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mercoledì 26 giugno 2013

Capitolo 19 - Stagione 2 (di Smiley)


22 ottobre 2013
Atene

«Titanio,» disse Rosenkreutz soppesando la protesi d’acciaio. «Mi dovrò abituare. Quelle che ho messo negli ultimi trent'anni erano molto più pesanti.»
«Vedo che ti stai divertendo», disse una voce alla sua destra.
Rosenkreutz girò la testa di scatto. Al suo fianco sedeva un uomo coi capelli bianchi, la barba dello stesso colore, rughe grinzose intorno agli occhi verdi. Indossava una tuta nera, sulla quale spiccavano le lettere gialle ”H.I.” all’altezza del cuore.
«Chi sei?», gli domandò Rosenkreutz. «Come hai fatto ad entrare in macchina?»
L’uomo sorrise. «Non esiste nulla di più potente, dal punto di vista quantico, dell’ultimo pensiero di un uomo.»
Rosenkreutz aggrottò le sopracciglia. Afferrò la pistola presente all’interno della valigetta che teneva sulle ginocchia, la puntò alla tempia dello sconosciuto. «Ti ho chiesto chi sei.»
«Hai intenzione di uccidermi? Provaci, se vuoi.»
Rosenkreutz premette il grilletto.
Non accadde nulla.
«Ma come…»
Il vecchio increspò nuovamente le labbra in un sorriso. «Tu non puoi uccidermi, Christian. In questo universo, tu sei già morto.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:00
Vathy, Grecia.
Edificio R

Jackson non riusciva a fare a meno di pensare in che guai si era cacciato – In cui l’avevano cacciato – in quelle ultime due settimane. Prima Calcutta, con la dottorressa Gupta e il salvataggio da parte di Sniper e Musashi. Poi il volo dopo quattro giorni d’attesa su quel vecchio Ilyushin 76 guidato da un ugualmente vecchio bengalese senza denti, che li aveva scaricati a 20 km da Aleppo. Là avevano atteso altri due giorni, prima di ricevere finalmente una comunicazione su un canale sicuro da parte di Pi Quadro, che li aveva informati che avrebbe inviato loro in supporto il Greyhawk, il loro velivolo stealth ipersonico dotato di camuffamento olografico, assieme ai migliori Evron.
Quando il Greyhawk era finalmente arrivato, e Jackson sognava già di rientrare a Calgary, Pi Greco li aveva informati che Angela richiedeva supporto immediato ad Atene.
Una volta stabilito il punto di contatto, e prelevati la dottoressa e il super conosciuto come Stakanov, c’era stato un nuovo cambiamento di programma. All’interno del centro di ricerca della Hypotetical dove si era infiltrata alcune ore prima, Angela aveva ottenuto delle nuove informazioni su una sorgente di Teleforce potente come quella di Delfi, e Pi Quadro aveva confermato che dal suo modello 3D della Terra si era manifestata, nelle ultime 36 ore, una nuova presenza anomala dell’energia di Tesla sulle isole Ionie.
Ecco perché, dopo aver atteso un altro giorno per permettere ad Angela e Stakanov di recuperare le forze, Jackson si trovava catapultato all’interno dell’edificio che secondo Angela e Pi Quadro era la sorgente del picco anomalo di Teleforce.
E nonostante fosse protetto da Golem di classe Evron, due super e una delle menti più brillanti del pianeta, non si sentiva affatto al sicuro.


***

22 ottobre 2013
Atene

Rosenkreutz premette il grilletto.
Ancora.
Ancora.
E ancora.
Nessun suono, nessun “BANG!”.
Nulla di nulla.
Il vecchio seduto accanto a lui sospirò. «Non avevo mai assistito ad una triplice ripartizione spazio-temporale di questa portata prima d’ora. Non solo hai avuto il tempo di immaginare e creare un tuo nuovo universo personale della durata di due giorni, ma hai diversificato lo svolgere degli eventi a seconda della tua volontà del momento. Affascinante.»
Rosenkreutz strabuzzò gli occhi. Urlò. «Che succede? Non capisco!»
L’uomo gli appoggiò la mano sinistra sulla spalla. «Lascia che ti mostri.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:03
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il corridoio era così stretto che due uomini affiancati non avrebbero potuto attraversarlo.
Figurarsi i Golem.
La strategia la suggerì la dottoressa Solheim prima di imboccare il passaggio. Jackson sapeva che da quando il suo laboratorio di Savannah era stato attaccato, lei era cambiata, poiché si sentiva personalmente in colpa delle perdite subite. Ecco perché, negli ultimi mesi, partecipava attivamente a tutte le missioni rischiose. Il Rafkon, l’armatura biotecnologica che indossava in quel momento, era quanto di meglio il NIMBUS avesse creato negli ultimi anni. Comandato a distanza, era il Golem definitivo, o come lo chiamava Pi Quadro, il “Super Golem”. Guidato da Angela, che l’aveva personalmente ideato e realizzato per adattarlo alle sue esigenze e alla sua struttura fisica, era il capolavoro assoluto del loro centro di ricerche.
«La situazione è fin troppo strana», disse Angela. «Fuori dall’edificio e nei settori che abbiamo controllato non abbiamo incontrato alcuna resistenza. Chiamatemi pazza, ma questo corridoio mi sembra fin troppo sospetto.»
«In che senso?», domandò Musashi.
«Un laboratorio interamente vuoto, caratterizzato da spazi ampissimi collegati da corridoi come questo, che sembrano delle strettoie fatte apposta per incastrare i nostri golem non l’avevo mai visto. E le piantine che ho recuperato ad Atene si stanno rivelando inaffidabili.»
«E allora che si fa?», chiese Stakanov, che aveva recuperato la vista dopo la cecità temporanea.
Angela rimase in silenzio un istante. Poi annuì da sola, come se avesse avuto l’idea giusta. «Dobbiamo rischiare e andare avanti. Dividerci, a questo punto, sarebbe un errore. Ci muoveremo in fila indiana cercando di raggiungere l’estremità del corridoio nel più breve tempo possibile. New Blaster, Cryptor, Ornix e Primark andranno per primi. Dopo verremo io, Stakanov, Jackson e Musashi, seguiti da New Brawler, Dural, Marker, Golder e Suitor. Sniper, tu verrai per ultimo, ci coprirai le spalle.»
«Roger», disse il Golem.
Non incontrarono problemi.
Raggiunsero l’estremità del corridoio in pochi secondi, attraversarono una porta che si aprì automaticamente al loro passaggio, e si ritrovarono all’interno di una nuova stanza, dalla forma quadrata e con le pareti interamente occupate da schermi al plasma.
Jackson pensò che da qualche parte dovesse esserci una telecamera nascosta, perché su tutti teleschermi, in quel momento, era inquadrato il suo gruppo.
A ridosso della parete opposta alla porta d’ingresso, si trovava un oggetto dalla forma ovoidale, alto un metro e mezzo.
Jackson non ebbe il tempo di pensare cosa fosse. L’uovo ruotò su sé stesso, mostrandosi per quello che era: una specie di seggiola. Nella sua parte cava era seduto, con la gamba sinistra accavallata sul bracciolo, un uomo pelato.
Gli occhiali da sole non consentivano di vedere i suoi occhi, ma il camice nero indossato su di una tuta dello stesso colore, in contrasto con il colorito cadaverico della sua pelle, lo rendevano estremamente inquietante.
Jackson non aveva mai avuto modo di incontrarlo, ma aveva letto e studiato a fondo i file che lo riguardavano. Non credeva che quell’uomo fosse proprio davanti a lui.
Anche Angela sembrava stupefatta. «Cosa ci fa lei qui?»

