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mercoledì 1 maggio 2013

Capitolo 12 - Stagione 2 (di Germano M.)


20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Bannon fissò a lungo il suo ospite. Era lo stesso sguardo che aveva rivolto a Tesla, quando il serbo aveva fatto, a lui e al gruppo, la grande rivelazione...
L'afa di Santorini gli si incollò addosso, il laccio della fondina gli pizzicava la pelle, il cuore perse un battito.
Aran s'accigliò, sbuffando. Flender, in fondo alla stanza, mugugnava a Valerie.
Osservò l'acquario incassato nel muro, accanto alla scrivania, Si piegò, sfiorando il vetro col naso. Due pesci blu spandevano le code, tra coralli rosa e bianchi. Il cuore accelerò.
«Non hai proprio niente da dire?» lo incalzò Aran.
Bannon sollevò l'angolo della bocca. Parlò rivolto ai pesci: «E così, Ammit s'è fatta una sveltina...» L'ospite mise da parte il sorriso di circostanza e indurì i muscoli del viso.
Lui continuò: «Zeus lo faceva di continuo, e nessuno s'è mai messo a fare il teatro che fai tu.» S'interruppe, mosse le dita assecondando la musica in sottofondo, «Metà dei Greci erano figli suoi: semidei!»
Sentì le braccia pesanti...
«Ma no! Non capisci! Tu non hai idea di cosa comporti...» protestò Aran.
«Mentre l'altra metà... Sono figli di puttana qualunque.» Allargò un sorriso, scosse la testa, mentre l'ambiente perdeva i contorni e si faceva grigio. «Solo schizzi di teleforce: niente di più...» aggiunse, quasi senza fiato.
Arrivò mentre si accasciava, la fitta al petto. Violentissima.

Il grigio sfumò, la camera riassunse la forma e i colori di Flender, che lo fissava roteando il capo, a un centimetro dal viso.
Allungò una mano per accarezzarlo. Il cane abbassò le orecchie, mostrò le zanne ed emise un ringhio basso. Figlio di puttana...
Flender arretrò, ebbe un sussulto. Bannon si alzò, vide se stesso pancia a terra, una mano al petto, il braccio allungato.
Aran in ginocchio lì accanto, lo chiamava, scuotendolo da una spalla.
«Non so, cosa sia successo, Valerie... credo abbia avuto un infarto.»
«Spostati» ordinò. Aran apparve, se possibile, ancora più sorpreso dal tono. Era stato troppo brusco.
Si piegò sul proprio corpo, guardò le rughe profonde che segnavano le guance, i capelli grigi e corti, la cima della cicatrice a stella che spuntava dal colletto della camicia. Si vide invecchiato, si sentì incazzato e stanco, il cervello incasinato dai pensieri chiassosi di Valerie.
Rovesciò il corpo, schiena a terra. Fece la recita: posò la mano all'altezza della giugulare. «Non c'è battito» affermò.
Aran scattò alla scrivania.
Bannon spostò sotto il risvolto della giacca. Sfiorò il cane della Beretta.
«D-Devo chiamare subito qualcuno! Non riesco a concentrarmi... Stanno tentando di entrare...»
Slacciò la linguetta, estrasse l'arma e tirò il carrello con pollice e indice. Puntò, schiacciò il grilletto. Non più di due secondi.
Il primo colpo spalancò gli occhi di Aran, lo fece accasciare sulla poltrona di pelle marrone. Sulla camicia si allargò una rosa.
La scarica che seguì, veloce e precisa, lo centrò ancora al petto.
Alzò il tiro, e sparò altre tre volte alla testa, che si sgonfiò come un pallone bucato, riducendosi a poltiglia color carne mista a capelli. Del liquido pastoso colò dal bordo del cuscino.
L'ultimo colpo a Flender, che correva verso di lui.
Sputò. Si rannicchiò in posizione fetale accanto al suo corpo.
Riaprì gli occhi, divorando l'aria. Poi vomitò. Si rimise in piedi a fatica.
Valerie si mosse appena, gemette. Il tagliacarte sulla scrivania vibrò.
«Sta' calma, ragazza...» disse, con tono calmo, ma deciso. «La spossatezza che senti passerà tra poco...»
«Tu... tu hai ammazzato... Perché!?»
«Aggiungili alla cinquantina di turisti che hai spappolato in piazzetta.»
«N-Non è stata colpa mia! T-Tu sei... un bastardo!»
«Forse. Ma ora che ci siamo conosciuti un po' di più, sai anche che non sono così bastardo, e che non sono qui per fotterti. In un senso, o nell'altro...»
«E-E adesso?»
«Tirati su, ce ne andiamo, ci troviamo un posto tranquillo e parliamo un po', solo noi due. Poi deciderai se vale la pena seguirmi, o sputtanare la Hypo. Le cose che hai scoperto, be'... non sono come sembrano.»
Bannon avvertì l'aria sul viso, poi la vide smuovere la pelliccia di Flender, per terra. Il minuscolo vortice si accentrò, misto a scintille, dal lato opposto della stanza.
Mise una mano in tasca e estrasse una moneta. La strofinò e la lanciò verso il vortice, mentre comparivano due figure.
La moneta deflagrò, il vortice si dissolse portandosi dietro un urlo. La metà inferiore di una gamba, mocassino di cuoio nero, si schiantò contro la parete insieme a una strisciata di sangue.

* * *

21 Ottobre 2013, ore 00:41
A largo di Santorini, Grecia

Il cabinato fendeva l'acqua scura come il petrolio. Valerie dormiva rannicchiata sul sedile a poppa, sotto una coperta. Bannon tirò una boccata dalla sigaretta regalatagli dal pescatore. Espirò, il fumo si dissolse nella notte.

* * *


20 Ottobre 2013
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi - Atene

Le pareti del corridoio s'allungarono.
Libby svoltò, sul lato sinistro una lunga fila di finestre. Davano su un cortile interno, al centro un olivo maestoso illuminato da faretti.
Le gote avvamparono, il sudore colò all'interno del visore notturno. Rallentò. La tuta bruciava. No, era l'aria...
Si fermò del tutto, arrivata quasi al cartello in plexiglas che indicava il Centro Analisi. I suoni scorsero di nuovo naturali: passi attutiti.
La prima cosa che notò spuntare da dietro l'angolo fu un piede.
Era una ragazzina bionda, avvolta in una tunica rossa che le ricadeva sul capo. Stringeva, portandola al mento, un modellino di cadillac rossa col tettuccio bianco. Nell'altra mano un ramoscello d'ulivo.
Stakanov arrivò di corsa. «Che caldo che fa qui! Ehi, che diav...»
«Loxias vi ha conosciuto. È deluso» dichiarò la bambina. Una voce neutra, vuota.
Libby ne esaminò meglio i lineamenti, gli occhi grigi...
«Yobanji
Capì che anche Stakanov aveva notato la somiglianza...
«Loxias? Ti sbagli, a meno che non ti riferisci a Mister Scintille Viola. Tu chi sei?» chiese Libby, nel modo più amichevole possibile. Allo stesso tempo portò una mano dietro la schiena, sperando che l'ucraino notasse il suo cenno di fuggire. L'avrebbe coperto.
«Sì, il mio DNA si è già incontrato con entrambi» rispose. Quel tono distaccato le mise i brividi, oltre a comunicarle certezza.
«Dov'è Matt?!» urlò.
I vetri vibrarono.
La luce entrò dalle finestre, s'allungò in fasci sul corridoio, scivolò sulla parete.
Libby guardò il cortile illuminato a giorno, fu costretta a togliersi il visore e a ripararsi con le mani, quasi stesse guardando il sole.
Il globo di luce atterrò dolcemente sotto l'ulivo, sfumò facendosi arancione e poi rossastro lasciando, intorno alla figura imponente di un uomo, solo un baluginio di brace.
Si sentì prendere la mano. Era la ragazzina, che proseguì, quasi guidandola.
«Libby, io credo che dovremmo...»
Lo ignorò. Inspirò e lasciò accelerare il battito.

Ciò che rimase della velocista fu uno sbuffo d'aria che mosse il mantello rosso della ragazzina, che si volse a guardare Stakanov. «Ti sei abbassato, sei stato bravo.» Sorrise, aveva i denti grandi.
L'ucraino si affrettò, tentando invano di mettersi in contatto, attraverso i comunicatori del cappuccio, con il ponte mobile dello START.
Aveva quasi raggiunto l'ingresso al cortile, quando ripensò alle parole della bambina. Imprecò, e decise di gettarsi in avanti, compiendo una capriola. Rimase accucciato, ginocchio piantato a terra. E si sentì stupido.
Un raggio di luce tagliò l'aria sopra la sua testa, lasciando sulla parete opposta un foro bruciacchiato.
Stakanov slacciò il cappuccio della tuta e respirò. Fu un attimo, ricompose il teschio rosso e proseguì.
Li trovò che si fronteggiavano. L'uomo, cinto di tessuto rosso intorno al bacino, stava con l'indice fumante puntato verso di lui. Libby era immobile, al centro di un cerchio irregolare, che pareva bruciato.
La voce della bambina, alle spalle, lo fece trasalire: «Il Centro Ricerche della Hypotetical Inc. di Atene è stato distrutto. La cattura di Lady Liberty, membro dello START, da parte di Loxias è stata la prova di un attacco deliberato portato alla Sovranità Nazionale della Grecia.»
«Prima deve prendermi, ragazzina. Sono molto più veloce di così!» ringhiò Libby.
Stakanov allungò una mano per fermarla, e tutto ciò che vide, in quella sfumatura di grigio nero e oro che si mosse davanti a lui, fu un nuovo raggio scagliato dall'essere. Poi venne raggiunto dall'odore di carne bruciata.
Vide Libby a terra, si stringeva la coscia, la bocca una smorfia di dolore. Il cortile avvampò, inondato di luce.

Loxias la strinse al petto. Si sollevarono a una velocità che la stordì. Si fermarono dopo un istante.
Fluttuavano. Ora poteva vedere le luci della città.
L'essere mostrò l'indice. Sulla punta s'addensò una goccia di luce, che s'ingrossò fino a staccarsi e precipitare.
Dopo diversi secondi, dal basso provenne un fragore. L'onda d'urto sollevò polvere e schegge, allargandosi in una circonferenza di esplosioni e crolli di edifici: un fiore di energia e morte che abbatté l'intera struttura del Centro Ricerche e diversi isolati di tessuto urbano.
Loxias l'accarezzò. Poi partirono.

Qualcosa si mosse intorno a Stakanov. Colpi di tosse. Il buio era totale, il viso bruciava. Le orecchie fischiavano ancora per l'esplosione.
«Ti ho preso e ho aperto un varco appena in tempo.»
«Chi... chi c'è?» domandò l'ucraino, poi la riconobbe: «A-Angela, sei tu?»
«E chi altri? Il seminterrato ci è cascato addosso... Aspetta, faccio un po' di luce.»
Udì un click.
«Ecco fatto. Ora pensiamo alla direzione che conviene prendere.»
«Dove sei?»
«Come sarebbe, sono qui, davanti a te! Oddio...»
«Non ci vedo. Non ci vedo più...»
«...»
- - -

Capitolo scritto da Germano M. (Book and Negative blog)



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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 13 marzo 2013

Capitolo 5 - Stagione 2 (di Massimo Bencivenga)



20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Bannon era pronto a compiere una strage, a terminare gli stormtrooper della Hypothetical.
Il Protocollo XPD era la sua primaria e unica direttiva.
Stava per farlo, quando sentì una mano posarsi sulla spalla. Prima vide due occhi neri, poi si ritrovò in uno spazio bianco, ammesso che una tale definizione potesse aver senso: non aveva mai sperimentato nulla di simile.
Fluttuava senza peso. Il bianco abbacinante cominciò a diventare più sbiadito, sino a trasformarsi in un caleidoscopio di colori. Realizzò che erano immagini in movimento. Una di quelle lo attraversò, o fu lui ad attraversarla.
«Ahhh!» 
«Bentornato», disse una voce maschile.
Bannon si guardò intorno, gli uomini della Hypothetical non c’erano più. Si trovava nel giardino mal tenuto di una villa e Valerie, in una strana inversione di ruoli, lo stava aiutando ad alzarsi. Ancora malfermo sulle gambe per la terrificante esperienza, Bannon si guardò intorno e vide un uomo che, dandogli le spalle, sembrava fissare la lieve sfumatura che all’orizzonte saldava il blu del mare con l’azzurro del cielo.
«Chi sei? Dove ci troviamo e cosa mi hai fatto?»
«Quante domande. Mi chiamo Aran Ohana, siamo ancora a Santorini e lei, Bannon, è estremamente vivo e combattivo per essere uno che ha appena vissuto la sua morte.»

