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mercoledì 4 settembre 2013

Capitolo 25 - Stagione 2 (di Angelo Sommobuta Cavallaro)


22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:29

Il presidente Kedives non riusciva a smettere di ridere, e la sua risata convulsa riecheggiava tra le pareti della stanza. 
Solo adesso si rendeva conto del quadro generale. 
Solo adesso si rendeva conto di come sarebbero andate le cose. 
Solo adesso si rendeva conto di come tutti erano stati giocati.
Compreso lui.
«Non avete capito niente», sogghignò ai suoi ospiti. «Non avevo capito niente…»
I neon tornarono ad accendersi con un ronzio metallico, i generatori d’emergenza infusero nuova energia elettrica all’intero impianto.
«Che cosa significa?», gli domandò di nuovo Yell, la pistola sempre puntata alla sua testa. 
Kedives esplose in una nuova risata.
Yell esplose il colpo.
Kedives avvertì un dolore atroce all’altezza del ginocchio sinistro, un attimo dopo aver udito lo sparo. Gemette. Poi il rantolo di dolore si tramutò nell’ennesima sghignazzata nervosa.
«Per l’ultima volta», disse Yell, tornando a mirare all’altezza della fronte, il tono di voce glaciale, «Che cosa significa?»
Kedives non rispose. Indicò il grande schermo, che si era acceso da solo.
Dopo lo sfarfallio iniziale, l’immagine era divenne nitida.
Una donna bionda, sulla trentina, se ne stava seduta su di una poltrona in pelle nera. Le gambe accavallate erano coperte da autoreggenti a righe. Il tailleur rosso, ben abbinato con una borsa di coccodrillo appoggiata alla sua destra, disegnava i contorni di un corpo sensualissimo. 
Kedives chiuse un istante gli occhi. 
Era finita. 
«Bel lavoro, Gino», disse la donna, sfoggiando un sorriso ampio e luminoso. «Non potevo aspettarmi di meglio, da te.»
Yell sgranò gli occhi. Sembrava incredulo. «Tu?»
«Anche per me è un piacere rivederti, mio caro. Quanti anni sono passati dall’ultima volta?»

***

1 Gennaio 1975
Da qualche parte a San Juan – Porto Rico

Il Ribelle fu l’ultimo ad arrivare. 
Prese posto, e senza perdersi in saluti e convenevoli, tirò fuori un plico dalla bisaccia che portava a tracolla e lo sbatté sul tavolo. 
L’uomo che avevano cominciato a chiamare “Sogno Americano” inarcò un sopracciglio. «Che roba è?»
Il Buffone ghignò. «Già, che roba è?»
«Un vecchio giocattolino di Moore. Un satellite che, dalla fascia di Clarke, invia continuamente segnali a ripetitori localizzati qui sulla terra.»
«E quindi?», domandò American Dream.
«E quindi date un’occhiata ai ripetitori.»
American Dream aprì il plico. Si ritrovò tra le mani diversi fogli e numerose fotografie.
Il Jolly ridacchiò.
«Che scherzo è questo, Yell?», chiese American Dream. Indicò una delle foto che aveva davanti. «Che cosa dovremo farci con Clark Gable?»
Yell sospirò. «Quello non è Clark Gable. Quello è un androide. O meglio, uno dei ripetitori.»
American Dream corrugò la fronte. «Come, scusa?»
Una voce femminile risuonò dal nulla. «Io te l’avevo detto che non dovevamo fidarci di quel pazzo…»
Yell voltò la testa alla sua destra. «Incredibile. Ti sei degnata anche tu. Bentrovata.»
La donna bionda col tailleur rosso si fece avanti. «È sempre un piacere venire a questi piccoli randes vouz, mio caro. D’altronde il Protocollo non ha mai funzionato a dovere.»
«Ecco perché abbiamo formato la Cabala!», esclamò Jolly. «Matt è il Braccio, Yell la Mente, tu il Controllore, e io…»
«E tu sei il Buffone, lo sappiamo», sospirò la donna. «È stato un errore affidare a Moore il progetto Devanagari del dottor Gupta. E questo è stato il risultato. Abbiamo abbattuto il superuomo tedesco, abbiamo vinto la guerra. E abbiamo permesso a un mostro pazzoide di attentare alla nostra sicurezza nazionale. Il satellite di Moore è una sorta di supercomputer. Invia segnali continui ai suoi ripetitori, a queste specie di automi. E in cambio riceve e accumula informazioni.»
«Che genere di informazioni?», chiese American Dream.
«Di quelle che piacciono a Salazar», disse Yell. «Il nostro amico ha messo le mani sul satellite di Moore, ha decriptato le informazioni dei ripetitori e ha tracciato una mappa di alcune delle più importanti fonti di Teleforce del mondo. D’altronde Moore ha utilizzato nuclei di Teleforce per costruire i suoi ripetitori, quindi sapeva dove trovare l’energia che gli serviva. E gli esperimenti di due anni fa di Salazar sono figli di queste informazioni. Gli è bastato utilizzare solamente la formula di Tesla per maneggiare la Teleforce al meglio. E il risultato, purtroppo, lo conosciamo tutti.» 
«E c’è di più», disse la donna. «Gli esperimenti di Salazar con la Teleforce sono solo l’inizio. Io ho visto tutto, Yell. Ho visto i piani degli scienziati di Salazar e ho visto i progetti della divisione del dottor Grant. Se riuscissero a realizzare sul serio quello che hanno teorizzato…»
«Tu puoi vederlo, Gaia», fece Yell. «Puoi vedere di persona se ci riusciranno. Puoi vedere quello che sarà.»
«Te l’ho detto, mio caro», disse Gaia. «Io ho già visto tutto.»

****

22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:30

«Pensavo fossi morta nell'esplosione della centrale di Kobe dopo quell’ultimo incontro, Gaia», disse Yell. «Invece ti sei salvata. Hai infranto la tua regola e hai visto il tuo stesso futuro. È così che andata, non è vero?» 
Gaia annuì. «Già.»
«Non pensavo che ti avrei mai più rivista.»
«Nessuno conosce il proprio futuro, mio caro.»
«Nessuno tranne te», replicò il Ribelle. 
«Ed è una maledizione. Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto solo una persona con un potere simile al mio. Anzi, un potere superiore, che lo consumava ad ogni utilizzo. Ma evidentemente è il prezzo che si paga per avere il controllo sul multiuniverso, oltre che sullo spazio-tempo.»  
«Tu invece sei sempre uguale», puntualizzò Yell.
«Come te, mio caro.»
«Non riesco a capire come tu abbia a che fare con tutto questo, Gaia.»
«Invece lo sai già, mio caro», disse lei sorridendo. «Te l’avevo detto. Io avevo già visto tutto. Avevo visto cosa sarebbe stato. E purtroppo avevo visto cosa avrei fatto, perché l’avevo già fatto. Avevo visto questo momento che stiamo vivendo ora. Avevo visto quello che sarà. In questi anni ho cercato di impedirlo con tutte le mie forze, ma come mi è stato detto, come mi è stato insegnato, non si può modificare una linea temporale. E la nostra era già segnata.»



****

3 Febbraio 2013
Santorini, Grecia

Aran si rilassò sulla poltrona. «Sono contento di averti incontrata finalmente di persona, ma ho deciso di rifiutare la tua offerta. Quindi no, non sarò dei vostri.»
Gaia scrollò la testa. «Perché? Se tu ti unissi a noi eviteremmo la catastrofe. Tu stesso l’hai detto. Tu stesso l’hai visto in uno dei tuoi viaggi. Se tu sarai con me, il piano della Hypotethical andrà a buon fine, le divinità di Grant polverizzeranno gli eserciti di tutto il mondo. E a fronte di una giornata di sangue garantiremo al nostro mondo pace, stabilità e sicurezza. E un futuro. Un futuro che tu stai precludendo per un tuo capriccio.»
Aran socchiuse gli occhi. «Dimmi, Gaia: è così che andranno le cose? Questo piano divino andrà a buon fine? Oppure hai visto qualcosa di diverso?»
Gaia non rispose.
Aran sorrise. «Tu hai visto la fine del mondo, vero?»
Gaia annuì.
«Raccontamela», disse Aran.
E Gaia raccontò. 
Aran la ascoltò con interesse, e quando la donna ebbe finito, si strinse nelle spalle. «Lo vedi? Non c’è nulla che possiamo fare. Questo è l’universo dove io muoio. Perché ho deciso di non uccidere migliaia di persone. Non mi interessa se da qualche parte, in un altro universo, un altro me abbia appena deciso il contrario e si sia unito a te. Tu hai visto un futuro preciso. Ed è così che le cose devono andare qui. Io posso navigare tra le infinite pieghe create dalle variabili dello spazio e del tempo. Ma ognuna di quelle infinite variabili rappresenta un punto fisso di un universo ben preciso.»
«Allora creiamo una nuova variabile e cambiamo il futuro!», urlò Gaia.
Aran scrollò la testa. «Purtroppo non funziona così. Nel momento in cui tu hai visto quel futuro, nel momento esatto in cui hai visto come andranno le cose, hai già creato una variabile nella linea temporale del tuo mondo. Hai creato un punto fisso nella storia di questo universo, modellando un futuro incontrovertibile. Non c’è più nulla che tu possa fare. Puoi solo traghettare il mondo verso la fine.»  
  
****

22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:31

«Non ci è voluto molto tempo ad accumulare ricchezze ingenti con le mie conoscenze», disse Gaia. «La Hypothetical, che io ho fondato e messo nella mani di Gino, aveva come scopo quello di creare un’ulteriore variabile, per tentare di modificare gli eventi futuri. E fino a prima che apparisse di nuovo quella ragazza, pensavo di esserci riuscita.» 
Yell lanciò un’occhiata a Valerie, che da qualche minuto si è seduta sul pavimento, le braccia penzoloni, gli occhi vacui.
«Dimmi, mio caro. Quando hai visto cos’era in grado di fare quella ragazza, non hai pensato che fosse troppo potente?  Non hai pensato che ci fosse in lei un qualcosa che non andava? Probabilmente quella ragazza vi avrà raccontato di essere una specie di aborto scientifico, un esperimento andato a male. Ma non è così. È tutto l’opposto. Lei è il più grande successo di Grant, il vero motivo della rottura tra lui e Salazar, poiché racchiude in sé tutti i codici genetici dei più potenti super mai creati a questo mondo. Lei è il motivo dell’incidente alla centrale di Kobe. Lei ha fatto saltare tutto in aria, e poi è scomparsa chissà dove per tutti questi anni. Fino a qualche giorno fa. La sua mente è un macello, i suoi pensieri, i suoi ricordi, sono sconvolti. Si è creata un mondo tutto suo, una vita che non le appartiene, una qualcosa che non esiste. Con un solo pensiero può alterare, modificare, distruggere e ricreare la realtà che ci circonda. Ed è quello che farà tra pochi minuti, Yell. Non se ne renderà nemmeno conto. Un battito di ciglia, e cancellerà l’esistenza stessa di questo universo.» 

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Capitolo scritto da Angelo Sommobuta Cavallaro (Il Viagra della Mente blog)


mercoledì 10 aprile 2013

Capitolo 9 - Stagione 2 (di Salomon Xeno)


13 Ottobre 2013
Calcutta

L'aria puzzava di zolfo e Jackson non aveva la minima idea di dove l'avevano portato. Prima l'allarme, poi l'illuminazione era saltata. Non che prima stesse meglio, nelle grinfie di quella psicopatica. Ricominciò pazientemente a lavorare i legacci.
Da oltre la porta provenirono delle grida e uno schianto. Arrivano i nostri! Fece forza sugli avanbracci, tirando con tutta la forza che aveva, che non era poi molta. Non rivedrò più il sedere di Tabitha...
Improvvisamente qualcuno sfondò la porta e ci fu una colluttazione a pochi passi dal lettino. Scorse solo dei guizzi violacei, un uomo incappucciato e la luce riflessa nel suo coltellaccio. Figli di Ammit. Stronzi. La luce si perse fuori dal suo campo visivo, e alla fine ci fu un grido strozzato e passi felpati che uscirono dallo stanzino.
Poco dopo qualcun altro entrò e tagliò i legacci, tirandolo su. Jackson si trovò a fissare due iridi rosse.
«Dottor Jackson. Livello di Teleforce sotto scala. È un piacere rivederla intero.»
«Non vedo un accidenti!»
Una pallida luminescenza emanata dal corpo robotico illuminò il golem, il tocco di Tabitha.
«La squadra di recupero è impegnata al primo livello, ma non può resistere a lungo. Dobbiamo raggiungere subito il team leader.»
Jackson abbracciò il golem.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

Clark controllò l'orologio, con fare annoiato. Si stava godendo il locale. Non era stato facile, tra la disco e i laser dello showbiz, scovare questo locale. L'insegna a neon era il massimo di modernità che sopportava. I neon e il jazz, perché la sua cultura musicale si era fermata a John Coltrane. Se fosse riuscito a vendere al prezzo giusto, avrebbe aperto un locale di questo tipo. Magari in Mordovia, di fianco al ristorante di Depardieu. Già intravvedeva una rimpatriata hollywoodiana!
Con un gesto della mano chiamò barman, ordinando un Balabala. Come diceva quel suo amico italiano? Paese che vai...
C'era un uomo al bancone. Un impiegato sulla cinquantina in cerca d'avventura. O forse... Lo lasciò al suo Alexander.
Con l'altra mano sfogliò il quotidiano abbandonato. Era perlopiù roba vecchia: il mondo era più veloce delle notizie. E più assurdo. Morti viventi, attentati pirotecnici e una città scomparsa, Sesto Poggese. Bande di Super, mezzi-Super e Girini stavano dietro a molti di questi eventi, solo alcuni dei quali al servizio dei governi.
Per un prezzo accettabile, da quella sera avrebbe avuto due nemici di prim'ordine: l'odiato Kedives e Fortress Europe, da cui già non era particolarmente amato.
Un cameriere gli portò il Balabala, esigendo il saldo in euro.
L'uomo al bancone lo stava tenendo d'occhio, nascondendosi ogni volta che Clark distoglieva lo sguardo. Di certo non era lì per bere, non avendo neppure toccato il cocktail. Poco discreto per un agente di Fortress Europe. Troppo poco fuori luogo per un Super. Eppure, qualcosa nel modo in cui faceva ondeggiare il bicchiere gli ricordava qualcuno di conosciuto.
Distolse nuovamente lo sguardo, sorseggiando il suo cocktail. Si chiese cosa avrebbe ordinato la ragazza.

13 Ottobre 2013
Calcutta

«La prego di non considerare il contatto fisico una consuetudine accettabile.»
«Scusami, Sniper. È solo che sono felice di essere vivo!»
Il golem non fece cenno di contentezza. Non provava emozioni, perché così li avevano progettati. Era una macchina da guerra, precisa e letale. Era sciocco abbracciarlo... ma lo era anche attaddarsi nel covo del nemico, dove  quella pazza schizoide l'avrebbero ridotto a un torsolo, per cui decise di muoversi.
«Va bene, andiamo» disse. «Dove andiamo?»
«L'ingresso principale è impraticabile. Si metta questi e mi segua.»
Quando ha appreso il senso dell'umorismo?
Jackson calzò il visore, regolandolo a due terzi. La stanza era più piccola della precedente, ma ampia abbastanza da ospitare il lettino, un tavolo da lavoro e due cadaveri incappucciati. Gli sfortunati Figli di Ammit.
«Non si può fare a meno di questo odore? Perché lo zolfo?»
«Confonde il nemico. Dottore, agganci anche la mascherina. Avrà qualche difficoltà a parlare, ma le assicuro che non ne sentirà l'esigenza.»
Il golem si orientava senza esitazione all'interno di quel labirinto notturno. Incontrarono altri cadaveri, alcuni con tagli profondi ma senza perdita di sangue. La maggior parte, si accorse, erano semplicemente storditi.
«Sniper, devo riferire al NIMBUS.»
«Riagganci la mascherina, dottor Jackson. L'aria è sporca.»
Si fermarono in mezzo a un corridoio anonimo. Lì un uomo li stava aspettando. Indossava un completo d'affari scuro, ma era a piedi nudi e reggeva in una mano il fodero di una katana. In testa portava un visore identico al suo.
«Va bene» disse Jackson. «Quei tizi sono delle pedine, ma Kareema Gupta è molto più forte. Come andiamo via da questo posto?»
Il samurai indicò con un cenno. Jackson si avvicinò, sbirciando al di là della porta. Un istante dopo indietreggiò, disgustato.
«È fuori discussione! Musashi, non può aprirsi una strada con la katana? Che se ne fa della katana
«Lo scopo ultimo delle arti marziali è non doverle impiegare. Come ha detto lei stesso, non è ancora il tempo di duellare con la padrona di casa. Siccome sono parole sagge la informo che ho dato l'ordine di ritirata, per cui non ci verrà molto prima che ci individuino. Dopo di lei, dottore.»
A Jackson tremavano le gambe, tuttavia si fece forza e varcò nuovamente la soglia. Non prima di essersi assicurato la mascherina.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

La ragazza lasciò tutti a bocca aperta. Una pupattola di prima classe, alta almeno 1.80 e biondissima: una bellezza glaciale in quel posto così terribilmente mediterraneo.
«Buonasera» disse, in inglese impeccabile. «Lei deve essere...»
«Sono io» disse Clark, alzandosi per farla accomodare. Non era ancora così vecchio da dimenticare le buone maniere. «Il compagno Gennadi non la ha accompagnata?»
«Tovarish Kisurin aveva un impegno. Un Gin Lemon» disse al cameriere, facendo intendere che era tutta la conversazione che le avrebbe strappato. Sibir era una donna come non se ne vedevano dagli anni cinquanta, parola sua. Ancora una volta, si stupì di come bastasse un bel faccino e una camicetta semitrasparente a nascondere una delle più famose Super al mondo.
«Alla nostra collaborazione» brindarono.
A quel punto l'uomo al bancone si alzò, senza aver toccato il suo Alexander. Si girò sulla soglia, subito prima di uscire dal locale. E ammiccò a Clark, appoggiando il pollice appena sotto lo zigomo come un segnale rivolto a lui.
E in quel momento si rese conto di chi aveva davanti.
«Ghaly?» mormorò.
«Pardon?»
La ragazza era furba. Ma non aveva fatto tempo ad accorgersi dello scambio. Clark simulò uno dei suoi sorrisi più affascinanti.
«Niente, pupa. Un pensiero fugace. Mi è appena venuto in mente che sono ancora in grado di alzare la posta!»

14 Ottobre 2013
Kidderpore Dock, Calcutta

Era un miracolo che fosse ancora vivo. Era un quadretto patetico: aiutato da un robot e da un giapponese alto la metà di lui, era uscito a stento dalle acque dello Hughli. Se non fosse arrivato a un passo dall'affogamento, avrebbe riso.
«Gli induisti sono soliti praticare abluzioni spirituali nelle acque del Gange. Credo che dopo le fognature, ne avessimo bisogno.»
Dove ha imparato tutte queste cose? Intorno a Sniper si erano radunati anche due nuovi modelli di classe Evron. Sulla loro corazza notò scalfiture e abrasioni, ma nel complesso avevano retto bene. Un terzo golem era stato distrutto da uno scontro diretto con Ram Dao, durante la ritirata.
La squadra si era rifugiata in un vecchio magazzino, dove erano state nascoste le attrezzature e un cambio d'abito. Tra ferraglia, scheletri di barche e paratie ridotte a rottami, Musashi lo informò della situazione: «Il canale con la base non è affidabile. È così che l'hanno catturata e non possiamo permetterci che le informazioni restino qui in India.»
«Quali opzioni abbiamo?»
«Qui vicino c'è una stazione di polizia...» Certo, come se potessimo presentarci e denunciare il folle piano di Kareema Gupta, delle attività non autorizzate NIMBUS e di CLOUD... «Oppure possiamo seguire il piano di rientro.»
«Piano di rientro?»
«Il suo era un volo per Los Angeles, poi Calgary. I robot, lei capisce, non possiamo imbarcarli su un volo di linea. Abbiamo un contatto, un contrabbandiere bengalese. Possiamo arrivare quasi in Europa.»
«In Europa?» eruppe Jackson. Il samurai gli faceva perdere tempo. «Ma lo sai dov'è il Canada, almeno?»
«Quasi in Europa. Se la sua posizione non fosse ormai compromessa, le consiglierei recarsi in risciò fino all'aeroporto.»
Jackson abbassò la testa, mettendosi le mani fra i capelli. Eccomi precipitato in un'altra epoca. Quanto darei per un volo per Calgary! Quando alzò gli occhi, il giapponese era ancora lì a fissarlo con placida accondiscendenza, ma Jackson sapeva che non c'era scampo.
«Va bene» sfiatò. «Quanto vicino all'Europa dobbiamo andare?»
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Capitolo scritto da Salomon Xeno (Argonauta Xeno blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 20 marzo 2013

Capitolo 6 - Stagione 2 (di Gherardo Psicopompo)


16 Luglio 1934
Shoreham – Long Island
Stati Uniti

«Ora che il Protocollo è stato stabilito, bisogna assicurarne la segretezza assoluta. »
Ramon Salazar si guarda intorno, cercando l’approvazione dei presenti.
«Tuttavia... » il viso e la voce di Achille Ratti tradivano inevitabilmente la sua stanchezza «Tuttavia riteniamo necessario precisare una cosa. »
«Prego, santità. »
«Esiste la possibilità, e lo dico da uomo di fede quale io sono, che qualcuno desideri appropriarsi di certe conoscenze per... Mistificare la natura delle conoscenze stesse. »
«Voi pensate ad una specie di... Falso Messia?» la domanda di Tesla va dritta al punto.
«Sì. In tal caso, sarebbe inevitabile per noi la scelta di rendere pubblica la vera natura di queste conoscenze, e dei poteri ad esse collegati.»
* * *

13 Ottobre 2013 – ore 19.30
Glifada (Atene)
Grecia

Clark invia mentalmente un segnale telefonico.
A migliaia di chilometri di distanza, un cellulare squilla.
«Pronto?»
«Buon giorno, tovarisch.»
Una breve pausa all’altro capo della conversazione.
«Chi parla?»
«Chiamami Clark.»
«E che cosa vuoi da me, Clark?»
«La linea è sicura?»
«Sì.»
«Voglio offrirti qualcosa di interessante, Gennadi.»
«Che genere di cose interessanti?»
«Giudica tu.»
Clark trasferisce una parte –una minima parte- dei dati che aveva acquisito dalla chiavetta USB di Filippou allo smartphone del suo interlocutore.
Segue un’altra breve pausa.
«Ma che cazzo... Come hai avuto questa roba?!»
«Amici. E questo non è che la punta dell’iceberg.»
«E che cosa vuoi, adesso?»
«Rovinare la festa a Kedives. Ma ci sono di mezzo già lo START e Fortress Europe, che non mi sono particolarmente simpatici. Non ne vorreste una fetta anche voi?»
«Sì, ma tu cosa vuoi? O mi vuoi far credere che stai facendo tutto questo per la Grande Madre Russia, Clark?»
«Voglio sparire. Dalla circolazione, e da tutti gli archivi. Tutti. E voglio vivere il resto della mia lunga vita come un uomo schifosamente ricco e tranquillo.»
«Un uomo di nobili principi.»
«Aspetto una risposta.»
«Come ti trovo?»
«Vieni ad Atene. Poi ti trovo io.»
Clic.
Il maggiore Gennadi Kisurin rimane per alcuni istanti immobile, appoggiandosi alla scrivania. Poi schiaccia un tasto sull’interfono.
«Maggiore Kisurin?»
«Chiamatemi il Comando. E mandatemi Sibir.»
* * *

17 Ottobre 2013 – ore 12.00
Città del Vaticano
Italia

Christian Maria Rosenkreutz, comandante dell’Entità, si rigira tra le mani la foto della ragazza. Ha già memorizzato ogni minimo particolare: i capelli rossi, gli occhi azzurri, le lentiggini, il mento leggermente appuntito, una minuscola cicatrice sulla fronte, appena sotto la frangetta.
Valerie Broussard.
Restituisce la foto al Cardinale.
«Non ne ho più bisogno. Ho un’ottima memoria fotografica.»
«Buon per lei, comandante.» Il cardinale si prende un momento per sfogliare le pagine del dossier che ha sulla scrivania «Nella missione sarà affiancato da...»
«Nessuno. Di solito lavoro da solo, quando lavoro per i Servizi.»
«Questa non è una missione normale. E lei lo sa benissimo. Conosce il Protocollo: uno di noi, uno di loro
Rosenkreutz abbassa lo sguardo.
«Dicevo, sarà affiancato da questo ragazzo» gli porge un fascicolo con allegate delle foto «è stato giudicato il Superumano più idoneo alla missione. Buon lavoro, comandante.»
***


Qualche ora dopo, Rosenkreutz è intento a fissare il suo collega che naviga su internet e fischietta un motivetto che gli ricorda la colonna sonora di un film.
«Bene, fatto.»
«Cosa?»
«Mi sono fatto un’idea precisa del posto dove dobbiamo andare. È tutto quello che mi serve.»
«Bene.»
«Non sei un tipo di molte parole, eh?»
«Sono abituato a lavorare da solo.»
«Che tristezza.»
«Andiamo, Angelo?»
«Gli amici... Quelli che sanno del mio potere, intendo, mi chiamano Passaporta.»
«Non siamo amici. Solo colleghi.»
«Ma sai del mio potere.»
«Touché. Com’era? Passa...?»
«Porta. Passaporta. Mai visto Harry Potter?”
«No.»
«Immaginavo. Vieni, appoggiami una mano sulla spalla. Così.»
In un attimo, con un rumore come di risucchio, i due spariscono.
***

17 Ottobre 2013 – ore 19.30
Santorini
Grecia

«Fico, eh? La prima volta di solito viene da vomitare a tutti. A te no?»
«No.»
«Ti sei già teletrasportato, con altri Super intendo?»
«No.»
«Ah, ho capito. Quindi sei solo immune alle emozioni dei comuni mortali. Vabbè.»
«Come funziona? Il potere, dico. Cosa senti, come fai a...»
«Facile. Visualizzo un posto, visualizzo me in quel posto, apro gli occhi e ci sono. Hanno cercato di spiegarmi le questioni fisiche... Alla fine ho capito più o meno che non sono io che mi sposto ma tipo la realtà che si modifica... Però non credo di aver capito bene bene.»
«Infatti. Andiamo.» Christian gli volta le spalle e comincia a camminare in direzione del centro abitato.
«Hai un accento strano... Di dove sei tu?»
«Svizzera.»
«No, Novi.» la battuta di Angelo è poco più di un sussurro, lui cerca di mascherare il sorriso ebete guardando altrove.
Rosenkreutz si volta.
«Hai detto qualcosa?»
«No, perché?»
* * *

20 Ottobre 2013 – ore 23.30
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

Il binocolo con funzione di visore notturno ad infrarossi le mostra la presenza di una dozzina di uomini armati che pattugliano il perimetro del Centro Ricerche.
La zona è anche sorvegliata da telecamere, ma probabilmente quelle sarebbero il problema minore.
Solo, non sa bene cosa aspettarsi una volta entrata.
Loxias sarà lì dentro?
E Ulysses? Le darà le risposte che cerca?
L’unico modo per saperlo è entrare.
Grazie alla supervelocità, le bastano pochi istanti per trovarsi di fronte a uno sbalordito sorvegliante. Gli spezza il collo con una mossa di krav maga senza dargli neanche il tempo di imprecare.
Il secondo sorvegliante si prende due calci: uno gli frattura il polso e lo disarma, il secondo lo manda a sbattere contro una delle colonne di cemento all’ingresso. Cade a terra privo di sensi.
Libby trascina i corpi in un punto al riparo dalle telecamere. Calcola che in meno di un minuto le altre guardie se ne accorgeranno.
Fruga nelle tasche degli uomini svenuti, riuscendo a trovare due tessere magnetiche identificative. In un paio di secondi è dentro l’edificio.
Una voce la raggiunge alle spalle, mentre sta per scendere le scale che portano ai piani seminterrati.
«Non così in fretta, giovane!»
Una scarica elettrica violacea centra il corrimano di metallo, che continua a crepitare di elettricità.
«Starcrusher?!» esclama Libby voltandosi. Ma l’uomo che ha di fronte è ben diverso dal suo nemico di un tempo. È un uomo di colore quasi calvo, piuttosto anziano, con addosso un completo di lino color sabbia. È più basso di lei di qualche centimetro, il fisico è tonico, ma non sembra particolarmente minaccioso.
«Miss Liberty, lei è appena entrata in un’area non autorizzata. Devo pregarla di allontanarsi immediatamente.»
Scariche elettriche violacee crepitano attorno al suo corpo, e gli accendono gli occhi di una luce innaturale ed inquietante.
- - -

Capitolo scritto da Gherardo Psicopompo (curatore del blog Draghi d'Ottone e Nani con la scopa)


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mercoledì 13 febbraio 2013

Capitolo 1 - Stagione 2 (di Alessandro Girola)



13 ottobre 2013, ore 1.15 p.m.
Glifada (Atene)
Grecia


Le acque del Golfo di Saronico erano quiete. L'autunno non sembrava voler turbare il susseguirsi di giornate tiepide e soleggiate, una vera benedizione per quei turisti che seguitavano a recarsi in Grecia, nonostante tutte le difficoltà sorte negli ultimi mesi.
Clark osservava la spiaggia di Glifada, la Beverly Hills dell'Egeo. Dal ristorante in cui lui e il suo compagno di fuga si trovavano, godevano di una splendida vista sul mare. C'erano anziani a spasso sulla battigia, podisti che sprintavano in entrambe le direzioni, addetti alla pulizia che setacciavano la spiaggia in cerca di rifiuti.
Dal lato opposto, quello che dava sul centro urbano vero e proprio, il traffico cittadino viveva un momento di tregua, corrispondente all'ora di pranzo. Una camionetta della polizia transitò per la seconda volta lungo la strada principale, questa volta da nord verso sud. Procedeva lentamente, coi finestrini abbassati. I due agenti a bordo si guardavano attorno, attenti.
«Li ho notati anch'io, mister Clark», mormorò Dimitros Filippou, pulendosi la bocca col tovagliolo. Un gesto che ripeteva spesso, per nascondere il suo volto.
«Stia tranquillo. Finché siamo seduti qui fuori non possono vederci.» Clark sorseggiò quel che rimaneva della sua retsina, tranquillo. «Le è piaciuto il mangiare?»
Filippou calò un pugno sul tavolo, richiamando l'indesiderata attenzione della coppia che seduta alla loro destra. Il greco rivolse loro un'occhiata irritata, inducendoli a farsi i fatti loro, quindi si dedicò al suo commensale. «Piantiamola con questo cazzeggio. Fortress Europe mi ha promesso un'estrazione rapida e sicura, invece siamo qui da due ore, mentre la polizia di tutta Atene ci cerca.»
«Io l'ho fatta scappare dalla sua villa fortificata, a dispetto del servizio di sorveglianza e di tutto il resto. Mi ha visto all'opera, giusto? Crede che qualche bolso agente di periferia possa preoccuparmi?»
«Solo perché lei è un Super, non creda di poter fare tutto. I Caschi Blu che i contractors della Hypothetical Incorporated e Loxias hanno sbattuto fuori dalla Grecia potrebbero insegnarle qualcosa. Soprattutto Loxias.» Lo sguardo si Filippou si perse per un attimo in ricordi spiacevoli, che lo indussero di nuovo a pulirsi col tovagliolo. Il greco, vicedirettore dello EYP, il Servizio Nazionale per l'Informazione, era un cinquantenne tarchiato, capelli sale e pepe, occhi neri, lineamenti un po' grossolani. Sembrava più un manager di medio livello, che non un importante dirigente dell'intelligence greca.
«Il tempo di farti qualche domanda e chiuderò la missione, Dimitros. Posso darti del tu, vero?»
«Non era previsto uno scambio di informazioni in loco, mister Clark. Io non so nemmeno chi è lei. Conosco bene gli effettivi di Fortress Europe, compresi i patetici rimpiazzi assunti dopo la strage di Admiral City. Lei non è nei miei file.»
«Solo perché ho trascorso quindici anni in un carcere di massima sicurezza, a Marsiglia, Dimitros. Solo per quello.»
«Mi stai prendendo per il culo.»
Il Super sorrise. «Finalmente siamo passati al tu
«Brutto idiota, aborto della natura, smettila di trattarmi come una pedina. Qui sono io quello importante, non tu. Se non mi porti al sicuro ora, immediatamente, chiamerò Kedives e ti farò arrestare per sequestro. In fondo è ciò che abbiamo inscenato, no? Quindi mi basta poco per cambiare le carte in tavola.»
Filippou fece per prendere il BlackBerry appoggiato davanti a sé. Clark gli bloccò il polso, stringendolo con forza. «Sai perché mi chiamano così, e non con qualche stupido pseudonimo da ragazzo in calzamaglia?»
«Così come», replicò Dimitros, spaventato. «Clark?»
«Esatto. Il perché è presto detto: assomiglio all'attore di Via col Vento. Non trovi anche tu?»
«A Gable? L'ho notato subito. Ma ora che c'entra...»
«Ho anche più o meno la stessa età di Gable, anche se il mio nome una volta era diverso. Sono nato a Bruges nel 1904. Sono sopravvissuto a due guerre mondiali, alla Guerra Fredda e molte altre cazzate. Se pensi di essere in grado di spaventarmi, tu, piccolo burocrate doppiogiochista, evidentemente non sai con chi hai a che fare.» Lo lasciò andare.
Filippou si ritrasse sulla sedia, impressionato. Si versò dell'acqua e la trangugiò. «Bene, e sia. Chiedimi quello che vuoi, purché questa farsa finisca presto.»
«Le informazioni che vuoi vendere a Fortress Europe e all'Europol sono le stesse contenute nella chiavetta dati che hai in tasca?»
Il greco aprì la bocca per negare, ma poi intuì che sarebbe stato inutile. Prese la chiave USB dalla tasca della giacca e la posò sul tavolo. «Non c'è tutto. Alcune cose sono solo qui.» Si toccò la tempia.
«Nemmeno tu sai granché sulla Hypothetical Incorporated, vero? Loro sono venuti, hanno di fatto comprato questo paese, piazzando al governo voi altri, mediocri funzionari di una delle tante amministrazioni che hanno trascinato la Grecia al lastrico.»
«Non ti permetto di...»
«Hai ragione, non importa. Rispondi solo alle mie domande: cosa ne sai del progetto superumano di Kedives?»
«Nulla di specifico. Il Primo Ministro Kedives, in qualità di proprietario della Hypothetical, non ha mai condiviso granché con noi esterni alla sua società.»
«Sai se nel suo staff ristretto c'è uno scienziato americano?»
«Ce ne sono parecchi.»
«Spencer Grant?», specificò Clark.
Filippou si rabbuiò. «Un freddo figlio di puttana. Non conosco le sue competenze specifiche, ma fa parte importante del team ristretto che si è occupato della creazione di Loxias.»
«Perché Loxias è stato creato?»
«Così ci è stato detto, anche se il popolino tende a immaginarlo come a una reincarnazione del Dio Apollo.» Dimitros ridacchiò, mostrando disprezzo per le persone che in teoria avrebbe dovuto proteggere e servire.
«Ce ne sono altri, vero? Meno potenti di Loxias, ma comunque pericolosi.»
«Altri Super? Sì.»
Clark annuì. Era una conferma non necessaria, ma comunque utile. Si lisciò i baffetti, pensieroso. «Il paese è pacificato. La nuova politica economica di Kedives, che guarda ai suoi amici, verso est, promette tempi migliori per la Grecia, almeno a livello di stabilità finanziaria. A che vi servono altri Super?»
«Nel caso l'Unione Europea decidesse di intervenire per restituire la democrazia al popolo», affermò Filippou, in tono secco.
«Menti.»
«Ne parlerò coi tuoi superiori, non con te. Non con un gregario.»
«Senza di me non andrai da nessuna parte.»
«I patti...»
«Sono cambiati.»
Il greco si mosse a disagio sulla sedia. «Progettano un intervento armato, extraterritoriale.»
Clark drizzò le orecchie. «Che genere di intervento armato?»
«Non del genere che viene discusso con noi esterni. Tutto ciò che conosco l'ho appreso a mio rischio e pericolo. Sapendo che prima o poi mi sarei venduto a qualcuno più sano di mente rispetto a Kedives.»
«Che buon cuore», ironizzò Clark. «Che altro hai scoperto? Quali sono le mire della Hypothetical Incorporated?»
Filippou tormentò ancora il tovagliolo, ma alla fine rispose. «L'Europa, credo.»
«I tuoi padroni non sono terroristi, bensì imprenditori. Mi vuoi far credere che manderanno in giro i loro Super a compiere attentati suicidi? Per quale motivo? Destabilizzazione?»
«Potere. Fuori dalla Grecia c'è chi comincia a guardare con simpatia a quanto è successo qui. La ricetta alla crisi mondiale? Un piano economico nuovo di zecca, gestito da dei geniali visionari. E se serviranno le maniere forti per smantellare il vecchio sistema plutocratico... beh che problema c'è?»
«Conoscevo due tizi che facevano discorsi del genere, negli anni Trenta.»
«Sei fuori strada. Le ideologie del passato non rappresentano nemmeno un po' l'utopia di Kedives.»
«Tu lo credi. E comunque non importa.» Clark afferrò la chiavetta dati e la fece sparire nella tasca della sua giacchetta di lino. «Ora andiamocene.»



Passeggiarono lungo la battigia, verso sud, dove la spiaggia confluiva verso l'area periferica del comune di Glifada, facente parte della suddivisione amministrativa di Atene Meridionale.
Vista l'ora non c'era molta gente in giro. I turisti erano perlopiù di una certa età, francesi o inglesi, più qualche italiano. Erano persone che non badavano al consiglio diffuso dai loro governi, ossia di non recarsi in Grecia, non da quando quel paese era entrato nella lista degli stati canaglia. Dal canto suo il Primo Ministro Kedives non aveva affatto chiuso al turismo, affermando che lui non era nemico degli europei, bensì di chi li comandava.
Di tedeschi tuttavia non se ne vedevano da settimane. Avevano paura dell'accoglienza che i greci potevano riservare loro, dopo anni in cui il governo di Berlino li aveva costretti a patire stenti e vessazioni, per colpa della Crisi. In compenso si vedevano sempre più spesso russi, kazaki e azeri, rappresentati del ceto benestante dei rispettivi paesi.
Clark e Dimitros passavano inosservati, confondendosi tra i turisti, che parlavano una gran varietà di lingue, tranne il greco. Raggiunsero il punto più distante della spiaggia, dove il panorama del lungomare non era più occupato da locali di lusso, ristoranti e negozi, bensì da condomini e vecchie case, appartenenti all'epoca in cui Glifada non era ancora uno dei quartieri-bene di Atene.
Attraversarono la strada. Clark condusse Filippou dietro a un tozzo edificio in muratura, che poteva avere quasi un secolo di vita, forse di più. Si addentrarono in un rione altrettanto vecchio, che mostrava ancora i segni degli anni di miseria che avevano portato la Grecia al fallimento e al commissariamento. Finestre chiuse, cartelli di Vendesi lasciati ad arrugginire sulle porte, insegne scolorite di alberghetti mai più riaperti: tutto trasmetteva un senso di abbandono. Non si vedeva nessuno in giro, se non qualche gatto randagio.
«Dove stiamo andando?», bofonchiò Dimitros, stanco di camminare. «L'estrazione avverrà in questo letamaio?»
Clark non rispose. Passò sotto la serranda alzata per metà di una locanda, fuori attività da chissà quanto tempo. Il greco lo seguì, attento a non strapparsi la giacca contro il metallo rugginoso.
L'interno era spoglio e misero, senza più mobilio né altro. Ben diverso dalle strutture di lusso della vicina Glifada. Il Super sapeva che tutto faceva parte dell'opera di maquillage messa in atto dal nuovo governo. Spazzare la polvere sotto il tappeto e mostrare efficienza là, dove il mondo esterno era solito guardare.
«Ora basta», esclamò Filippou. «Io di qui non mi muovo, se non per lasciare il paese.»
Clark scattò all'improvviso e lo afferrò al collo, spingendolo contro il muro. Lo sollevò da terra senza sforzo, aumentando pian piano la presa con le dita d'acciaio, nascoste sotto lo strato di pelle trapiantata. I suoi occhi brillarono di rosso, come succedeva ogni volta che aumentava l'emissione di Teleforce del nucleo centrale. Un piccolo difetto di fabbricazione che risaliva al progetto originario di suo padre, il professor George Moore, a cui stranamente nessuno era riuscito mai a porre rimedio. Nemmeno gli scienziati tedeschi di Fortress Europe, che pure lo avevano esaminato e messo a punto, prima di offrirgli quella missione. La realtà è che nessuno era ancora riuscito a scoprire il segreto della sua creazione.
«Cosa... cosa sei... maledetto?», riuscì a balbettare Dimitros, mentre soffocava sbavando.
«Mi spiace, per te non ci sarà nessuna estrazione.» Clark aumentò la stretta e con uno schiocco secco spezzò il collo al greco, depositando poi in un angolo buio della stanza. Lo troveranno per primi i ratti, calcolò.
Ignorando il cadavere si rigirò tra le dita la chiavetta USB. Mentre camminavano l'aveva già scansionata da cima a fondo grazie al lettore tattile, esaminandone i dati. Il codice cifrato di protezione, software militare obsoleto di qualche anno, non gli aveva dato particolari problemi. Ora aveva parecchie informazioni preziose, e almeno tre o quattro idee alternative su come utilizzarle.
C'era una cosa che Dimitros Filippou non gli aveva detto, documentandolo però sui file che aveva con sé. Gli americani avevano infiltrato dei loro agenti, dei Super, ad Atene. Secondo gli agenti dell'EYP, che lavoravano rubando dati all'intelligence alle loro controparti dell'Hypothetical Incorporated, non era da escludere il tentativo di un colpo di stato manovrato dallo START, e appoggiato dalle opposizioni al regime di Kedives.
Clark intascò la chiavetta. Interessante, rifletté. Gli yankee pensano a golpe qui, proprio mentre la Hypothetical progetta di fare qualcosa di simile nel cuore dell'Europa. Ci sarà da divertirsi.
Ora doveva soltanto di scegliere da che parte stare. Considerando come lo avevano trattato i tirapiedi di Fortress Europe negli ultimi quindici anni, qualche dubbio lo aveva.
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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini