Visualizzazione post con etichetta libby. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libby. Mostra tutti i post

mercoledì 11 settembre 2013

Capitolo 26 - Stagione 2 (di Angelo Benuzzi)


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:31

Voci. Soltanto voci, dentro e fuori la sua testa.  Gaia, Rebel Yell, Kedives, le poche sillabe incoerenti dell'agonia di Grant. Persino il respiro affettato di Libby ha una voce per lei. Attraverso una lente azzurra di Teleforce sente tutto quello che accade all'interno della montagna.  Solo una lacrima segna il trapasso sereno di Bannon, un guerriero fedele vissuto molto oltre il suo tempo.
Mentre attorno a lei tutti discutono della fine del mondo, lei ascolta. 
Le lente vibrazioni di esseri in animazione sospesa, che una volta erano uomini e donne prima di mutare per la Teleforce. Le loro forme-pensiero, lente come il movimento dei ghiacciai, che confluiscono verso il loro mentore. E la SUA voce. Un brontolio magmatico al limite della sua percezione. La vuole con sé. La vuole ora. 

* * *

23 Ottobre 2013
Profondità del Monte Olimpo
Ore 10.31

E' stato facile. Ogni volta diventa più facile per lui. Il lento sorriso, i gesti cesellati nei decenni precedenti come Blackjack e familiari a tutti i super “buoni” del mondo. Anche Sibir si era fidata, aveva accettato la sua mano tesa, dopo che gli aveva visto disperdere il nuovo American Dream come un pugno di polvere. Come Uranium. Come quel pazzo di Ross. 
Appoggia con cura i resti dell'esoscheletro del suo ex comandante, giusto sotto il massiccio contenitore al centro della sala.  Livellamento quantico. Qualsiasi cosa volesse dire, le immagini che aveva preso dalla mente di Ross erano più che sufficienti per toglierli i dubbi sulla sua efficacia.
L'essere conosciuto come Blackjack era talmente saturo di potere da essere ai limiti dell'esistenza fisica, gli era necessario uno sforzo continuo per non trasformarsi in luce e calore.

* * *

23 Ottobre 2013
Profondità del Monte Olimpo, dentro la capsula
Ore 10.31

La creatura dentro la capsula percepisce l'universo come manifestazione di energia. Concetti come tempo o spazio-tempo non hanno significato, esistono solo le manifestazioni e le distorsioni delle forze che tengono insieme questo universo. Attorno a sé sente le manifestazioni ultime di questo angolo di continuum, due strutture talmente sature di potere da piegare l'intero piano della realtà. Sta chiamando a sé la prima, il secondo stenta a mantenere la percezione della propria esistenza. Un semplice pensiero disabilita il congegno lasciato dalla cosa-Blackjack, un altro inizia l'apertura della  capsula. Questo pianeta ha esaurito il suo compito.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:32

Rebel Yell ricarica con calma una delle sue pistole, uno dei tanti rituali che contribuiscono a mantenere la sua sanità mentale in momenti difficili. La follia di Gaia è tale da togliergli il respiro. Pur avendo visto il futuro, i possibili futuri, ha voluto fare tutto questo. Quanti morti? Migliaia? Milioni? Quanti ancora prima della fine di quella maledetta giornata? 
Lo stesso orrore è nell'espressione di Libby. Ha ascoltato ogni parola di Gaia e per la prima volta nella sua vita non sa più cosa fare. La sua stessa vita le pare inutile, vuota.  Che senso ha avuto battersi, soffrire, vivere come ha fatto?
Un rumore. Secco. Improvviso.
All'ingresso della sala è apparsa una figura dai contorni incerti, sembra irradiare potere ad ogni passo. A un livello profondo, totalmente istintivo, sia Rebel Yell che Lady Liberty percepiscono la minaccia. E reagiscono.
Quattro pallottole calibro .45” sono già in viaggio quando Libby scatta verso il nuovo venuto.
Poi tutto finisce.
Una solida parete ha preso il posto dell'ingresso.
Le quattro ogive sono sospese in aria, a pochi centimetri da essa.
Lady Liberty è svanita.

* * *

23 Ottobre 2013
Salonicco – Residenza privata
Ore 10:32

Gaia fissa il monitor del computer, la mente cristallizzata nei pensieri vissuti e rivissuti innumerevoli volte negli anni passati. Vorrebbe dire qualcosa, congedarsi dall'esistenza con un ultima battuta. Valerie la guarda attraverso la lente della telecamera.
La borsa di coccodrillo cade sul tappeto.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:32

Rebel Yell è ancora in posizione di fuoco, lenti riccioli di fumo azzurrino che escono dai fori di volata. Per la prima volta in tutta la sua vita sente il vuoto allo stomaco che preannuncia il panico.
Lentamente abbassa le braccia e si gira. 
Nella stanza ci sono solo lui e Valerie. 
Tutto il resto è svanito.
«E ora che succede ragazzina? A chi tocca?»
Lei lo guarda, è talmente disperata da toccare il cuore di una statua.
«Reb, io ricordo cosa è successo a Kobe. Alla fine. Ricordo i suoi occhi.»
Un tremito attraversa l'intera montagna, l'essere che una volta si chiamava Blackjack sta cercando entrare.
Valerie si distrae per un momento, guarda nella direzione dov'era la porta. La vibrazione cessa di colpo.
«Ho paura Reb. Di quella cosa che c'è la sotto. Vuole portarmi con sé e portare via dalla Terra la Teleforce.»
Lui rinfodera le pistole e le si avvicina. Si toglie il cappello e si accovaccia davanti a lei, offrendole la vista dei suoi occhi e di un viso segnato da un'esistenza oltre i limiti umani.
«Ti ricordi di Kobe. Vuoi davvero che succeda di nuovo?»
Lei annuisce. Comincia a tremare.
«Bene. Allora andiamo ad Edimburgo. Puoi portarci lag...»
Non finisce la frase. La sala ora è vuota.

* * *

23 Ottobre 2013
Profondità del Monte Olimpo, dentro la capsula
Ore 10.32

La capsula è aperta ma la creatura non esce. Qualcosa non va. Ha percepito lo spostamento del suo obiettivo e la scomparsa dall'esistenza dell'altra struttura vivente. Il reflusso di Teleforce è stato tale da scuoterlo. Attorno a sé sente come l'intera fabbrica della realtà stia vibrando. Tende i suoi sensi sull'intera superficie del pianeta e ritrova il suo obiettivo. Che sta facendo?

* * * 

23 Ottobre 2013
Edimburgo, Royal Mile. Cafè Central.
Ore 08.32

Eyes without a face riesce a mantenere il tradizionale aplomb britannico in quasi tutte le situazioni, è una delle sue capacità distintive. Vedersi apparire Reb e Valerie sulle due sedie libere al suo tavolo  ne ferma solo per un istante l'azione. Sorride ad entrambi e continua a sorbire il succo d'arancia mattutino.
«Volete fare colazione?»
Nessuno dei due risponde. In sottofondo il televisore del locale continua a diffondere le notizie del mattino della BBC.
Reb fa un cenno e Valerie cerca di fissare i suoi occhi con grande insistenza. Non ci vuole molto a capire.
«Cosa devi dimenticare bambina? Se dovessi ripetere quello che ho fatto potrebbe essere davvero troppo da sopportare per te.»
Non c'è risposta. La supplica è così grande da passare le barriere dell'empatia.
Eyes la fissa. Di solito gli basta un secondo o due per fare un lavoro profondo. Questa volta continua. Come a Kobe. Come prima di Kobe.

* * *

23 Ottobre 2013
Edimburgo, Royal Mile. Cafè Central.
Ore 08.32

Valerie si tuffa negli occhi di Eyes. Di che colore sono? Grigi? Neri? Verdi? Non ricorda più, non sa neppure più dove si trova. Sente da un lato la tremenda pressione della cosa in Grecia, dall'altro quello che costituisce la sua identità che viene disperso nelle ombre del suo cervello.
Per l'ultima volta si tende,sfiora le pieghe dello spazio-tempo e le strattona. Uno strappo secco.

* * *

10 Settembre 2013
Edimburgo, Royal Mile. Cafè Central.
Ore 08.32

Reb fissa incredulo la tazza di tè che ha in mano. Leva gli occhi per incontrare quelli di Eyes, vi ritrova la stessa espressione stupita. Il locale attorno a loro è lo stesso che ricorda, persino il mormorio in sottofondo dello speaker del telegiornale. Nessun segno di Valerie.
Per abitudine si concentra sulla voce del giornalista.
«E ora il consueto spazio dedicato alle gesta dei super eroi. Questa mattina il presidente Obama ha incontrato alla Casa Bianca i responsabili del team START per il consueto briefing settimanale. L'argomento è sempre la difficile situazione siriana e la presenza accertata della russa Sibir a Damasco...»
Sullo schermo un viso. Quello di American Dream. Quel tizio proprio non voleva saperne di rimanere morto.


FINE


[un sentito ringraziamento ad Alessandro Girola per aver creato tutto questo, a chi mi ha preceduto in questa round robin e a chi ha seguito questa avventura collettiva.]
[n.b. Ringrazio per il fattivo supporto il Sig. Ibuprofene, il Sig. Sale di arginina, la Sig.ra Amoxicillina e il Sig. Acido clavulanico; senza di voi non ce l'avrei fatta.]