* * *
Laboratorio NIMBUS
Calgary, 20 Ottobre 2013

La porta a controllo retinico si aprì. Due uomini la attraversarono. Auguste Louiselle, lo smilzo ex ufficiale delle Giubbe Rosse, e attuale capo della sicurezza della sede centrale del Progetto NIMBUS, avanzava spedito nel dedalo dei corridoi sotterranei; con il passo e la postura sembrava quasi voler marcare la distanza e la differenza esistente tra lui e il tracagnotto che aveva il compito accompagnare. Auguste Louiselle non aveva per niente in simpatia Mark Skardamell. Non gli piaceva il fare mellifluo dell’uomo, quello spacciarsi, di volta in volta, per giudice o professore, per esperto di sicurezza o ingegnere, senza peraltro averne titoli e competenze, irritava la granitica mentalità dell’ex Assistant Commissioner della Royal Canadian Mounted Police. Gli scandali, e persino il carcere, non avevano frenato la meteoritica e anticonvenzionale carriera di Skardamell, che adesso era il referente per NIMBUS di un potente politico statunitense.

* * *
20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

«Cosa?» Allora era vero, non si era immaginato niente. 
«Vi ho teletrasportato qui passando attraverso le spirali del multiuniverso e, nel mentre, mi son permesso di far vivere a mister Bannon la sua morte, quando decise di farla finita qualche anno fa sul monte Longs Peak.»
«Ma io…»
«Lo so, lei… Vabbé, diamoci del tu. Lo so, non ti suicidasti…, ma credimi, esiste un universo in cui lo hai fatto. Ed è lì che ti ho portato, fermo restando che quel gesto rimane una sciocchezza in ogni mondo.»
«Non credo di seguirti… »
«All’inizio neanche io capivo bene la cosa. I fisici quantistici sono andati incredibilmente vicini alla realtà. Esistono infiniti universi, interconnessi, e che cambiano al variare dello stato quantico di una singola particella. Di più, anche i nostri pensieri modificano l’energia e con essa la materia e gli universi. Il vuoto quantico poi… è scoppiettante di mondi che durano frazioni di secondo per il nostro modo di intendere il fluire del tempo, ma millenni per gli abitanti di quei mondi. Verrebbe da dire: c’è tanto spazio nel vuoto.»
«Tu non hai visto niente?», disse Bannon a Valerie. 
«A lei non ho potuto mostrare niente…» Aran si fermò, sembrava ascoltare qualcosa. 
Un cane sbucò dall’angolo di quello che sembrava essere un capanno per gli attrezzi e saltò addosso ad Aran. Per qualche secondo l’uomo e il cane diedero vita, davanti agli sguardi perplessi di Bannon e Valerie, ad una sorta di lotta. Terminato il balletto, Aran disse: «Vi presento Flender, gli ho messo il nome di un cane cyborg di un cartone della mia infanzia. Per certi versi è il frutto di un esperimento.
«Un esperimento?», disse Valerie. 
«Sì, ma non mio. L’esperimento lo ha compiuto madre natura, facendo incontrare casualmente una pitbull in calore con un pastore tedesco dal pedigree lungo così.» 
Valerie sentì le guance avvampare. Forse anche per superare il momento osservò meglio l’uomo. Alto, più magro che robusto, sembrava energico però, di una energia trattenuta, come una molla caricata e sul punto di scattare. I capelli lunghi, più grigi che castani, creavano un certo contrasto con il verde molto particolare degli occhi. Nell’insieme, Valerie ebbe l’impressione di un uomo vissuto, disincantato e disilluso, ma capace di grandi slanci e grandi emozioni. Lo avrebbe visto bene nella parte dell’eroe buono e solitario di qualche vecchio film western.
«La tua infanzia? C’erano i cartoni quando eri piccolo?», domandò Valerie.
«So di dimostrare una cinquantina di anni, ma ne ho solo, si fa per dire, trentaquattro. E’ una lunga storia. Adesso che ci siamo presentati, che ne direste di bere qualcosa mentre decidiamo il da farsi? Venite. La villa è abbandonata, ma ho saputo ritagliarmi uno spazio tutto mio.»
Bannon era furioso. Decidere il da farsi? Ma chi si crede di essere? Devo avvertire i miei superiori, avvisarli che ho recuperato il protocollo XPD e trovato un uomo, un Super o un telepate, con poteri straordinari.
Il vialetto d’ingresso mostrava una volta di più che non esiste cemento o pietra in grado di resistere, a lungo andare, all’attacco di erbacce e radici.
«La villa appartiene a un ramo della mia famiglia di cui non vado molto orgoglioso, ma i bisogni son bisogni. Mi sono permesso solo questa aggiunta.» Con la mano indicò una targa a destra del portone. Bannon e Valerie si avvicinarono per leggere meglio il corsivo minuto, di una sfumatura dorata appena diversa dallo sfondo. Una pessima scelta per la leggibilità.

