golem si preparò ad atterrare sul campo di battaglia.
- - -
Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 20 novembre 2012

Capitolo 31 (di Giordano Efrodini)



Admiral City,
Periferia
Mezzanotte

Ovunque guardasse era un Natale di Cenere, ogni cosa era coperta di polvere bianca, lei inclusa. Gli abiti a brandelli, la pelle e i capelli, si posava ovunque impastandosi come pittura sul suo corpo, mescolandosi al sangue, al sudore e alla saliva.
Leccò e divorò e leccò ancora, mai sazia di quella manna dopo il lungo digiuno. Poi la polvere iniziò a parlare. Isabelle. Il retrogusto della Teleforce le sfiorò la mente. Isabelle. Ammit scosse il capo allontanando l’eco fastidiosa. Isabelle, ripeteva quel ronzio, e ogni boccone aveva il sapore insistente di una debole lucidità.

A distanza di sicurezza, Reb teneva sotto tiro la first lady impegnata a consumare il suo pasto a quattro zampe, lappando il terreno come una cagna affamata. Tutti i suoi colpi erano andati a segno ma le pallottole erano state espulse dal corpo, e quando uscirono Isabelle leccò pure quelle per non sprecare nulla. Stava riacquistando le forze a vista d’occhio. I segni delle costole svanivano, le membra di rafforzavano.
«Ragazza mia, sembri uscita da un’edizione da incubo del National Geographic», mormorò fra sé.
L’aspetto di Isabelle Ghaly era selvaggio e ben lungi dall’essere di qualche attrattiva per chiunque non bazzicasse le soglie della depravazione, ma il veterano non ne stava valutando l’avvenenza. Massa corporea, tono muscolare, tensione nervosa e movimenti sempre più sicuri. Questo lo preoccupava, specie dopo averla vista sopravvivere a tutti quei proiettili. Prese il cellulare, serviva aiuto.

In fine riconobbe i suoi nomi, li ricordò entrambi. Isabelle, Ammit. Prima quello che le sussurrava la memoria, il nome della donna, poi quello della bestia. Il nome che li faceva puzzare di paura tutti quanti, rendendo acre il loro sudore, alimentando la sua fame. Qualcosa in quell’ancora torbida lucidità gliene portò un terzo, uno che non usava da molto, molto tempo. Belle. Lui la chiamava Belle nei momenti di tenerezza, prima di farne la sua schiava. Wael. Suo marito doveva morire. Lo giurò a se stessa, alzandosi tra la polvere. Prima però doveva nutrirsi, così Ammit espanse i suoi sensi da predatrice, cercò la Teleforce nell’aria chiamandola a sé, sentì l’energia accarezzarle la pelle e venirne assorbita come non era mai successo prima, riuscì a evocarla persino dal terreno diventando più forte a ogni passo. Ne avvertì il flusso come se fosse immersa in una corrente, vedendola come una mappa, percependo punti di potere che erano altri simili a lei, e agitandola scoprì di poterla manipolare fino a individuarne la fonte. Sorrise.

Reb finì di dettare istruzioni al telefono, poi sudò freddo. L’aria intorno a Isabelle si comportava in modo strano, come un miraggio su strade troppo assolate. Una corrente statica gli sollevò i peli sulle braccia e sentì pizzicare i capelli sulla nuca. La comunicazione si interruppe, poi la vide. L’aria che ribolliva intorno al corpo di Ammit formò una sagoma enorme e accucciata, pronta al balzo. L’ombra della sua omonima dietro la bilancia di Anubis non poteva essere meno spaventosa quando scattò.

Tetti di Admiral City,
23 aprile 2013
Ore 00.05 A.M.

La Teleforce si disperdeva nell’aria da una fonte sempre più vicina, ormai era ovunque, persino nell’aria che stava cavalcando, balzando da un tetto all’altro come il nucleo di una cellula mostruosa. Seguì l’usta della preda che porta con sé il sapore della carne e del sangue. Ammit procedeva nutrendosene nella sua avanzata, come una balena che attraversa il plancton.
Qualcosa aveva sconvolto i cieli di quel luogo permettendole di percepire tutti i Super, consentendo al suo potere di crescere e chiamandola a sé come un faro. Era l’energia stessa a venirle incontro promanando dall’occhio del ciclone. Prima debole, poi sempre più forte, la chiamava a sé come le acque che insegnano ai salmoni il ritorno a casa. Ammit la percepiva e desiderava. La fame stessa aveva permesso quel balzo, acquistando una forma e ghermendo il centro di quel potere per scagliarla verso la meta con un effetto fionda. Il suo corpo era dentro e fuori di lei, controllava quell’energia come un’aura, un arto fantasma, il corpo fantasma della Divoratrice.

Admiral City
Attico del Crowne Plaza
23 aprile 2013
Ore 00.07 A.M.

Finalmente Tito Salazar era un Dio.
Suo padre, quel bastardo arrogante, un insetto.
Tutti erano insetti.
In sé aveva tanta Teleforce da fare di tutti loro quel che avrebbe voluto, e pigramente si domandò la portata di quei poteri che si sarebbe divertito a scoprire uno a uno. Cullando quel pensiero si concesse una gran risata malevola pur riconoscendone il cliché, ma dopotutto non c’era nessuno a guardarlo e fare la spia. Tuttavia l’istante in cui lo formulò, quello stesso pensiero gli diede torto.
La parete a vetri dell’attico esplose e una donna dall’aspetto selvaggio si posò davanti a lui con la grazia di un uccello. I capelli ondeggiarono come se galleggiasse all’interno di un acquario. No, e la forma di una creatura mostruosa e gigantesca, dalla pelle cangiante. La luce del Flare si rifletteva sulla superficie di quel… – Cosa? Un campo di forza, probabilmente – rivelando l’aspetto composito della bestia dalla quale Isabelle Ghaly, irriconoscibile, aveva preso
il suo nome di battaglia.

Isabelle sgranò gli occhi e sorrise fino al deformarsi dei lineamenti.
Se fosse stata una bambina in pasticceria avrebbe battuto le mani saltellato in preda all’eccitazione, ma era una forza della natura affamata, e così non fece complimenti. Spalancò le braccia attirando a sé l’energia, ma Tito la teneva ben salda sebbene gli sembrasse di lottare contro un Buco Nero. Ecco, questo – intuì Tito – era il vero potere di Ammit, era una sorta di Buco Nero affamato di Teleforce, lo era sempre stata.
Frustrata dalla resistenza dell’avversario, Isabelle lanciò un grido, quindi alzò una mano con grazia per poi calarla con forza. In risposta al suo gesto l’aura di Ammit inchiodò Tito Salazar al suolo con una zampata, ma il potere accumulato dall’uomo gli permise di respingerla, o per lo meno di resistere.
In quelle condizioni Salazar aveva tutta l’aria di uno scarafaggio molto cocciuto sotto uno stivale determinato a schiacciarlo, così rimasero intrappolati nel frustrante braccio di ferro opponendo potere a potere, la pressione esercitata da Ammit da una parte e l’energia del Flare dall’altra. Fu solo nel momento in cui vide Isabelle avanzare attraverso l’aura di Ammit, come un pesce intento a raggiunge l’orlo dello stagno, che capì. Non c’era nessuno stallo. I suoi movimenti erano fluidi, morbidi. Tenerlo inchiodato non le costava nessuno sforzo. Il suo potere stava già passando in lei attraverso la pelle del mostro, e il mostro aveva giocato al gatto col topo fin dal
principio.
Quando Isabelle gli fu sopra a cavalcioni, scrutandolo a un palmo dal viso, anche il muso della bestia lo fissò. Allora Tito chiuse gli occhi stretti stretti, come non faceva più da molto tempo, quando era un bambino e temeva i mostri nel buio.
L’istante in cui iniziò a divorarlo le grida presero il posto di singhiozzi infantili, poi si fece via via silenzio e il Flare passò nel suo corpo, dolce come manna nel deserto.
- - -

Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 30 ottobre 2012

Capitolo 29 (di Fräulein R.)



Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.48 P.M.

La vera umiliazione, per Stray, non era che senza Dehydra sarebbe stata ancora raggomitolata a lottare per non annegare nel liquido che le stava riempiendo i polmoni. La vera umiliazione era essersi fatta fregare dal texano e aver pure pensato che, non uccidendola, lui la stesse risparmiando. Cazzate.
Lei, Libby e Dehydra erano risalite dal livello S-13 fino al quinto piano, lentamente, accompagnate dai rumori provocati da chissà cosa ai piani superiori. La torre aveva pure vibrato come un fottuto diapason. Per fortuna era durato pochi istanti, altrimenti Stray avrebbe perso la presa e sarebbe caduta a terra.
Libby, in testa al gruppetto, stava mettendo piede sul pianerottolo del quinto piano quando il brusio di voci le fece fermare. Qualcuno parlottava, da qualche parte oltre la porta antincendio deformata.
Libby e Dehydra la guardarono, le fecero spazio.
Stray afferrò la porta con le mani, trovò un punto d’ancoraggio per sé e tirò. I cardini si sbriciolarono come fossero wafer. Mai fatto così poca fatica. Posò il battente contro il muro e levitò dietro a Dehydra e Libby. Avanzarono caute lungo il corridoio cosparso di detriti, scavalcarono un pezzo di controsoffitto e raggiunsero un’intersezione a T. Le voci venivano da sinistra, più chiare: una donna e un uomo che rideva spesso, dandole i brividi.
Stray sfiorò i muri del corridoio con la telecinesi, scelse un punto stabile, vi si ancorò e si spinse avanti. Respirare era un’agonia, ma usare la telecinesi… Cazzo, mai stato così facile! In un giorno normale lo sforzo avrebbe cominciato a farsi sentire con quel fastidioso formicolio alla nuca. Sembrava evidente che questo giorno non avesse nulla di normale.
Il corridoio terminava sulla porta spalancata di un open space in ristrutturazione. C’erano teli protettivi, calcinacci e una cosa informe coperta di fiori viola stesa sul pavimento. E il tronco di un albero. La chioma sconfinava al piano superiore. Qualche metro più in là un groviglio di radici spesse come rottweiler scendeva dal soffitto.
«Cosa ci fa un albero qui?» sibilò Libby.
«A Prezzemolino devono essere girate le palle di brutto, se quella è una pianta di basilico!»
«Dehydra?» chiamò la voce femminile, dalla stanza.
«Bonnie?»
Raggiunsero l’albero. Questa “Bonnie” era seduta tra le radici, insanguinata.
«Ehi, che è successo?» domandò Dehydra.
«Sono impazziti tutti! Salazar, Eddie, American Dream…» singhiozzò.
Stray tastò attorno, cercò dove si fosse nascosto il tizio con la ridarola.
Rabbrividì.
Niente tizio con la ridarola. In compenso, American Dream, impettito, stava scendendo lungo il buco creato nel soffitto dall’albero.
Sì, vieni qui!
Stray concentrò il proprio potere in alto. Afferrò American Dream per le caviglie e tirò. Lo sentì scivolare giù di un paio di metri, poi scalciare per liberarsi.
Oh, no, figlio d'un cane, questa volta non mi scappi, fosse l'ultima cosa che faccio!
Le parve di sentire le mani di qualcuno che la sorreggevano quando smise di levitare, ma non le importava. L’unica cosa importante era convogliare tutto il potere sull’afferrare e tenere fermo quel grandissimo stronzo.
Mani lo spinsero in giù a partire dalle spalle, altre gli strinsero braccia e gambe in una morsa. Quando lo sentì cercare di girare il capo, gli bloccò la testa e compresse il torace.
Dove pensi di andare? Vuoi sgusciare via? Scordatelo!
«Non fartelo scappare, Stray!»
«No, ferma! Dehydra! no!»
«Non è American Dream! Non è lui!»
Iniziò a premere sulla gola dell’uomo.
«Matt! No, ferme!»
Uno schiaffo le bruciò la guancia, un secondo.
Non si fermò. Ora la sentiva: la torre stava ancora vibrando come un fottuto diapason, solo in modo diverso. Vibrava a tempo con lei, la rafforzava, le dava più mani con cui imprigionare il texano, più forza in ciascuna mano per non farselo scappare, per fargli male come lui ne aveva fatto a lei.
AD si contorse, sembrò allungarsi, sfaldarsi, dimenarsi in preda a spasmi. Le ossa si protesero per fuoriuscire dalla carne, e la carne sembrava indecisa tra squarciarsi e ribollire via.
Stray si sentì ridere, qualcuno urlò.
Un nuovo trucco, eh? Non importa, ti terrò qui, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia.
Gli zigomi esplosero fuori dalle guance di American Dream, spuntoni perforarono il torso, si ripiegarono all’indietro, li sentì esplodere dalla schiena. Sempre più inumano e contorto, sempre più debole nel tentare di resisterle.
Gli strinse il collo con decisione. Qualcosa si ruppe, la massa che tratteneva con la telecinesi all’improvviso evaporò, lasciandola a mani vuote.
Stray era scossa dai conati di vomito e piangeva, accasciata a terra.
«Mi è scappato.» riuscì a gorgogliare.
La torre vibrò piano, come in risposta alle sue parole.
«Ehi, tranquilla, tesoro! Il tizio è morto», la rassicurò Dehydra. Le diede pure una pacca sulle spalle.
«Cosa avete fatto a Matt?»
Stray guardò Libby. La velocista era imbambolata, sconvolta. Sembrava che l’accaduto le avesse tolto tutto l’argento vivo di dosso.
«Non era il tuo Matt. Era Nightshifter.» sputò Bonnie, col naso arricciato.
«Qualunque cosa fosse, ora è a secco come uva sultanina nel Sahara. Cazzo, facciamo una bella squadra!»

* * *

Admiral City.
Attico del Crowne Plaza.
Ore 11.57 P.M.

Tito afferrò il fratello prima che cadesse, lo scosse. Gli occhi di Theo erano fissi sul soffitto, sgranati e acquosi. Annaspava per respirare.
Tito gli slacciò la cravatta e la camicia, lo chiamò per nome.
Gli tastò la gola: battito frenetico, pelle secca. Fumo nero sgusciò dalle labbra screpolate, aleggilò per un istante, venne risucchiato quando Theo inspirò con un singulto.
Tito arretrò di un passo, capì di non poter far nulla quando iniziarono le convulsioni.
Guardò le ossa di Theodor allungarsi, squarciare carne e abiti e trasformarlo in una caricatura umana irta di spuntoni. Il volto era irriconoscibile. Non una sola goccia di sangue era uscita dalle ferite, la carne era secca come cuoio.
Tito sorrise mentre iniziava a svuotargli le tasche.
«Mi spiace, hermano, ma consolati: farò buon uso del tuo cadavere.»

* * *

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.58 P.M.
La torre vibrava di nuovo. Polvere e calcinacci scendevano dal soffitto.
Stray guardò in alto. Scricchiolii continui, le crepe attorno alle radici si allargavano a vista d’occhio, serpeggiavano fino ai muri.
«Oddio, quanto è grande quell’albero?» sussurrò con un brivido.

* * *

Admiral City.
Periferia.
Ore 11.56 P.M.
Ammit ha fame. La gente che si è riversata per le strade fugge quando la vede, ma non è cibo, non vale la pena inseguirli.
Annusa l’aria. Vento umido che odora di mare e di cibo, dalla sua destra. Un bambino malaticcio dagli occhi scuri la guarda da sotto il porticato di una villetta, immobile. Lui la sfamerà, almeno un pochetto. Carne giovane. Carne tenera. Saliva le cola dall’angolo della bocca.
A quattro zampe, corre verso il bambino. Non riesce a pensare ad altro che a quelle gambette magre, a quanto cibo devono contenere. Poco, ma tutto per lei, da strappare, gustare, leccare via, rosicchiare. Un frammento alla volta. E lei ha così tanta fame!
Un colpo, come un pugno, nell’incavo del ginocchio. Un secondo sulla spalla, un terzo sulle reni.
Ammit scarta verso un’auto parcheggiata, ci si lancia contro e la usa per rimbalzare indietro e fronteggiare chi l’ha attaccata.
Uomo con cappello e impermeabile. È sicura che le stia mostrando i denti.
Gli ringhia contro e l’uomo spara, immobile in mezzo alla strada, ma lei scarta di lato e viene solo sfiorata dai frammenti di vetro dell’auto.
È indecisa. Cibo o pericolo? Si piega su ginocchia e gomiti. Un altro pugno caldo, al braccio sinistro.
Prima il pericolo, poi il cibo.
Il vento gira. Ammit sorride. Pericolo e cibo assieme. Perfetto.
Scatta di nuovo. L’asfalto sotto la pelle è caldo, si scuote, la fa inciampare. Il rombo arriva un istante dopo, insieme all’urlo assordante dell’uomo. Si ferma, stordita e con la bocca secca. Ha paura, paura folle di qualcosa che non sa definire. E l’uomo… l’uomo ha qualcosa di sbagliato, anche se Ammit non ricorda cosa.
L’uomo guarda lontano. Ne segue lo sguardo, senza sapere perché.
Un frammento del suo cervello ricorda il profilo, il nome della cosa visibile in lontananza: Salazar Tower.
Tutte le finestre illuminate, la torre barcolla come ubriaca, si spezza in due in verticale. Emette un lampo, come una serie di anelli concentrici, poi tutte le luci si spengono mentre una metà si accascia di lato.
La fame chiama.
Ammit corre verso l’uomo, che sta ancora guardando affascinato il crollo. È a due balzi di distanza quando il cibo solleva il braccio e le spara al polso, senza nemmeno girarsi.
Ammit sgambetta via, ringhiante. Si porta la mano alla bocca. Il sangue sa di buono, ma non come quello del cibo.
Si getta di nuovo all’attacco.
È il vento a fermarla. È secco, lo cavalca il boato del crollo e una nube di polvere finissima che le si deposita addosso e le imbianca la pelle.
Ammit respira a pieni polmoni, si lecca le labbra.
Cibo. Cibo in polvere.
Si lecca le mani e le braccia. Si getta a terra e inizia a lappare la polvere dall’asfalto.
Cibo, ed è tutto suo.
- - -
Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 23 ottobre 2012

Capitolo 28 (di Nicola Parisi)

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 08. 30 A.M.

A Eddie pareva che il tempo impiegato per scendere dalla sequoia fosse stato eterno, adesso che finalmente avevano raggiunto il pavimento Bonnie si era appoggiata a lui.
Nonostante avesse smesso di sanguinare la ragazza le sembrava fin troppo pallida.
«Sei sicura di stare bene?»
«Sì certo, non preoccuparti. Dobbiamo raggiungere mio padre.»
Fugacemente Eddie scrutò la Super, le vesti lacerate dallo scontro con American Dream gli dimostrarono che Bonnie stesse mentendo, il volto, specialmente vicino all'orecchio strappato era una unica, intera, maschera di sangue.
Nonostante tutto lei gli sembrava ancora bellissima.
«Non puoi muoverti in queste condizioni. Il colpo che American Dream ti ha dato è stato troppo forte perfino per te, dobbiamo trovare il modo di medicarti.»
«Lo hai visto anche tu quello non era American Dream. Non più perlomeno».
«Non m'interessa, poteva essere perfino lo spirito dei natali passati strafatto di acidi, ma tu non vai da nessuna parte se prima non ti medichiamo. Adesso prendiamo il primo ascensore che troviamo e ce la svignamo da qui.»
Incurante delle proteste di lei, Eddie la trascinò lungo i corridoi. Solo dopo notò il particolare che non stesse compiendo sforzi nel portare una Super infinitamente più forte di lui.
Era il fatto che stesse calpestando in continuazione i frammenti di vetro delle finestre distrutte praticamente a piedi nudi senza tagliarsi minimamente che lo preoccupò. E molto anche.
«Bonnie, forse non è ancora finita, forse il mio potere sta ancora cambiando».
La ragazza gli sembrava se possibile ancora più pallida ed emaciata di prima, anche solo aprire la bocca pareva gli procurasse sforzi indicibili.
Solo che se anche Bonnie rispose qualcosa il ragazzo non fece in tempo a sentire.
Perché quello fu il momento in cui giunse il lampo.
Istintivamente il giovane Super chiuse gli occhi, ancora più istintivamente strinse a sé la ragazza come per proteggerla dalla luce improvvisa.
Quando i due Super si decisero a riaprire gli occhi trovarono il buio della notte ad attenderli.
«Guarda guarda chi abbiamo qui».
Starcrusher fece un passo in avanti.
Lanciando la prima scarica.

* * *

Tetto della Salazar Tower.
Ore 11.45 P.M

Nightshifter osservava estasiato il panorama davanti a lui, totalmente dimentico della presenza di Salazar. Da Admiral City giungevano in continuazione voci, urla di spavento, rumori causati da incidenti di macchina, sirene di allarmi improvvisi. La maggior parte della città era ancora al buio, i suoi abitanti sorpresi dal cambio temporale si riversavano per le strade come formiche a cui qualcuno avesse appena distrutto il formicaio.
E quelle formiche non avevano ancora capito che quello era solo l'inizio, pensava divertito.
«Non siamo ancora al completo, manca mia figlia. Portami Bonnie».
«Certo che te la porterò», rise Nightshifter giocando ancora con la voce e col corpo di Scarlett Johansson. «Abbiamo una questione in sospeso con la ragazzina.»
C'era però un altra questione da chiudere. E anche in fretta.
L'uomo Atomico si stava avvicinando.
«Noi due dobbiamo parlare.»
No, decisamente quelle formiche laggiù non sapevano ancora quello che li aspettava.
La creatura dai molti corpi assaporò il momento. Presto, molto presto la caccia si sarebbe conclusa.
Un urlo bestiale partì dal profondo del suo essere.
Ogni singolo frammento di sé stesso gli rispose.

* * *

Periferia di Admiral City.
Ore 11.46 P.M

Ammit urlò in preda al dolore. Il cambio temporale aveva finito di sconvolgere il suo già precario equilibrio. Alle orecchie dell'essere risuonavano ovunque urla angosciate di gente spaventata.
Non che questo importasse. Ad Ammit non interessava nulla del cielo, nulla nemmeno della terra che calpestava.
Che fosse libera o prigioniera gli occhi di Ammit vedevano sempre solo in due sfumature: il rosso della rabbia e il buio della sua fame.
Arrivavano odori da lontano, odori di vite rinchiuse in quella torre di debole cemento si staglia sullo sfondo , vite che Ammit era disposta a prendere tutte pur di saziare la sua brama.
Mentre la osservava Rebel Yell non poteva fare a meno di sorprendersi. La cosa dalle forme cangianti sotto di lui non ha più niente dell'essere umano.
«Una volta eri così bella Isabelle, la donna più bella che avessi mai visto.»
Cancellando i ricordi e anche il dolore Rebel estrasse entrambe le pistole e si preparò per andare incontro alla creatura.

* * *

Il mondo attorno a Eddie sembrò esplodere, il colpo aveva scaraventato Bonnie lontano da lui; la ragazza boccheggiava, pareva perfino che avesse perso completamente i suoi poteri. Starcrusher non pago di averla colpita con la scarica uno dopo l'altro le assestava calci sullo stomaco sempre più forti.
«Mi ricordo di te! Tu eri una di quelle puttanelle che stava sempre al seguito di American Dream. Bene, che che effetto fa essere adesso dalla parte dei perdenti?»
Ignorando le fitte di dolore che gli esplodevano da ogni parte del corpo, Eddie trovò la forza di rialzarsi.
«Lasciala stare verme!»
«Ma guarda lo schiavetto si è risvegliato, cosa pensi di farmi? Insegnarmi a far crescere le petunie? C'è qualcosa di più grande che è dalla mia parte.»
Bagliori violacei fuoriuscirono minacciosi dal corpo del criminale.
La prima scarica sfiorò appena la tempia sinistra di Eddie, mentre la seconda parve conficcare Eddie nel muro.
Puntellandosi sulle gambe, il ragazzo riuscì appena a mantenersi in piedi, il dolore della spalla gli risultava insopportabile, le tempie gli martellavano cantiche di derisione.
Costretto ad appoggiarsi al muro per sorreggersi, un detrito appuntito stretto nella mano, Eddie subì un ulteriore colpo dal gigantesco evaso.
«Cosa conti di fare adesso? Prova a venirmi a prendere, sfigato. Siamo solo tu ed io.»
Starcrusher rise ancora una volta, un globo di luce violaceo gli si stava formando rapidamente nella mano, mentre si avvicinava verso il Super.
«Vedi sfigato, ci sono cose che non concepiresti nemmeno che stanno giocando a fare gli dei in giro là fuori, cose che mi hanno lasciato ammazzare American Dream. Cose che vi schiacceranno tutti quanti sempre e comunque. Adesso te lo richiedo, come pensi di fermarmi?»
Eddie spalle al muro si stava preparando a lanciare il detrito, silenziosamente salutò Bonnie che cercava ancora di rialzarsi; rimpianse anche di non averla potuta salutare per bene.
Rimpianse anche di non averla mai nemmeno baciata.
E poi inspiegabilmente rise in faccia al suo avversario
«Ma certo che ti fermerò io», facendo una linguaccia.
E spaccò il detrito sulla fronte di Starcrusher.
«Ma che cazzo credi di fare? Credi che basti questo per farmi male?»
«Credo di averti appena ammazzato. Non con la pietra,no. Quella è stata solo una divertente aggiunta, vedi ho appena scoperto che mi basta toccare le cose per trasformarle, e si dà il caso che ti abbia appena toccato.»
Eddie alzò la mano mimando un saluto ironico, Starcrusher vacillò, per un attimo sembrò gonfiarsi, gli occhi esplosero mentre radici di quercia fuoriuscivano dalle orbite vuote, le dita si deformarono tramutandosi in fiori violacei, dalla gigantesca bocca i denti vennero sfrattati da talee grigiastre.
Con un ultimo gorgoglio l'informe ammasso che una volta era Starcrusher si accasciò definitivamente a terra. Eddie rimase in piedi, in silenzio, tutto l'accaduto gli sembrava un unico immenso incubo nemmeno sognato da lui ma da un estraneo.
Fu Bonnie ad infrangere la pesante cappa di silenzio.
«Eddie, ma come hai fatto?»
La figlia di Salazar lentamente era riuscita a rialzarsi e cercò di stringere a sé il giovane Super dai cui occhi riteneva di aver carpito una profonda tristezza, ma l'altro l'allontanò da lui.
«No Bonnie non mi toccare. Stammi lontana!»
«Ma, Eddie, perché?»
«Ho capito cosa mi sta succedendo, ho capito anche perché non riuscivi a riprendere le forze dopo lo scontro con American Dream e perché le ossa non ti si calcificavano più: sono io! E' colpa mia! Sto cambiando e anche il mio potere lo sta facendo. Non so se è una cosa che ho sempre avuto latente o se è stato causato da tuo padre quando ha pasticciato col mio cervello. Ma adesso ho capito che riesco a trasformare gli oggetti e le persone in altri organismi solo perché prosciugo la forza vitale di chi mi sta vicino. Non ti avvicinare Bonnie perché ero io che ti stavo ammazzando!»

* * *

Salazar Tower.
Ore. 11.55 P.M

Teddy Mercury era convinto ormai di averle ormai viste tutte nel corso della folle giornata trascorsa ad Admiral City. Quando si materializzò nell'ultimo corridoio scoprì di essersi sbagliato: tra le macerie e le scene di distruzione, il Super chiamato Jolly quasi inciampò in una Bonnie rannicchiata in posizione fetale. Nel momento in cui le poggiò una mano sulla spalla si rese conto che la ragazza stava piangendo
«E' opera tua ?» le chiese mentre indicava il maleodorante ammasso di rami, ossa e da cui facevano capolino frammenti insanguinati della tuta di Starcrusher.
«No. E' stato Eddie.»
«E lui dov'è adesso?»
«E' andato a cercare Salazar e Mezzanotte, ha detto che vuole ammazzare mio padre. Si è convinto che per colpa loro lui sta diventando un mostro come Mezzanotte».
«Perfetto,» mormorò tra sé e sé il Jolly «Proprio quello di cui avevamo bisogno in questo momento: un altro Super impazzito e incontrollabile a spasso dentro questa maledetta Torre».
- - -
Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)

martedì 9 ottobre 2012

Capitolo 26 (di Masca Micilina)

Admiral City
Sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 08.00

«Al Grande Toth piacciono le entrate a effetto!» Esclamò con sarcasmo il colonnello Ross avvicinandosi alla cassa di titanio.
«Colonnello, pensavo fosse più giovane.» disse Wael ricambiando la causticità del militare.
«Espletate le formalità, gradirei dare un’occhiata al presente che ha avuto la gentilezza di portare.»
«Lo sa che non è un regalo e sa altrettanto bene cosa voglio in cambio.»
«Certo, prima però voglio vedere dentro la cassa. Sa com’è. Fidarsi é bene….»
Toth non rispose limitandosi a fare un cenno d’assenso. Digitò un codice sul tastierino numerico facendo scattare la serratura.
«Prego.» Disse facendosi da parte.
Ross si fece avanti e aprì leggermente lo sportello.
«Non abbia paura, non morde. È sedata.»
Il colonnello spalancò la cassa.
Era completamente vuota.

***

Admiral City
Attico del Crowne Plaza.
22 Aprile 2013
Ore 07.55

Tito tirò una boccata al sigaro: «Strano effetto i fuochi d’artificio di mattina. Vero, hermano?»
Senza aspettare la risposta portò nuovamente una mano all’orecchio: «Ottimo lavoro Keller. Rapido ed efficace.»
Ci fu una breve scarica di elettricità statica che strappò a Tito una smorfia di disapprovazione.
«Veramente Signore.» La voce di Keller era intrisa d’imbarazzo. «Non siamo stati noi.»

***

Washington D.C.
Casa Bianca
22 Aprile 2013
Ore 07.59

«Il malvagio fugge, anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone.»
Mitt Romney ripeteva lentamente, come un mantra, il passo dei Proverbi che preferiva.
Gli dava sicurezza e forza. Dio solo sapeva quanto ne avesse bisogno.
La visita di Rebel Yell anche se non inaspettata lo aveva irritato. Odiava quell’essere con tutte le sue forze. Ogni singolo atomo della sua anima, sempre che l’anima fosse costituita da atomi, disprezzava Rebel Yell e tutto ciò che rappresentava.
Le parole della Bibbia sembravano avere l’effetto desiderato. Accennò un tiepido sorriso.
«Signore, la conference call sta per iniziare.»
Mitt non rispose. Si guardò un’ultima volta allo specchio e poi si avviò.
Un sorriso compiaciuto ora accendeva il suo volto.
«Come sta il generale Van Outen?» Chiese.
«Lo stanno operando in questo momento, signore. Non è grave e dovrebbe farcela.»
«Ce la farà. Il generale è un osso duro.»
Romney entrò in una piccola stanza ottagonale. Appena lo videro, il generale Anderson e il segretario Hickman si alzarono in piedi.
«Signor Presidente come sta?»
«Non si preoccupi Hickman, sto bene. Non perdiamo tempo e aprite il collegamento.»
Dalla parete completamente tappezzata di monitor al plasma comparvero i volti di Vladimir Putin, Angela Merkel, David Cameron, François Hollande, Yoshihiko Noda e Wen Jiabao.
«Signori, vi do il mio cortese benvenuto.»
Dai piccoli altoparlanti B&O si levarono in simultanea i convenevoli di rito sincronizzati con il labiale delle figure sugli schermi.
L’inglese secco e marziale della Merkel lo irritava. Quella pronuncia era un vero vilipendio alla sua amata lingua; sospirò e riprese a parlare.
«Chiedo scusa per il poco preavviso e per l’orario in cui si svolge questa riunione. Sarete certamente informati di quello che sta succedendo ad Admiral City e, quindi, converrete con me dell’importanza e urgenza di un incontro atto a rimanere aggiornati sulla piega che hanno preso gli eventi e su che cosa accadrà durante le prossime ore.»
Il presidente degli Stati Uniti fece una piccola pausa. Adorava quei momenti, quando il pubblico pendeva dalle sue labbra.
«Il giorno che aspettavamo da molto tempo è finalmente arrivato.»
I volti dei suoi interlocutori lasciarono trasparire un misto di sorpresa ed eccitazione.
Anderson sorrideva mentre il segretario Hickman cercava di mimetizzare il tremolio delle mani giocherellando con la sua Mont Blanc.
«L’inaspettato arrivo di Mezzanotte ha calamitato l’attenzione dei Super più potenti al mondo, che si sono precipitati in poco tempo sul posto. Siamo riusciti anche a far atterrare Wael Ghaly ad Admiral City circa nove minuti fa. Un ordigno è esploso sul suo aereo; speravamo non sopravvivesse, ma è riuscito a lanciarsi dal velivolo prima dell’esplosione. La notizia più importante è però un’altra.»
La teatralità di Romney stava assumendo toni parossistici.
«Signori, sono lieto di comunicarvi che i nostri sforzi sono stati premiati. Il pacco è stato prelevato.»
«Vuole dire che Ammit è nelle nostre mani?» Chiese il premier Cinese, visibilmente incredulo.
«Ammit non è mai salita sul volo di Ghali. Il Grande Toth non si è dimostrato poi così grande. Agenti del nostro caro Vladimir, dopo anni di duro lavoro sotto copertura, sono riusciti ad ottenere la fiducia del presidente egiziano. Sostituire la cassa contenente la moglie e imbarcarla su un nostro velivolo è stato più facile del previsto. Hanno anche avuto il tempo di lasciargli un regalino esplosivo. Essere troppo sicuri di sé può far commettere gravi errori.»
Il presidente Russo era accigliato. «Quindi sta andando tutto come previsto? Nessun problema?»
Il suo collega d’oltreoceano aveva sempre ritenuto Putin un gran rompiscatole e anche in quest’occasione non si era smentito.
«Caro Vladimir, sicuramente hai posto una domanda di cui hai già la risposta. Non si tratta di un vero e proprio problema, diciamo che esiste qualcuno che sa qual é il nostro obiettivo ma non ha la più pallida idea di come lo raggiungeremo. Comunque non desta particolare preoccupazione, al momento si sta dirigendo proprio nell’occhio del ciclone e non ne uscirà vivo.»
L’ennesima pausa.
«E’ il problema di questi Super, anche il loro ego è troppo sviluppato. Si credono immortali, pensano a noi solo come degli esseri inferiori da proteggere o da combattere. E in questo abbiamo le nostre colpe. Abbiamo iniziato a temerli, poi la paura si è trasformata in ammirazione e quest’ultima è diventata devozione. Abbiamo elevato questi abomini al livello degli dei. Questo è stato un nostro errore. Da parte loro, la consapevolezza della nostra venerazione li ha resi arroganti e troppo sicuri di sé. Ci sottovalutano e questo decreterà la loro sconfitta. Il mondo sarà libero per sempre da queste aberrazioni.»
Il volto di Putin non si rilassò. Romney si versò dell’acqua perché iniziava ad avere la gola secca.
«Dopo che il pacco sarà consegnato, per qualsiasi essere il cui DNA contenga anche solo un’infinitesimale quantità di Teleforce, non ci sarà scampo. E se per miracolo qualcuno di loro dovesse sopravvivere, anche il solo il fruscio di una foglia agitata lo metterà in fuga. Vivrà il resto dei suoi giorni nella paura, braccato finché lo troveremo. Perché lo troveremo sicuramente.»
Dopo la consueta pausa a effetto Romney concluse: «Lascio la parola al Generale Anderson che vi spiegherà nel dettaglio cosa accadrà in questa giornata memorabile.»
Anderson si schiarì la voce e attaccò con piglio deciso come si confaceva al suo ruolo.
«Signori, sarò breve perché il tempo è poco. Come ha accennato il Presidente, il pacco è in viaggio verso Admiral City. Le nostre truppe si stanno dirigendo in loco per circoscrivere e isolare la zona. La città sarà isolata mentre Ammit eliminerà qualsiasi traccia di Teleforce si trovi nel perimetro.»
«Avete fatto una stima delle casualità?» Chiese la Merkel.
Nella sala ottagonale il silenzio calò come una coltre di piombo.
Il generale Anderson si schiarì la voce.
«E’ impossibile fare una stima delle vittime. Dipende dalla reazione dei Super e dello START quando si renderanno conto che sono sotto un nuovo attacco. La nostra arma, chiamiamola così, non dovrebbe nuocere agli esseri umani.»
«Dovrebbe?» Era stato il presidente francese a parlare.
Il generale era in palese difficoltà.
Lo salvò Hickman: «Signori, è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sbarazzarci in modo definitivo di quegli esseri. Sono convinto che il numero di casualità non sarà elevato, ma dobbiamo anche essere pronti a portare il peso di un’eventuale distruzione di Admiral City.»
«Non è possibile pianificare un’evacuazione a breve termine?» Chiese Noda, il premier giapponese.
«Non c’è tempo, inoltre rischieremmo d’insospettire i nostri bersagli.» Tagliò corto il primo ministro cinese.
«E l’essere che si fa chiamare Mezzanotte?»
Il silenzio si fece di nuovo pesante.
Fu Romney a romperlo: «È la variabile impazzita del nostro progetto. Dobbiamo sperare che una volta trovato ciò che cerca, torni da dov’è venuto.»
«Altrimenti?»
«Altrimenti non ci sarà un altro giorno.»
Ritornato nella stanza ovale insieme al Segretario di Stato, Romney aprì l’umidor da scrivania e tirò fuori un Cohiba Coronas Especiales. Dopo averlo passato nel bucasigari, lo accese tirando un paio di lunghe boccate e si buttò sul divano. Era solo il primo mattino ma era già esausto perché stava camminando sulla linea che separa il confine tra gloria e infamia e la tensione era forte, quasi insostenibile. Dentro di sé, però, si stava facendo strada la certezza della vittoria. Dio era con lui e la sconfitta non era contemplata nel suo disegno delle cose.
«Hickman, ho bisogno di riposare qualche minuto ma voglio essere informato di qualsiasi novità, anche la più insignificante.»
«D’accordo signore.»
«Ancora una cosa.»
Hickman si voltò: «Presidente?»
«Quando tutto sarà finito… Portatemi la testa di Rebel Yell.»
Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti spense il sigaro, allentò il nodo della cravatta e si distese.
Si assopì e sognò un mondo senza Super.

***

Periferia di Admiral City.
22 Aprile 2013
Ore 08.27

Ammit si fermò e annusò l’aria.
Aveva fame.
Una fame che non aveva mai provato prima.
In quel luogo c’era cibo in abbondanza.
In cima a un vecchio edificio Rebel Yell osservava la creatura attraverso le lenti di un binocolo.
Sulla fronte si erano formate piccole gocce di sudore. Non ricordava l’ultima volta che aveva sudato.
Imprecò. Avrebbe dovuto starne fuori.
Dopo questa brutta storia avrebbe dovuto fare un bel discorsetto a quel bastardo di Mitt e questa volta non sarebbe stato tenero.
Prima, però, doveva rimanere vivo.
- - -

Scarica Due minuti a Mezzanotte in formato ePub o in formato Mobi aggiornato di settimana in settimana! (Impaginato da Matteo Poropat)