- - -

Capitolo scritto da Angelo Benuzzi


mercoledì 24 luglio 2013

Capitolo 23 - Stagione 2 (di Anonimo Mascherato)



23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 5.45

«Ma tu esattamente che poteri hai?»
Sibir osserva l'uomo in grigio, e inarca un sopracciglio.
Sono fermi sul ciglio del sentiero.
L'alba è solo un'impressione all'orizzonte.
Alle loro spalle, Bannon si concede una risata, breve.
«Non badargli» le dice. 
Si sfila lo zaino, fruga al suo interno.
Si avvicina, le allunga una bottiglia d'acqua.
«A Reb i russi non sono molto simpatici», le dice, mentre lei beve.
Sopra di loro, i picchi del monte Olimpo sono avvolti da una spessa coltre di nubi, e nell'aria c'è odore di pioggia.
«L'Olimpo non era scosso da venti né mai bagnato da pioggia, né la neve vi cadeva, ma l'aria vi si spandeva chiara e senza nubi, e su di esso fluttuava un biancore raggiante.»
Tutti si voltano a guardare Valerie, che fa spallucce. «È Omero,» dice.
«Uno che aveva letto solo le guide turistiche,» sentenzia Reb, riprendendo la marcia.
Sottile, la pioggia riprende a cadere.

* * * 

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 8.49

«E quella cos'è, la Batcaverna?»
Reb si volge verso Libby, ma è Bannon a risponderle.
«La Caverna di Ithakisiou,» le dice.
«La Porta degli Inferi,» sussurra Reb.
«L'ingresso del complesso del controllo del Progetto Pantheon della Hypothetical Inc.» conclude Valerie.
Libby li guarda uno per uno - il vecchio pistolero, la ragazzina pallida, l'uomo in nero dall'aria stanca.
Poi lei e Sibir si scambiano un'occhiata.
La russa annuisce.
«Qual'è il piano?» chiede.
Rebel Yell si volta verso di lei, e la super percepisce i suoi occhi senza vederli, neri nel nero dell'ombra della tesa del cappello grigio, li sente mentre la attraversano portandosi via qualcosa di lei.
Rabbrividisce.
«Il solito,» dice poi lui. «Entriamo, e uccidiamo tutti i cattivi.»
Lei allunga una mano e lo afferra per un braccio, obbligandolo a voltarsi.
«Tu sai come si uccide un dio?»

* * *


9 gennaio 1937
Ore 15.45
Washington DC
Casa Bianca - Ala Est
Sala Proiezione 3

«Come si uccide un dio,» aveva scandito con precisione il professor Andrew Bates, PhD, guardandoli uno per uno.
Il filmato arrivato da Berlino era ancora impresso nelle loro retine, l'uomo volante con la swastika sul petto che volteggiava nel cielo sopra allo stadio olimpionico, per poi scendere come una foglia nel vento, a stringere la mano dell'ometto così simile a Charlie Chaplin.
«Lo colpisci finché non ne può più.»
Risate.
Basso, calvo, con un improbabile paio di baffi, Bates aveva scrutato nel buio della sala, lo aveva trovato, aveva annuito e lo aveva chiamato per nome.
«Mi chiami Reb,» aveva risposto lui.
«Reb,» aveva ripetuto Bates, annuendo. «Lei crede davvero che sia così...» un gesto vago, con le mani. «Semplice?»
«Non ho mai detto che fosse semplice, Doc.»
Altre risate. «E se non fosse sufficiente?»
Reb aveva scrollato le spalle. «Lo si colpisce ancora un po'.»
L'espressione del piccoletto con la cravatta a farfalla si era fatta improvvisamente dura.
«No, signori,» aveva detto Bates, sovrastando il brusio e le risate. «Voi non avete capito nulla.»
Il suo tono era a tal punto glaciale che aveva imposto il silenzio.
«Voi non avete capito che il nazismo non è un sistema politico, è una religione,» aveva detto. «Voi non avete capito che il loro Ubermensch è un dio. E voi non avete capito che l'unico modo per uccidere un dio, è eliminare ogni forma di fede in lui.»
Si era concesso un breve, gelido sorriso sotto i baffi. «A quel punto, Mister Reb, lei potrà colpirlo fino a che non ne potrà più. Solo a quel punto.»


* ** 


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.12

«La cosa che mi ha sorpreso, in tutta questa faccenda,» osserva Bannon, disarmando le guardie svenute e procedendo a legare loro i polsi coi lacci di nylon, "è che nessuno si sia domandato csa faccia esattamente la Hypothetical Inc."
Libby aggrotta le sopracciglia. «Cosa... faccia?»
«Sì, cosa produca,cosa commercializzi, quale sia il prodotto che viene venduto con sopra il marchio della Hypo.»
La velocista si passa una mano sul collo, «Stabilità economica... servizi amministrativi... «
«Idee,» una voce sussurra nel suo orecchio attraverso l'intercom.
«Eh?»
«La Hypothetical vende idee,» sussurra Valerie, perduta chissà dove nel complesso sotterraneo. 
«Esatto,» sorride Bannon, facendo cenno alla velocista di seguirlo.
«E qui l'idea era di solidificare l'economia attraverso la rinascita di una forte identità nazionale,» prosegue l'uomo, camminando rasente al muro lungo il corridoio.
In lontananza, passi pesanti di scarponi da combattimento.
Lui guarda Libby e annuisce.
«Un po' come fece la Thatcher,» dice Valerie.
«Solo che qui, invece di farela guerra agli argentini, si è pensato di riportare i fasti olimpici all'onore delle cronache.»
La voce di Rebel Yell è un crepitio negli auricolari. «La solita soluzione di sempre: quando i problemi paiono insormontabili, ci si crea un dio da adorare.»
Sibir è glaciale. «Non può funzionare.»
Bannon ride.
Gli uomini in nero bloccano il corridoio, ed una figura che li sovrasta di tutta la testa e le spalle si apre la strada fra di loro, avanzando verso Bannon e Libby.
«Può funzionare eccome,» dice. «Se il progetto non viene dirottato.» 
Bannon posa lo zaino, prende la bottiglia dell'acqua, la offre alla donna e quando lei rifiuta, senza staccare gli occhi di dosso dagli avversari, beve un lungo sorso.
«Che il vostro cuore sanguini, mortali,» intona il colosso, «alla presenza di Polemos di Sparta!»
Bannon sospira.
«Certo, come no.»


* * * 

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.13

Sul grande schermo, il colosso che avanza verso l'uomo in uniforme e la ragazza in tuta sembra sovrastarli di ben più dei quaranta centimetri effettivi.
«La ragazza è la velocista dello Start,» sta dicendo Kedives, aspro. «Ma quell'uomo chi è? Indossa una vostra uniforme, mi pare?»
Grant trattiene uno sbuffo.
Kedives è stato utile, finora, ma è troppo volatile per essere un serio assetto nel portfolio di opzioni del Progetto Pantheon.
Dal tablet evoca una cartella. «È un nostro uomo,» ammette. «Bannon. Era a capo di una sotto-sezione dell'unità che si occupava della crisi a Santorini.»
«Un traditore?»
«Un dipendente infedele,» ammette Grant.
«Polemos si prenderà cura di lui,» sorride kedives.
In quel preciso istante, sullo schermo, Bannon abbatte l'Olimpico.
Poi Libby diventa una scia colorata, e infine il monitor mostra solo più un fastidioso effetto neve.
Poi, la porta alle loro spalle esplode, e il pesante battente blindato si schianta sul pavimento di marmo candido con un tuono, sollevando una nube di schegge e polvere.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.14

Sibir odia l'inattività.
L'americano strambo l'ha voluta marginalizzare, affidandole questo stupido incarico.
L'intercom le ha portato i suoni della devastazione che i suoi compagni hanno scatenato nella base segreta della Hypothetical.
E lei è qui a girarsi i pollici.
Davvero Bannon ha ucciso un Olimpico con una bottiglia di plastica?
È questo, il significato di quel "universalmente letale" annotato sulla sua scheda dell'Old Timer?
Poi L'intercom crepita.
«Sibir?»
È Reb.
Finalmente.
«Dà?»
«Fai il buio.»
Sorride, e poi, deliberatamente, estendei propri poteri ai generatori elettrici, e piomba l'intero sistema elettrico dell'Olimpo nel nulla.
«Benvenuti nel neolitico, stronzi,» sussurra.
E poi, come da istruzioni, si mette in cerca di bersagli d'opportunità.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.17

Reb lascia a Kedives e a Grant un minuto pieno per apprezzare le tenebre.
Per capire che i sistemi di aerazione forzata sono morti.
Che sono morti i monitor della sicurezza.
I computer.
L'uplink satellitare.
Persino gli accendisigari elettrici.
Li lascia lì, al buio, per sessanta secondi interminabili.
«I generatori d'emergenza,» comincia Grant, cercando di mascherare il tremore nella voce.
E Reb, senza bisogno di vedere, gli polverizza un ginocchio con una pistolettata.
Il lampo d'uscita illumina Valerie, che sobbalza.
Poi l'uomo in grigio accende una coppia di flare e li getta sul pavimento, illuminando la sala di marmo candido con una sinistra luce verde.
«Signor presidente,» dice, con un cenno del capo.
Kedives vede la propria vita scorrere davanti ai propri occhi come in un film.
Come dicono che succeda prima di morire.


* * *


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.21

«L'hai ammazzato con una bottiglia di plastica!»
Libby è esterrefatta.
Bannon è seduto a terra, le spalle contro la parete.
Ha l'aria molto stanca.
Alla luce del flare, le rughe sul suo volto lo fanno sembrare scolpito nella pietra.
«Non era duro come credeva!»
Le sorride.
«Vai,» le dice.
Lei è indecisa.
Il corridoio è ingombro di corpi, ma ci sono certamente altri uomini armati, nel complesso.
«Ma...»
«Atteniamoci al piano.»
Lei ride. «Il piano,» dice.
Lui fa una smorfia. «Fin qui ha funzionato.»
Lei annuisce.
«Qui dentro, tu...»
Lui fa un cenno col capo.
«Tranquilla. Da qui dentro non uscirà nulla.»


* * *


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.23

Spencer Grant è occupato a morire dissanguato sul pavimento.
Rebel Yell lo disprezza.
Una pressione opportuna, esercitata con calma, potrebbe rallentare l'emorragia e permettere all'uomo di sopravvivere abbastanza a lungo da rivere soccorsi.
Grant lo sa, ma è troppo terrorizzato e accecato dal dolore per applicare quella semplice nozione.
Non sarà la ferita alla gamba ad ucciderlo, ma la sua mancanza di disciplina.
Kedives, dal canto suo, sembra una larva uscita dall'Ade.
Reb si volta verso Valerie, stranamente aliena nella luce verde.
«È ora, bambina,» le dice.
Lei lo guarda.
«Fai il tuo numero, e poi andiamo a casa,» le dice.
Lei fa un passo avanti, stende le braccia lungo i fianchi.
Kedives trova da qualche parte nella propria anima l'energia per parlare.
«Ma chi diavolo sei, ragazzina?»
Lei lo guarda, con una espressione di infinita compassione.
«Mirate!» sussurra, «O Alala, figlia di Polemos! Preludio alle lance! Alla quale soldati si immolano per il bene della città nel sacro rito della morte.»
Dietro di lei, Reb annuisce.
Può apprezzare la citazione.
«Benvenuto al crepuscolo degli dei, presidente.»

- - -

Capitolo scritto da Anonimo Mascherato








mercoledì 10 luglio 2013

Capitolo 21 - Stagione 2 (di Ione di Chio)


22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Zhongnanhai - Sede del Partito Comunista Cinese e del Governo della Repubblica Popolare

«È la sgualdrina americana! Non può essere che lei!»
Xi Jinping indica i monitor, slacciandosi la camicia. Non c'è più contegno, nel Presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Una saetta dorata sfreccia sul lato nord del viale Chang'an occidentale. Nemmeno le più precise tra le telecamere che sorvegliano costantemente lo Zhongnanhai riescono a fissare i dettagli.
Gli esperti della sicurezza cercano in ogni modo di estrarre dei fotogrammi in tempo reale, mentre la saetta dorata attraversa da parte a pare i carri armati Tipo 85 e gli autoblindo delle forze speciali che proteggono la Porta della Nuova Cina, l'ingresso principale del complesso che ospita il cuore della superpotenza asiatica.
«Non è Lady Liberty», ribadisce il generale Lee Han Hui, l'uomo su cui, al momento, pesa la difesa della patria da quell'attacco incredibile e inaspettato.
«E allora chi è?», grida il Presidente, furibondo.
«Non lo sappiamo. In queste ore c'è lo stato di allerta in molti Paesi. Lo scontro sul suolo greco è sicuramente correlato a questo.» Indica il maxischermo al plasma, dove la saetta in forma umanoide taglia in due l'ennesimo Tipo 85, passandogli attraverso come la proverbiale lama nel burro.
«Registriamo altri due attacchi imputabili a terroristi superumani», esclama il maggiore Rong, dalla sua postazione informatica. «Londra e Nuova Delhi. Forse qualcosa a Mosca... non ho ancora notizie certe.»
Il generale Hui annuisce, secco. La saetta attraversa infine la sontuosa Porta della Nuova Cina, abbattendola, e penetra nel Zhongnanhai. Probabilmente fino a quel momento ha soltanto giocato.
Un anziano, vestito con una semplice camicia bianca e con dei jeans sbiaditi, esce dalle ombre della stanza dove e rimasto in attesa fino a quel momento. Fa un inchino ai presenti.
«Shenlong», lo saluta Hui, con rispetto. «Porta in salvo il nostro leader.»
«Senz'altro, generale.»
Xi Jinping si aggrappa al tavolo tattico, rosso in volto. «Io non fuggirò, né lo farà il vecchio. Lui è il nostro più forte metaumano e...»
«E per questo entrambi dovete vivere e pensare a una strategia per sconfiggere questi invasori.» Hui deglutisce. Nonostante la freddezza di facciata è terrorizzato. «Per sconfiggere questo Dio.»
Il Presidente non protesta più. Shenlong lo raggiunge e gli mette una mano sulla spalla. «Su, andiamo.» Entrambi si illuminano di un'intensa luce dorata, e poi scompaiono nel nulla.
Il generale si concede un sospiro.
«Nemico in rapido avvicinamento», lo avvisa uno dei suoi attendenti.
«Mandategli contro gli Uomini Modulari», ordina Hui. Sa che non serviranno. Sono validi combattenti superumani, ottimi guerrieri sperimentali creati con nuove applicazioni a base di Teleforce. Risulteranno però inutili contro un Super così forte come quello che stanno per affrontare.
Ma saranno utili a guadagnare del tempo.
Mentre dieci individui identici tra loro, vestiti con aderenti tute di colore rosso, entrano nel raggio d'azione delle telecamere esterne, il generale scosta il maggiore Rong dalla sua postazione e gli ruba cuffie e microfono. Sa di avere pochi minuti, una decina al massimo, per evitare che quell'attacco provochi un disastro termonucleare.
Almeno questo può evitarlo.
Non è poco, si consola, inoltrando la prima di tre chiamate sulle linee d'emergenza.

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Korinthos – Sede centrale della Hypothetical Inc.


Kedives è fuggito, e con lui Spencer Grant e gli altri pezzi grossi della Hypothetical, chiunque siano.
Sibir e Libby non possono far altro che ammettere l'evidenza. L'avanzata è stata più lenta del previsto, nonostante gli impressionanti poteri delle due Super unite.
La sede della multinazionale è protetta da mercenari armati fino ai denti, ben addestrati e determinati a far sudare ogni centimetro di terreno ceduto al nemico. Gli spetsnaz del team di Sibir si sono a loro volta battuti come leoni, cadendo uno dopo l'altro per proteggere la loro comandante. Ne rimangono in vita soltanto due, quando Libby si accorge che c'è una figura sfuggente che li pedina, nella loro infinita esplorazione di quel complesso, molto più grande del previsto. Ne ha già avuto il sentore un paio di volte, poco più che un sospetto, un riflesso incidentale nella coda dell'occhio. Ora invece quel sospetto è una certezza: lo ha visto.
Lady Liberty afferra il polso di Sibir, che ha appena abbattuto l'ennesimo mercenario. La pelle della russa scotta, ma Libby non molla la presa.
«Che vuoi?», la apostrofa Nadia, sudata e furibonda. Tutta quella perdita di tempo, quel girovagare a vuoto, la fa impazzire.
«Tu continua pure a friggerli. Io faccio una sorpresa a qualcuno.»
Prima che Sibir possa chiedere spiegazioni, Libby entra in ipervelocità e torna sui suoi passi, ripercorrendo il lungo corridoio disseminato di cadaveri che hanno appena attraversato.
L'ombra sfuggente viene colta di sorpresa, prima che possa nascondersi di nuovo. Libby lo vede: è un uomo sui quaranta, di media statura, capelli sale e pepe, viso anonimo, ma abbronzato. Indossa un completo bianco su una camicia grigia, sobrio e al contempo elegante. La ragazza fa per afferrarlo, ma rimane con un pugno d'aria in mano. La velocista strabuzza gli occhi, stupita.
Il suo bersaglio ora si trova due metri più indietro. Le è impossibile perfino pensarlo, ma a quanto pare si è mosso più rapidamente di lei.
«Sei lenta, amica mia.»
Telepatia.
L'uomo in giacca è immobile, come un fermo immagine. Libby gli piomba addosso con un calcio rovesciato. Il bersaglio scompare di nuovo. Il piede di Lady Liberty colpisce la parete, trasmettendole un dolore atroce, su fino al ginocchio. Cade a terra, perdendo la concentrazione sul suo potere. Il mondo torna a scorrere a velocità normale. Diversi metri più avanti la sparatoria tra gli spetsnaz e i mercenari di Kedives prosegue imperterrita.
Il suo avversario le compare alle spalle e le afferra la nuca. La sua mano è fredda come quella di un morto. «Fatti un giro nel labirinto di Dedalo, piccola.»
Libby si trova proiettata in un incubo quadrimensionale. Cade in un pozzo titanico, colossale, senza fondo ma dalle pareti irte di muri, spuntoni, contro cui sbatte più volte, rimbalzando come in un flipper. La sensazione è simile a quella che si prova al risveglio improvviso da certi brutti sogni, ma moltiplicata cento volte e ripetuta all'infinito.
Cadrò per sempre...
Fa giusto in tempo a formulare quel pensiero e l'illusione, se tale era, svanisce, sostituita da una vampata di calore che le brucia le punte dei capelli. Riapre gli occhi e vede Dedalo avvolto dalle fiamme, genuflesso sul pavimento a meno di un metro da lei.
L'uomo è una torcia umana con le mani levate verso il soffitto, simili agli stoppini di candele consumate.
Sibir avanza verso di lui, il plasma incandescente che sfrigola tra le sue dita. «Stai bene?», chiede a Libby, senza togliere gli occhi di dosso a Dedalo.
«Bene. Credo... È la seconda volta che mi salvi la vita.»
«Metti in conto.» Si rivolge poi alla torcia umana, che stranamente sembra ancora cosciente. «Chi sei tu?»
«Sono colui che mister Kedives ha incaricato di gestire casa, in sua assenza», biascica, mentre il suo corpo va letteralmente a pezzi.
«Beh, sei un pessimo maggiordomo», lo apostrofa la russa.
«Vi ho fatto perdere tutto il tempo che...» si stacca il labbro inferiore, che va in cenere. «Che era necessario per dare il via al Progetto Pantheon.»
Le due Super si guardano in faccia, con la brutta sensazione di essere state giocate. «Dov'è Kedives?», urla Libby, furibonda.
«Dove gli spetta: sull'Olimpo.» Detto ciò il corpo di Dedalo si affloscia su se stesso, consumandosi del tutto.
«Ci hanno sconfitte», sussurra Sibir, incredula.
Poco più avanti, nel corridoio, gli spari cessano. I due spetsnaz si ricongiungono alla loro comandante. Il sergente Anton Monja si toglie il passamontagna e si asciuga la fronte. «Comandante, i mercenari che stavamo combattendo...»
«Sono scomparsi all'improvviso», intuisce la Super russa.
«Sì. E questo corridoio ora sembra più breve.»
«Erano ombre. Illusioni. Chissà quando abbiamo ucciso l'ultimo di loro, e quanti altri proiettili abbiamo sprecato contro dei fantasmi.»
Libby la scuote per una spalla. «Riprenditi, bella. Cosa cazzo facciamo ora?»
«Il vostro amico carbonella ve l'ha detto, no?»
Una voce maschile alle loro spalle fa sobbalzare le due Super. Sibir si volta, pronta a bruciare qualunque altra persona, cosa o animale si ponga sulla sua strada. Invece vede uno strano terzetto.
Una ragazza dall'aria smarrita, con una gran massa di capelli rossi, stretta in una felpa che ne nasconde il corpo esile.
Un uomo vestito coi rimasugli di una battle dress uniform degli stormtrooper della Hypothetical Inc. Di mezza età, semiautomatica in mano, ma abbassata.
Infine il tizio che ha parlato, una specie di cowboy con tanto di cappello, e con un foulard impolverato che gli copre la bocca.
«Se cercate guai», li saluta Sibir, «siete nel posto giusto. La mia giornata è stata pessima, la vostra può solo peggiorare.»
«Frena bionda», la blocca Libby. «Conosco quel tale. Si fa chiamare Rebel Yell e non dovrebbe esserci ostile.»
«Non lo sono», conferma il cowboy. «E nemmeno i miei soci. Anzi, mi sa che abbiamo tutti un obiettivo comune. Anche tu, compagna.»
«Kedives?», domanda Sibir.
«E Grant. E salvare il mondo. O qualcosa del genere.»
«Molto teatrale, americano.»
«Mai come un tizio che vuole governare il pianeta dall'alto del Monte Olimpo.»
La siberiana spalanca gli occhi. «Non prenderai sul serio le parole di quell'imbecille?» col mento indica i resti scoppiettanti di Dedalo.
Rebel si tocca il cappello. «Hai forse idee migliori?»
«Loro chi sono?», risponde Sibir, spazientita.
«Lui è Bannon. Lo conoscerai strada facendo. Lei invece è Valerie Broussard, la persona che può risolvere tutto questo casino.»
Libby e Sibir si guardano, perplesse. Tocca alla velocista esprimere i dubbi di entrambe: «Lei? Senza offesa, ma a me sembra uno scricciolo impaurito. O in alternativa l'eroina timida uscita da un film fantasy per ragazzini.»
Rebel si abbassa il foulard. Sorride, anche se i suoi occhi esprimono una grande stanchezza. «Datele una chance. Vedrete che ci sarà da divertirsi.»

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.19 (fuso orario UTC+2)
Nei pressi di Vathy, Grecia


Alex Ross avanza barcollando tra le macerie di Vathy.
L'ultima colonna di profughi ha abbandonato la città da quasi mezz'ora. L'antenna radio del suo esoscheletro ha captato le comunicazioni, un misto di greco, inglese e slavo, poco fuori dalla cerchia urbana. Si tratta senz'altro di stormtrooper della Hypothetical Inc., mandate a soccorrere i civili coinvolti nello scontro tra Super. Nessuno di loro ha intenzione di entrare a Vathy.
Non sono così pazzi.
Ross invia un comando mentale al computer di bordo e abbassa la temperatura interna del suo esoscheletro. L'armatura Drakkar I continua a iniettargli antidolorifici e medicinali antiemorragici. Il braccio sinistro, tagliato poco sopra il gomito, non gli fa male.
Non ancora.
Loxias non l'ha ucciso. Forse per sbaglio, forse per scelta. Questo non lo sa e forse non lo saprà mai.
Magari è perché tu non sei un superuomo, e quindi non conti un cazzo. Dovevi rimanere nei Rangers, brutto imbecille.
Scuote il capo, godendosi l'ossigeno extra che gli pompa l'esoscheletro progettato da Rushmore.
Si siede all'ombra di una casa nella periferia est della cittadina. È in posizione sopraelevata. A trecento metri vede il mare, bellissimo. Peccato soltanto per l'intero quartiere turistico, distrutto da uno scambio di colpi tra Uranium e Loxias. Anche le zone attigue sono state colpite, più o meno duramente. Impossibile determinare chi tra i due ha causato più danni collaterali. Alex è solo contento della prova di coraggio e di forza fornita dal suo ragazzo.
Contro un Dio, cazzo. O almeno così ce l'ha venduto quello psicolabile di Kedives.
Certo, Eric è stato costretto in ritirata, oltre le colline. Però ha retto il colpo. Potere nucleare contro potere del Sole. È solo un caso che non abbia ancora prevalso il secondo. O forse Loxias non ha forzato la mano. Se la vuole godere, il bastardo.
Ma per quanto durerà?
La ricetrasmittente del casco trasmette una serie di notizie inquietanti, tutte inviate dal QG di Admiral City.
Lo Zhongnanhai sotto attacco da parte di un Super autonominatosi col nome di Hermes.
Westminster parzialmente abbattuto da due terroristi metaumani, nome in codice Dioscuri; altri folli vomitati dai laboratori di Kedives.
Nuova Delhi colpita in una devastante tempesta di fulmini, innaturale e senza precedenti.
Mosca sotto assedio, con Sibir lontana da casa. Nessuna notizia sull'identità degli assalitori.
«Drakkar I, rispondi. Ripeto: Drakkar I, rispondi. Cristo Ross, dacci un segnale!» La richiesta di feedback da parte del QG è insistente, ossessiva.
Alex non si sogna nemmeno di rispondere. È in modalità stealth, invisibile ai radar e allo spionaggio elettronico più sofisticato. Ha lanciato solo un segnale radio, prima di zittirsi del tutto.
Scanner è con Eric. Dentro di lui.
Contro di loro ci sono Loxias, il Dio del Sole, e la sua piccola strega rossa. Si stanno dando la caccia, in un gioco estremo tra guardia e ladri, che ha come scenario tutta la provincia greca dell'Egeo Settentrionale. Poco importa se nel mentre Kedives ha schierato altri mostri. Per il responsabile militare dello START ciò che conta è lo scontro di cui è oramai solo uno spettatore moribondo.
O forse no.
Il computer della Drakkar calcola l'arrivo di Uranium entro quattro minuti esatti. Se tutto va come hanno concordato, Loxias lo seguirà a ruota, certo di finirlo, una volta per tutte.
«Vieni, figlio di puttana», sussurra Ross. Con un impulso mentale attiva la modalità Ragnarok della sua armatura. Un regalino di Rushmore, che come sempre ha intuito come sarebbe finito quel casino che Christina Cielo aveva il coraggio di definire missione di peacekeeping.
Il sapientone gli ha spiegato per sommi capi cosa può fare il Ragnarok, oltre a polverizzare chi ne fa uso. Per il resto ha usato un sacco di paroloni, tra cui "ordigno di livellamento quantico", qualunque cosa voglia dire. Dalla simulazione via monitor, l'effetto scenico ha ricordato ad Alex le trappole usate da Bill Murray e soci in Ghostbusters, ma moltiplicato per almeno mille volte.
E con effetti del tutto imprevedibili. Non a caso al Pentagono non sanno sulla di questa sorpresina.
La prospettiva lo spaventa. Il computer gli ha appena fatto un calcolo degli abitanti che vivono nella provincia dell'Egeo Settentrionale.
208.151 esseri umani, dislocati in 3836 km².
Quelli che, se tutto andrà come deve andare, diventeranno presto dei danni collaterali.

- - -

Capitolo scritto da Ione di Chio

Scarica il capitolo in versione ebook:

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di EbookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 29 maggio 2013

Capitolo 16 - Stagione 2 (di Fra Moretta)


Capitolo 16
Mattina del 22 Ottobre
Da qualche parte lungo i confini dell’Egitto.

La fuga era qualcosa che non gli si addiceva questo pensava Wael ormai al sicuro in un rifugio di cui solo lui conosceva l’ubicazione.
Eppure doveva ammettere con se stesso che era stata l’unica scelta possibile, nonostante il “regalo” di Romney l’avesse rimesso in piedi non si sentiva completamento ristabilito e l’assorbimento dei suoi canopi aveva contribuito a spossarlo. Sparpagliare il suo potere in quel modo era stato folle, l’aveva reso debole e quasi pazzo esponendolo all’attacco di un nemico e se non fosse stato per l’insperato aiuto del suo vecchio alleato sarebbe stata la fine. (Quello e un mezzo di trasporto preparato per situazioni d'emergenza pronto alla fuga).
Ora si sarebbe riposato e avrebbe riorganizzato le forze contando sugli uomini ancora fedeli a lui nella regione, non soltanto si sarebbe ripreso il suo regno ma avrebbe trovato i miserabili che avevano osato attaccarlo e li avrebbe sterminati come cani.  Nonostante simili propositi Wael non si sentiva molto sicuro perché da qualche ora durante il viaggio verso il suo nascondiglio aveva iniziato a provare delle fitte lungo braccia e gambe simili ai sintomi della febbre. Sul momento aveva solo pensato che il viaggio e il riassorbimento delle menti dei Canopi lo avessero spossato più del previsto ma ora non era più cosi sicuro.
Mentre rifletteva Wael senti improvvisamente una voce deriderlo alle sue spalle.
«Allora grand’uomo come stai? Non bene vedo» lo scherniva.
Wael fece per alzarsi e girarsi ma venne rapidamente colpito da un pugno in faccia e poi da un altro allo stomaco che lo fece barcollare. Istintivamente cerco di reagire sferrando a sua volta un pugno al misterioso aggressore ma nella sua precaria posizione si rivelò un errore. Perse l’equilibrio e il suo colpo non andò a segno mentre l’aggressore ne approfittò per colpirlo di nuovo facendolo definitivamente cadere in ginocchio.
«Per terra come i cani, ecco dove meriti di stare Wael!» lo derise nuovamente lo sconosciuto.
Wael alzo la testa per vedere chi lo insultava cosi beffardamente e che con tale facilità lo aveva strapazzato trovandosi di fronte un uomo dalla pelle scura (forse indiano) vestito molto semplicemente. Furioso per l’umiliazione subita Toth decise di farlo parlare per prendere tempo.
«Chi sei?» gli chiese cercando di sembrare calmo.
«Il mio nome non deve interessare a chi è già morto», rispose lo straniero con una punta di derisione.
«Ti sbagli sconosciuto» rispose Wael. «Se c’è qualcuno che morirà qui dentro sei tu».
E dopo aver pronunciato quelle parole si amputò due dita con un coltello che portava addosso pronto a generare dei Canopi, ma con sua sorpresa le dita iniziarono a decomporsi. Sorpreso e con la mano dolorante guardò il suo aggressore che si limito a ridergli in faccia.
«Credevi veramente che non sapessimo che c’era un infedele tra le nostre fila? Ti fidi troppo di te stesso e non sei un ottimo consigliere Wael», lo scherni nuovamente . Poi proseguendo: «Abbiamo intercettato il regalino di Romney e lo abbiamo sostituito con qualcos’altro un veleno che ha agito lentamente intossicando il tuo corpo».
«Stai mentendo!» gli gridò Toth ormai incapace di mascherare il panico nella sua voce «Come potevate sapere di Romney? E perché usare un piano cosi contorto?».
«Guardati la mano che ti sei ferito e dimmi se ti sto mentendo».
Wael guardo la propria mano e vide che la pelle dove si era tagliato le dita era violacea come in una cancrena e che anche il resto della mano stava assumendo lo stesso colore.
«Abbiamo informatori dappertutto Wael proprio come ce li avevi tu» riprese a parlare lo sconosciuto «Questo rifugio? Scoperto un mese fa mentre deliravi dentro quella specie di vasca per pesci. Ne abbiamo hackerato i sistemi di sicurezza et voilà eccomi qua!».
«In quanto al piano che tu definisci contorto abbiamo pensato fosse meglio illuderti di essere salvo per poi strapparti questa speranza e lasciarti nella disperazione,lei lo avrebbe gradito», concluse.
«Lei?» sbotto Wael. «Quella cagna di Ammit!».
A quelle parole l’espressione dell’uomo mutò da beffarda a seria e con rapidità colpi con un calcio il febbricitante Wael facendolo crollare a terra. Poi gli si avvicinò e continuò ad infierire  colpendolo al volto con altri calci. Il dolore rendeva Toth incapace di difendersi e quando vide il suo aggressore avvicinarsi tremò.
«Non osare più chiamarla cagna piccolo uomo», gli disse con tono minaccioso. Poi appoggio la mano destra sul petto di Wael e iniziò a spingere con forza.
Wael senti le costole incrinarsi e spezzarsi e la mano del suo nemico sfondargli lentamente il petto. Prima di perdere i sensi per sempre senti queste ultime parole: «Volevi il mio nome pezzo di merda? I miei fratelli mi chiamano Yama».

* * *

22 ottobre  ore 8:00
Korinthos - Sede Centrale della Hypotetical Inc.

Libby aveva da poco ripreso i sensi e le ultime cose che ricordava erano la strana bambina e l’uomo vestito di rosso che aveva attaccato lei e Stakanov al centro ricerche. Da quel che poteva vedere si trovava in una cella dall’aspetto asettico e completamente spoglia a parte la branda su cui era seduta.  All’improvviso la porta si apri e un uomo ben vestito dai capelli grigi entrò accompagnato da due guardie.
«Bene, vedo che è rinvenuta Lady Liberty. Sono Kedives e, prima che lei tenti qualcosa di stupido, sappia che i miei uomini non esiteranno a spararle.» disse il visitatore con un tono in apparenza cortese.
Ma Libby non lo ascoltava ,se veramente quell’uomo era Kedives aveva di fronte a lei il responsabile del furto dei campioni di DNA dallo START. Furiosa al ricordo di quello che era successo cerco di aggredire l’uomo muovendosi la supervelocità ma non ci riuscì, i suoi poteri erano scomparsi.
«Non sia sorpresa signorina credeva veramente che avrei corso il rischio di parlarle senza precauzioni?» disse sardonicamente Kedives. «Mentre era svenuta le abbiamo iniettato un siero che inibisce i suoi poteri. Non si preoccupi l’effetto non va oltre un'oretta presto sarà di nuovo come prima».
«Cosa diavolo vuole?».
«Farle un'offerta, può collaborare con noi e le garantisco che non le sarà fatto alcun male. Non siamo i mostri che lei crede stiamo solo facendo quel che è necessario per il mondo».
«Creare quella specie di mostro che mi ha portato qui? Come può essere utile al mondo? Me lo spieghi. Per quanto riguarda la  sua proposta lavorerò con voi quando l’inferno gelerà».
Il viso di Kedives cambio espressione diventando più duro, poi si girò e seguito dalle guardie fece per uscire dalla cella. Prima di andarsene si girò e rivolto a Libby disse: «Allora mia cara credo che le toccherà rimanere qui ancora per molto».

* * *

22 Ottobre  8:00
Rifugio segreto di Toth,Egitto

Yama era deluso. Il grande Toth non era durato molto, era collassato quasi subito dopo che aveva iniziato a lavorarselo. Il suo cadavere giaceva a terra con il petto squarciato e consumato dal veleno, il volto talmente violaceo da essere irriconoscibile. Se non avesse ucciso con le sue mani Agni per averli traditi al palazzo di Toth avrebbe potuto fargli bruciare quel corpo invece avrebbe dovuto ingegnarsi diversamente. Forse lo avrebbe gettato nel Nilo lasciando ai coccodrilli. 
Avrebbe tanto voluto che Kareema mandasse lui e gli altri Lokapāla in Grecia; smaniava dalla voglia di confrontarsi con Loxias.  Purtroppo gli ordini erano diversi la Grecia era un'incognita e pertanto non se ne sarebbero occupati, almeno per il momento.
Yama si accese una sigaretta si caricò in spalla il cadavere di Toth e uscì.
- - -

Capitolo scritto da Fra Moretta (The Tralfamadore Connection blog)

Scarica l'ebook in formato (coming soon):

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 8 maggio 2013

Capitolo 13 - Stagione 2 (di Cristiano Pugno)


21 ottobre 2013 ore 00:52
Cielo sopra Atene

Loxias galleggiava nell’aria, circondato da una bolla di luce.
Libby era aggrappata al suo torace, le braccia non riuscivano ad avvolgerlo completamente, sotto le mani ancora protette dai guanti sentiva la muscolatura. Definita e rigida come quella di una statua di marmo.
Nella bolla che l’avvolgeva non sentiva il fruscio dell’aria, la gamba continuava a farle terribilmente male ma non voleva distrarsi, aveva una fottuta paura di cadere.
La mano di Loxias si poggiò sulla ferita sprigionando un'onda di gelo che quasi la stordì.
Il viso del Super non aveva mostrato nessuna espressione, gli occhi ardevano in maniera innaturale, quasi ipnotica.

- - -

21 ottobre 2013 ore 00:54
Mare Egeo

Bannon era sdraiato a poppa, la sigaretta ormai ridotta ad un mozzicone pendeva dalle sue labbra.
Il rumore sommesso del diesel gli faceva compagnia insieme al dolce movimento della barca.
«Ο Θεός μας!!»*
L’urlo del pescatore al timone lo fece trasalire. Alzò lo sguardo al cielo, un globo rossastro si muoveva sopra l’acqua increspando le onde sotto si sé.
Anche Valerie si destò, sorpresa da quel trambusto.
«Cos’è quello?» disse, indicando la sfera con un dito.
«Quello potrebbe essere la soluzione dei nostri problemi, piccola» rispose Bannon sfiorandole i capelli intrisi del salmastro notturno.
L’oscurità del battello, rischiarata solo dalle deboli luci degli strumenti gli impediva di vedere l’espressione della ragazza
«…oppure il più grande dei problemi!»
Ma Valerie non udì l’ultima parte, si era già rimessa a dormire rannicchiata nella coperta.
- - -

21 ottobre 2013 ore 01:18
Korinthos – Sede Centrale della Hypotetical Inc.

Kedives si rilassò sulla poltrona di pelle nera. Aveva voglia di fumare un sigaro e di bere qualcosa di forte, finalmente dopo tanti problemi le cose iniziavano a girare per il verso giusto.
Ovvero quello che lui aveva previsto.
Loxias stava arrivando portando con sé lamericana. La notizia del Centro Ricerche distrutto dopo un'incursione non autorizzata di alcuni super era già stata battuta dalla principali agenzie. Tra qualche ora avrebbero aggiunto i dettagli, magari con un bel video di Lady Liberty che confessava.
Anche Bannon aveva chiamato, era con Valerie, probabilmente sarebbero rientrati tra poco.
Sfiorò un tasto sulla scrivania per attivare i monitor dell’ufficio, le pareti sino ad un momento prima nere come l’inchiostro si riempirono di schermate colorate, immagini video, canali tv sat.
Alzò il volume della CNN che trasmetteva in diretta da il Cairo, le periferie continuavano a bruciare in un immenso rogo che nessuno pareva in grado di spegnere.
Non si accorse del suo ingresso, i tacchi da 12 centimetri affondavano nella spessa moquette, nera come il resto dell’ufficio.
Il rumore della borsetta di coccodrillo sulla scrivania in cristallo fece voltare Kedives.
«Continui ad entrare senza bussare» disse ritornando al controller dei monitor.
«Tu continui ad agire completamente di testa tua » la voce della donna era poco più di un sussurro.
«Ricordati che c’è un Consiglio di Amminitrazione e anche un Governo, a cui devi rispondere» pronunciò la parola Governo con un fare di scherno e si accomodò sul divanetto a due posti.
Le sue mosse erano aggraziate, fluide, le gambe fasciate da impalpabili autoreggenti si disposero perfettamente accavallate.
Kedives parve non fare caso al bordo di pizzo che sporgeva di qualche millimetro dall’orlo della gonna della nuova arrivata.
«Di quella banda di pagliacci me sbatto altamente!» replicò alzando il tono della voce.
«Tra poco arriverà Loxias con Lady Liberty, Bannon è in viaggio con Valerie, arriveranno forse domani. Nulla ci potrà impedire di dare seguito al nostro piano.»
«Dicono che Lady Liberty sia la Super più bella» disse la donna levandosi un immaginario pelucco dalla camicetta sotto la quale faceva capolino un piccolo bordo in pizzo.
«Mai quanto te» rispose Kedives sfiorandole la mano con un perfetto baciamano.
«Gino, Gino, è inutile che fai il galante, sai cosa mi aspetto da te.» La sconosciuta proruppe in una risata cristallina rovesciando indietro la testa.
Nessuno lo chiamava Gino, per tutti era il Presidente o al massimo Mister Kedives. Ma quella donna era una delle poche persone a cui non poteva dire di no.


- - -

21 ottobre 2013 ore 02:50
Korinthos – Sede Centrale della della Hypotetical Inc.

Loxias si poggiò sulla terrazza del palazzo senza nessun rumore, la luminosità che emanava rendeva inutili le lampade predisposte per l’atterraggio degli elicotteri, allentò l'abbraccio e depose Libby a terra.
La Super mosse qualche passo sulla superficie antisdrucciolo della terrazza, ancora stordita per il volo.
Osservò con stupore la gamba.  Non aveva nulla ed anche la tuta era perfettamente integra come se non fosse stata toccata dalla folgore.
«Donna, ogni resistenza è inutile» le parole si stamparono nella mente di Libby mentre sulla piattaforma accorreva il personale di sicurezza della Hypotetical Inc.
Un soffio di aria calda spazzò la terrazza, ed accanto a lei si materializzò la bambina che aveva visto alcune ora prima.
«Hai fatto bene a chiedere aiuto alla tua amica dagli occhi di ghiaccio» disse con la sua vocina infantile mentre faceva volteggiare la macchinina come fosse un piccolo aeroplano.
La prese per mano e la condusse verso quello che poteva essere un ascensore, Libby la seguì docilmente.
I guardiani della Hypotetical abbassarono le armi.

- - -

21 ottobre 2013 ore 02:50
Canale di Korinthos – Peschereccio Луна

Il rumore del vecchio diesel accompagnava il movimento della nave, il motore ansimava ed ogni tanto pareva perdere qualche colpo.
Ma era tutto un trucco, la ruggine era in realtà solo una pasta sintetica ed il rumore del motore una registrazione trasmessa da altoparlanti disposti sulla finta sovrastruttura.
Sotto l’aspetto di una carretta dei mari si nascondeva uno dei vascelli più moderni della marina russa, la nave per operazioni speciali Luna.
«Compagna, è pronta?» Il comandante della squadra di spetznaz si affacciò nel quadrato Ufficiali dove Sibir stava indossando il suo costume nella versione modificata per le operazioni subacquee.
«Io sono pronta Colonello, i suoi uomini?» rispose la super sistemando una ciocca bionda all’ interno del cappuccio di latex.
«Tutti pronti, il minisub è già nel moon-pool.»
Sibir scese le scalette seguendo l’ufficiale, vista la sua altezza doveva stare attenta a non impigliarsi negli stretti passaggi della nave, sino ad arrivare nella parte più bassa direttamente a contatto con l’acqua.
Mentre sedeva sul bordo della piscina ripassò mentalmente le piante che aveva avuto da Clark solo due giorni prima, non c’era stato modo di verificare le informazioni, avrebbe dovuto fidarsi della sua parola.
Gli altri spetznaz avevano già indossato le mute e si preparavano ad entrare nel sommergibile.
«Compagna...» Il comandante si chinò per sussurrare a Sibir che stava per immergersi.
«Cosa c’è, Comandante?»
«Devo trasmetterle un messaggio da parte del compagno Generale Kisurin.»
«Dica!»
«La tua amica ti aspetta ed ha bisogno di aiuto».
Sibir rispose con un cenno del capo e strinse la maschera facciale prima di scomparire nelle acque del canale.

- - -

21 ottobre 2013 ore 03:07
Korinthos – Sede Centrale della della Hypotetical Inc.- Ufficio del Presidente

Kedives accolse con piacere il soffio di aria bollente che riempì il suo ufficio, conosceva il suo significato.
Loxias entrò senza toccare la porta, la sua aura segnò la moquette bruciandola.
Si alzò dalla poltrona, per andare a ricevere il suo ospite.
«Hai onorato i patti, per questo sarai ricompensato, anche se non dovevi cercare di colpire la donna con gli occhi di ghiaccio!» La voce della bambina aveva una calma raggelante.
«Quale donna?» urlò Kedives
L’ unica traccia del passaggio del Super era un leggero alone carbonizzato sulla moquette.
- - -
* Dal greco - "E' il nostro Dio".

Capitolo scritto da Cristiano Pugno (Il Blog di Beppe)


Scarica l'ebook in formato:

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 1 maggio 2013

Capitolo 12 - Stagione 2 (di Germano M.)


20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Bannon fissò a lungo il suo ospite. Era lo stesso sguardo che aveva rivolto a Tesla, quando il serbo aveva fatto, a lui e al gruppo, la grande rivelazione...
L'afa di Santorini gli si incollò addosso, il laccio della fondina gli pizzicava la pelle, il cuore perse un battito.
Aran s'accigliò, sbuffando. Flender, in fondo alla stanza, mugugnava a Valerie.
Osservò l'acquario incassato nel muro, accanto alla scrivania, Si piegò, sfiorando il vetro col naso. Due pesci blu spandevano le code, tra coralli rosa e bianchi. Il cuore accelerò.
«Non hai proprio niente da dire?» lo incalzò Aran.
Bannon sollevò l'angolo della bocca. Parlò rivolto ai pesci: «E così, Ammit s'è fatta una sveltina...» L'ospite mise da parte il sorriso di circostanza e indurì i muscoli del viso.
Lui continuò: «Zeus lo faceva di continuo, e nessuno s'è mai messo a fare il teatro che fai tu.» S'interruppe, mosse le dita assecondando la musica in sottofondo, «Metà dei Greci erano figli suoi: semidei!»
Sentì le braccia pesanti...
«Ma no! Non capisci! Tu non hai idea di cosa comporti...» protestò Aran.
«Mentre l'altra metà... Sono figli di puttana qualunque.» Allargò un sorriso, scosse la testa, mentre l'ambiente perdeva i contorni e si faceva grigio. «Solo schizzi di teleforce: niente di più...» aggiunse, quasi senza fiato.
Arrivò mentre si accasciava, la fitta al petto. Violentissima.

Il grigio sfumò, la camera riassunse la forma e i colori di Flender, che lo fissava roteando il capo, a un centimetro dal viso.
Allungò una mano per accarezzarlo. Il cane abbassò le orecchie, mostrò le zanne ed emise un ringhio basso. Figlio di puttana...
Flender arretrò, ebbe un sussulto. Bannon si alzò, vide se stesso pancia a terra, una mano al petto, il braccio allungato.
Aran in ginocchio lì accanto, lo chiamava, scuotendolo da una spalla.
«Non so, cosa sia successo, Valerie... credo abbia avuto un infarto.»
«Spostati» ordinò. Aran apparve, se possibile, ancora più sorpreso dal tono. Era stato troppo brusco.
Si piegò sul proprio corpo, guardò le rughe profonde che segnavano le guance, i capelli grigi e corti, la cima della cicatrice a stella che spuntava dal colletto della camicia. Si vide invecchiato, si sentì incazzato e stanco, il cervello incasinato dai pensieri chiassosi di Valerie.
Rovesciò il corpo, schiena a terra. Fece la recita: posò la mano all'altezza della giugulare. «Non c'è battito» affermò.
Aran scattò alla scrivania.
Bannon spostò sotto il risvolto della giacca. Sfiorò il cane della Beretta.
«D-Devo chiamare subito qualcuno! Non riesco a concentrarmi... Stanno tentando di entrare...»
Slacciò la linguetta, estrasse l'arma e tirò il carrello con pollice e indice. Puntò, schiacciò il grilletto. Non più di due secondi.
Il primo colpo spalancò gli occhi di Aran, lo fece accasciare sulla poltrona di pelle marrone. Sulla camicia si allargò una rosa.
La scarica che seguì, veloce e precisa, lo centrò ancora al petto.
Alzò il tiro, e sparò altre tre volte alla testa, che si sgonfiò come un pallone bucato, riducendosi a poltiglia color carne mista a capelli. Del liquido pastoso colò dal bordo del cuscino.
L'ultimo colpo a Flender, che correva verso di lui.
Sputò. Si rannicchiò in posizione fetale accanto al suo corpo.
Riaprì gli occhi, divorando l'aria. Poi vomitò. Si rimise in piedi a fatica.
Valerie si mosse appena, gemette. Il tagliacarte sulla scrivania vibrò.
«Sta' calma, ragazza...» disse, con tono calmo, ma deciso. «La spossatezza che senti passerà tra poco...»
«Tu... tu hai ammazzato... Perché!?»
«Aggiungili alla cinquantina di turisti che hai spappolato in piazzetta.»
«N-Non è stata colpa mia! T-Tu sei... un bastardo!»
«Forse. Ma ora che ci siamo conosciuti un po' di più, sai anche che non sono così bastardo, e che non sono qui per fotterti. In un senso, o nell'altro...»
«E-E adesso?»
«Tirati su, ce ne andiamo, ci troviamo un posto tranquillo e parliamo un po', solo noi due. Poi deciderai se vale la pena seguirmi, o sputtanare la Hypo. Le cose che hai scoperto, be'... non sono come sembrano.»
Bannon avvertì l'aria sul viso, poi la vide smuovere la pelliccia di Flender, per terra. Il minuscolo vortice si accentrò, misto a scintille, dal lato opposto della stanza.
Mise una mano in tasca e estrasse una moneta. La strofinò e la lanciò verso il vortice, mentre comparivano due figure.
La moneta deflagrò, il vortice si dissolse portandosi dietro un urlo. La metà inferiore di una gamba, mocassino di cuoio nero, si schiantò contro la parete insieme a una strisciata di sangue.

* * *

21 Ottobre 2013, ore 00:41
A largo di Santorini, Grecia

Il cabinato fendeva l'acqua scura come il petrolio. Valerie dormiva rannicchiata sul sedile a poppa, sotto una coperta. Bannon tirò una boccata dalla sigaretta regalatagli dal pescatore. Espirò, il fumo si dissolse nella notte.

* * *


20 Ottobre 2013
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi - Atene

Le pareti del corridoio s'allungarono.
Libby svoltò, sul lato sinistro una lunga fila di finestre. Davano su un cortile interno, al centro un olivo maestoso illuminato da faretti.
Le gote avvamparono, il sudore colò all'interno del visore notturno. Rallentò. La tuta bruciava. No, era l'aria...
Si fermò del tutto, arrivata quasi al cartello in plexiglas che indicava il Centro Analisi. I suoni scorsero di nuovo naturali: passi attutiti.
La prima cosa che notò spuntare da dietro l'angolo fu un piede.
Era una ragazzina bionda, avvolta in una tunica rossa che le ricadeva sul capo. Stringeva, portandola al mento, un modellino di cadillac rossa col tettuccio bianco. Nell'altra mano un ramoscello d'ulivo.
Stakanov arrivò di corsa. «Che caldo che fa qui! Ehi, che diav...»
«Loxias vi ha conosciuto. È deluso» dichiarò la bambina. Una voce neutra, vuota.
Libby ne esaminò meglio i lineamenti, gli occhi grigi...
«Yobanji
Capì che anche Stakanov aveva notato la somiglianza...
«Loxias? Ti sbagli, a meno che non ti riferisci a Mister Scintille Viola. Tu chi sei?» chiese Libby, nel modo più amichevole possibile. Allo stesso tempo portò una mano dietro la schiena, sperando che l'ucraino notasse il suo cenno di fuggire. L'avrebbe coperto.
«Sì, il mio DNA si è già incontrato con entrambi» rispose. Quel tono distaccato le mise i brividi, oltre a comunicarle certezza.
«Dov'è Matt?!» urlò.
I vetri vibrarono.
La luce entrò dalle finestre, s'allungò in fasci sul corridoio, scivolò sulla parete.
Libby guardò il cortile illuminato a giorno, fu costretta a togliersi il visore e a ripararsi con le mani, quasi stesse guardando il sole.
Il globo di luce atterrò dolcemente sotto l'ulivo, sfumò facendosi arancione e poi rossastro lasciando, intorno alla figura imponente di un uomo, solo un baluginio di brace.
Si sentì prendere la mano. Era la ragazzina, che proseguì, quasi guidandola.
«Libby, io credo che dovremmo...»
Lo ignorò. Inspirò e lasciò accelerare il battito.

Ciò che rimase della velocista fu uno sbuffo d'aria che mosse il mantello rosso della ragazzina, che si volse a guardare Stakanov. «Ti sei abbassato, sei stato bravo.» Sorrise, aveva i denti grandi.
L'ucraino si affrettò, tentando invano di mettersi in contatto, attraverso i comunicatori del cappuccio, con il ponte mobile dello START.
Aveva quasi raggiunto l'ingresso al cortile, quando ripensò alle parole della bambina. Imprecò, e decise di gettarsi in avanti, compiendo una capriola. Rimase accucciato, ginocchio piantato a terra. E si sentì stupido.
Un raggio di luce tagliò l'aria sopra la sua testa, lasciando sulla parete opposta un foro bruciacchiato.
Stakanov slacciò il cappuccio della tuta e respirò. Fu un attimo, ricompose il teschio rosso e proseguì.
Li trovò che si fronteggiavano. L'uomo, cinto di tessuto rosso intorno al bacino, stava con l'indice fumante puntato verso di lui. Libby era immobile, al centro di un cerchio irregolare, che pareva bruciato.
La voce della bambina, alle spalle, lo fece trasalire: «Il Centro Ricerche della Hypotetical Inc. di Atene è stato distrutto. La cattura di Lady Liberty, membro dello START, da parte di Loxias è stata la prova di un attacco deliberato portato alla Sovranità Nazionale della Grecia.»
«Prima deve prendermi, ragazzina. Sono molto più veloce di così!» ringhiò Libby.
Stakanov allungò una mano per fermarla, e tutto ciò che vide, in quella sfumatura di grigio nero e oro che si mosse davanti a lui, fu un nuovo raggio scagliato dall'essere. Poi venne raggiunto dall'odore di carne bruciata.
Vide Libby a terra, si stringeva la coscia, la bocca una smorfia di dolore. Il cortile avvampò, inondato di luce.

Loxias la strinse al petto. Si sollevarono a una velocità che la stordì. Si fermarono dopo un istante.
Fluttuavano. Ora poteva vedere le luci della città.
L'essere mostrò l'indice. Sulla punta s'addensò una goccia di luce, che s'ingrossò fino a staccarsi e precipitare.
Dopo diversi secondi, dal basso provenne un fragore. L'onda d'urto sollevò polvere e schegge, allargandosi in una circonferenza di esplosioni e crolli di edifici: un fiore di energia e morte che abbatté l'intera struttura del Centro Ricerche e diversi isolati di tessuto urbano.
Loxias l'accarezzò. Poi partirono.

Qualcosa si mosse intorno a Stakanov. Colpi di tosse. Il buio era totale, il viso bruciava. Le orecchie fischiavano ancora per l'esplosione.
«Ti ho preso e ho aperto un varco appena in tempo.»
«Chi... chi c'è?» domandò l'ucraino, poi la riconobbe: «A-Angela, sei tu?»
«E chi altri? Il seminterrato ci è cascato addosso... Aspetta, faccio un po' di luce.»
Udì un click.
«Ecco fatto. Ora pensiamo alla direzione che conviene prendere.»
«Dove sei?»
«Come sarebbe, sono qui, davanti a te! Oddio...»
«Non ci vedo. Non ci vedo più...»
«...»
- - -

Capitolo scritto da Germano M. (Book and Negative blog)



Scarica l'ebook in formato:

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 3 aprile 2013

Capitolo 8 - Stagione 2 (di Massimo Mazzoni)


2 Ottobre 2013
Cabo rojo, Playa Sucia,
Portorico

«Ciao Eric, ti ho sentito, vieni pure avanti, quale buon vento ti porta qui?»
L'uomo era seduto su una poltrona di vimini con un grande schienale rotondo che nascondeva tutta la persona, tranne i piedi, bianchi immacolati.
«Vento cattivo...» disse una voce amplificata.
Eric si avvicinò e urtò qualcosa a terra: era un anfibio, slacciato, l'altro era caduto di sotto dal patio di legno, nella sabbia.
«Attento a non ammaccarti l'armatura nuova!»
Si appoggiò alla balaustra e osservò il mare azzurro, che diventava trasparente in prossimità della spiaggia, bianca da abbagliare.
Si trovavano in una piccola baia, chiusa da due propaggini di terra ricca di vegetazione, sulla destra un basso promontorio con un faro.
Chiuse gli occhi: i microfoni gli rimandarono la risacca delle onde, placida, rilassante.
«Come ti trovi qui?»
«Non lo senti?»
Eric si voltò, la sua maschera trasparente rifletteva i raggi obliqui del tramonto.
«Ah, sei isolato lì dentro, scusa.»
«Non ti preoccupare, e comunque ho l'aria condizionata.»
Una debole risata dell'altro, che poi aggiunse: «Mi trovo bene dai, lo sai come si chiama la spiaggia?»
L'altro scosse il casco a destra e a sinistra.
«Playa sucia, cioè spiaggia sporca, mi piace razzolarci.»
«Non ne dubito.»
Alcuni gabbiani passarono stridendo a pelo d'acqua, evitando i pochi bagnanti che ancora si attardavano prima dell'aperitivo.
«Non ci siamo più visti... Da Aprile.»
L'uomo posò sul tavolino basso un bicchiere con del liquido rosso sul fondo e una fetta di lime come guarnizione.
«Già, come stai? Ti sei ripreso?» Poi aggiunse, rivolto a un cameriere: «Un altro Planter's Punch, por favor.»
«Io sto bene, ma non mi sembra lo stesso, per te, non hai combinato niente da allora, a parte gli incontri clandestini.»
Una risata cristallina.
«Non è un bel modo di ringraziarmi per averti salvato la vita, quello di venirmi a fare le prediche! E poi ultimamente la boxe serve a sfogarmi.»
«Non sono venuto per ringraziarti, ma per chiederti un favore.»
L'altro finì il suo drink e lo lasciò al cameriere, che gliene diede un altro uguale.
«Sentiamo, Super irriconoscente.» disse, buttando giù un lungo sorso.
«Hai sentito della Grecia?»
«Ah, allora non è un favore, è un'ordine dello START!»
«Abbiamo bisogno anche di te!»
«Senza Matt è dura, eh?»
«Non fare così.»
«Così come? Sto facendo qualche osservazione, dai, continua, prova a convincermi.»
***

Due ore dopo.

L'uomo si fermò davanti  al letto sfatto: tra le lenzuola scatole di pizza, tovaglioli e magliette con le gore sotto le ascelle.
Vi lasciò cadere sopra la sacca dell'Adidas e prese a ficcarci dentro indumenti appallottolati e sacchetti chiusi con lo scotch; poi soppesò un fagotto di velluto nero.
Lo aprì, rivelando un tirapugni cromato e una lunga catena che terminava con una stella rossa, premette il suo centro e cinque rasoi affusolati  scattarono fuori dalle cinque punte.
Soddisfatto, toccò di nuovo il meccanismo per nascondere le lame e mise il fagotto in una tasca interna della borsa.
Guardò l'orologio da polso.
Aprì la cassettiera: la felpa era piena di strappi, bruciature, macchie scure sulle parti rosse.
Buttò l'indumento sul letto, accanto alla borsa.
Prese un cellulare satellitare e fece una chiamata.
«Gioventù in azione, sezione di Calgary.»
«Devo parlare con lei, sono Alex.»
«Chi desidera, prego?»
«So del progetto, devo parlare con la Dottoressa Angela Solheim.»
Alcuni secondi di esitazione nella voce squillante dall'altra parte.
«Mi spiace ma ha sbagliato numero, qui non lavora nessuna...»
«Va bene, dica alla dottoressa che non lavora da voi che sto andando in Grecia, parto tra un'ora, lei sa come raggiungermi, se vuole.»
«Ma cosa...»
Spense il cellulare e se lo ficcò in tasca.
Andò all'armadio e prese una sacca da vestiti appesa a una gruccia.
L'aprì sul letto, un fazzoletto appallottolato cadde sulla moquette, la punta di un preservativo uscì dalla carta.
Era una tuta di gomma nera, con cappuccio,  sul davanti una decorazione in rilievo rossa, lucida, semirigida.
Vi picchiò le nocche, sembrava plastica ma era mille volte più resistente.
Era la parte superiore di uno scheletro.
Guardò la tuta rovinata, sospirò e cercò di piegare quella nuova per metterla nella borsa.
***

20 Ottobre 2013 - ore 23.30
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

Stakanov sentì che lei era entrata in azione quando gli giunse il tipico scrocchiare di sedano di un'articolazione slogata, forse quella di un collo.
Poi due colpi rapidi, il clangore di un'arma che cadeva a terra, seguito dal rimbombo di un corpo che colpiva qualcosa, infine il sibilo gorgogliante dell'aria che usciva dai polmoni.
Li fa a pezzi!
Un fruscio prolungato poi ecco il blip della serratura magnetica che si apriva.
Stakanov si alzò dal riparo e corse verso il basso edificio di cemento, cercò di evitare le telecamere, passando vicino ai corpi dei due sorveglianti, probabilmente messi lì proprio per non essere visti.
Sentì i passi rapidi di lei, difficili da percepire singolarmente, che sembravano un unico suono, ritmico.
«Non così in fretta, giovane!»
Era una voce maschile, baritonale.
Quasi contemporaneamente sentì una scarica elettrostatica, poi un crepitio prolungato.
Yobanji, questo è un altro Super!
«Starcrusher?!» disse la ragazza.
Sfiorando il muro percorse un corridoio in ombra e arrivò a delle scale che scendevano giù.
«Miss Liberty, lei è appena entrata in un’area non autorizzata. Devo pregarla di allontanarsi immediatamente.» disse la voce maschile.
Le scariche elettriche erano vicine, ormai.
E infatti ne vide una, che avvolgeva come un serpente viola la balaustra delle scale, accanto a Libby.
La Super indossava una tutina di spandex nera, con inserti grigi e Stakanov non poté fare a meno di osservarla, ammirato.
Poi un improvviso senso di colpa per quello che era stato American Dream, lo fece desistere.
L'altro era un uomo di colore con un completo chiaro, estivo, continui flussi di energia viola partivano e ritornavano crepitando dal suo corpo.
Non è Starcrusher.
«Fossi in te mi leverei dai piedi. Non ti hanno insegnato che giocare con l’elettricità può essere pericoloso, girino?»
Nello stesso momento in cui Libby accennò a muoversi una scarica si staccò dalla ringhiera e la colpì sfrigolando al fianco.
Una propaggine si avvicinò a Stakanov, che si nascose dietro l'angolo della parete.
«Fossi in te non sarei così spavalda, come vedi noi girini ci sappiamo difendere.»
Intervengo?
Fece un passo poi si bloccò, in ascolto.
Percepì lo stridere delle suole di gomma sul pavimento, poi un urto ovattato che fece tremare la ringhiera e sussultare leggermente il pavimento.
Meglio di no.
Il crepitare delle scariche si attutì di colpo e poi diventò quasi impercettibile, prima di scomparire, sovrastato da altri rumori: uno scricchiolio di ossa spezzate e una rapidissima serie, quasi ininterrotta di colpi che sembravano lo scalpiccio di un bambino che giocava nel fango.
Yobanji!
Stakanov si gettò per le scale e sul pianerottolo c'era Libby, inginocchiata sul falso Starcrusher.
Gli mancava parte della testa.
«Mio Dio, cosa mi sta succedendo?» disse, cercando di pulirsi una poltiglia rossiccia dalle mani guantate .
«Già, che macello...»
Lei si voltò e in un attimo quelle mani luride erano attorno alla sua gola.
«S, sono dello...dello Stttart! Fe...ferma!»
Stakanov si divincolò e si liberò, proprio quando pensava di soffocare.
Dette un paio di colpi di tosse, piegato in due.
«Sei Stakanov? Quello di Admiral City?» chiese lei, pulendosi col fazzoletto tolto dal taschino del cadavere.
«Forse ancora per poco.»
«Scusami.» E gli porse il foulard.
«Non ti preoccupare, ultimamente succede anche a me...»
«Sei uno dei rimpiazzi?»
«Una specie di consulente esterno temporaneo»
Estrasse da una tasca della tuta da scheletro una sim e la porse all'altra, che la mise in un lettore inserito negli occhiali.
Dopo alcuni istanti annuì, si mise il visore sui capelli e lo scrutò con un sopracciglio alzato: «Dunque eri tu che mi seguivi, in questi giorni.»
«Sono stato discreto, dai.»
«E questo è il tuo famoso modo di ballare? Ti fai mettere le mani addosso dalla prima Super che passa?»
«Beh, solo se è simpatica come te e poi, mia cara, conosco anche balli più piacevoli di questo.»
Gli occhi verdi di lei scintillarono nella penombra.
«Non so se con me saresti al sicuro, tovarish Stakanov.»
Non se la tira più? La missione si fa interessante, come aveva detto Eric.
Libby controllò le tasche dell'abito di lino del super massacrato.
«Questo lo conoscevi, per caso?»
«No, ma aveva i poteri di Starcrusher.»
«Hanno già iniziato ad impiegarli, maledizione!»
Recuperò un tesserino magnetico, poi si voltò e tornò in ipervelocità, lasciando una scia scura, mentre giungeva in un attimo in fondo alle sei rampe di scale.
«Aspetta!»
Libby sussurrò, mentre passava la scheda nel lettore della porta blindata: «Probabilmente tra meno di dieci secondi suonerà l'allarme, non ho tempo di farti da badante, ci vediamo nel laboratorio!»
«Dobbiamo solo sabotare il progetto di Grant, niente questioni personali.»
«Sei qui per questo, no?»
Poi una interferenza ad alta frequenza sovrastò le ultime parole di Libby, che rientrò in ipervelocità
Forse non sarà così interessante, la missione.
- - -

Capitolo scritto da Massimo Mazzoni (Cose Morte blog)


Scarica l'ebook in formato:

- Epub
- Mobi

Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini