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martedì 6 novembre 2012

Capitolo 30 (di Miss Marvel)



Admiral City
Cielo sopra la Salazar Tower
22 aprile 2013
11.59 PM
Cielo sopra la Salazar Tower

Hal Salazar strinse i denti, cercando di vincere il senso di vertigine. Il campo magnetico in cui era chiuso insieme a Maxwell – Mezzanotte – era invisibile. Sotto di esso osservava il grattacielo che si era spezzato a metà, lasciando cadere tonnellate di detriti sulla città. Era uno spettacolo al contempo affascinante e orribile. Un enorme, innaturale albero era la causa del crollo. Il tronco abnorme aveva sventrato la Salazar Tower, spaccando cemento, acciaio, vetro, titanio.
Una serie di anelli concentrici di energia bluastra avvolgevano la colossale pianta. L'antenna funziona ugualmente, fu il primo pensiero di Hal. Poi provò un dolore profondo, lacerante, per ciò che era successo al suo grattacielo. Alla mia città.
«Manca un minuto», sentenziò Mezzanotte, serafico. «Il ricevitore reggerà?»
Salazar guardò il compare, cercando di scuotersi. «Reggerà. Ma tutto questo...»
«Soltanto un piccolo sacrificio in più, per cambiare il mondo. Devi essere forte.»
Un ragazzo dai vestiti lacerati levitava verso la sommità dell'albero, in una posa che ricordava in un qualche modo il defunto American Dream.
Eddie.

* * *

Admiral City
Poco sopra le macerie della Salazar Tower
22 aprile 2013
11.59 PM

Libby era incredula. Il grattacielo si era spezzato sopra le loro teste, mentre salivano lungo le scale. L'edificio aveva tremato, scaraventando le tre donne a terra. Stray, la telecineta di Fortress Europe, era stata rapida e istintiva. Utilizzando il suo potere aveva sollevato in volo se stessa e le compagne. Insieme erano uscite dalla finestra più vicina. Non contenta era riuscita a schermarle dalla pioggia di detriti e calcinacci, portandole più su, fin dove si vedeva la linea di frattura della Salazar Tower, spezzata in due da un albero di dimensioni titaniche che cresceva dentro la torre.
Libby notò quattro figure sospese in volo, un centinaio di metri sopra le loro teste. Con mano tremante accese la modalità zoom dei suoi occhialini da runner. Il vecchio Hal Salazar e un uomo sconosciuto, l'aspetto vagamente da santone, levitavano uno accanto all'altro. Un terzo Super, molto più giovane, stava raggiungendo la sommità dell'albero. A centoventi metri in linea d'aria dai tre c'era infine Uranium, sospeso in volo nella sua tuta ipertecnologica.
«Che cosa cazzo...»
Dehydra non riuscì a concludere la domanda. Una voce riecheggiò nella testa delle tre Super.
«Ascoltatemi! Sono Scanner.»
«Si è ripreso, professore?», replicò Libby, pur rendendosi conto dell'inutilità di farlo ad alta voce. Gli psionici la irritavano da sempre.
«Non c'è tempo per questo. Dovete fermare Salazar e Mezzanotte. Avete tredici minuti per farlo.»
Stray e Dehydra scambiarono sguardi preoccupati con la Super dello START, che fece loro cenno di attendere. «Professore, si spieghi meglio.»
«Nessuna spiegazione, vi invio tutto ciò che ho scoperto in forma di input mnemonico.» Non fece in tempo a concludere la frase-pensiero che la testa di Libby si riempì di una ridda di immagini, parole e dati.

E Libby vide tutto.
Il governo lo chiamava Evento Mezzanotte, gli scienziati Tempesta Elettromagnetica Anomala. Hal Salazar, che la ragazza scoprì essere a sua volta un Super, lo aveva battezzato Flare di Teleforce. Fonte e origine ignota, generato nello spazio, il Flare avrebbe investito la Terra alla mezzanotte del 22 aprile 2013, attraversandola, invisibile, in dodici minuti esatti. Per quel poco tempo tutti i Super del pianeta avrebbero goduto di un ampliamento dei loro poteri. Molti non se ne sarebbero nemmeno accorti.
Salazar aveva interpretato quell'evento come un segno del destino. L'umanità doveva mutare, evolversi. Con un mondo di Super, nessuno avrebbe patito più miseria e dolore. Imbrigliare il Flare di Teleforce e usarlo per distribuire la sua potenza su tutto il pianeta: solo lui, tramite il suo sapere e le sue industrie, poteva farlo. Aveva costruito un'antenna ricevente all'interno della Salazar Tower: dai piani segreti del grattacielo fin su, alla sommità.
Una volta raccolta l'energia proveniente dallo spazio aveva però bisogno di qualcuno in grado di diffonderla ovunque. L'unico a poterlo fare era un suo vecchio amico Super, di nome Maxwell, ora noto come Mezzanotte. Ignoto ai più, ma dotato di poteri eccezionali. Ucciso nel 2002 da un virus genetico programmato da un gruppo di potere occulto, interno all'ONU. Resuscitato in quelle ultime ore grazie a uno Super sconosciuto, Eddie, dotato di incredibili talenti latenti. Che era poi il ragazzo in cima all'albero gigante.
I principali governi mondiali sapevano del Flare ma non avevano la tecnologia e le capacità per sfruttarlo. Molti, tra cui il presidente Romney, temevano che Hal Salazar, il miliardario visionario, avrebbe tentato di sfruttarlo per creare una nuova generazione di sovrumani. Pur non conoscendo la reale portata dei progetti del vecchio, non potevano lasciargli via libera. Hanno elaborato piani di contenimento, piani di sterminio dei Super. Qualcuno considerava l'Evento Mezzanotte come un'occasione per porre fine a quelle anomalie che camminavano tra i normali esseri umani.
Salazar sapeva che avrebbero cercato di fermarlo. Studiò contromosse. I Triari, il finto attacco ad Admiral City, e infine il balzo temporale in avanti, che era costato metà del potere del resuscitato Maxwell, nonché parte dell'energia rubata a Uranium, l'uomo atomico, attirato sul grattacielo. Era il trucco che lo avrebbe portato alla vittoria, spiazzando gli avversari che non si aspettavano nulla del genere.

Libby scosse la testa, frastornata. Stray le appoggiò una mano sulla spalla. Si guardarono negli occhi. Quelli della velocista erano colmi di lacrime. Avevano visto anche altro. Matt, American Dream, era morto. Ucciso dopo essere stato utilizzato da Salazar e Mezzanotte come ulteriore pedina, come fumo negli occhi dei potenti mondiali.
Tutti erano colpevoli. Tutti.
«Mi spiace moltissimo», mormorò la telecineta tedesca.
Poi gli strati di energia bluastra che avvolgevano i resti della torre e l'albero che l'aveva distrutta si gonfiarono a dismisura, pulsando e salendo verso il cielo. Verso Salazar e Maxwell.
Era scoccata la mezzanotte.

* * *

Admiral City
22 aprile 2013
Mezzanotte

«Uranium, Lady Liberty, Stray, Dehydra, ascoltate.» La voce psichica di Scanner era ancora più intensa. «Vi porto gli ordini del tenente colonnello Ross: dovete fermare quei due. I conti con gli altri colpevoli di tutto ciò li faremo più tardi. Ora dobbiamo impedire che Mezzanotte compia qualcosa che potrebbe avere esiti catastrofici. Nessuno conosce le possibili conseguenze
Libby ascoltava e osservava. Maxwell assorbiva l'energia blu, le braccia aperte come un Cristo redentore. Anche la ragazza sentiva gli effetti del Flare, di cui in precedenza aveva percepito solo le avvisaglie. Il corpo le pulsava di potere, di vitalità. Anche le sue compagne parevano godere dello stesso miracolo.
«Uranium, tu pensa a Mezzanotte», proseguì Scanner. «Distruggilo, non c'è altro modo. Voi, ragazze, bloccate Salazar. Fatelo prig...»
«No», urlò Libby. «Mezzanotte è mio.»
«Non hai le capacità per...»
«Stai zitto.» Ignorando le proteste del telepate si rivolse a Stray. «Così potenziata puoi farmi volare fino a quel bastardo?»
La tedesca ci pensò un attimo, poi annuì. Senza attendere altro tese le mani psichiche e agganciò Libby, scagliandola come un proiettile verso il cielo buio. Lady Liberty assunse la posizione di volo tipica di Matt. Si accorse di poter accelerare i suoi movimenti col solo pensiero, anche senza una base d'appoggio su cui darsi la spinta. Piombò addosso a Mezzanotte a Mach 2.5, disperdendo il campo di forza invisibile che teneva in salvo Hal Salazar. Non badò al vecchio che precipitava. Colpì Maxwell a pugni uniti, spingendolo via dalla colonna di energia blu, che però lo seguì, unito come un cordone ombelicale.
Il Super accusò il colpo. Sputò sangue, ma poi sorrise. «Non dovresti combattermi, bensì unirti a me», affermò, mentre frenando incendiava l'aria attorno a sé.
«Maledetto!» Come una furia, Libby gli sferrò un pugno a velocità supersonica. Mezzanotte schivò, veloce quasi quanto lei. Quasi: il colpo gli tranciò di netto l'orecchio destro.
Maxwell socchiuse gli occhi, da cui scaturirono due fulmini che investirono la ragazza. Le strapparono i vestiti, causandole ustioni diffuse. In circostanze normali Lady Liberty sarebbe morta. Si limitò invece a stringere i denti, potenziata dal Flare a cui era esposta. Tempestò l'avversario di colpi di Krav Maga sferrati in ipervelocità. Riuscì a piazzargli una ginocchiata al fianco destro, sbriciolandogli un paio di costole. Per tutta risposta Mezzanotte amplificò il suo campo energetico, torcendo i muscoli della ragazza con un elettroshock intensissimo. Se in quel momento lei era forte quanto il povero Matt, Maxwell era paragonabile a Dio.
«I prescelti di Salazar, Eddie e Bonnie, saranno araldi migliori di voi», affermò, tendendo la mano destra per bruciarla come un fiammifero.
All'improvviso il Flare lo abbandonò, deviando verso un punto a nord-ovest, giù in città, attirato da chissà cosa.
Mezzanotte spalancò gli occhi, incredulo. Libby non gli lasciò il tempo per riprendersi dallo stupore. Lo afferrò per le spalle e schizzò orizzontalmente verso sud-est. Si accorse che oramai volava autonomamente. Aumentò la velocità fino a raggiunge Mach 7. Accelerò ancora, passando oltre lo skyline di Admiral City. Tra le sue mani il corpo di Maxwell si contorceva, sottoposto a pressioni che la ragazza poteva reggere, ma lui no. Fu a Mach 10, in volo sopra la Martinica, che l'uomo si disarticolò, le ossa frantumate, gli organi interni collassati, gli occhi esplosi. Libby decelerò fino a rimanere sospesa sopra le acque buie del Mar dei Caraibi.
Lasciò cadere il cadavere di Mezzanotte, quindi planò, semicosciente, verso l'ignoto.

* * *

Admiral City
Attico del Crowne Plaza
23 aprile 2013
Ore 00.05 AM

Il Flare di Teleforce investì Tito Salazar, inginocchiato al centro della sala, gli occhi chiusi, i muscoli tesi. Era vestito con la speciale tuta color antracite, in nano-network, che lo aiutava a distribuire l'energia assorbita al suo organismo. Nella mano destra stringeva i due telecomandi, il suo e quello del defunto fratello Theodor. Non li aveva più lasciati, per scaramanzia, anche dopo aver attivato il deviatore innestato in tempi non sospetti su quello che fino a poche ore prima era lo scheletro inanimato del vecchio Maxwell.
Oh sì, pensò Tito, sarebbe stato uno spreco dividere tutto questo potere con gli insetti là fuori, caro vecchio e stronzo padre mio.
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martedì 30 ottobre 2012

Capitolo 29 (di Fräulein R.)



Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.48 P.M.

La vera umiliazione, per Stray, non era che senza Dehydra sarebbe stata ancora raggomitolata a lottare per non annegare nel liquido che le stava riempiendo i polmoni. La vera umiliazione era essersi fatta fregare dal texano e aver pure pensato che, non uccidendola, lui la stesse risparmiando. Cazzate.
Lei, Libby e Dehydra erano risalite dal livello S-13 fino al quinto piano, lentamente, accompagnate dai rumori provocati da chissà cosa ai piani superiori. La torre aveva pure vibrato come un fottuto diapason. Per fortuna era durato pochi istanti, altrimenti Stray avrebbe perso la presa e sarebbe caduta a terra.
Libby, in testa al gruppetto, stava mettendo piede sul pianerottolo del quinto piano quando il brusio di voci le fece fermare. Qualcuno parlottava, da qualche parte oltre la porta antincendio deformata.
Libby e Dehydra la guardarono, le fecero spazio.
Stray afferrò la porta con le mani, trovò un punto d’ancoraggio per sé e tirò. I cardini si sbriciolarono come fossero wafer. Mai fatto così poca fatica. Posò il battente contro il muro e levitò dietro a Dehydra e Libby. Avanzarono caute lungo il corridoio cosparso di detriti, scavalcarono un pezzo di controsoffitto e raggiunsero un’intersezione a T. Le voci venivano da sinistra, più chiare: una donna e un uomo che rideva spesso, dandole i brividi.
Stray sfiorò i muri del corridoio con la telecinesi, scelse un punto stabile, vi si ancorò e si spinse avanti. Respirare era un’agonia, ma usare la telecinesi… Cazzo, mai stato così facile! In un giorno normale lo sforzo avrebbe cominciato a farsi sentire con quel fastidioso formicolio alla nuca. Sembrava evidente che questo giorno non avesse nulla di normale.
Il corridoio terminava sulla porta spalancata di un open space in ristrutturazione. C’erano teli protettivi, calcinacci e una cosa informe coperta di fiori viola stesa sul pavimento. E il tronco di un albero. La chioma sconfinava al piano superiore. Qualche metro più in là un groviglio di radici spesse come rottweiler scendeva dal soffitto.
«Cosa ci fa un albero qui?» sibilò Libby.
«A Prezzemolino devono essere girate le palle di brutto, se quella è una pianta di basilico!»
«Dehydra?» chiamò la voce femminile, dalla stanza.
«Bonnie?»
Raggiunsero l’albero. Questa “Bonnie” era seduta tra le radici, insanguinata.
«Ehi, che è successo?» domandò Dehydra.
«Sono impazziti tutti! Salazar, Eddie, American Dream…» singhiozzò.
Stray tastò attorno, cercò dove si fosse nascosto il tizio con la ridarola.
Rabbrividì.
Niente tizio con la ridarola. In compenso, American Dream, impettito, stava scendendo lungo il buco creato nel soffitto dall’albero.
Sì, vieni qui!
Stray concentrò il proprio potere in alto. Afferrò American Dream per le caviglie e tirò. Lo sentì scivolare giù di un paio di metri, poi scalciare per liberarsi.
Oh, no, figlio d'un cane, questa volta non mi scappi, fosse l'ultima cosa che faccio!
Le parve di sentire le mani di qualcuno che la sorreggevano quando smise di levitare, ma non le importava. L’unica cosa importante era convogliare tutto il potere sull’afferrare e tenere fermo quel grandissimo stronzo.
Mani lo spinsero in giù a partire dalle spalle, altre gli strinsero braccia e gambe in una morsa. Quando lo sentì cercare di girare il capo, gli bloccò la testa e compresse il torace.
Dove pensi di andare? Vuoi sgusciare via? Scordatelo!
«Non fartelo scappare, Stray!»
«No, ferma! Dehydra! no!»
«Non è American Dream! Non è lui!»
Iniziò a premere sulla gola dell’uomo.
«Matt! No, ferme!»
Uno schiaffo le bruciò la guancia, un secondo.
Non si fermò. Ora la sentiva: la torre stava ancora vibrando come un fottuto diapason, solo in modo diverso. Vibrava a tempo con lei, la rafforzava, le dava più mani con cui imprigionare il texano, più forza in ciascuna mano per non farselo scappare, per fargli male come lui ne aveva fatto a lei.
AD si contorse, sembrò allungarsi, sfaldarsi, dimenarsi in preda a spasmi. Le ossa si protesero per fuoriuscire dalla carne, e la carne sembrava indecisa tra squarciarsi e ribollire via.
Stray si sentì ridere, qualcuno urlò.
Un nuovo trucco, eh? Non importa, ti terrò qui, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia.
Gli zigomi esplosero fuori dalle guance di American Dream, spuntoni perforarono il torso, si ripiegarono all’indietro, li sentì esplodere dalla schiena. Sempre più inumano e contorto, sempre più debole nel tentare di resisterle.
Gli strinse il collo con decisione. Qualcosa si ruppe, la massa che tratteneva con la telecinesi all’improvviso evaporò, lasciandola a mani vuote.
Stray era scossa dai conati di vomito e piangeva, accasciata a terra.
«Mi è scappato.» riuscì a gorgogliare.
La torre vibrò piano, come in risposta alle sue parole.
«Ehi, tranquilla, tesoro! Il tizio è morto», la rassicurò Dehydra. Le diede pure una pacca sulle spalle.
«Cosa avete fatto a Matt?»
Stray guardò Libby. La velocista era imbambolata, sconvolta. Sembrava che l’accaduto le avesse tolto tutto l’argento vivo di dosso.
«Non era il tuo Matt. Era Nightshifter.» sputò Bonnie, col naso arricciato.
«Qualunque cosa fosse, ora è a secco come uva sultanina nel Sahara. Cazzo, facciamo una bella squadra!»

* * *

Admiral City.
Attico del Crowne Plaza.
Ore 11.57 P.M.

Tito afferrò il fratello prima che cadesse, lo scosse. Gli occhi di Theo erano fissi sul soffitto, sgranati e acquosi. Annaspava per respirare.
Tito gli slacciò la cravatta e la camicia, lo chiamò per nome.
Gli tastò la gola: battito frenetico, pelle secca. Fumo nero sgusciò dalle labbra screpolate, aleggilò per un istante, venne risucchiato quando Theo inspirò con un singulto.
Tito arretrò di un passo, capì di non poter far nulla quando iniziarono le convulsioni.
Guardò le ossa di Theodor allungarsi, squarciare carne e abiti e trasformarlo in una caricatura umana irta di spuntoni. Il volto era irriconoscibile. Non una sola goccia di sangue era uscita dalle ferite, la carne era secca come cuoio.
Tito sorrise mentre iniziava a svuotargli le tasche.
«Mi spiace, hermano, ma consolati: farò buon uso del tuo cadavere.»

* * *

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.58 P.M.
La torre vibrava di nuovo. Polvere e calcinacci scendevano dal soffitto.
Stray guardò in alto. Scricchiolii continui, le crepe attorno alle radici si allargavano a vista d’occhio, serpeggiavano fino ai muri.
«Oddio, quanto è grande quell’albero?» sussurrò con un brivido.

* * *

Admiral City.
Periferia.
Ore 11.56 P.M.
Ammit ha fame. La gente che si è riversata per le strade fugge quando la vede, ma non è cibo, non vale la pena inseguirli.
Annusa l’aria. Vento umido che odora di mare e di cibo, dalla sua destra. Un bambino malaticcio dagli occhi scuri la guarda da sotto il porticato di una villetta, immobile. Lui la sfamerà, almeno un pochetto. Carne giovane. Carne tenera. Saliva le cola dall’angolo della bocca.
A quattro zampe, corre verso il bambino. Non riesce a pensare ad altro che a quelle gambette magre, a quanto cibo devono contenere. Poco, ma tutto per lei, da strappare, gustare, leccare via, rosicchiare. Un frammento alla volta. E lei ha così tanta fame!
Un colpo, come un pugno, nell’incavo del ginocchio. Un secondo sulla spalla, un terzo sulle reni.
Ammit scarta verso un’auto parcheggiata, ci si lancia contro e la usa per rimbalzare indietro e fronteggiare chi l’ha attaccata.
Uomo con cappello e impermeabile. È sicura che le stia mostrando i denti.
Gli ringhia contro e l’uomo spara, immobile in mezzo alla strada, ma lei scarta di lato e viene solo sfiorata dai frammenti di vetro dell’auto.
È indecisa. Cibo o pericolo? Si piega su ginocchia e gomiti. Un altro pugno caldo, al braccio sinistro.
Prima il pericolo, poi il cibo.
Il vento gira. Ammit sorride. Pericolo e cibo assieme. Perfetto.
Scatta di nuovo. L’asfalto sotto la pelle è caldo, si scuote, la fa inciampare. Il rombo arriva un istante dopo, insieme all’urlo assordante dell’uomo. Si ferma, stordita e con la bocca secca. Ha paura, paura folle di qualcosa che non sa definire. E l’uomo… l’uomo ha qualcosa di sbagliato, anche se Ammit non ricorda cosa.
L’uomo guarda lontano. Ne segue lo sguardo, senza sapere perché.
Un frammento del suo cervello ricorda il profilo, il nome della cosa visibile in lontananza: Salazar Tower.
Tutte le finestre illuminate, la torre barcolla come ubriaca, si spezza in due in verticale. Emette un lampo, come una serie di anelli concentrici, poi tutte le luci si spengono mentre una metà si accascia di lato.
La fame chiama.
Ammit corre verso l’uomo, che sta ancora guardando affascinato il crollo. È a due balzi di distanza quando il cibo solleva il braccio e le spara al polso, senza nemmeno girarsi.
Ammit sgambetta via, ringhiante. Si porta la mano alla bocca. Il sangue sa di buono, ma non come quello del cibo.
Si getta di nuovo all’attacco.
È il vento a fermarla. È secco, lo cavalca il boato del crollo e una nube di polvere finissima che le si deposita addosso e le imbianca la pelle.
Ammit respira a pieni polmoni, si lecca le labbra.
Cibo. Cibo in polvere.
Si lecca le mani e le braccia. Si getta a terra e inizia a lappare la polvere dall’asfalto.
Cibo, ed è tutto suo.
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martedì 29 maggio 2012

Capitolo 8 (di Black Terror)


 
Admiral City
22 Aprile 2013
Salazar Tower
Ore: 5.45

Qualcosa gocciolò sullo spallaccio antishock di Stray. La ragazza guardò in alto, scrutando la sagoma imponente della Salazar Tower. Il cielo era buio, mancava ancora un po' di tempo al sorgere del sole. Sopra di lei il grattacielo era un monolite scuro. La corrente elettrica mancava fin dal momento dell'arrivo del team di Fortress Europe. Le uniche cose che scorgeva erano i crepitii energetici provenienti dalla sommità dell'edificio, dove l'entità conosciuta come Mezzanotte aveva attaccato.
Una seconda goccia le arrivò quasi in un occhio. Con una reazione istintiva riuscì a fermarla a mezz'aria, semplicemente concentrandosi. Era sangue. La deviò col pensiero, quindi continuò a levitare, rallentando l'andatura. Procedeva passando a pochi centimetri dalla parete del grattacielo. Volava solo grazie alla telecinesi e non poteva che salire verticalmente, con cautela. E se qualcosa le avesse fatto perdere la concentrazione...
«Sunlight mi senti?» Nessuna risposta radio. Il suo amico, caposquadra del team di FE mandato in supporto agli alleati americani, era irraggiungibile da quasi mezz'ora. La squadra si era divisa proprio su suo ordine.
Rockster era entrato dal pianoterra, subendo inevitabili ritardi per validare la sua presenza ai soldati della Guardia Nazionale e ai Federali.
Cheveux d'Ange stava collaborando con Rushmore, il genio dello START. Tentavano di svegliare il comatoso Professor Scanner, l'unico ad aver letto la mente di Mezzanotte, subendone le conseguenze.
Archer attendeva ai comandi del flyer, dalle parti della spiaggia di Parque de l'Indio, dove i militari lo avevano fatto atterrare. Lei e Sunlight invece avevano optato per una penetrazione dall'alto. Ma ora Stray, Archer a parte, non riusciva più a contattare nessuno dei suoi compagni.
Impulsi elettromagnetici, guerra elettronica, Teleforce, superpoteri: le spiegazioni per il silenzio radio che avvolgeva la Torre potevano essere tante.

Arrivò al ventottesimo piano e lo vide: un corpo riverso sul davanzale di una finestra in frantumi. Era vestito con una exosuit nera, bruciata in alcuni punti e liquefatta in altri. “È stato Sunlight”, pensò. “È passato di qui.” Esaminò il cadavere senza toccarlo. Era uno dei tirapiedi di Mezzanotte. Come li aveva chiamati il biondino, Cheveux d'Ange, pescando l'informazione dal cervello di Scanner? Triari, se non sbagliava.
«Sun, sei qui?», chiamò attraverso la finestra, osservando un ufficio buio, coi mobili devastati dalla colluttazione. «Avanti Tyke rispondi, maledetto olandese.»
Scavalcò il corpo ed entrò, accendendo la piccola Maglite che portava alla cintura. Un'intera parete era annerita, i quadri esplosi, le tele bruciate. Altro indizio del passaggio di Sunlight.
La porta che dava sul corridoio era socchiusa. La spalancò col pensiero, pronta al peggio. Vide soltanto un corridoio buio e il cadavere di un secondo Triario, morto a pochi passi dall'uscita che dava sulle scale interne della Salazar Tower. Perché Tyke era entrato da lì?
Stray si passò una mano tra i capelli biondi e regolò l'auricolare. «Archer, Cheveux mi sentite?»
Le rispose un fruscio fastidioso, seguito dalla voce disturbata del pilota inglese. «Poco e male», le ripeté due volte. «Sto cercando di...» ma la frase fu troncata da altre scariche statiche.
Insistette: «Qualcuno sta ancora monitorando la Torre? Non vedo elicotteri nelle vicinanze.»
«Crrr... crrr... Droni di crrr... Chiamando Salazar ma... crrr... a zero per ora.»
«Ti sento di merda», sbottò Stray, spazientita. Quando perdeva la pazienza il suo passato da teppistella cresciuta nei vicoli di Neukölln emergeva prepotente. «Se sei ancora in linea cerca di individuare se ci sono movimenti al ventottesimo piano dell'edificio. E cerca di localizzare anche i GPS di Rockster e Sun, cazzo!»
«Stray, ascoltami.» Questa volta la replica giunse forte e chiara. «Ragazza, mi senti?»
Non si trattava di Archer, di Tyke e nemmeno di Rock. Inglese con accento texano, una voce nota in tutto il mondo. «AD? Sei tu?»
«Sono io. Sei vicina vero? Sunlight mi ha detto che stai salendo radente alla Torre.»
Stray rientrò nell'ufficio e si sporse dalla finestra, guardando in alto. Una figura si stagliava sopra di lei, diversi piani più su. Era sospesa in volo a braccia conserte. La Super sapeva che almeno due membri dello START erano penetrati nel grattacielo poco dopo l'attacco di Mezzanotte. American Dream era stato il primo, come ci si aspettava dal più grande eroe statunitense. A ruota lo aveva seguito Libby, o almeno così le aveva detto Archer, bypassando le frequenze della Guardia Nazionale.
«Ti vedo», gli disse, sventolando poi una mano.
AD le rispose con un cenno. «Raggiungimi quassù. Quarantesimo piano, terrazzino del Belvedere Restaurant. Sunlight è ferito, ha bisogno di te.»
Stray si irrigidì. Tyke era nei guai? Maledì la baronessa Ashton, che in nome dell'Unione per gli Affari Esteri aveva mandato mezza FE a rischiare la vita lontano da casa. Scavalcò di nuovo il davanzale e levitò verso l'alto, mentre Admiral City, scossa dagli attacchi dei seguaci di Mezzanotte, rimpiccioliva sotto di lei.

Raggiunse American Dream, che nel mentre si era appoggiato al cornicione del Belvedere. Le vetrate del ristorante erano a pezzi, i tavoli rovesciati, gli splendidi vasi in frantumi. Il Super dello START le sorrise. Indossava il suo famoso costume in spandex rosso e blu, con un cerchio bianco fluorescente all'altezza del cuore. Era bello, con quell'aria a metà tra il boy scout e la rockstar che tutte le donne del pianeta conoscevano. Poteva non piacere, ma di certo aveva fascino.
Stray atterrò sul terrazzino. «È un sollievo vederti.» Lo pensava davvero. «Credevo di essere rimasta sola. È assurdo, lo so...» Poi lo vide. Sunlight era infilzato sulla statua del Nettuno al centro della sala principale del ristorante. Il tridente di bronzo lo inforcava dal petto, sbucando dalla schiena. La ragazza si portò le mani guantate alla bocca.
American Dream si voltò, senza smettere di sorridere. «C'erano un olandese, una tedesca e uno scozzese. Tutti e tre cercavano di entrare qui per ficcare il naso.»
Stray era abituata ad agire d'istinto. Senza fare o farsi domande si concentrò sulla grossa gargolla in pietra posta al margine destro del cornicione. Riuscì a strapparla dai perni in un istante. La scagliò con la forza del pensiero: il proiettile colpì AD alla spalla, frantumandosi in mille pezzi.
Il supereroe rovinò a terra. Si rialzò puntellandosi su un ginocchio. Stray aveva già scelto il secondo proiettile, un enorme lampadario di cristallo divelto dal soffitto. Lo lanciò, accompagnandolo con un cenno della mano. American Dream alzò un braccio e lo deviò come se si trattasse di un pallina di carta. Quindi scattò avanti e colpì la ragazza con un montante allo sterno. La piegò in due, mozzandole il respiro. Stray vomitò sangue e crollò a carponi. Nonostante il dolore capì di essere stata risparmiata. Un pugno di AD sferrato alla massima potenza l'avrebbe bucata da parte a parte. Tentò di tirarsi in piedi. Il Super la strattonò per i capelli, alzandola di qualche centimetro da terra.
«Il tuo amico è durato di più. Sei un'eroina gracile.»
«Perché, brutto bastardo yankee?», riuscì a mormorare la ragazza, soffrendo a ogni parola. «Perché fai questo, American Dream?»
«Per Mezzanotte, per il futuro. La Direttiva Wildfire è stata ritirata. Il successo è vicino.  E d'ora in poi chiamami col mio vero nome, stupida schlampe. Io sono American Way.»
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martedì 24 aprile 2012

Capitolo 3 (di Paolo Ungheri)



Admiral City
22 aprile 2013
Ore 4.28 A.M.


Il flyer si avvicinava silenzioso; sotto di lui, Admiral City aveva l'aspetto di una megalopoli illuminata a giorno e fustigata da numerosi disordini.
Per le strade si vedevano chiaramente pattuglie di polizia a sirene spiegate, che correvano come tanti insettini tentando inutilmente di arginare quella che, a tutti gli effetti, era palesemente una situazione fuori controllo.
Archer, seduto ai comandi del mezzo, fissò lo schermo, una sorta di pannello a tre dimensioni che gli offriva una perfetta visuale del perimetro circostante.
«Arrivo previsto fra dodici minuti. Direzione Sud-Sud ovest.»
«Non vedo l'ora...» disse una voce alle sue spalle.
I quattro posti erano occupati da altrettante figure, incamerate in tute dall'aspetto flessibile che rilucevano di strani e cangianti riflessi metallici.
«Ti conviene non sottovalutare la cosa, Rockster.» A parlare era un biondino, occhi glaciali e sguardo serio.
«Sottovalutare? Non ho intenzione di farlo, ho solo una gran voglia di scendere e mettere fine a questo casino...»
«Lo Start è già entrato in azione?» chiese il biondino, diretto ad Archer.
«Sì, secondo i dati che stiamo ricevendo. American Dream si è diretto verso la Salazar Tower, seguito da Libby. Uranium pare sia impegnato in qualcosa di grosso a San Antonio Canal... ne sta parlando anche la ACN...»
«Perfetto, così finiremo per non incontrare ostacoli...»
«Ostacoli?» proruppe Rockster. «Quali ostacoli? Non vedo l'ora d'incontrare Dream e scoprire una volta per tutte chi sia il più forte fra noi due...»
«Vedi di darti una calmata, Rockster, non sono loro i nostri nemici, ricordalo.»
«Sì, sì, ho capito. Però non mi sembra giusto che abbiano loro tutta l'attenzione. L'unica fortuna che hanno avuto è che questo casino sia scoppiato proprio a casa loro...»
«Fortuna?» Era una voce femminile ad aver parlato.
«Sei troppo permalosa Stray. Voglio solo divertirmi un po'...»
«Non siamo qui per divertirci,» esclamò Sunlight, l'unico rimasto in silenzio fino ad ora ed evidentemente a capo della squadra, «voglio che sia ben chiaro. Non ammetterò nessun tipo di stupidaggini, ne improvvisazioni personali. Chiaro?»
«Signorsì, signore!» rispose ironico Rockster.
«Salazar Tower in avvicinamento...» interruppe il pilota.
Dimostrando un esperta conoscenza dei comandi fece una virata, posizionandosi a circa cinquecento metri di distanza dalla torre. «Da qui in poi siete soli...»
«Ok,» ordinò Sunlight, «andiamo!»
I quattro si slacciarono le cinture di sicurezza che li ancorava ai sedili e si alzarono; sulle tute, più o meno all'altezza della spalla destra, spiccava un simbolo rotondo, creato incrociando una F e una E.
Un portello sull'esterno si aprì, facendo entrare una folata di aria sferzante. Il primo a lanciarsi fu Rockster, a cui seguì Stray e il biondino. Il quarto attese qualche secondo, poi si rivolse al pilota.
«Trovati un posto tranquillo e rimani in linea, non è detto che non avremo bisogno di contattarti.»
«Tranquillo Sunlight, so come badare a me stesso. Tu, piuttosto, cerca di controllare Rockster, non vorrei facesse qualche cazzata...»
«Non la farà.»
E detto questo si lanciò dal portello, tuffandosi nel cuore oscuro di una città che stava per vivere uno dei suoi momenti peggiori.

***

Rushmore fissava i dati che scorrevano su uno degli schermi del tank corazzato. Aveva già dedotto che anche gli europei si sarebbero mossi e alla fine le sue supposizioni si erano rivelate fondate.
I quattro puntini luminosi gli indicavano che avevano scelto il Parco de las Palomas, una scelta azzardata vista la vicinanza alla torre. Ma non ne fu stupito, conosceva bene l'intraprendenza che contraddistingueva i membri di Fortress Europe e sperava che questo non causasse ancora più problemi.
Si affrettò a comunicare la notizia a tutti i Super dello START, eccezion fatta per American Dream che una volta avvicinatosi alla Salazar Tower era uscito dal raggio d'azione dei comunicatori.
Poi torno coi pensieri al problema di Scanner...
Attivando uno dei sensori nel bracciolo della poltrona si mise in comunicazione con il centro dello START.
«Qui Rushmore, ci sono novità?»
«No, nessuna, il professor Scanner è sempre stazionario... è in coma, non credo ci siano molte possibilità che si riprenda...»
«Grazie...» rispose Rushmore, evidentemente non contento di quella prospettiva.
Scanner era l'unico che, forse, poteva dare una risposta sull'identità di Mezzanotte e ora si trovava in un bio-lettino, privo di coscienza e, con ogni probabilità, a un passo dalla morte... No, le cose non stavano andando bene.

***

Eddie correva a perdifiato, maledendo il giorno in cui aveva deciso di trasferirsi in quella cazzo di città.
Certo, avrebbe potuto scegliere New York, Londra, o magari Mosca, invece si era ficcato in una situazione che, adesso, non presentava molte vie d'uscita.
E dire che aveva sempre cercato di stare lontano dai guai...
Fra tutti i mutati (non gli piaceva definirsi un Super, lo trovava altisonante e anche un po' di cattivo gusto) lui era quello che ci aveva rimesso di più, a suo parere. Non possedeva la superforza di American Dream, ne la velocità di Libby. No, quelle figate erano ad appannaggio dei veri supereroi. Il suo potere era qualcosa di infimo, di così lontano dal concetto di potere, che anche lui faticava a definirlo tale.
E a chi potrebbe interessare qualcuno che sa come accelerare la crescita di una pianta di basilico?, si chiese mentre tentava di raggiungere un luogo sicuro.
Le strade, così come ogni quartiere di Admiral City, erano un caos interminabile e, come se non bastasse quello che stava accadendo alla Torre, sembrava che in giro ci fosse una schiera pronta a seminare scompiglio ovunque.
Stava per arrivare al suo appartamento, quando qualcosa si mosse davanti a lui.
Era un ombra, che guizzava sulle pareti dei palazzi come saltando, apparentemente sfidando tutte le leggi sulla gravità. Fece un paio di evoluzioni, continuando ad aggrapparsi ad appigli invisibili, e dopo qualche istante atterrò in mezzo alla via senza produrre il minimo rumore.
Era una forma umanoide, scura, inginocchiata a terra e con il capo piegato. Indossava una sorta di tuta, lucida, dall'aspetto viscoso e resistente. Alzò la testa, rivelando un solo occhio luminoso; un puntino rosso che brillava nel buio come una pietra preziosa.
«Mezzanotte...»
Aveva solo bisbigliato, ma fu abbastanza per inquietare Eddie.
«Senti amico,» disse Eddie, «non voglio problemi...»
«Tu... Super... Mezzanotte esige...»
Poi scattò, veloce, fendendo l'aria con un sibilo.
Eddie, colto di sorpresa, si preparò a rispolverare quelle lezioni di Tae Kwon Doo che aveva preso qualche anno prima, dubitando comunque gli sarebbero state d'aiuto...

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