But man, proud man,
Dressed in a little brief authority,
Most ignorant of what he's most assured,
His glassy essence, like an angry ape.
Plays such fantastic tricks before high heaven.
As makes the angels weep. 
Bannon.

* * *
Laboratorio segreto NIMBUS
Calgary, 20 Ottobre 2013

«Shakespeare. Io avrei messo Shakespare e non Leopardi» disse Skardamell, indicando i versi che campeggiavano sulla porta del laboratorio del dottor Patrick Parker.
E aggiunse: «Non ho mai amato molto gli italiani». No, proprio no si disse rileggendo mentalmente i versi.

Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza

«S’intende anche di letteratura?», chiese Louiselle.
«Sì, al college ho studiato anche letteratura europea.»
«Vedo.»
La porta di aprì automaticamente.
«Non c’è nessun errore. Sta succedendo qualcosa», disse una voce all’interno del laboratorio.
Louiselle fece strada. Un uomo in camice bianco fissava, in piedi e al centro della stanza, un modello 3D della Terra. Non si girò per accogliere i nuovi arrivati.
«Buonasera, eh» disse Skardamell, con il tono di chi è usualmente abituato ad avere ed esigere un certo rispetto.
Patrick Parker, Pi-Quadro per gli altri scienziati del NIMBUS, soffriva della sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo, che lo portava a ritenere insensati i normali e semplici convenevoli sociali. Era però, altrettanto semplicemente, un genio; lo era anche secondo gli elevati standard dei genietti che circondavano Angela Solheim.
«Vedete quei puntini luminosi? Ecco, segnalano Super in azione o attività Teleforce. Vedete che intensità qui?»
«Dov’è precisamente qui?» chiese Skardamell al giovane, perché Pi-quadro non sembrava avere più di venticinque anni.
«Sull’isola di Santorini. Abbiamo ragione di credere che sia coinvolta la Hypothetical. Hanno avuto accesso ad alcuni nostri file, ma in ogni caso ne hanno fatto di progressi da quando infilavano elettrodi nei cervelli di poveri delfini. Noi riteniamo stiano producendo  “qualcosa” da affiancare a Loxias. Forse umanoidi o cloni, da guidare telepaticamente o usando una sorta di intelligenza diffusa, tipo api o formiche. Io e Angela, in assenza di un nome ufficiale, li chiamiamo H-Serv. La situazione preoccupa un po’, e ancora non abbiamo notizie di Jackson. Dica ai politici di tenersi pronti, l’Europa sta per esplodere. Loxias è potente, ma certamente da solo non può farcela, ecco perché pensiamo a un esercito Hypothetical di altro tipo. Il tutto potrebbe tradursi a breve in un bagno di sangue. Noi ci siamo preparati creando, grazie anche a una parte di Angela, un Golem potentissimo.» Pi-Quadro diventava loquace quando c’era di mezzo il suo lavoro.

* * *
20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

«Non sono nato con questo potere», stava dicendo Aran. «E’ con me dal 23 Aprile di quest’anno.»
Dalla notte dei Super, pensò Bannon. Che c’entri lo straordinario potere di Ammit? 
«Posso fare un giro per gli infiniti universi, ma nessun pasto è gratis. L’entropia regna sovrana, e ciò significa che ogni passaggio mi degrada. Il degrado aumenta quando teletrasporto le persone fisicamente o, come ho fatto con Bannon, quando, per brevi istanti, faccio viver loro esperienze parallele.»
«Perché non scegli un altro mondo?» chiese Valerie.
«Perché la distruzione di un mondo ha conseguenze su tutti i mondi. Loxias, questa sorta di Apollo arcaico, dionisiaco e collerico, va fermato. E qui entri in gioco tu, cara Valerie.
O meglio, ciò che sai e sei
- - -

Capitolo scritto da Massimo Bencivenga.


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Grafica a cura di Giordano Efrodini