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mercoledì 26 giugno 2013

Capitolo 19 - Stagione 2 (di Smiley)


22 ottobre 2013
Atene

«Titanio,» disse Rosenkreutz soppesando la protesi d’acciaio. «Mi dovrò abituare. Quelle che ho messo negli ultimi trent'anni erano molto più pesanti.»
«Vedo che ti stai divertendo», disse una voce alla sua destra.
Rosenkreutz girò la testa di scatto. Al suo fianco sedeva un uomo coi capelli bianchi, la barba dello stesso colore, rughe grinzose intorno agli occhi verdi. Indossava una tuta nera, sulla quale spiccavano le lettere gialle ”H.I.” all’altezza del cuore.
«Chi sei?», gli domandò Rosenkreutz. «Come hai fatto ad entrare in macchina?»
L’uomo sorrise. «Non esiste nulla di più potente, dal punto di vista quantico, dell’ultimo pensiero di un uomo.»
Rosenkreutz aggrottò le sopracciglia. Afferrò la pistola presente all’interno della valigetta che teneva sulle ginocchia, la puntò alla tempia dello sconosciuto. «Ti ho chiesto chi sei.»
«Hai intenzione di uccidermi? Provaci, se vuoi.»
Rosenkreutz premette il grilletto.
Non accadde nulla.
«Ma come…»
Il vecchio increspò nuovamente le labbra in un sorriso. «Tu non puoi uccidermi, Christian. In questo universo, tu sei già morto.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:00
Vathy, Grecia.
Edificio R

Jackson non riusciva a fare a meno di pensare in che guai si era cacciato – In cui l’avevano cacciato – in quelle ultime due settimane. Prima Calcutta, con la dottorressa Gupta e il salvataggio da parte di Sniper e Musashi. Poi il volo dopo quattro giorni d’attesa su quel vecchio Ilyushin 76 guidato da un ugualmente vecchio bengalese senza denti, che li aveva scaricati a 20 km da Aleppo. Là avevano atteso altri due giorni, prima di ricevere finalmente una comunicazione su un canale sicuro da parte di Pi Quadro, che li aveva informati che avrebbe inviato loro in supporto il Greyhawk, il loro velivolo stealth ipersonico dotato di camuffamento olografico, assieme ai migliori Evron.
Quando il Greyhawk era finalmente arrivato, e Jackson sognava già di rientrare a Calgary, Pi Greco li aveva informati che Angela richiedeva supporto immediato ad Atene.
Una volta stabilito il punto di contatto, e prelevati la dottoressa e il super conosciuto come Stakanov, c’era stato un nuovo cambiamento di programma. All’interno del centro di ricerca della Hypotetical dove si era infiltrata alcune ore prima, Angela aveva ottenuto delle nuove informazioni su una sorgente di Teleforce potente come quella di Delfi, e Pi Quadro aveva confermato che dal suo modello 3D della Terra si era manifestata, nelle ultime 36 ore, una nuova presenza anomala dell’energia di Tesla sulle isole Ionie.
Ecco perché, dopo aver atteso un altro giorno per permettere ad Angela e Stakanov di recuperare le forze, Jackson si trovava catapultato all’interno dell’edificio che secondo Angela e Pi Quadro era la sorgente del picco anomalo di Teleforce.
E nonostante fosse protetto da Golem di classe Evron, due super e una delle menti più brillanti del pianeta, non si sentiva affatto al sicuro.


***

22 ottobre 2013
Atene

Rosenkreutz premette il grilletto.
Ancora.
Ancora.
E ancora.
Nessun suono, nessun “BANG!”.
Nulla di nulla.
Il vecchio seduto accanto a lui sospirò. «Non avevo mai assistito ad una triplice ripartizione spazio-temporale di questa portata prima d’ora. Non solo hai avuto il tempo di immaginare e creare un tuo nuovo universo personale della durata di due giorni, ma hai diversificato lo svolgere degli eventi a seconda della tua volontà del momento. Affascinante.»
Rosenkreutz strabuzzò gli occhi. Urlò. «Che succede? Non capisco!»
L’uomo gli appoggiò la mano sinistra sulla spalla. «Lascia che ti mostri.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:03
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il corridoio era così stretto che due uomini affiancati non avrebbero potuto attraversarlo.
Figurarsi i Golem.
La strategia la suggerì la dottoressa Solheim prima di imboccare il passaggio. Jackson sapeva che da quando il suo laboratorio di Savannah era stato attaccato, lei era cambiata, poiché si sentiva personalmente in colpa delle perdite subite. Ecco perché, negli ultimi mesi, partecipava attivamente a tutte le missioni rischiose. Il Rafkon, l’armatura biotecnologica che indossava in quel momento, era quanto di meglio il NIMBUS avesse creato negli ultimi anni. Comandato a distanza, era il Golem definitivo, o come lo chiamava Pi Quadro, il “Super Golem”. Guidato da Angela, che l’aveva personalmente ideato e realizzato per adattarlo alle sue esigenze e alla sua struttura fisica, era il capolavoro assoluto del loro centro di ricerche.
«La situazione è fin troppo strana», disse Angela. «Fuori dall’edificio e nei settori che abbiamo controllato non abbiamo incontrato alcuna resistenza. Chiamatemi pazza, ma questo corridoio mi sembra fin troppo sospetto.»
«In che senso?», domandò Musashi.
«Un laboratorio interamente vuoto, caratterizzato da spazi ampissimi collegati da corridoi come questo, che sembrano delle strettoie fatte apposta per incastrare i nostri golem non l’avevo mai visto. E le piantine che ho recuperato ad Atene si stanno rivelando inaffidabili.»
«E allora che si fa?», chiese Stakanov, che aveva recuperato la vista dopo la cecità temporanea.
Angela rimase in silenzio un istante. Poi annuì da sola, come se avesse avuto l’idea giusta. «Dobbiamo rischiare e andare avanti. Dividerci, a questo punto, sarebbe un errore. Ci muoveremo in fila indiana cercando di raggiungere l’estremità del corridoio nel più breve tempo possibile. New Blaster, Cryptor, Ornix e Primark andranno per primi. Dopo verremo io, Stakanov, Jackson e Musashi, seguiti da New Brawler, Dural, Marker, Golder e Suitor. Sniper, tu verrai per ultimo, ci coprirai le spalle.»
«Roger», disse il Golem.
Non incontrarono problemi.
Raggiunsero l’estremità del corridoio in pochi secondi, attraversarono una porta che si aprì automaticamente al loro passaggio, e si ritrovarono all’interno di una nuova stanza, dalla forma quadrata e con le pareti interamente occupate da schermi al plasma.
Jackson pensò che da qualche parte dovesse esserci una telecamera nascosta, perché su tutti teleschermi, in quel momento, era inquadrato il suo gruppo.
A ridosso della parete opposta alla porta d’ingresso, si trovava un oggetto dalla forma ovoidale, alto un metro e mezzo.
Jackson non ebbe il tempo di pensare cosa fosse. L’uovo ruotò su sé stesso, mostrandosi per quello che era: una specie di seggiola. Nella sua parte cava era seduto, con la gamba sinistra accavallata sul bracciolo, un uomo pelato.
Gli occhiali da sole non consentivano di vedere i suoi occhi, ma il camice nero indossato su di una tuta dello stesso colore, in contrasto con il colorito cadaverico della sua pelle, lo rendevano estremamente inquietante.
Jackson non aveva mai avuto modo di incontrarlo, ma aveva letto e studiato a fondo i file che lo riguardavano. Non credeva che quell’uomo fosse proprio davanti a lui.
Anche Angela sembrava stupefatta. «Cosa ci fa lei qui?»

***

22 ottobre 2013, ore 7.00
Glifada, Molo dei Pescatori

«No...tu...sei...morto.»
«Amico sono qui, davanti a te. Credici.»
«Credimi tu. Se dico...che sei...morto.»
Rosenkreutz vide sé stesso svenire davanti a un redivivo Angelo. Allungò una mano per afferrarlo, ma la mano gli passò attraverso, come fosse divenuto un fantasma. Fece un passo indietro, spaventato. «Che diavolo sta succedendo?», gridò, in direzione del vecchio.
Quello scrollò le spalle. «È la tua prima tripartizione. Hai immaginato di rivedere il tuo amico decidendo di far fallire la missione. Nella seconda, che non ti mostro per motivi di tempo, affronti i soldati della Hypothetical e porti a termine il tuo compito. Nella terza, invece, che è la più divertente, risolvi in tutta solitudine l’emergenza Kedives, salvi il mondo esorcizzando Loxias e converti addirittura la dottoressa Gupta. Niente male anche la panoramica su Kedives che contatta il tuo vecchio maestro. C’era forse della ruggine, tra voi due?»
Rosenkreutz crollò in ginocchio.
La realtà intorno a lui scomparve in un vortice bianco.

***

22 Ottobre 2013, ore 5:05
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il dottor Spencer Grant si alzò dalla sedia ovoidale e fece un passo in avanti. «Benvenuta, dottoressa Solheim.» Con un cenno della testa indicò Musashi e Stakanov. «Benvenuto anche a te, Alexsej. E anche a te, Takezo
Jackson vide Musashi aggrottare le sopracciglia.
Un attimo dopo, Grant gli rivolse la parola. «Tu, invece…Non ti conosco. Ma i tuoi occhi mi rivelano tutto ciò che devo sapere. Flare di Teleforce. Telecinesi. Giusto? In ogni caso, benvenuto anche a te.» Infine indicò i Golem. «Vedo che come suo padre, suo nonno e il suo bisnonno, anche lei è affezionata a quei giocattolini, dottoressa Solheim.»
«Cosa intende dire?», chiese Angela.
«Che la sua famiglia cerca incessantemente da settant’anni di emulare ciò che ha fatto George Moore, senza mai esserci riuscita o minimamente avvicinata. I suoi golem sono solo rotelle meccaniche che girano grazie a un nucleo di teleforce. E lei è appena giunta allo stadio dell’umano all’interno di un costrutto biomeccanico. Ci vorranno ancora diversi decenni prima che sia in grado di realizzare la forma inversa. Ma d’altronde il dottor Moore era un genio visionario, avanti un secolo rispetto a tutti gli altri scienziati del suo tempo. Il lavoro della famiglia Solheim non può essere minimamente paragonato al suo. O al mio.»
«Credevo che il suo laboratorio fosse a Corinto, alla sede centrale della Hypothetical!»
Grant sbottò in una risata. «Solo un pazzo conserverebbe tutta la propria ricchezza in un unico posto.»
«Lei è un pazzo.»
Grant face spallucce. «Sono sempre stato abituato a certe parole. Ad ogni modo, dottoressa, cosa la porta qui? Cosa posso fare per lei?»
«Lo sa benissimo. C’è lei dietro gli esperimenti della Hypothetical. È lei, che secondo le nostre informazioni, ha creato Loxias. E sono sicuro che la causa dei picchi anomali di Teleforce in questa zona dell’Europa è sempre lei, dottor Grant. Perché lo fa? Perché ha creato un’aberrazione come Loxias?»
«Per lo stesso motivo per cui lei crea i suoi pupazzetti, dottoressa. Perché amo la scienza e la genetica. E perché Kedives ha creduto nelle mie ricerche e mi ha pagato più degli altri. Ma non è una questione di vile danaro. Mi creda, su questo. Io sono sempre lo stesso che ha lavorato con Salazar, prima che mi cacciasse per le mie idee. Sono sempre lo stesso che ha lavorato con e per gli americani, prima che mi dessero il benservito. E sono sempre lo stesso che ha lavorato con suo padre, prima che anche lui mi mandasse via perché spaventato dalle mie ricerche. Ma si sa, il tempo è galantuomo. E alla fine sono io quello che ha dimostrato di aver ragione.»
«Ragione su cosa? Lei sta collaborando con dei criminali! Quali sono i vostri scopi? A che cosa state puntando?»
«Per quanto mi riguarda, punto solo al perfezionamento. Menti illuminate come Tesla e come Moore avevano intuito che la Teleforce poteva migliorarci. Mentre invece, la maggior parte di coloro che l’hanno utilizzata, l’hanno sempre ritenuta il fine da raggiungere. Non il mezzo.»
Angela scosse il capo. «Non credo di seguirla.»
Grant ghignò. «Come potrebbe, d’altronde? Lei utilizza la Teleforce per far muovere i suoi giocattolini, Salazar e quelli prima di lui hanno utilizzato la teleforce per creare quelli come Alexsej o Takezo.»
«E lei ha utilizzato la Teleforce per creare quel mostro di Loxias!», disse Stakanov.
Grant sogghignò. «Non proprio, Alexsej. È qui che vi sbagliate tutti.»

***

20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Rosenkreutz vomitava a quattro zampe sul pavimento di una stanza sconosciuta. Nonostante i conati lo inchiodassero in quella posizione, riuscì a mettere a fuoco l’ambiente circostante.
Alla sua sinistra, una striscia di sangue trasversale macchiava la parete e l’acquario incassato nel muro. Sotto l’acquario, la protesi in acciaio di una metà inferiore di una gamba con un mocassino nero era a pochi passi dal corpo inerte di un cane. Alla sua destra, su di una poltrona, giaceva il cadavere di un uomo reso irriconoscibile da diversi proiettili.
Rosenkreutz fu scosso da un nuovo conato. «Cos’è questa diavoleria? Perché non mi rispondi? Che mi sta succedendo?»
Il vecchio raccolse la protesi, gli passò accanto e si piazzò alla sinistra del cadavere sulla poltrona. «Te l’ho detto, Christian. Sei morto.» Sventolò la gamba d’acciaio e gliela gettò davanti. «Questo sei tu. O quel che ne rimane. Bannon ha utilizzato un giocattolino che ha vaporizzato te e il teleporta che ti accompagnava. Questo, invece», disse indicando il morto, «Sono io, qualche anno fa. O almeno, è l’io di questo universo. Un universo molto più interessante di quello in cui ho accettato l’assegno di quelli della Hypothetical, non sono stato ucciso dal mio compagno Bannon, e ho reso a Kedives, Loxias e Grant il gioco più semplice. Ogni tanto mi concedo un viaggio qui per godermi lo spettacolo che questo universo offre in questi giorni.»
«Io…Io non capisco…», balbettò Rosenkreutz. «Se sono morto, come faccio a parlare con te?»
«Il pensiero umano viaggia a velocità inimmaginabili, in un picosecondo interi universi nascono, crescono, si sviluppano, evolvono e poi muoiono. Universi personali come quello che hai creato tu, Christian. Io, col passare del tempo, ho imparato a viaggiare non solo attraverso il multiuniverso, ma anche a vedere quelli creati dai singoli individui. Ogni viaggio ha un costo per il mio corpo, ma credimi, ne vale dannatamente la pena. Soprattutto quando il pensiero si tramuta in pura energia, e per una infinitesima frazione di secondo sopravvive alla materia, modificandola e plasmandola a proprio piacimento.»
Rosenkreutz sgranò gli occhi. Vide le sue mani divenire trasparenti. «Allora…tutto quello che ho vissuto…non era reale?»
Il vecchio sorrise. «Lo era per te. Ma nella realtà di questo mondo sei appena morto. Naturalmente, essendo il tuo l’ultimo pensiero di un singola persona, non ha impatto sugli altri o sulle scorrere del tempo reale
Rosenkreutz si accorse che le mani erano scomparse. Adesso erano le braccia ad essere trasparenti. «Cosa mi succederà?»
Il vecchio si strinse nelle spalle. «Questo non posso saperlo. Quando l’energia creatrice del pensiero svanisce, l’universo parallelo personale che l’individuo ha plasmato svanisce di conseguenza. Ad ogni modo, una domanda del genere non dovresti nemmeno porla. Non posso sapere cosa succede dopo. E poi, tra noi due, quello credente dovresti essere tu. Addio, Christian.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:14
Vathy, Grecia.
Edificio R

«Come vi ho appena detto, la Teleforce altera un individuo sotto ogni punto di vista, organico e genetico. Chi viene investito dalla Teleforce è identico a prima solo esteriormente, mentre invece il cambiamento è totale, radicale. Ed è totalmente innaturale. Cosa succederebbe, invece, se la Teleforce venisse irradiata in persone predisposte geneticamente ad accoglierla?»
Jackson vide Angela portarsi una mano alla testa, Musashi deglutire e Stakanov saltellare nervosamente da un piede all’altro. Stava cominciando a capire dove il dottor Grant volesse arrivare.
«Il flare di Teleforce è l’esempio perfetto per farvi comprendere ciò che intendo dire», continuò Grant. «Ha fatto nascere nuovi super, come il nostro amico qui presente, mentre quelli già dotati di poteri li hanno visti incrementare a dismisura. Questo aumento, però, è stato solo temporaneo, dato che i super, per divenire tali, sono stati esposti alla Teleforce già una volta. Immaginiamo invece di avere la possibilità di creare dei super senza utilizzare la Teleforce, partendo da dei semplici embrioni e utilizzando il DNA di individui dotati di poteri di varia natura. Cosa succederebbe se questi individui, una volta cresciuti e già in possesso di capacità strabilianti, venissero esposti alla Teleforce?»
«Creeremmo dei mostri…», disse Angela.
«Sbagliato, dottoressa Solheim!», esclamò Grant. «Creeremmo degli dei. Vere e proprie divinità al nostro servizio. Utilizzando la Teleforce come mezzo, e non come fine.»
«È così che ha creato Loxias, dottor Grant? Ha somministrato Teleforce ad individui geneticamente modificati?»
Grant annuì. «I miei esperimenti hanno dimostrato che una persona che nasce già con un patrimonio genetico modificato dalla Teleforce, può incamerarla in modo naturale. E amplificare i propri poteri in modo permanente. In una scala da 1 a 10, dove “1” è rappresentato da un novello super che non sa come utilizzare i propri poteri, e “10” da un super esperto inondato dal flare di Teleforce, Loxias e gli altri arrivano probabilmente a 50…Se non di più.»
Angela fece un passo indietro. «Altri? Ce ne sono degli altri?»
Grant ridacchiò di nuovo. «Oh, sì. Ce ne sono altri quattro, come lui. E aveva ragione sui picchi inusuali di Teleforce, dottoressa. Ogni qualvolta ne avete registrato uno in questi ultimi mesi, un Dio è sorto. Sono eccitato di vederli in azione, sa? Mancano solo…», Grant guardò l’orologio che aveva al polso, «Poco meno di tre ore, prima che il piano abbia inizio.»
Musashi estrasse la sua katana dal fodero, l’acciaio emanò una luce violacea. «Di cosa parli?»
«Loxias e gli altri Dei faranno piazza pulita dei centri militari di ogni singola nazione. Le simulazioni del nostro Pavel hanno stimato che, incontrando la massima resistenza degli eserciti e dei super a disposizione delle varie nazioni della Terra, i nostri saranno in grado di portare al termine la missione nel giro di due ore. E nella peggiore delle ipotesi, rimarremmo con due Dei. Quello che avverrà dopo è molto semplice. L’Hypothetical Incorporated sarà l’unica multinazionale al mondo in grado di poter garantire pace, stabilità e sicurezza su scala planetaria. Avremo il monopolio della difesa degli altri paesi, e i Governi faranno la fila per chiedere la nostra assistenza. Il tutto con la legittimazione di chi ha subito un attentato alla propria sovranità popolare. Gli Dei scenderanno sulla terra per punire i malvagi, dispenseranno morte e distruzione, dopodiché prometteranno un futuro fatto di pace e libertà. La Hypothetical non avrà contendenti, e io potrò continuare in tutta tranquillità le mie ricerche.»
«Siete pazzi! Sei pazzo! Non te lo lasceremo fare!», urlò Angela.
Grant si tolse gli occhiali da sole. Due occhi gelidi si posarono su tutti loro. Sorrise. «Dottoressa Solheim, lei mi delude. Pensa che io le avrei detto tutte queste cose se lei avesse avuto una minima possibilità di fermarci? Per chi ci ha preso? Per i cattivi di un fumetto? Lei è giunta qui seguendo i picchi anomali di Teleforce. Non dimentica forse qualcosa? Guardi alle sue spalle…»
La porta della stanza si aprì.
Jackson, Angela, Musashi, Stakanov e i golem si voltarono di scatto.
«N…non può essere…», balbettò Jackson.
«Fuoco, fuoco!», urlò Angela.
I Golem crivellarono di proiettili la figura che avevano davanti. Gli schermi sulle pareti esplosero in miliardi di pezzi, la stanza fu ricoperta da una nube di polvere e da un puzzo di cordite.
Jackson si era nascosto dietro Sniper, che nel frattempo era stato affiancato da Musashi e Stakanov.
«Come ai vecchi tempi, eh?», urlò il russo nel frastuono generale.
Musashi non ebbe tempo di rispondergli.
La figura emerse dalla polvere, il suo pugno bucò lo stomaco del giapponese, fuoriuscì dalla schiena. Stakanov gli si gettò addosso, ma due fasci di luce rossa, emanati dagli occhi dell’uomo, lo incenerirono all’istante.
Jackson cadde all’indietro, il culo sul pavimento. Era impietrito. A pochi passi da lui, Musashi giaceva a terra in un lago di sangue. Di Stakanov, invece, non rimaneva che polvere. Tentò di seguire i movimenti dell’uomo – del Dio – evocato da Grant, con i propri occhi, ma era impossibile, dato che sembrava muoversi ad una velocità ipersonica.
Nei secondi successivi, Jackson udì dieci esplosioni in successione. Poi vide solo alcune parti meccaniche dei golem. Frammenti di dita, di braccia, di gambe, di mitragliatori e di teste erano sparpagliati sul pavimento intorno a lui.
In piedi, alla sua sinistra, rimaneva solo Angela.
La dottoressa stese il braccio, il palmo della mano rivolto in avanti. Ne fuoriuscirono dei raggi di luce bianca, che colpirono il Dio dritto nel petto.
Il Dio vacillò un istante, poi balzò addosso ad Angela, afferrò la sua gola e la sollevò da terra.
Jackson serrò gli occhi. Alle sue orecchie arrivò un “CRICK!” metallico, seguito da un tonfo. Quando riaprì le palpebre, il corpo di Angela racchiuso nel Rafkor era a terra, il collo piegato a sinistra in una posizione innaturale.
Grant si fece una grassa risata.
Jackson rimase immobile al suo posto, mentre il Dio si avvicinava a passi lenti verso di lui.
Quando si fermò davanti a lui, Jackson lo vide torreggiare su di sé. Indossava una tuta aderente completamente nera. All’altezza del cuore risaltavano due lettere gialle “H.I.”.
Jackson non voleva crederci.
Non poteva crederci.
Il volto.
Le fattezze.
La potenza smisurata.
Il Dio era proprio lui.
Quello che una volta era conosciuto come il Sogno Americano.
Un Sogno Americano redivivo, ma nella maniera sbagliata.
Un incubo.
Alla stessa stregua di ciò che era avvenuto ad Admiral City.
Jackson ebbe un moto d’orgoglio. «Come ci sei riuscito?»
«Quando hai a disposizione il DNA del più potente dei Super assieme una sua copia genetica identica, crearne un altro partendo da un semplice embrione è molto semplice. Il resto mi sembra di avertelo già spiegato.»
Jackson deglutì. «Copia genetica identica?»
«Oh, sì. Una copia genetica identica. Com’è che li avevano chiamati? Ah, già. Triari. Erano dei cloni depotenziati del vostro eroe prediletto, sai? Ma ormai non importa più, dico bene telecineta
Jackson alzò lo sguardo in direzione del Dio, che gli sorrise.
Chiuse gli occhi.
Per un istante, vide Tabitha.
Poi una luce rossa lo ottenebrò.
- - -

Capitolo scritto da Smiley

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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini


martedì 16 ottobre 2012

Capitolo 27 (di Gianluca Santini)



Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:25 A.M.

Il suo avversario attaccò nuovamente. Il primo pugno venne schivato, mentre il secondo lo colpì in pieno, sbalzandolo all’indietro. American Way impattò contro il muro di un edificio e affondò dentro la struttura. Rockster, fermo in mezzo alla strada, era ormai enorme, i suoi pugni travolgenti. Lo scontro andava avanti da più di un’ora, il supereroe più amato dagli americani non si stupì nel vedere il Super di Fortress Europe con il fiatone. American Way sorrise da sotto le macerie, ignorando la sensazione che gli si era insinuata dentro.
Quando aveva abbandonato i sotterranei della torre era stato intercettato da Nightshifter. L’essere fatto d’ombra lo aveva attirato a sé e aveva sentito il freddo avvolgerglisi attorno. Una sensazione di violazione che ancora non lo aveva abbandonato del tutto. L’abbraccio di Nightshifter lo aveva portato in un mondo d’oscurità, dal quale era riemerso solo in cima alla torre, ritrovandosi di fronte al suo amico, Dave, Mezzanotte. Appena lasciata la torre era stato bloccato da Rockster. Aveva pensato di risolvere la questione in poco tempo, invece Rockster era ancora lì, a menare pugni e a ruggire infuriato.
American Way si alzò in volo, scartò un attacco dell’europeo e si librò verso l’alto. Dopo qualche istante sentì l’urlo di Rockster e il rumore dell’asfalto che si spaccava. Guardò dietro di sé, Rockster aveva spiccato un salto nel tentativo di intercettarlo. Si arrestò all’improvviso, si volse verso l’avversario e caricò la sua potenza. Tutta, senza più freni. Sorrise di nuovo, poi scattò in avanti, annullando la distanza che lo separava dall’avversario. Lo colpì in mezzo al volto. L’impatto fu devastante, il rumore come quello di un terremoto, le finestre di alcuni edifici vicini esplosero in mille pezzi, gli antifurti delle automobili iniziarono a lamentarsi.
Osservò il corpo di Rockster precipitare verso il basso, atterrare aprendo una spaccatura sull’asfalto. Il Super americano sfrecciò verso di lui, caricando un secondo pugno. Rallentò poco prima di arrivare a livello del terreno, rimase sospeso in aria, a pochi centimetri dal muso dell’europeo. Infine lasciò andare il braccio e il pugno si riversò con tutta la sua forza sul petto di Rockster. Sentì qualcosa rompersi. La spaccatura nel terreno si allargò.
American Way appoggiò i piedi sulla strada e osservò il corpo del suo avversario. Il suo sorriso si aprì, constatando la morte di Rockster.


***

Admiral City
Salazar Tower
08:25 A.M.

Quando si trovò all’altezza del quindicesimo piano, decise di entrare nella torre. Sfondò una finestra e si ritrovò in un grande salone. Uranium si guardò intorno, notando il tronco di una quercia che dal piano inferiore arrivava fino a quello superiore. L’Uomo Atomico corrugò la fronte, poi il pavimento vicino all’albero si frantumò e apparve American Dream.
«Matt!» urlò.
Ma quello davanti a lui non era American Dream. Sbuffi di fumo nero gli uscivano dalla bocca a ogni respiro e il volto era distorto in una smorfia crudele.
«No, non sei lui…»
Le fattezze di American Dream iniziarono a dissolversi, rivelando un essere sfuggente, un’ombra oscura che non sembrava possedere una fisionomia propria. Uranium avvertì la sua risata rimbombare nell’ambiente.
«Non sono American Dream più di quanto non sia tante altre persone. Mi chiamano Nightshifter.»
«Sei un essere fatto d’ombra?»
«Sì, possiamo metterla così, Uomo Atomico. Io sono ombre, copie di fattezze e poteri.»
«Rubi fattezze e poteri?»
«Li copio, li rubo, usa la parola che preferisci. Come ogni ladro ho diversi metodi, ma il risultato è sempre lo stesso.»
Uranium si mosse, alzò il braccio verso Nightshifter.
«Cosa hai fatto a Matt?»
«Io? Dovresti chiedere cosa gli ha fatto il padrone di questa torre, semmai. Inoltre, davvero vorresti usare i tuoi poteri qui dentro? Ti facevo più prudente.»
Uranium dovette riconoscere che l’essere aveva ragione. Sprigionando i suoi poteri lì dentro avrebbe potuto causare danni irreparabili. Frustrato fece ricadere il braccio. Vide l’essere assumere di nuovo le sembianze del suo amico e collega. Il falso American Dream gli sfilò affianco e si fermò un attimo alla finestra da cui Uranium era entrato. L’essere indicava verso l’alto, un gesto inequivocabile. Lo vide volare via, diretto verso il tetto della torre. L’Uomo Atomico si lanciò al suo inseguimento.


***

Admiral City
Attico del Crowne Plaza
08:26 A.M.

Theodor decise di chiudere il dialogo che si stava svolgendo al quindicesimo piano della torre. Le sue labbra si mossero, ma il suono venne udito solo laggiù, da Uranium.
Tito gli si avvicinò, domandandogli se stesse andando tutto per il meglio.
Theodor tornò per un attimo in sé, controllando la sua essenza d’ombra in modo automatico, senza concentrarsi. Si rivolse al fratello e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Sì, il rendez-vous in cima alla torre è quasi completo, ora che Uranium ci degnerà della sua presenza.»

***

Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:35 A.M.

American Way fece qualche passo, lasciandosi il cadavere di Rockster alle spalle. Subito dopo sentì che qualcosa era appena atterrato dietro di lui. Qualcosa di grosso. Si girò e vide Starcrusher, avvolto da scariche purpuree, fermo con i piedi piantati sul corpo dell’europeo, ormai tornato alle sue dimensioni normali.
«American Dream!» urlò.
«Way, mi chiamo American Way, stupido bestione.»
Starcrusher non replicò e lanciò una scarica viola verso il suo avversario. American Way la deviò con il braccio, un edificio lì affianco esplose.
Si avventò contro il nuovo avversario, accusandolo di non avergli fatto riprendere il fiato dopo aver steso Rockster. Starcrusher non rispose, attese di essere a distanza sufficiente e lanciò nuove scariche, tutte prontamente deviate dal Super americano.
«Tutto qui quello che sai fare, Starcrusher?»
«No.»
Starcrusher gli si avvicinò e iniziarono a combattere per lungo tempo corpo a corpo. American Way accusò e diede colpi, dovette riconoscere che il supercriminale era un avversario decisamente più ostico di quell’europeo che giaceva ai loro piedi. Starcrusher pareva instancabile, per quanto American Way sferrasse i suoi colpi, il criminale riusciva a schivarli, oppure ad accusarli senza mostrare troppi danni.
A un certo punto, stanco della durata della battaglia, American Way si fiondò dentro un edificio, seguito dall’avversario. Doveva trovare un modo per abbatterlo una volta per tutte, se non voleva sprecare altro tempo prezioso. Pensò di riutilizzare il trucchetto usato con Rockster, quindi caricò tutta la sua potenza e si fermò all’improvviso, girandosi verso Starcrusher. Tuttavia il criminale era troppo vicino e, anziché muoversi verso di lui per attaccarlo, American Way si ritrovò stretto tra le sue possenti braccia, immobilizzato dalla forza del criminale.
«Ora vedrai cosa so fare, American Dream.»
Il corpo di Starcrusher venne avvolto di nuovo da scariche purpuree. American Way iniziò ad avvertire un’intensa sensazione di calore provenire dal suo avversario. L’energia misteriosa che lui riusciva a governare si stava concentrando dentro il suo corpo, era avvolto da una luce viola intermittente.
Starcrusher sorrise, l’energia esplose. L’edificio venne distrutto completamente, i detriti si sparsero per decine di chilometri attorno all’esplosione. Crollarono altri palazzi, le automobili parcheggiate lì vicino volarono via a grande distanza. Il rimbombo si attenuò solo dopo qualche minuto.
Starcrusher si accorse che il corpo di American Dream era leggero come un fuscello. Lo lasciò andare e lui si accasciò al suolo. Il supercriminale lo guardò attentamente e poi esultò lanciando scariche viola verso il cielo. American Dream era morto.

***

Admiral City
Centro S.T.A.R.T.
08:30 A.M.

«Non sento più i suoi pensieri» affermò Scanner.
Rushmore lo guardò, incitandolo a esprimersi meglio.
«Il sogno americano è morto. Ed è morto proprio da American Dream. Negli ultimi istanti di vita gli inganni di Salazar sono sfumati, Matt si è reso conto delle menzogne su Dave, delle illusioni su Mezzanotte in cima alla torre, del male che ha fatto agli europei. Ha pensato a Libby.»
«Non sarà facile spiegarle tutto quello che è accaduto a Matt…» sussurrò Rushmore.
«La sento di nuovo, proprio ora. La nostra Lady Liberty finalmente si sta svegliando.»
Rushmore tirò un rumoroso sospiro di sollievo.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
08:30 A.M.

Nightshifter raggiunse il tetto della torre. Vide Salazar e Mezzanotte avvicinarglisi, gli sguardi determinati.
«Grazie per aver fatto le mie veci in mia assenza…» cominciò Mezzanotte.
Il falso American Dream fece un gesto rapido con le mani per minimizzare, e poi si rivolse verso il ciglio del tetto.
«Sta per arrivare» disse.
In quel momento Uranium apparve in volo e andò ad atterrare a qualche metro di distanza dai tre.
«Eccolo arrivato, finalmente! Il Super che fa al caso nostro, per aprire le danze» commentò Salazar.
«È ora di accelerare i tempi, di mandare avanti l’orologio del mondo» aggiunse Nightshifter.
Salazar e Mezzanotte annuirono insieme, mentre le fattezze di American Dream iniziarono a cambiare. Al posto dell’aspetto del Super più famoso d’America apparve il corpo snello e affascinante di una delle attrici più desiderate del globo, Scarlett Johansson. Un filo di fumo nero galleggiò davanti alle labbra carnose. I tre risero di fronte all’espressione incredula dell’Uomo Atomico.
«Nessuno immaginava cosa si celasse dentro di lei. Nemmeno lei lo sapeva» commentò Nightshifter.
Gli occhi della Johansson si illuminarono di una luce rossa e il sole accelerò il suo cammino lungo il cielo. Nightshifter osservò lo stupore nel volto di Uranium, mentre l’Uomo Atomico era bloccato a guardare il cambiamento temporale di fronte ai suoi occhi. Il sole tramontò, la notte prese di nuovo il sopravvento sul giorno.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
11:45 P.M.

Alla fine la luce rossa scomparve dagli occhi della donna. Uranium riuscì di nuovo a muoversi, mentre Nightshifter riassunse le sue sembianze e allargò le braccia.
«Il tempo è vicino, ora mancano solo quindici minuti a mezzanotte.»
- - -

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martedì 25 settembre 2012

Capitolo 24 (di Gherardo Psicopompo)




Un punto imprecisato sopra l’Oceano Atlantico
12.000 metri di altezza
22 Aprile 2013
Ora di Admiral City: 06.45

Wael Ghaly comandò silenziosamente a uno dei canopi che lo avevano seguito in quel viaggio di portargli il telefono satellitare.
Se lo rigirò per un po’ tra le mani, pregustando la chiamata che lo avrebbe portato un po’ più vicino al suo obiettivo. Doveva aspettare ancora almeno un’ora prima di atterrare ad Admiral City, quindi tanto valeva non affrettare le cose.
Assaporò lentamente l’ultimo goccio di karkadè ghiacciato.
Compose il numero.
Dopo il secondo squillo, un agitatissimo tenente Alex Ross rispose al telefono.
«Tenente colonnello Alex Ross. Chi parla?»
«Io e lei non ci conosciamo di persona, tenente Ross. Tuttavia io ho sentito molto parlare di lei. E lei di me.»
«Senti amico, questo non è il momento...»
«Oh, io invece credo proprio che lo sia. Vede, tenente Ross, io so che voi di Admiral City avete un grosso problema. E forse posso fare qualcosa per aiutarvi a risolverlo.»
Un lunghissimo momento di silenzio precedette la domanda di Alex Ross.
«Chi è lei?»
«Quasi tutti mi conoscono come il Grande Toth.»
«Lei è il signor Ghaly? Il presidente Egiziano?»
«Precisamente. Dunque, tenente Ross, dicevamo di quel problema...»
«Lei cosa sa?»
«Tutto, sostengono alcuni. La verità è che so molte cose. E tra queste c’è il fatto che presto avrete una bella patata bollente per le mani. Una patata di teleforce, per essere più precisi.»
«E... ? »
«E io vi posso offrire qualcuno disposto a mangiarla in un sol boccone, quella patata. Senza paura di scottarsi la lingua.»
Passarono ancora alcuni secondi di silenzio, durante i quali il tenente Alex Ross probabilmente cercava con lo sguardo un suggerimento dai suoi superiori, mentre Wael Ghaly sorseggiava soddisfatto un nuovo bicchiere di karkadè.
«Immagino che questo... aiuto non giunga da parte sua in  via del tutto disinteressata. O sbaglio, signor presidente?»
«Voi americani non andate tanto per il sottile, vero? È un peccato che vi sfugga in questo modo il piacere della trattativa.»
«Dunque?»
«Dunque, vi offro uno scambio, niente di più semplice.»
«Uno scambio tra il suo provvidenziale mangiatore di patate bollenti e... ?»
«E Angela Solheim.»

***

Admiral City,  Salazar Tower
Ore 07:10
«Svegliati! Eddie, svegliati maledizione!»
La voce gli giungeva lontana e ovattata, quando aprì gli occhi vide solo immagini sfocate. Lentamente si sforzò di riprendere conoscenza, mentre sentiva che qualcuno lo scuoteva e lo prendeva a schiaffi.
«Andiamo! In piedi!»
«La delicatezza non è mai stato il tuo forte, eh Bonnie?»
Bonnie smise di prenderlo a schiaffi e lo aiutò ad alzarsi.
«Non è il momento, Eddie! Dobbiamo sbrigarci, Mezzanotte se n’è andato via! Con mio padre! Erano diretti in cima alla torre...»
«E tu che vorresti fare? Fermarli? Da sola?»
«Con te!»
«Io al massimo posso far crescere un gigantesco fagiolo magico fino in cima al palazzo, lo sai.»
«Piantala di fare l’idiota! Il momento dell’autocommiserazione è finito. Dobbiamo muoverci Eddie, prima che sia troppo tardi!»
«Va bene, ricevuto, andiamo a farci ammazzare.»
«Prima, mentre venivo qui, ho visto Uranium che si dirigeva verso i piani alti della torre. Potremmo trovare anche lui, spiegargli come stanno le cose e farci dare una mano.»
Eddie e Bonnie si diressero verso il corridoio che conduceva agli ascensori, ma prima che potessero arrivare all’imboccatura del passaggio una voce dietro di loro gli fece gelare il sangue.
«Dove credete di andare, ragazzi?»
I due si voltarono, e si trovarono davanti American Dream, con i lineamenti distorti da un ghigno mostruoso e fumo nero che gli usciva dalla bocca.
«Nightshifter!»
«Mi dispiace ragazzi, ma i capi non vogliono interferenze lassù. Non costringetemi a trattenervi con la forza.»
American Dream scattò in avanti a supervelocità non appena si accorse che il suo sterno stava cominciando a spingere per uscire fuori dal petto. Riconobbe immediatamente il potere di Bonnie, e in meno di un secondo piombò su di lei colpendola con una spallata e scaraventandola contro il muro, a qualche metro di distanza.
Pezzi d’intonaco si staccarono per la violenza dell’impatto.
«Bonnie!»
Eddie si precipitò verso di lei per cercare di soccorrerla. American Dream/Nightshifter li guardava da lontano con un sorriso sprezzante stampato in faccia.
«Tranquillo Ed...» la voce di Bonnie era un sussurro strozzato, mentre Eddie le teneva la testa tra le braccia «indurisco sempre un po’ le mie ossa prima di uno scontro. Non mi ha fatto poi così male.»
Il sangue che Eddie si ritrovava sulle mani e l’orecchio quasi spappolato di Bonnie facevano pensare il contrario.
«Pezzo di merda...»
Eddie si accorse solo in quel momento che stava stringendo in mano un orecchino di Bonnie. Era sporco di sangue, e Eddie lo osservava incuriosito mentre mutava, nel palmo della sua mano. Improvvisamente, l’oggetto era come scosso da brividi, lo vide ingrossarsi, gonfiarsi, farsi viscido e verdastro. Poi spuntarono le prime due zampe. Poi altre due. Quando, inorridito, Eddie lo lasciò cadere a terra imprecando, si accorse che era una rana.
Eddie e Bonnie la osservarono saltare via, verso il fondo della sala.
«Eddie ma che cazzo...»
«Sono stato io? L’ho fatta io quella... Cosa?»
Eddie si guardava i palmi delle mani, incredulo.
American Dream, dal canto suo, sembrava non aver nemmeno notato la scena. Se ne stava all’imboccatura del corridoio, dove si trovavano i due ragazzi prima che lui schiantasse Bonnie contro il muro.
«Sai? Credo che mi sia venuta un’idea.» disse Eddie mentre si slacciava le scarpe.
«Che?»
«Lasciami fare. Devo sperimentare. È solo sperimentando che i grandi geni della storia hanno fatto quello che hanno fatto.»
Strinse tra le mani una delle sue scarpe, si concentrò, e un attimo dopo teneva in mano una ghianda. Se la rigirò soddisfatto tra l’indice e il pollice.
Poi fece lo stesso con l’altra scarpa.
«Ah-a! Fortissimo!»
«Ma si può sapere che cazzo fai?» Bonnie si era spazientita, e cercava di rialzarsi, mentre da sopra la spalla di Eddie sbirciava American Dream che faceva la guardia all’imboccatura del corridoio.
«Credo che sia successo qualcosa... Al mio “dono”, intendo.»
«Che cosa? »
«Il mio potere... Credo si sia evoluto.»
«Sei un Pokemon adesso? »
«Non scherzare. Se ho capito bene come funziona, ora posso davvero “dare la vita”. Posso trasformare in qualcosa di organico ciò che non lo è! »
«Tu... Puoi fare cosa?! »
«Te l’ho detto! Posso farlo! Trasformo gli oggetti in piante, in frutti, persino in animali! Guarda!»
Si staccò un bottone, che improvvisamente diventò una mosca e volò via.
«Visto? Ora vieni, aggrappati a me, e non preoccuparti. Ce ne andiamo da qui.» 
Appoggiò a terra una delle due ghiande, e mise l’altra in tasca.
«Ehi amico! Non ti secca se facciamo un salto su, vero? »
American Dream si voltò verso di loro, giusto in tempo per vedere delle gigantesche radici spuntare sotto i piedi di Eddie e Bonnie, che un attimo dopo erano spariti, inghiottiti da fronde immense. Una sequoia gigantesca era cresciuta a velocità sorprendente nell’angolo della stanza. E continuava a crescere, senza fermarsi. Le radici spaccavano il pavimento, formando crepe e rigonfiamenti. Il tronco diventava sempre più largo e più alto, le fronde più fitte.
Nel giro di qualche secondo i rami più alti avevano raggiunto il soffitto e lo avevano riempito di crepe. Poi lo avevano sfondato.
«Merda!»
Nightshifter si alzò in volo, sfondando il soffitto e ritrovandosi al piano superiore.
Al centro della stanza, non lontano dal buco nel pavimento, cresceva una seconda quercia che arrivava al piano superiore.
«Ti diverti, eh, Prezzemolino?» e passò al piano superiore, sempre sfondando il soffitto.
Si guardò intorno, cercando tracce dei due fuggitivi nella sala deserta.
Nel frattempo, nascosti tra le fronde della prima sequoia, Eddie e Bonnie pensavano a come sfruttare il vantaggio dell’effetto sorpresa.

***

Admiral City
Nel cielo sopra al centro START
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Dunque abbiamo un accordo?»
«Così sembrerebbe, signor Ghaly.»
«Ora da questo aereo verrà calata una cassa in titanio, direttamente sopra l’eliporto del vostro quartier generale. Nella cassa c’è la vostra... soluzione. D’ora in poi ci riferiremo a lei come Ammit. Uno dei miei uomini scenderà per mostrarvi come controllarla. È fondamentale la presenza di uno dei vostri telepati.»
«Bene.»
«Dopodiché, io e i miei uomini avremo la piena libertà di utilizzare qualunque mezzo...»
«A patto di non nuocere ai civili.»
«Naturalmente. Qualunque mezzo, dicevo, per prelevare dal suo laboratorio la dottoressa Solheim e tutto il contenuto del laboratorio stesso.»
«Esattamente.» la voce del tenente Ross tradiva la sua disapprovazione per ciò che era stato deciso malgrado la sua ferma decisione di opporsi alla trattativa con il Grande Toth.
«Senza nessuna interferenza da parte vostra, né della vostra squadra di Super.»
«Sì.»
«Molto bene, tenente. Iniziamo la procedura per il trasferimento di Ammit.»
Wael Ghaly riagganciò e si concesse un sorriso soddisfatto. Poi comandò mentalmente a uno dei suoi canopi, opportunamente equipaggiato con una tuta policarbonica che lo proteggesse dal potere di Isabelle, e con il volto coperto da una maschera che raffigurava la testa del dio Anubis, di scendere insieme ad Isabelle.
«E’ davvero un peccato. Non si prova nessun gusto a intavolare trattative con chi non apprezza fino in fondo questa nobile arte.» 
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martedì 10 luglio 2012

Capitolo 14 (di Cervello Bacato)


 

Admiral City
Nelle vicinanze della Salazar Tower
22 aprile 2013
ore 06.17 AM

Vomitò copiosamente sui tre cadaveri che gli giacevano innanzi. Tre sagome nere e senza vita, di cui una del tutto simile ad un sacco nero della spazzatura: accennata forma umanoide, lingua fine e tortuosa che fuoriusciva da una smorfia contratta di dolore.
Ho rischiato grosso col Triario... rimuginò tra sè il superumano, sputando i residui di saliva densa che gli infestavano la bocca di un sapore orrendo. Sapere che di mezzo c'è quello squilibrato di Nightshifter mi inquieta. Chissà che dirà il cervellone...
Un boato improvviso gli fece alzare la testa al cielo.
«E quelli cosa...!?» .

***

Salazar Tower
Quinto piano
22 aprile 2013
ore 06.15

«Rock!... Bzzz... senti?...bzz.. Rockster, mi senti!? ..bz.. Archer. Riesci a sentirmi!?» .
«Ti sento, ora ti sento. Ma che cazzo sta succedendo qui? Sento delle...».
«Ascoltami bene! E' successa un..bzz.. assurd...bzz.»
Sentiva male ma ne era certo: la voce del suo compagno tremava, era sconvolto.
«Ho ricevuto immagini da uno dei droni di Rushmore, in perlustrazione..bzz.. torre. American Dream è bzz traditore! Bzb....bz.ha ucciso Sun e forse anche Stray è... bzz...»
Il pilota s'interruppe e senza alcun contegno lasciò spazio solo ai singhiozzi.
«Ma che cazzo stai dicendo?! Il lurido bastardo cosa?!», urlò quel ''Big Show'' alla sua tuta aderente in cui era incorporata la ricetrasmittente.
«Devi riportarli fuori e bzb... Solo Waver e Versor... aiuto... Non... bzz...cazzate! Hai capito..bzz? La mia Stray... bzbz...»
Rockster troncò la conversazione e sbriciolò senza il minimo sforzo la parete su cui si reggeva. Rabbia. La sua stazza cresceva a vista d'occhio. Guardò il pavimento, i piani inferiori. Da pochi minuti a quella parte riusciva a percepire quelle presenze. Una in particolare lo attraeva. Alzò un piede, pronto a sbatterlo per sfondare i metri che lo separavano da Lui.
American Dream, chi altri se non quel figlio di troia!
Lo stivale in pelle si fermò a pochi centimetri dall'impatto.
Dove te ne voli Riccioli d'oro?... Stavolta ti faccio il culo!
La Rabbia aumentava. La sua massa era più che raddoppiata. Il bestione corse demolendo ogni cosa gli si parasse davanti, fuoriuscendo dalla torre e piombando cinque piani più giù, davanti all'entrata dell'edificio. Lì, decine e decine di membri delle forze dell'ordine. In disparte, un rottame col fucile e un teppista dall'aria sfigata. Non si curò di loro, si piegò su se stesso flettendo le ginocchia nude, ora larghe quanto un'intera persona. La Rabbia esplose. Il rinculo gli formò tutt'attorno una voragine profonda qualche metro e in un area di cento, tutti caddero a terra, incapaci di mantenere l'equilibrio per l'inatteso movimento sussultorio del terreno. Rockster vide la città sotto di lui farsi piccola, l'onda d'urto dissolversi, le luci allontanarsi.
Ti vedo, ti prendo e ti squarto con le mie mani pezzo di merda!
Riflessi fulminei e potenza esplosiva, una manciata di secondi dopo stava stringendo a sè AD, intercettato durante il suo volo. Lo fissò con gli occhi iniettati di sangue.
«La pagherai, cane! Ti squart...»
Non finì la frase. Incredulo, fissò un secondo American Dream, che avanzava fulmineo dalla Salazar Tower.

***

Sommità della Salazar Tower
22 aprile 2013
06.14

Immobile fra le macerie, una figura incappucciata, coperta da capo a piedi da una pesante tunica ebano. Una smorfia indefinita e per un attimo, uno spiraglio di potentissima luce da quel cenno scoperto di viso. Nightshifter gli si materializzò davanti. Il suo ventre di oscurità fumosa espulse American Dream da un gomitolo di fili d'ombra.
Questo si alzò da terra lentamente, confuso. Tastò il pavimento. Impossibile!... Lo picchiettò con le nocche. Lo bucò come fosse neve. Alla personale soddisfazione poi, seguì stupore e ammiraizione. Non appena lo vide, comprese ciò che realmente era diventato Dave. Un Dio... Uno vero!
Uccidi Rockster.
Uccidi Uranium.
Come me.
Come noi.
Sei molto di più.
Gli altri Sei...
quei vecchi
si prostreranno.
Adesso sai.
Amico mio...

Ora Matt capiva ogni cosa, sul suo amico e su sè stesso. Non disse nulla. Nessun risentimento. Matt capiva... Spiccò il volo col cuore in gola, lasciandosi luce e ombra alle spalle. Non sarò un Dio gracile!
Mezzanotte in uno sbuffo d'ombra, svanì nel buio, così com'era comparso. Mezzanotte, sempre immobile, fissò il futuro divenuto presente.
Déjà-vu... Questa volta Yell, perirete!
Il suo sorriso accecante accolse le prime luci dell'alba.

***

Laboratorio
centro START
22 aprile 2013
ore 6:15

«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!», disse Rushmore accarezzandosi il pizzetto sale e pepe.
«La testa, la testa argh... Mi sta esplodendo cosa cazzo mi ha fatto?!»
Rushmore fissò il biondino con un espressione apparentemente priva d'interesse. Aveva da poco cominciato a contorcersi sulla sedia in preda ai dolori, probabilmente cercando di uscire da quel rompicapo di pensieri che Scanner gli aveva trasmesso. Gli occhi impazziti, i denti digrignati che si consumavano.
Due menti in una. Non reggerà.
Uno dei sensori su uno schermo squillò forte.
La CIA è arrivata. Lui mi sarà d'aiuto.
L'uomo più intelligente del mondo si fece triste. Scrutò il francese, sentendosi ancora una volta un verme. Le sue intenzioni erano al sicuro. Nessun telepate al mondo avrebbe mai potuto scrutargli il cranio. C'era da perdersi in quel cervello fuori dal comune.
Se Scanner ha fatto quel che ha fatto, è per mancanza d'alternative adatte. Un cenno di logica in un infinità di scelte improbabili. Lo ha fatto per me, lui solo ne sapeva l'utilità e in quell'istante ha così ben deciso. Sarà comunque semplice giustificare la cosa. Il mio destino dopotutto, è una condanna nel buio, nella solitudine. Niente dolce musica, per me... E sia. Altri due Super, per il segreto di Mezzanotte. Altri due Super nella mente suprema.
«Cheveaux non temere», riprese poi, sembrando rincuorare il telepate e posandogli delicatamente le mani sul capo. «Non sentirai più dolore, lo giuro!»
Un minuto, soltanto uno.
Cheveaux D'Ange ora giaceva senza vita fra le braccia del professore.
Impulsi, pensieri veloci, ricordi, sangue informazioni dati nervi parole dolore frasi immagini numeri date foto...
Dave!... E' molto di più, da molto più tempo. Evitare la verità d'altronde, non equivale a mentire.
Un sorriso amaro gli accarezzò le labbra. In quel momento Blackjack, il Super della CIA, lo raggiunse.

***
Stanza personale di Karl Rushmore,
Centro START
20 Maggio 1981

«Allora Matt, parlami di quei sogni», disse la new entry dello Start, nonchè l'uomo più intelligente del mondo. Si aggiustò gli spessi occhiali da vista sul naso aquilino, mentre sedeva comodo di fronte al lettino cui giaceva disteso il compagno.
American Dream sembrava a disagio. Il suo viso tradiva un turbamento che Rushmore mai si sarebbe aspettato dal più potente superumano conosciuto.
«Questi incubi... Mi riportano a quel giorno in cui l'Ombra... Ero confuso capisci?! Una parte di me voleva di più, voleva sfogare quell'impotenza, mentre l'altra sapeva quanto fosse sbagliato. Ho ucciso... Cristo se ho ucciso...! Quella Cosa mi ha indicato la via...»
Schizofrenia, disturbi della personalità... le possibilità si susseguirono nella mente di Karl.
AD s'interruppe un momento, percorrendo con lo sguardo la piccola stanza circondata da quegl'insoliti monitor piatti e pieni di grafici pulsanti di luce. Deglutì rumorosamente, incrociando gli occhi curiosi del professore. Poi riprese.
«L'Ombra sapeva del '73, lo sapeva da molto prima...»
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martedì 3 luglio 2012

Capitolo 13 (di Cily)



American Way si sentiva molto bene. Finalmente Mezzanotte era tornato!
Da molto tempo non si sentiva così pieno di energie.
Certo era strano chiamarlo Mezzanotte.
Per lui era sempre Dave.
Forse perchè, nonostante fosse passato tanto tempo, aveva ancora la battuta pungente e quel suo sorrisetto ironico.
Eppoi quegli occhi straordinariamente brillanti.
Erano come quelli di suo padre, anche i suoi occhi avevano brillato fino alla fine.
Suo padre.
Quell'uomo mite che gli aveva insegnato ad andare in bicicletta, che lo portava alle partite di football e che gli aveva spiegato la differenza tra il bene e il male.
Quando Matt gli aveva detto di avere dei poteri speciali e che avrebbe aderito al programma START, lui lo aveva guardato con la stessa fierezza di quando aveva cominciato a lavorare come operaio nella centrale sperimentale della Teleforce.
Per lui Matt era sempre un eroe, qualsiasi cosa facesse, anche prima che avesse i poteri.
«Figliolo sono felice che tu abbia capacità così grandi. Però ricorda, non ci sono talenti più utili di altri.
Qualunque sia la cosa che ti riesce bene, mettila a servizio del mondo e sarai veramente felice.»
Bei principi certamente, ma suo padre era solo un contadino con la testa piena di fantasie e non avrebbe mai capito l'inferno che Matt aveva attraversato per colpa di quei poteri.
Se non avesse avuto Dave sarebbe impazzito.
Ma ciò che era più importante, sarebbe morto se non ci fosse stato Dave il giorno dell'esplosione.
Lavoravano entrambi nella centrale sperimentale e avevano affrontato insieme il periodo di apprendistato.
Quando c'era stata l'esplosione della Teleforce loro due erano vicinissimi al settore da cui si era sprigionata l'energia.
Dave lo aveva preso per un braccio e lo aveva tirato con forza.
«Amico dobbiamo filarcela, qui esplode tutto!»
«Ma le procedure di evacuazione prevedono che attendiamo soccorsi. Ora verranno a prenderci!»
«Tra poco la Teleforce ci cuocerà talmente bene che diventeremo fluorescenti e, credimi, nessuno ci vorrà nemmeno sfiorare.»
Avevano infranto le raccomandazioni di sicurezza e si erano messi in salvo.
Molti dei loro colleghi, rispettosi delle procedure avevano atteso i soccorsi e erano morti ustionati, altri avevano sviluppato dei tumori fulminanti per essere rimasti troppo tempo esposti alle radiazioni.
Inizialmente le istituzioni avevano offerto ai sopravvissuti cure mediche e controlli approfonditi e Matt ne era stato felice.
Aveva cominciato a soffrire di emicranie frequenti durante le quali non riusciva più a parlare. Quando l'emicrania passava, si addormentava e si risvegliava due o tre giorni dopo.
Anche Dave stava male. Soffriva di una febbre che non passava mai e che ogni due o tre giorni saliva a 40.
Inoltre aveva avuto episodi di amnesia in cui si era trovato in luoghi sconosciuti senza sapere come ci fosse arrivato.
Poi un giorno Matt aveva sentito i pensieri nella mente del giovane dottorino che lo stava visitando e lo aveva raccontato all'amico.
«Anche io riesco a fare delle cose strane con la mente,» gli aveva risposto Dave «Riesco a scaldare gli oggetti. Non tutti però. Quelli arrotondati non riesco a raggiungerli, ma quelli con angoli e punte posso farli diventare molto molto caldi.»
I medici avevano detto che la Teleforce aveva causato mutazioni importanti del sistema nervoso in tutti i sopravvissuti, ma solo Dave e Matt avevano sviluppato certe capacità.
La comunità scientifica li aveva convinti ad aderire ad un programma di test per conoscere e sviluppare i poteri.
Matt si era messo nelle loro mani con fiducia cieca non immaginando quel che sarebbe successo.
Loro lo avevano spremuto come un limone.
Volevano vedere fino a che punto arrivavano i suoi poteri, volevano che imparasse a utilizzarli correttamente e efficacemente ma non avevano pazienza, perciò lo sottoponevano a sedute frequenti ed estenuanti. Non erano mai contenti e ne volevano sempre di più.
A loro non importava che il giorno dopo Matt avrebbe avuto delle fitte così forti alle tempie da desiderare di aprirsi la testa in due con un martello e che i dolori alle ossa sarebbero stati così intensi che gli sarebbe stato impossibile alzarsi dal letto.
Per fortuna c'era Dave.
Anche quando era sfinito, Dave passava per fare quattro chiacchiere e bere una birra.
Una volta Dave lo aveva trovato solo in casa, steso a terra nel disperato tentativo di trascinarsi fino al bagno.
«Non preoccuparti Matt,», gli aveva detto. «Domani andrò io al tuo posto.»
«Ma domani è la tua giornata di riposo.»
«Ci sono un paio di cosette che sono rimaste in sospeso e che voglio riuscire a fare. Sai come si dice, batti il ferro finchè è caldo.»
Nonostante il tono spavaldo, Dave era pallidissimo e gli tremavano le mani.
Però Dave non si lamentava mai, anzi si spingeva sempre fino al limite ed era riuscito a fare facilmente cose che a Matt avevano richiesto molto esercizio.
Una volta Dave aveva liberato così tanto il suo potere che il cilindro di metallo si era liquefatto e l'aria della stanza era diventata così rovente che i due osservatori che prendevano appunti si erano ustionati.
«Se la sono voluta», aveva commentato Dave allegramente. «Glielo ho letto in faccia che pensavano che non ce l'avrei fatta.»
Dave aveva sempre voglia di scherzare ma l'ultima volta che si erano visti era teso e cupo.
E non scherzava affatto.
«Questa non è vita. Tutti i giorni eseguiamo ordini, andiamo di qua e di là per risolvere i loro casini internazionali e i loro disastri ambientali. Il fatto che possiamo salvare il mondo non vuol dire che dobbiamo farlo in continuazione. Andiamocene!»
«Non posso venire con te, Dave,» aveva risposto Matt abbassando gli occhi.
«Dimmi che non hai mai pensato di ucciderti pur di liberarti di questa vita assurda.»
Per la verità Matt ci aveva pensato tante volte.
«Anche a me non piace farmi sparare addosso ma non posso lasciare mio padre. Ha solo me.»
Nonostante fosse certo della sua scelta quando Dave era partito Matt si era sentito terribilmente stupido e la squadra dei Super non aveva guarito la sua solitudine.
Ora Dave era tornato.
I pensieri di American Way furono interrotti dalle vibrazioni della mente di Mezzanotte.
«Matt ricordati che stiamo solo facendo ciò che va fatto. Quello che abbiamo scoperto è gravissimo. Gli altri Super sono troppo sciocchi per capire, ma tu e io sappiamo come andrà a finire se non facciamo qualcosa. Dobbiamo fermarli!»
Matt pensò a quanti Super avrebbe dovuto ancora uccidere e gli tornò alla mente Libby.
Lei non avrebbe capito e non si sarebbe piegata, ma lui non l'avrebbe uccisa.
Non avrebbe mai potuto farle del male.
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martedì 29 maggio 2012

Capitolo 8 (di Black Terror)


 
Admiral City
22 Aprile 2013
Salazar Tower
Ore: 5.45

Qualcosa gocciolò sullo spallaccio antishock di Stray. La ragazza guardò in alto, scrutando la sagoma imponente della Salazar Tower. Il cielo era buio, mancava ancora un po' di tempo al sorgere del sole. Sopra di lei il grattacielo era un monolite scuro. La corrente elettrica mancava fin dal momento dell'arrivo del team di Fortress Europe. Le uniche cose che scorgeva erano i crepitii energetici provenienti dalla sommità dell'edificio, dove l'entità conosciuta come Mezzanotte aveva attaccato.
Una seconda goccia le arrivò quasi in un occhio. Con una reazione istintiva riuscì a fermarla a mezz'aria, semplicemente concentrandosi. Era sangue. La deviò col pensiero, quindi continuò a levitare, rallentando l'andatura. Procedeva passando a pochi centimetri dalla parete del grattacielo. Volava solo grazie alla telecinesi e non poteva che salire verticalmente, con cautela. E se qualcosa le avesse fatto perdere la concentrazione...
«Sunlight mi senti?» Nessuna risposta radio. Il suo amico, caposquadra del team di FE mandato in supporto agli alleati americani, era irraggiungibile da quasi mezz'ora. La squadra si era divisa proprio su suo ordine.
Rockster era entrato dal pianoterra, subendo inevitabili ritardi per validare la sua presenza ai soldati della Guardia Nazionale e ai Federali.
Cheveux d'Ange stava collaborando con Rushmore, il genio dello START. Tentavano di svegliare il comatoso Professor Scanner, l'unico ad aver letto la mente di Mezzanotte, subendone le conseguenze.
Archer attendeva ai comandi del flyer, dalle parti della spiaggia di Parque de l'Indio, dove i militari lo avevano fatto atterrare. Lei e Sunlight invece avevano optato per una penetrazione dall'alto. Ma ora Stray, Archer a parte, non riusciva più a contattare nessuno dei suoi compagni.
Impulsi elettromagnetici, guerra elettronica, Teleforce, superpoteri: le spiegazioni per il silenzio radio che avvolgeva la Torre potevano essere tante.

Arrivò al ventottesimo piano e lo vide: un corpo riverso sul davanzale di una finestra in frantumi. Era vestito con una exosuit nera, bruciata in alcuni punti e liquefatta in altri. “È stato Sunlight”, pensò. “È passato di qui.” Esaminò il cadavere senza toccarlo. Era uno dei tirapiedi di Mezzanotte. Come li aveva chiamati il biondino, Cheveux d'Ange, pescando l'informazione dal cervello di Scanner? Triari, se non sbagliava.
«Sun, sei qui?», chiamò attraverso la finestra, osservando un ufficio buio, coi mobili devastati dalla colluttazione. «Avanti Tyke rispondi, maledetto olandese.»
Scavalcò il corpo ed entrò, accendendo la piccola Maglite che portava alla cintura. Un'intera parete era annerita, i quadri esplosi, le tele bruciate. Altro indizio del passaggio di Sunlight.
La porta che dava sul corridoio era socchiusa. La spalancò col pensiero, pronta al peggio. Vide soltanto un corridoio buio e il cadavere di un secondo Triario, morto a pochi passi dall'uscita che dava sulle scale interne della Salazar Tower. Perché Tyke era entrato da lì?
Stray si passò una mano tra i capelli biondi e regolò l'auricolare. «Archer, Cheveux mi sentite?»
Le rispose un fruscio fastidioso, seguito dalla voce disturbata del pilota inglese. «Poco e male», le ripeté due volte. «Sto cercando di...» ma la frase fu troncata da altre scariche statiche.
Insistette: «Qualcuno sta ancora monitorando la Torre? Non vedo elicotteri nelle vicinanze.»
«Crrr... crrr... Droni di crrr... Chiamando Salazar ma... crrr... a zero per ora.»
«Ti sento di merda», sbottò Stray, spazientita. Quando perdeva la pazienza il suo passato da teppistella cresciuta nei vicoli di Neukölln emergeva prepotente. «Se sei ancora in linea cerca di individuare se ci sono movimenti al ventottesimo piano dell'edificio. E cerca di localizzare anche i GPS di Rockster e Sun, cazzo!»
«Stray, ascoltami.» Questa volta la replica giunse forte e chiara. «Ragazza, mi senti?»
Non si trattava di Archer, di Tyke e nemmeno di Rock. Inglese con accento texano, una voce nota in tutto il mondo. «AD? Sei tu?»
«Sono io. Sei vicina vero? Sunlight mi ha detto che stai salendo radente alla Torre.»
Stray rientrò nell'ufficio e si sporse dalla finestra, guardando in alto. Una figura si stagliava sopra di lei, diversi piani più su. Era sospesa in volo a braccia conserte. La Super sapeva che almeno due membri dello START erano penetrati nel grattacielo poco dopo l'attacco di Mezzanotte. American Dream era stato il primo, come ci si aspettava dal più grande eroe statunitense. A ruota lo aveva seguito Libby, o almeno così le aveva detto Archer, bypassando le frequenze della Guardia Nazionale.
«Ti vedo», gli disse, sventolando poi una mano.
AD le rispose con un cenno. «Raggiungimi quassù. Quarantesimo piano, terrazzino del Belvedere Restaurant. Sunlight è ferito, ha bisogno di te.»
Stray si irrigidì. Tyke era nei guai? Maledì la baronessa Ashton, che in nome dell'Unione per gli Affari Esteri aveva mandato mezza FE a rischiare la vita lontano da casa. Scavalcò di nuovo il davanzale e levitò verso l'alto, mentre Admiral City, scossa dagli attacchi dei seguaci di Mezzanotte, rimpiccioliva sotto di lei.

Raggiunse American Dream, che nel mentre si era appoggiato al cornicione del Belvedere. Le vetrate del ristorante erano a pezzi, i tavoli rovesciati, gli splendidi vasi in frantumi. Il Super dello START le sorrise. Indossava il suo famoso costume in spandex rosso e blu, con un cerchio bianco fluorescente all'altezza del cuore. Era bello, con quell'aria a metà tra il boy scout e la rockstar che tutte le donne del pianeta conoscevano. Poteva non piacere, ma di certo aveva fascino.
Stray atterrò sul terrazzino. «È un sollievo vederti.» Lo pensava davvero. «Credevo di essere rimasta sola. È assurdo, lo so...» Poi lo vide. Sunlight era infilzato sulla statua del Nettuno al centro della sala principale del ristorante. Il tridente di bronzo lo inforcava dal petto, sbucando dalla schiena. La ragazza si portò le mani guantate alla bocca.
American Dream si voltò, senza smettere di sorridere. «C'erano un olandese, una tedesca e uno scozzese. Tutti e tre cercavano di entrare qui per ficcare il naso.»
Stray era abituata ad agire d'istinto. Senza fare o farsi domande si concentrò sulla grossa gargolla in pietra posta al margine destro del cornicione. Riuscì a strapparla dai perni in un istante. La scagliò con la forza del pensiero: il proiettile colpì AD alla spalla, frantumandosi in mille pezzi.
Il supereroe rovinò a terra. Si rialzò puntellandosi su un ginocchio. Stray aveva già scelto il secondo proiettile, un enorme lampadario di cristallo divelto dal soffitto. Lo lanciò, accompagnandolo con un cenno della mano. American Dream alzò un braccio e lo deviò come se si trattasse di un pallina di carta. Quindi scattò avanti e colpì la ragazza con un montante allo sterno. La piegò in due, mozzandole il respiro. Stray vomitò sangue e crollò a carponi. Nonostante il dolore capì di essere stata risparmiata. Un pugno di AD sferrato alla massima potenza l'avrebbe bucata da parte a parte. Tentò di tirarsi in piedi. Il Super la strattonò per i capelli, alzandola di qualche centimetro da terra.
«Il tuo amico è durato di più. Sei un'eroina gracile.»
«Perché, brutto bastardo yankee?», riuscì a mormorare la ragazza, soffrendo a ogni parola. «Perché fai questo, American Dream?»
«Per Mezzanotte, per il futuro. La Direttiva Wildfire è stata ritirata. Il successo è vicino.  E d'ora in poi chiamami col mio vero nome, stupida schlampe. Io sono American Way.»
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martedì 15 maggio 2012

Capitolo 6 (di Barney Panofsky)



Admiral City
Salazar Tower,
22 aprile 2013
Ore 5.00 AM

Libby si accorse con la coda dell'occhio dell'ingresso furtivo di Bonnie nella Torre.
Quella stronzetta non aveva mai voluto far parte della START, sembrava la cagnetta dei Salazar e la irritava sempre; ma adesso le sue priorità erano altre: Matt era rinchiuso nella Salazar Tower da tre ore, e nessuno sapeva che cosa stesse succedendo là dentro.
Bonnie avrebbe dovuto aspettare: nella vita esistono compiti che si possono posticipare, e la stronzetta era un perfetto esempio di attività non prioritaria, almeno in quel frangente.

«Kirkman, mi faccia passare per favore»
Il capitano della Guardia Nazionale di Portorico si girò con calma misurata verso Lady Liberty.
«Lo farei più volentieri se sapessi a cosa la mando incontro, Lady. Ma presumo di non poterle impedire l'ingresso, quindi... Ragazzi, fate passare la Signora. E tenete occhi e mani a posto, se non volete che lei vi stacchi la testa con uno schiaffo...».
L'ultimo avvertimento era probabilmente superfluo, ma nel gruppo c'erano un paio di reclute che difficilmente sarebbero state indifferenti davanti alla donna fasciata nella sua tuta polimerica in spandex rinforzato con kevlar e carbonio. Lady Liberty era splendida ed algida, di una bellezza pericolosa; un pugno scagliato a velocità subsonica (ma si trattava comunque di quasi mille chilometri l'ora...) con i suoi guanti da combattimento era tranquillamente in grado di staccare la testa ad una recluta e - con la stessa facilità - bucare il portellone di un'auto.
La squadra della Guardia Nazionale si aprì e fece passare Libby, che in meno di mezzo secondo percorse lo spiazzo tra il blocco degli uomini di Kirkman e l'ingresso principale della Salazar Tower. I militari la videro quasi sparire davanti a loro, riapparire per un attimo davanti alla porta a vetri che si apriva sulla immensa hall della torre, poi sparire definitivamente all'interno dell'edificio.

***

La hall era crepitante dell'elettricità statica che correva all'esterno dell'edificio, ma a parte questo assurdamente silenziosa.
Nessun segnale sembrava potere uscire dalla torre, nessuna traccia elettronica era in grado di rompere l'assedio generato dall'attacco di Mezzanotte: la donna era sola con se stessa.
Libby attivò la modalità “combattimento” dei suoi occhiali speciali, e un reticolo virtuale apparve davanti ai suoi occhi.
I sensori di movimento a corto raggio non segnalavano niente davanti a lei, i rilevatori termici indicavano una traccia che girava verso destra e verso il basso: probabilmente la scia lasciata da Bonnie qualche minuto prima.
Ma Matt era sparito ai piani superiori, e - ancora una volta - la priorità non era certamente inseguire la stronzetta.

La Super si avvicinò lentamente alle scale e lanciò il suo drone firefly in ricognizione. Il microrobot a induzione salì veloce per cinque piani, fornendo a Libby una scansione completa del percorso: nessun pericolo in vista, possibilità quindi di muoversi a tutta velocità.
Lo schema fu ripetuto per altre quattro volte, poi - senza alcun preavviso - il firefly sparì. Non segnalò alcuna anomalia, prima: semplicemente all'istante x era attivo e trasmetteva regolarmente i suoi dati, l'attimo dopo il canale era vuoto di segnali.

Libby si raggomitolò su se stessa, pronta a schizzare alla massima velocità contro l'eventuale bersaglio e a colpirlo con la pura energia cinetica della sua massa in movimento iperaccelerato, e iniziò a salire le scale molto lentamente.
Era al pianerottolo del ventitreesimo piano quando, tra i crepitii di statica e gli schiocchi metallici che ruscellavano sinistri dai piani superiori, le sembrò di vedere qualcosa lungo il corridoio alle sue spalle.
Con tutta la prudenza che poteva mettere nei sui movimenti, Libby strisciò accosto al muro ed entrò nel corridoio.
C'era in effetti qualcosa, in mezzo al pavimento. Una figura umana, una donna.
Libby la riconobbe subito, e imprecò mentalmente contro Ross, che le aveva assicurato pochi minuti prima che l'attrice era al sicuro. Perché al ventitreesimo piano della Salazar Tower, in mezzo al corridoio semi-illuminato da fioche luci di emergenza, c'era - al di là di ogni ragionevole dubbio, e contro qualsiasi probabilità favorevole- Scarlett Johansson.
«Signora Johansson!» sussurrò Libby.
Nessuna risposta dalla donna a terra, che però sembrò muovere un braccio. C'erano almeno venti metri tra loro due, una distanza ridicola se la Super avesse potuto contare sulla sua velocità... Ma Libby non si fidava a correre in quell'ambiente ristretto, male illuminato e dannatamente ostile, quindi optò per un avvicinamento misurato e prudente.  
Aveva quasi raggiunto la Johansson quando - senza alcun preavviso - il pavimento si aprì sotto i suoi piedi, e Libby si trovò a cadere assieme all'attrice per un paio di secondi. 

***

Le due donne atterrarono morbidamente su una massa di qualcosa che sembrava sabbia in una ampia stanza circolare, il soffitto alto almeno sei metri, le pareti di plexiglas dieci metri tutto attorno a loro.
Davanti, in una nicchia illuminata da freddi bagliori di plasma freddo, American Dream sembrava crocefisso ad un traliccio metallico, braccia, torso e gambe legate alla struttura da fasce luminose. La testa penzolava senza conoscenza, quasi a dipingere una tragica deposizione del Caravaggio.
«Matt! Matt!», urlò Libby, e quasi nello stesso istante il suo cervello mandò agli arti inferiori il comando di pompare a tutta velocità verso l'uomo che amava.
La Super ebbe appena il tempo di realizzare che non stava muovendosi affatto, che accanto a Matt apparve un essere che pareva fatto di ombra. Era senza faccia, ma incredibilmente stava sorridendo e scuoteva la testa verso Libby, sempre più immobile e incredula.
«Conosci i composti tissotropici, Lady Liberty? No? Bene: ne stai calpestando uno. E più forte lo calpesti, più questo si liquefa e ti intrappola»
La donna si rese conto che l'essere misterioso diceva la verità. Smise di correre, e si fece circondare dal composto viscoso che già stava solidificandosi attorno a lei e alla Johansson. Libby decise di aspettare per capire chi aveva davanti e cercare una via d'uscita per lei, Scarlett e Matt.
L'essere nero continuava a sghignazzare: «Mezzanotte sarà contento di sapere che ho catturato anche Lady Liberty, assieme al caro American Dream! E saranno contenti anche i nostri padroni!»

Libby stava in silenzio, ma la rabbia per essersi fatta catturare come una stupida, il timore per le condizioni di Matt, e l'odio che le stava crescendo nei confronti di quell'incubo nero la facevano quasi esplodere.
Per il momento, non poteva che pensare a un modo per tirarsi fuori da lì, e a chi mai ci fosse dietro questo folle attacco ad Admiral City e ai Super.
Era così a corto di prospettive positive, che cominciò addirittura a sperare che la stronzetta potesse in qualche modo aiutarla...
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