***

22 ottobre 2013, ore 7.00
Glifada, Molo dei Pescatori

«No...tu...sei...morto.»
«Amico sono qui, davanti a te. Credici.»
«Credimi tu. Se dico...che sei...morto.»
Rosenkreutz vide sé stesso svenire davanti a un redivivo Angelo. Allungò una mano per afferrarlo, ma la mano gli passò attraverso, come fosse divenuto un fantasma. Fece un passo indietro, spaventato. «Che diavolo sta succedendo?», gridò, in direzione del vecchio.
Quello scrollò le spalle. «È la tua prima tripartizione. Hai immaginato di rivedere il tuo amico decidendo di far fallire la missione. Nella seconda, che non ti mostro per motivi di tempo, affronti i soldati della Hypothetical e porti a termine il tuo compito. Nella terza, invece, che è la più divertente, risolvi in tutta solitudine l’emergenza Kedives, salvi il mondo esorcizzando Loxias e converti addirittura la dottoressa Gupta. Niente male anche la panoramica su Kedives che contatta il tuo vecchio maestro. C’era forse della ruggine, tra voi due?»
Rosenkreutz crollò in ginocchio.
La realtà intorno a lui scomparve in un vortice bianco.

***

22 Ottobre 2013, ore 5:05
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il dottor Spencer Grant si alzò dalla sedia ovoidale e fece un passo in avanti. «Benvenuta, dottoressa Solheim.» Con un cenno della testa indicò Musashi e Stakanov. «Benvenuto anche a te, Alexsej. E anche a te, Takezo
Jackson vide Musashi aggrottare le sopracciglia.
Un attimo dopo, Grant gli rivolse la parola. «Tu, invece…Non ti conosco. Ma i tuoi occhi mi rivelano tutto ciò che devo sapere. Flare di Teleforce. Telecinesi. Giusto? In ogni caso, benvenuto anche a te.» Infine indicò i Golem. «Vedo che come suo padre, suo nonno e il suo bisnonno, anche lei è affezionata a quei giocattolini, dottoressa Solheim.»
«Cosa intende dire?», chiese Angela.
«Che la sua famiglia cerca incessantemente da settant’anni di emulare ciò che ha fatto George Moore, senza mai esserci riuscita o minimamente avvicinata. I suoi golem sono solo rotelle meccaniche che girano grazie a un nucleo di teleforce. E lei è appena giunta allo stadio dell’umano all’interno di un costrutto biomeccanico. Ci vorranno ancora diversi decenni prima che sia in grado di realizzare la forma inversa. Ma d’altronde il dottor Moore era un genio visionario, avanti un secolo rispetto a tutti gli altri scienziati del suo tempo. Il lavoro della famiglia Solheim non può essere minimamente paragonato al suo. O al mio.»
«Credevo che il suo laboratorio fosse a Corinto, alla sede centrale della Hypothetical!»
Grant sbottò in una risata. «Solo un pazzo conserverebbe tutta la propria ricchezza in un unico posto.»
«Lei è un pazzo.»
Grant face spallucce. «Sono sempre stato abituato a certe parole. Ad ogni modo, dottoressa, cosa la porta qui? Cosa posso fare per lei?»
«Lo sa benissimo. C’è lei dietro gli esperimenti della Hypothetical. È lei, che secondo le nostre informazioni, ha creato Loxias. E sono sicuro che la causa dei picchi anomali di Teleforce in questa zona dell’Europa è sempre lei, dottor Grant. Perché lo fa? Perché ha creato un’aberrazione come Loxias?»
«Per lo stesso motivo per cui lei crea i suoi pupazzetti, dottoressa. Perché amo la scienza e la genetica. E perché Kedives ha creduto nelle mie ricerche e mi ha pagato più degli altri. Ma non è una questione di vile danaro. Mi creda, su questo. Io sono sempre lo stesso che ha lavorato con Salazar, prima che mi cacciasse per le mie idee. Sono sempre lo stesso che ha lavorato con e per gli americani, prima che mi dessero il benservito. E sono sempre lo stesso che ha lavorato con suo padre, prima che anche lui mi mandasse via perché spaventato dalle mie ricerche. Ma si sa, il tempo è galantuomo. E alla fine sono io quello che ha dimostrato di aver ragione.»
«Ragione su cosa? Lei sta collaborando con dei criminali! Quali sono i vostri scopi? A che cosa state puntando?»
«Per quanto mi riguarda, punto solo al perfezionamento. Menti illuminate come Tesla e come Moore avevano intuito che la Teleforce poteva migliorarci. Mentre invece, la maggior parte di coloro che l’hanno utilizzata, l’hanno sempre ritenuta il fine da raggiungere. Non il mezzo.»
Angela scosse il capo. «Non credo di seguirla.»
Grant ghignò. «Come potrebbe, d’altronde? Lei utilizza la Teleforce per far muovere i suoi giocattolini, Salazar e quelli prima di lui hanno utilizzato la teleforce per creare quelli come Alexsej o Takezo.»
«E lei ha utilizzato la Teleforce per creare quel mostro di Loxias!», disse Stakanov.
Grant sogghignò. «Non proprio, Alexsej. È qui che vi sbagliate tutti.»

***

20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Rosenkreutz vomitava a quattro zampe sul pavimento di una stanza sconosciuta. Nonostante i conati lo inchiodassero in quella posizione, riuscì a mettere a fuoco l’ambiente circostante.
Alla sua sinistra, una striscia di sangue trasversale macchiava la parete e l’acquario incassato nel muro. Sotto l’acquario, la protesi in acciaio di una metà inferiore di una gamba con un mocassino nero era a pochi passi dal corpo inerte di un cane. Alla sua destra, su di una poltrona, giaceva il cadavere di un uomo reso irriconoscibile da diversi proiettili.
Rosenkreutz fu scosso da un nuovo conato. «Cos’è questa diavoleria? Perché non mi rispondi? Che mi sta succedendo?»
Il vecchio raccolse la protesi, gli passò accanto e si piazzò alla sinistra del cadavere sulla poltrona. «Te l’ho detto, Christian. Sei morto.» Sventolò la gamba d’acciaio e gliela gettò davanti. «Questo sei tu. O quel che ne rimane. Bannon ha utilizzato un giocattolino che ha vaporizzato te e il teleporta che ti accompagnava. Questo, invece», disse indicando il morto, «Sono io, qualche anno fa. O almeno, è l’io di questo universo. Un universo molto più interessante di quello in cui ho accettato l’assegno di quelli della Hypothetical, non sono stato ucciso dal mio compagno Bannon, e ho reso a Kedives, Loxias e Grant il gioco più semplice. Ogni tanto mi concedo un viaggio qui per godermi lo spettacolo che questo universo offre in questi giorni.»
«Io…Io non capisco…», balbettò Rosenkreutz. «Se sono morto, come faccio a parlare con te?»
«Il pensiero umano viaggia a velocità inimmaginabili, in un picosecondo interi universi nascono, crescono, si sviluppano, evolvono e poi muoiono. Universi personali come quello che hai creato tu, Christian. Io, col passare del tempo, ho imparato a viaggiare non solo attraverso il multiuniverso, ma anche a vedere quelli creati dai singoli individui. Ogni viaggio ha un costo per il mio corpo, ma credimi, ne vale dannatamente la pena. Soprattutto quando il pensiero si tramuta in pura energia, e per una infinitesima frazione di secondo sopravvive alla materia, modificandola e plasmandola a proprio piacimento.»
Rosenkreutz sgranò gli occhi. Vide le sue mani divenire trasparenti. «Allora…tutto quello che ho vissuto…non era reale?»
Il vecchio sorrise. «Lo era per te. Ma nella realtà di questo mondo sei appena morto. Naturalmente, essendo il tuo l’ultimo pensiero di un singola persona, non ha impatto sugli altri o sulle scorrere del tempo reale
Rosenkreutz si accorse che le mani erano scomparse. Adesso erano le braccia ad essere trasparenti. «Cosa mi succederà?»
Il vecchio si strinse nelle spalle. «Questo non posso saperlo. Quando l’energia creatrice del pensiero svanisce, l’universo parallelo personale che l’individuo ha plasmato svanisce di conseguenza. Ad ogni modo, una domanda del genere non dovresti nemmeno porla. Non posso sapere cosa succede dopo. E poi, tra noi due, quello credente dovresti essere tu. Addio, Christian.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:14
Vathy, Grecia.
Edificio R

«Come vi ho appena detto, la Teleforce altera un individuo sotto ogni punto di vista, organico e genetico. Chi viene investito dalla Teleforce è identico a prima solo esteriormente, mentre invece il cambiamento è totale, radicale. Ed è totalmente innaturale. Cosa succederebbe, invece, se la Teleforce venisse irradiata in persone predisposte geneticamente ad accoglierla?»
Jackson vide Angela portarsi una mano alla testa, Musashi deglutire e Stakanov saltellare nervosamente da un piede all’altro. Stava cominciando a capire dove il dottor Grant volesse arrivare.
«Il flare di Teleforce è l’esempio perfetto per farvi comprendere ciò che intendo dire», continuò Grant. «Ha fatto nascere nuovi super, come il nostro amico qui presente, mentre quelli già dotati di poteri li hanno visti incrementare a dismisura. Questo aumento, però, è stato solo temporaneo, dato che i super, per divenire tali, sono stati esposti alla Teleforce già una volta. Immaginiamo invece di avere la possibilità di creare dei super senza utilizzare la Teleforce, partendo da dei semplici embrioni e utilizzando il DNA di individui dotati di poteri di varia natura. Cosa succederebbe se questi individui, una volta cresciuti e già in possesso di capacità strabilianti, venissero esposti alla Teleforce?»
«Creeremmo dei mostri…», disse Angela.
«Sbagliato, dottoressa Solheim!», esclamò Grant. «Creeremmo degli dei. Vere e proprie divinità al nostro servizio. Utilizzando la Teleforce come mezzo, e non come fine.»
«È così che ha creato Loxias, dottor Grant? Ha somministrato Teleforce ad individui geneticamente modificati?»
Grant annuì. «I miei esperimenti hanno dimostrato che una persona che nasce già con un patrimonio genetico modificato dalla Teleforce, può incamerarla in modo naturale. E amplificare i propri poteri in modo permanente. In una scala da 1 a 10, dove “1” è rappresentato da un novello super che non sa come utilizzare i propri poteri, e “10” da un super esperto inondato dal flare di Teleforce, Loxias e gli altri arrivano probabilmente a 50…Se non di più.»
Angela fece un passo indietro. «Altri? Ce ne sono degli altri?»
Grant ridacchiò di nuovo. «Oh, sì. Ce ne sono altri quattro, come lui. E aveva ragione sui picchi inusuali di Teleforce, dottoressa. Ogni qualvolta ne avete registrato uno in questi ultimi mesi, un Dio è sorto. Sono eccitato di vederli in azione, sa? Mancano solo…», Grant guardò l’orologio che aveva al polso, «Poco meno di tre ore, prima che il piano abbia inizio.»
Musashi estrasse la sua katana dal fodero, l’acciaio emanò una luce violacea. «Di cosa parli?»
«Loxias e gli altri Dei faranno piazza pulita dei centri militari di ogni singola nazione. Le simulazioni del nostro Pavel hanno stimato che, incontrando la massima resistenza degli eserciti e dei super a disposizione delle varie nazioni della Terra, i nostri saranno in grado di portare al termine la missione nel giro di due ore. E nella peggiore delle ipotesi, rimarremmo con due Dei. Quello che avverrà dopo è molto semplice. L’Hypothetical Incorporated sarà l’unica multinazionale al mondo in grado di poter garantire pace, stabilità e sicurezza su scala planetaria. Avremo il monopolio della difesa degli altri paesi, e i Governi faranno la fila per chiedere la nostra assistenza. Il tutto con la legittimazione di chi ha subito un attentato alla propria sovranità popolare. Gli Dei scenderanno sulla terra per punire i malvagi, dispenseranno morte e distruzione, dopodiché prometteranno un futuro fatto di pace e libertà. La Hypothetical non avrà contendenti, e io potrò continuare in tutta tranquillità le mie ricerche.»
«Siete pazzi! Sei pazzo! Non te lo lasceremo fare!», urlò Angela.
Grant si tolse gli occhiali da sole. Due occhi gelidi si posarono su tutti loro. Sorrise. «Dottoressa Solheim, lei mi delude. Pensa che io le avrei detto tutte queste cose se lei avesse avuto una minima possibilità di fermarci? Per chi ci ha preso? Per i cattivi di un fumetto? Lei è giunta qui seguendo i picchi anomali di Teleforce. Non dimentica forse qualcosa? Guardi alle sue spalle…»
La porta della stanza si aprì.
Jackson, Angela, Musashi, Stakanov e i golem si voltarono di scatto.
«N…non può essere…», balbettò Jackson.
«Fuoco, fuoco!», urlò Angela.
I Golem crivellarono di proiettili la figura che avevano davanti. Gli schermi sulle pareti esplosero in miliardi di pezzi, la stanza fu ricoperta da una nube di polvere e da un puzzo di cordite.
Jackson si era nascosto dietro Sniper, che nel frattempo era stato affiancato da Musashi e Stakanov.
«Come ai vecchi tempi, eh?», urlò il russo nel frastuono generale.
Musashi non ebbe tempo di rispondergli.
La figura emerse dalla polvere, il suo pugno bucò lo stomaco del giapponese, fuoriuscì dalla schiena. Stakanov gli si gettò addosso, ma due fasci di luce rossa, emanati dagli occhi dell’uomo, lo incenerirono all’istante.
Jackson cadde all’indietro, il culo sul pavimento. Era impietrito. A pochi passi da lui, Musashi giaceva a terra in un lago di sangue. Di Stakanov, invece, non rimaneva che polvere. Tentò di seguire i movimenti dell’uomo – del Dio – evocato da Grant, con i propri occhi, ma era impossibile, dato che sembrava muoversi ad una velocità ipersonica.
Nei secondi successivi, Jackson udì dieci esplosioni in successione. Poi vide solo alcune parti meccaniche dei golem. Frammenti di dita, di braccia, di gambe, di mitragliatori e di teste erano sparpagliati sul pavimento intorno a lui.
In piedi, alla sua sinistra, rimaneva solo Angela.
La dottoressa stese il braccio, il palmo della mano rivolto in avanti. Ne fuoriuscirono dei raggi di luce bianca, che colpirono il Dio dritto nel petto.
Il Dio vacillò un istante, poi balzò addosso ad Angela, afferrò la sua gola e la sollevò da terra.
Jackson serrò gli occhi. Alle sue orecchie arrivò un “CRICK!” metallico, seguito da un tonfo. Quando riaprì le palpebre, il corpo di Angela racchiuso nel Rafkor era a terra, il collo piegato a sinistra in una posizione innaturale.
Grant si fece una grassa risata.
Jackson rimase immobile al suo posto, mentre il Dio si avvicinava a passi lenti verso di lui.
Quando si fermò davanti a lui, Jackson lo vide torreggiare su di sé. Indossava una tuta aderente completamente nera. All’altezza del cuore risaltavano due lettere gialle “H.I.”.
Jackson non voleva crederci.
Non poteva crederci.
Il volto.
Le fattezze.
La potenza smisurata.
Il Dio era proprio lui.
Quello che una volta era conosciuto come il Sogno Americano.
Un Sogno Americano redivivo, ma nella maniera sbagliata.
Un incubo.
Alla stessa stregua di ciò che era avvenuto ad Admiral City.
Jackson ebbe un moto d’orgoglio. «Come ci sei riuscito?»
«Quando hai a disposizione il DNA del più potente dei Super assieme una sua copia genetica identica, crearne un altro partendo da un semplice embrione è molto semplice. Il resto mi sembra di avertelo già spiegato.»
Jackson deglutì. «Copia genetica identica?»
«Oh, sì. Una copia genetica identica. Com’è che li avevano chiamati? Ah, già. Triari. Erano dei cloni depotenziati del vostro eroe prediletto, sai? Ma ormai non importa più, dico bene telecineta
Jackson alzò lo sguardo in direzione del Dio, che gli sorrise.
Chiuse gli occhi.
Per un istante, vide Tabitha.
Poi una luce rossa lo ottenebrò.
- - -

Capitolo scritto da Smiley

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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini


mercoledì 10 aprile 2013

Capitolo 9 - Stagione 2 (di Salomon Xeno)


13 Ottobre 2013
Calcutta

L'aria puzzava di zolfo e Jackson non aveva la minima idea di dove l'avevano portato. Prima l'allarme, poi l'illuminazione era saltata. Non che prima stesse meglio, nelle grinfie di quella psicopatica. Ricominciò pazientemente a lavorare i legacci.
Da oltre la porta provenirono delle grida e uno schianto. Arrivano i nostri! Fece forza sugli avanbracci, tirando con tutta la forza che aveva, che non era poi molta. Non rivedrò più il sedere di Tabitha...
Improvvisamente qualcuno sfondò la porta e ci fu una colluttazione a pochi passi dal lettino. Scorse solo dei guizzi violacei, un uomo incappucciato e la luce riflessa nel suo coltellaccio. Figli di Ammit. Stronzi. La luce si perse fuori dal suo campo visivo, e alla fine ci fu un grido strozzato e passi felpati che uscirono dallo stanzino.
Poco dopo qualcun altro entrò e tagliò i legacci, tirandolo su. Jackson si trovò a fissare due iridi rosse.
«Dottor Jackson. Livello di Teleforce sotto scala. È un piacere rivederla intero.»
«Non vedo un accidenti!»
Una pallida luminescenza emanata dal corpo robotico illuminò il golem, il tocco di Tabitha.
«La squadra di recupero è impegnata al primo livello, ma non può resistere a lungo. Dobbiamo raggiungere subito il team leader.»
Jackson abbracciò il golem.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

Clark controllò l'orologio, con fare annoiato. Si stava godendo il locale. Non era stato facile, tra la disco e i laser dello showbiz, scovare questo locale. L'insegna a neon era il massimo di modernità che sopportava. I neon e il jazz, perché la sua cultura musicale si era fermata a John Coltrane. Se fosse riuscito a vendere al prezzo giusto, avrebbe aperto un locale di questo tipo. Magari in Mordovia, di fianco al ristorante di Depardieu. Già intravvedeva una rimpatriata hollywoodiana!
Con un gesto della mano chiamò barman, ordinando un Balabala. Come diceva quel suo amico italiano? Paese che vai...
C'era un uomo al bancone. Un impiegato sulla cinquantina in cerca d'avventura. O forse... Lo lasciò al suo Alexander.
Con l'altra mano sfogliò il quotidiano abbandonato. Era perlopiù roba vecchia: il mondo era più veloce delle notizie. E più assurdo. Morti viventi, attentati pirotecnici e una città scomparsa, Sesto Poggese. Bande di Super, mezzi-Super e Girini stavano dietro a molti di questi eventi, solo alcuni dei quali al servizio dei governi.
Per un prezzo accettabile, da quella sera avrebbe avuto due nemici di prim'ordine: l'odiato Kedives e Fortress Europe, da cui già non era particolarmente amato.
Un cameriere gli portò il Balabala, esigendo il saldo in euro.
L'uomo al bancone lo stava tenendo d'occhio, nascondendosi ogni volta che Clark distoglieva lo sguardo. Di certo non era lì per bere, non avendo neppure toccato il cocktail. Poco discreto per un agente di Fortress Europe. Troppo poco fuori luogo per un Super. Eppure, qualcosa nel modo in cui faceva ondeggiare il bicchiere gli ricordava qualcuno di conosciuto.
Distolse nuovamente lo sguardo, sorseggiando il suo cocktail. Si chiese cosa avrebbe ordinato la ragazza.

13 Ottobre 2013
Calcutta

«La prego di non considerare il contatto fisico una consuetudine accettabile.»
«Scusami, Sniper. È solo che sono felice di essere vivo!»
Il golem non fece cenno di contentezza. Non provava emozioni, perché così li avevano progettati. Era una macchina da guerra, precisa e letale. Era sciocco abbracciarlo... ma lo era anche attaddarsi nel covo del nemico, dove  quella pazza schizoide l'avrebbero ridotto a un torsolo, per cui decise di muoversi.
«Va bene, andiamo» disse. «Dove andiamo?»
«L'ingresso principale è impraticabile. Si metta questi e mi segua.»
Quando ha appreso il senso dell'umorismo?
Jackson calzò il visore, regolandolo a due terzi. La stanza era più piccola della precedente, ma ampia abbastanza da ospitare il lettino, un tavolo da lavoro e due cadaveri incappucciati. Gli sfortunati Figli di Ammit.
«Non si può fare a meno di questo odore? Perché lo zolfo?»
«Confonde il nemico. Dottore, agganci anche la mascherina. Avrà qualche difficoltà a parlare, ma le assicuro che non ne sentirà l'esigenza.»
Il golem si orientava senza esitazione all'interno di quel labirinto notturno. Incontrarono altri cadaveri, alcuni con tagli profondi ma senza perdita di sangue. La maggior parte, si accorse, erano semplicemente storditi.
«Sniper, devo riferire al NIMBUS.»
«Riagganci la mascherina, dottor Jackson. L'aria è sporca.»
Si fermarono in mezzo a un corridoio anonimo. Lì un uomo li stava aspettando. Indossava un completo d'affari scuro, ma era a piedi nudi e reggeva in una mano il fodero di una katana. In testa portava un visore identico al suo.
«Va bene» disse Jackson. «Quei tizi sono delle pedine, ma Kareema Gupta è molto più forte. Come andiamo via da questo posto?»
Il samurai indicò con un cenno. Jackson si avvicinò, sbirciando al di là della porta. Un istante dopo indietreggiò, disgustato.
«È fuori discussione! Musashi, non può aprirsi una strada con la katana? Che se ne fa della katana
«Lo scopo ultimo delle arti marziali è non doverle impiegare. Come ha detto lei stesso, non è ancora il tempo di duellare con la padrona di casa. Siccome sono parole sagge la informo che ho dato l'ordine di ritirata, per cui non ci verrà molto prima che ci individuino. Dopo di lei, dottore.»
A Jackson tremavano le gambe, tuttavia si fece forza e varcò nuovamente la soglia. Non prima di essersi assicurato la mascherina.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

La ragazza lasciò tutti a bocca aperta. Una pupattola di prima classe, alta almeno 1.80 e biondissima: una bellezza glaciale in quel posto così terribilmente mediterraneo.
«Buonasera» disse, in inglese impeccabile. «Lei deve essere...»
«Sono io» disse Clark, alzandosi per farla accomodare. Non era ancora così vecchio da dimenticare le buone maniere. «Il compagno Gennadi non la ha accompagnata?»
«Tovarish Kisurin aveva un impegno. Un Gin Lemon» disse al cameriere, facendo intendere che era tutta la conversazione che le avrebbe strappato. Sibir era una donna come non se ne vedevano dagli anni cinquanta, parola sua. Ancora una volta, si stupì di come bastasse un bel faccino e una camicetta semitrasparente a nascondere una delle più famose Super al mondo.
«Alla nostra collaborazione» brindarono.
A quel punto l'uomo al bancone si alzò, senza aver toccato il suo Alexander. Si girò sulla soglia, subito prima di uscire dal locale. E ammiccò a Clark, appoggiando il pollice appena sotto lo zigomo come un segnale rivolto a lui.
E in quel momento si rese conto di chi aveva davanti.
«Ghaly?» mormorò.
«Pardon?»
La ragazza era furba. Ma non aveva fatto tempo ad accorgersi dello scambio. Clark simulò uno dei suoi sorrisi più affascinanti.
«Niente, pupa. Un pensiero fugace. Mi è appena venuto in mente che sono ancora in grado di alzare la posta!»

14 Ottobre 2013
Kidderpore Dock, Calcutta

Era un miracolo che fosse ancora vivo. Era un quadretto patetico: aiutato da un robot e da un giapponese alto la metà di lui, era uscito a stento dalle acque dello Hughli. Se non fosse arrivato a un passo dall'affogamento, avrebbe riso.
«Gli induisti sono soliti praticare abluzioni spirituali nelle acque del Gange. Credo che dopo le fognature, ne avessimo bisogno.»
Dove ha imparato tutte queste cose? Intorno a Sniper si erano radunati anche due nuovi modelli di classe Evron. Sulla loro corazza notò scalfiture e abrasioni, ma nel complesso avevano retto bene. Un terzo golem era stato distrutto da uno scontro diretto con Ram Dao, durante la ritirata.
La squadra si era rifugiata in un vecchio magazzino, dove erano state nascoste le attrezzature e un cambio d'abito. Tra ferraglia, scheletri di barche e paratie ridotte a rottami, Musashi lo informò della situazione: «Il canale con la base non è affidabile. È così che l'hanno catturata e non possiamo permetterci che le informazioni restino qui in India.»
«Quali opzioni abbiamo?»
«Qui vicino c'è una stazione di polizia...» Certo, come se potessimo presentarci e denunciare il folle piano di Kareema Gupta, delle attività non autorizzate NIMBUS e di CLOUD... «Oppure possiamo seguire il piano di rientro.»
«Piano di rientro?»
«Il suo era un volo per Los Angeles, poi Calgary. I robot, lei capisce, non possiamo imbarcarli su un volo di linea. Abbiamo un contatto, un contrabbandiere bengalese. Possiamo arrivare quasi in Europa.»
«In Europa?» eruppe Jackson. Il samurai gli faceva perdere tempo. «Ma lo sai dov'è il Canada, almeno?»
«Quasi in Europa. Se la sua posizione non fosse ormai compromessa, le consiglierei recarsi in risciò fino all'aeroporto.»
Jackson abbassò la testa, mettendosi le mani fra i capelli. Eccomi precipitato in un'altra epoca. Quanto darei per un volo per Calgary! Quando alzò gli occhi, il giapponese era ancora lì a fissarlo con placida accondiscendenza, ma Jackson sapeva che non c'era scampo.
«Va bene» sfiatò. «Quanto vicino all'Europa dobbiamo andare?»
- - -

Capitolo scritto da Salomon Xeno (Argonauta Xeno blog)

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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 20 febbraio 2013

Capitolo 2 - Stagione 2 (di Giovanni Grotto)


Jackson riaprì lentamente gli occhi e si ritrovò disteso nel buio più assoluto. Dopo qualche istante di smarrimento cercò di rialzarsi, ma i suoi polsi e le sue caviglie erano saldamente legati.
«Ehilà?» gridò con voce roca. La sete era terribile. L’unico suono nelle vicinanze era un ronzio insistente, causato forse da un generatore.
«C’è nessuno?»
Un fascio di luce improvviso lo abbagliò, costringendolo a chiudere gli occhi.
«Bentornato fra noi, Jackson.» disse una voce femminile. Jackson cercò di mettere a fuoco la vista, e scoprì di essere disteso su di un tavolo metallico, con pesanti legacci che impedivano ogni suo movimento. Non riusciva a vedere la proprietaria della voce, immersa nell’oscurità al di fuori del cerchio di luce.
«Chi…chi sei? Dove mi trovo?» chiese Jackson.
«Esattamente dove dovresti essere. Stavi cercando qualcosa… e hai trovato
me.»
La donna si avvicinò al tavolo, il suo volto finalmente rivelato dalla luce. Jackson sgranò gli occhi ed emise un gemito.
«Tu?… non è possibile…
tu sei morta!»
- - -

Laboratorio Segreto NIMBUS
Calgary, Canada
Una settimana prima.

«Ne hai ancora per molto?»
«Piantala di rompere, Jackson…dammi una sigaretta, piuttosto.» esclamò Tabitha.
«Sono alquanto occupato a godermi il panorama, al momento.» rispose Jackson, impegnato a guardare il sedere di Tabitha. «Vederti a quattro zampe, infilata in quel macchinario… uuh, cosa non ti farei!»
L’ingegnere si rialzò sbuffando.
«Primo, a nessuno interessa sapere cosa mi faresti. Secondo, sei proprio sicuro di non aver niente di meglio da fare? Hai davvero intenzione di ciondolare quaggiù tutto il giorno guardandomi il culo?»
«Possibile.» Jackson allungò una sigaretta all’amica. «In realtà sto aspettando direttive dal Grande Capo, che dovrebbe contattarmi a momenti… pensavo di dare una controllata ai Golem, per ammazzare un po’ il tempo. Novità?»
«Novità… beh, seguimi.» Tabitha iniziò a camminare, con Jackson che la seguiva fischiettando.
«Come puoi vedere la nuova serie è pronta» Tabitha indicò una fila di possenti automi sostenuti da un intrico di cavi.
«Ciao Shen! Ehi, Pablo! Martina, come va?» Jackson salutò uno per uno i vari ingegneri che sciamavano per il laboratorio. «Ottimo design, devo dire. Mi piacciono davvero. Sicura che non daranno di matto questa volta?»
«
Hah! Dopo Admiral City abbiamo potenziato praticamente ogni cosa. Il Boss ci ha messo anima e corpo… i nuovi modelli sono a prova di hacker, hanno un nucleo Teleforce efficientissimo, e sono dotati di uno scudo telecinetico che li protegge da ogni tentativo di attacco o controllo.»
«Mi pare un po’ esagerato, no?»
Tabitha lo guardò fisso negli occhi.
«Dopo Admiral City
niente è troppo esagerato. Niente. E tu dovresti saperlo meglio di me.»
Jackson inspirò profondamente.
«Beh, diciamo che… uuh, guarda che grosso, quello! Non sapevo ci fossero anche dei
mecha in costruzione… e-ah!- guarda un po’ chi c’è! Come te la passi?» Jackson si affrettò verso un Golem seduto contro una parete, a fianco di un imponente fucile.
«Ah, quello? Sta benissimo, completamente ripreso. Un lavoraccio. L’ho spento perché non la finiva più di blaterare. Continua col tuo discorso.»
«Uhm… al laboratorio dei piani alti se ne sentono di tutti i colori. Eventi strani in giro per tutto il mondo, disastri, rivolte… i governi ovviamente cercano di insabbiare tutto, ma la situazione è alquanto preoccupante. Solo questa settimana abbiamo avuto…» Jackson estrasse un tablet dalla giacca ed inforcò gli occhiali. «Dunque… un’invasione di zombie (testuali parole) in un villaggio australiano, un paesino del Kansas dove tutti gli abitanti hanno la stessa faccia, un’intera città italiana svanita nel nulla, scontri tra Super non identificati nelle banlieuses parigine, una terrificante esplosione di energia in Polonia e… un numero spropositato di testimoni oculari che giurano di aver visto Magmarus, Starcrusher, American Dream e decine di altri Super defunti.»
«Com’è possibile?»
«Non lo è. Il problema è che il numero di superumani è aumentato a dismisura, e continua ad aumentare… probabilmente esistono persone dai poteri simili a quelli dei vecchi Super.»
«Bel casino. Ma tranquillo, i nostri Golem possono tener testa a qualsiasi cosa. E in caso di emergenza possiamo far conto sui tuoi straordinari poteri, no?» disse Tabitha sghignazzando.
«Ci tengo a farti sapere che proprio ieri ho sollevato ben cinque chili.
Con la mia mente, donna!» ribattè Jackson.
Tabitha rise e fece per rispondere, quando il tablet di Jackson cominciò a vibrare.
«E’ lei. E’ il Boss.» disse Jackson, affrettandosi a leggere il messaggio.
«Che dice? E’ ancora a Dubai? Ha trovato qualcosa?»
«Bla bla bla…tutto bene, torna in settimana… ah!»
«Che c’è?»
«Ha trovato un segnale. Un generatore Tesla che corrisponde ai nostri modelli è stato attivato.»
«Dove?»
«Calcutta», disse Jackson correndo via. «Devo andare a Calcutta!»
 - - -

Calcutta, India
Oggi.

«Kareema Gupta… »
«Conosci il mio nome, giovane. Ne sono onorata.»
«Il progetto CLOUD… l’esplosione…come?»
«Angela ti ha parlato di me. Che dolce… mi manca tanto, sai?»
Kareema indossava un camice da laboratorio sbrindellato, ma nonostante il vestito malridotto sembrava ancora bella e giovane come nelle foto degli archivi CLOUD. Jackson notò lo sguardo febbrile della donna, che lo osservava come un predatore fa con la sua preda…come se dovesse trattenersi per non divorarlo.
Jackson ricordò immediatamente che Kareema, prima dell’incidente ai laboratori CLOUD, possedeva poteri incontrollabili che la rendevano estremamente pericolosa. Un vampiro che si cibava involontariamente di ogni forma di energia… e lui era steso su di un tavolo, inerme.
«Lei ha fatto molto per me. Ha cercato di curarmi, di curare gli altri…è sempre stata determinata. Come sta? No, non dirmelo. Non ora.»
Il ronzio si fece più forte.
«Quel giorno… quando il reattore Tesla esplose… non sono morta. Sono
rinata.» La donna girò intorno al tavolo, posizionando le sue dita affusolate sulle spalle di Jackson.
«Ma quello è stato solo l’inizio. No, non agitarti. E’ inutile, credimi.»
«Cosa vuole da me?» Jackson cercò freneticamente di liberarsi, di aprire i legacci col suo potere. Ma la sua telecinesi non era abbastanza forte.
«Ti spiegherò tutto con calma. Ora vorrei mostrarti una cosa.»
Le luci della sala si accesero all’improvviso, illuminando una folla di figure incappucciate che iniziarono immediatamente a cantilenare una lugubre nenia. Un gigantesco reattore Tesla torreggiava al centro, poco distante dal tavolo.
«
Cristo…»
Gli incappucciati riempivano ogni metro della grande sala, circondando il reattore e il tavolo su cui Jackson era steso.
«Il nostro generatore Tesla… come ha fatto…?»
«Sono una scienziata, ricordi? Col giusto progetto e i giusti materiali posso replicare ogni vostro esperimento… e andare oltre.»
Jackson riconobbe il modello: era lo stesso tipo di generatore di Teleforce che aveva contribuito a costruire all’interno del progetto NIMBUS. Angela Solheim aveva creato il generatore basandosi sul macchinario originale di Hal Salazar, perfezionandolo esponenzialmente.
«Ma questo significa che…
lei ha rubato i progetti quando i Triari ci hanno attaccato?»
«Ho approfittato della confusione per prendere ciò che mi occorreva. Dovreste ringraziarmi, ho eliminato numerosi Triari mentre mi facevo strada per i laboratori.»
La nenia continuava, insistente, mentre il ronzio cresceva. Jackson cominciò a distinguere delle parole.
«
Jai mata Kali, jai mata Ammit! Kali Ammite, namo namah!»« Chi sono queste persone?»
«Quella che vedi è l’avanguardia del mio esercito. I Figli di Ammit. Gli Araldi della Fine!»
Ammit, pensò Jackson con un brivido. L’entità che aveva quasi divorato ogni forma di vita sulla Terra… prima di essere definitivamente distrutta da Uranium.
«Ammit è morta. Che intenzioni avete?»
«Ammit ci ha mostrato la via. Prima di morire la Dea ha toccato le nostre menti… ha curato tutti noi, ci ha curati come nessuno scienziato avrebbe mai potuto fare. Ha condiviso la Sua saggezza… e la Sua Fame… e ha generato milioni di figli.»
«Ciò che dice non ha senso. Lei è pazza!»
«NO!»gridò la donna, con una voce gutturale. La stretta sulle spalle di Jackson si fece dolorosa.
«La Dea mi ha mostrato la via. Lei
parla nella mia testa! Noi siamo legione, e siamo affamati.»
In un battito di ciglia Kareema tornò di fronte a Jackson… ma il suo aspetto era disumano. La pelle era diventata bluastra, zanne affilate riempivano la sua bocca, gli occhi ardevano come braci… e il suo corpo
cresceva. Un secondo paio di braccia artigliate spuntò dal suo torace con un disgustoso rumore di ossa spaccate. Jackson era terrorizzato, ma allo stesso tempo ipnotizzato dalla creatura demoniaca.

«
Dio… cosa le è successo?»
La creatura sogghignò, mentre il suo corpo continuava a crescere e filamenti di materia scura si estendevano dalle sue spalle come tentacoli.
«La Dea mi ha dato una nuova vita… un nuovo corpo. Una nuova famiglia, una nuova missione.»
«AMMIT! KALI! AMMIT! KALI!» gridarono in coro gli incappucciati.
«La prego… lei è una scienziata…Angela Solheim ha cercato di salvarla…»
Kareema ruggì, spargendo bava viscosa ovunque.
Jackson capì che il mostro di fronte a lui era completamente folle, e di essere completamente alla sua mercé.
A meno che…
Concentrando ogni oncia di energia rimasta Jackson tastò con la mente la sua giacca… trovando infine il trasmettitore d’emergenza,accuratamente nascosto all’interno del taschino.
Con questo posso chiamare la cavalleria.
Kareema riprese a parlare.
«Angela Solheim ha fallito. Mi ha dimenticata. E ha mandato te, un suo lacchè, a cercare il generatore al posto suo…ma non importa. La vendetta non è il mio scopo.Tu mi dirai tutto ciò che sai.
Ogni cosa. O morirai dolorosamente, così come moriranno tutti i nemici di Ammit. Io sono Ram Dao, la Spada della Dea, e nessuno si metterà sulla mia strada
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Capitolo scritto da Giovanni Grotto (Minuetto Express blog)


 









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