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mercoledì 17 luglio 2013

Capitolo 22 - Stagione 2 (di Nicola Corticelli)


22 ottobre 2013
Ore 7.30
Nei pressi di Vathy, Grecia

Uranium guardò gli indicatori della tuta con la coda dell'occhio, mentre continuava il suo volo; in condizioni ottimali le spie sarebbero state tutte di colore verde, adesso però la situazione era critica. Lo schermo del casco era un nugolo di aloni arancioni: giroscopi, servomeccanismi, scudo protettivo e contenitivo erano sul punto di collassare.
Sta giocando con noi come il gatto con il topo”.
La voce di Scanner risuonò nella sua testa.
«Già... ma sarà difficile che la tuta possa resistere a un altro colpo diretto così forte.»
Eric tremò dentro di sé, consapevole che anche lo stesso Scanner avrebbe percepito la medesima sensazione: era un dato di fatto che senza l'ausilio della tutta sarebbe stato difficile gestire il suo potere, specie in quest'ultimo periodo.
«Eric mi ricevi?»
«Ross sei ancora vivo!»
Anche attraverso le scariche statiche la voce di Uranium era piena di un sollievo sincero misto alla sorpresa.
«A stento, ma sì. Situazione?»
«Ho ancora Loxias alle calcagna e la mia tuta è quasi del tutto compromessa.»
La comunicazione rimase muta per qualche secondo.
«Eric riesce a individuare la mia posizione?»
«Sì, il radar tattico è una delle poche cose che funziona a dovere. Hai qualcosa in mente?»
«Vieni qui. Ho una sorpresina per il tuo fastidioso inseguitore.»

22 aprile 2013
Ore 7.30
Admiral City

134
Blackjack lasciò cadere l'ennesimo triario al suolo: il cadavere vestito di nero si accasciò sull'asfalto come un sacco della spazzatura, disarticolato e scomposto.
Questo era l'ultimo”.
La mappa fornitagli da Rushmore si era dimostrata accurata e efficace: i cloni depotenziati di American Dream rimasti, quasi un centinaio, avevano aggiunto il loro potenziale genetico a quello di Blackjack.
Forza, velocità e capacità fisiche (oltre ai ricordi) si erano sommate a quelle del Super.
Ora devo andare ad aiutare Libby”.
Il Super fece appena in tempo a voltarsi verso la Salazar Tower, che, quasi fosse tutto previsto da un oscuro regista, la costruzione fu scossa da un tremito evidente, mentre dalla struttura cresceva a vista d'occhio un albero dalle proporzioni colossali.
«Cosa diavolo?»
Blackjack non riuscì a trattenere l'imprecazione e nel contempo si mise a correre a tutta velocità verso il palazzo in lontananza.
La velocità del Super era pazzesca (probabilmente rivaleggiante con quella di Lady Liberty), ma i suoi sensi potenziati di 134 esseri umani gli permisero di percepire sulla sua sinistra una serie di esplosioni.
Era ormai giunto alla sua meta e Blackjack sentì una strana sensazione pervadergli il corpo costringendolo a fermarsi.
Il formicolio divenne un prurito e un nome comparve nella mente del Super come un marchio a fuoco.
Ammit”.

22 ottobre 2013
Ore 7.35
Nei pressi di Vathy, Grecia

Uranium atterrò al fianco del drone-armatura di Ross e si voltò di scatto pronto a ricevere il loro ospite.
«Spero che tu sappia quella che stai facendo.»
«In realtà la mia è l'ennesima mossa disperata di un disperato.»
La sincerità dell'esternazione di Ross strappò un sorriso a Uranium.
I due uomini attesero l'arrivo del Dio del Sole: Loxias toccò il suolo a pochi metri di distanza e subito comparve al suo fianco una bambina bionda.
«Alla fine hai smesso di correre uomo.»
Il corpo del neo incarnato Apollo era circondato da un alone lucente e con sorriso smagliante sul volto continuò: «Ora basta giocare. È tempo che veniate purificati dal sacro fuoco del divino Sole.»
«È mai possibile che tutti i Super più potenti siano sempre dei pazzi megalomani.»
Il riecheggiare di questa frase sembrò congelare l'azione per qualche istante, mentre con una lentezza irreale le quattro figure si voltarono su una quinta emergente dall'oscurità.
Il nuovo venuto era decisamente male in arnese; le vesti semi-carbonizzate lasciavano scoperte ampi spazi di pelle: il derma esposto era un dedalo di ustioni di vario grado che rigeneravano a vista d'occhio.
Ross sobbalzò. “Blackjack!”.
«E così sei ancora vivo. Ma è una cosa a cui si può porre rimedio con estrema facilità.»
Detto questo Loxias alzò un palmo con fare teatrale puntandolo in direzione di Blackjack.
Questi, per tutta risposta, si mosse a una velocità impressionante afferrando per il polso il Dio del Sole da una mano e la bambina per un braccio dall'altra.
Uranium e Ross osservarono la scena come ipnotizzati, mentre la voce di Scanner risuonava nelle loro menti: “Rimanete immobili! Blackjack sa quello che fa.
Intanto la bambina si divincolava nella morsa del Super, mentre Loxias guardava il nuovo venuto perdendo la maschera celestiale e mostrando per la prima volta una collera molto terrena.
«Come osi toccarmi con le tue mani blasfeme...»
L'alone di luce attorno a Loxias aumentò la sua intensità e la mano di Blackjack a contatto con il Dio del Sole iniziò a sfrigolare come della carne a cuocere su una griglia.
Quest'ultimo si mise a ridacchiare: «La tua arroganza non ha limiti... Ci conosci tutti. Spencer Grant ti ha informato bene sui nostri poteri e sai benissimo che il mio è quello di bere il codice genetico degli esseri umani comuni acquisendo le loro capacità...»
Blackjack si fermò un attimo fissando negli occhi prima la Pizia e poi Loxias.
Nessun tentennamento nonostante il dolore atroce.
«Ma da quando sono stato toccato da Ammit posso farlo anche con i soggetti dotati di Teleforce...»
Ciò detto gli altri due Super cominciarono a urlare come ossessi, mentre Blackjack dava libero sfogo alla sua nuova capacità assorbendo i loro poteri e la loro vita.
Alla fine, dopo quello che parve essere un'eternità, le grida cessarono e due corpi esamini caddero al suolo.
Blackjack si voltò sugli altri due membri dello START; lo stesso Ross non poté evitare di fare un passo indietro a quello vista.
Il Super parve non notare la cosa e rimase immobile.
«Perché non ci hai detto nulla del tuo nuovo potere?»
Uranium fu il primo a spezzare quell'imbarazzane silenzio.
«Gli anni mi hanno insegnato che è meglio mantenere un profilo basso.»
«E adesso?»

Blackjack si limitò a rispondere: «E adesso andiamo a fare il culo al redivivo American Dream.»
- - -

Capitolo scritto da Nicola Corticelli 

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Impaginazione a cura di EbookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 10 luglio 2013

Capitolo 21 - Stagione 2 (di Ione di Chio)


22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Zhongnanhai - Sede del Partito Comunista Cinese e del Governo della Repubblica Popolare

«È la sgualdrina americana! Non può essere che lei!»
Xi Jinping indica i monitor, slacciandosi la camicia. Non c'è più contegno, nel Presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Una saetta dorata sfreccia sul lato nord del viale Chang'an occidentale. Nemmeno le più precise tra le telecamere che sorvegliano costantemente lo Zhongnanhai riescono a fissare i dettagli.
Gli esperti della sicurezza cercano in ogni modo di estrarre dei fotogrammi in tempo reale, mentre la saetta dorata attraversa da parte a pare i carri armati Tipo 85 e gli autoblindo delle forze speciali che proteggono la Porta della Nuova Cina, l'ingresso principale del complesso che ospita il cuore della superpotenza asiatica.
«Non è Lady Liberty», ribadisce il generale Lee Han Hui, l'uomo su cui, al momento, pesa la difesa della patria da quell'attacco incredibile e inaspettato.
«E allora chi è?», grida il Presidente, furibondo.
«Non lo sappiamo. In queste ore c'è lo stato di allerta in molti Paesi. Lo scontro sul suolo greco è sicuramente correlato a questo.» Indica il maxischermo al plasma, dove la saetta in forma umanoide taglia in due l'ennesimo Tipo 85, passandogli attraverso come la proverbiale lama nel burro.
«Registriamo altri due attacchi imputabili a terroristi superumani», esclama il maggiore Rong, dalla sua postazione informatica. «Londra e Nuova Delhi. Forse qualcosa a Mosca... non ho ancora notizie certe.»
Il generale Hui annuisce, secco. La saetta attraversa infine la sontuosa Porta della Nuova Cina, abbattendola, e penetra nel Zhongnanhai. Probabilmente fino a quel momento ha soltanto giocato.
Un anziano, vestito con una semplice camicia bianca e con dei jeans sbiaditi, esce dalle ombre della stanza dove e rimasto in attesa fino a quel momento. Fa un inchino ai presenti.
«Shenlong», lo saluta Hui, con rispetto. «Porta in salvo il nostro leader.»
«Senz'altro, generale.»
Xi Jinping si aggrappa al tavolo tattico, rosso in volto. «Io non fuggirò, né lo farà il vecchio. Lui è il nostro più forte metaumano e...»
«E per questo entrambi dovete vivere e pensare a una strategia per sconfiggere questi invasori.» Hui deglutisce. Nonostante la freddezza di facciata è terrorizzato. «Per sconfiggere questo Dio.»
Il Presidente non protesta più. Shenlong lo raggiunge e gli mette una mano sulla spalla. «Su, andiamo.» Entrambi si illuminano di un'intensa luce dorata, e poi scompaiono nel nulla.
Il generale si concede un sospiro.
«Nemico in rapido avvicinamento», lo avvisa uno dei suoi attendenti.
«Mandategli contro gli Uomini Modulari», ordina Hui. Sa che non serviranno. Sono validi combattenti superumani, ottimi guerrieri sperimentali creati con nuove applicazioni a base di Teleforce. Risulteranno però inutili contro un Super così forte come quello che stanno per affrontare.
Ma saranno utili a guadagnare del tempo.
Mentre dieci individui identici tra loro, vestiti con aderenti tute di colore rosso, entrano nel raggio d'azione delle telecamere esterne, il generale scosta il maggiore Rong dalla sua postazione e gli ruba cuffie e microfono. Sa di avere pochi minuti, una decina al massimo, per evitare che quell'attacco provochi un disastro termonucleare.
Almeno questo può evitarlo.
Non è poco, si consola, inoltrando la prima di tre chiamate sulle linee d'emergenza.

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Korinthos – Sede centrale della Hypothetical Inc.


Kedives è fuggito, e con lui Spencer Grant e gli altri pezzi grossi della Hypothetical, chiunque siano.
Sibir e Libby non possono far altro che ammettere l'evidenza. L'avanzata è stata più lenta del previsto, nonostante gli impressionanti poteri delle due Super unite.
La sede della multinazionale è protetta da mercenari armati fino ai denti, ben addestrati e determinati a far sudare ogni centimetro di terreno ceduto al nemico. Gli spetsnaz del team di Sibir si sono a loro volta battuti come leoni, cadendo uno dopo l'altro per proteggere la loro comandante. Ne rimangono in vita soltanto due, quando Libby si accorge che c'è una figura sfuggente che li pedina, nella loro infinita esplorazione di quel complesso, molto più grande del previsto. Ne ha già avuto il sentore un paio di volte, poco più che un sospetto, un riflesso incidentale nella coda dell'occhio. Ora invece quel sospetto è una certezza: lo ha visto.
Lady Liberty afferra il polso di Sibir, che ha appena abbattuto l'ennesimo mercenario. La pelle della russa scotta, ma Libby non molla la presa.
«Che vuoi?», la apostrofa Nadia, sudata e furibonda. Tutta quella perdita di tempo, quel girovagare a vuoto, la fa impazzire.
«Tu continua pure a friggerli. Io faccio una sorpresa a qualcuno.»
Prima che Sibir possa chiedere spiegazioni, Libby entra in ipervelocità e torna sui suoi passi, ripercorrendo il lungo corridoio disseminato di cadaveri che hanno appena attraversato.
L'ombra sfuggente viene colta di sorpresa, prima che possa nascondersi di nuovo. Libby lo vede: è un uomo sui quaranta, di media statura, capelli sale e pepe, viso anonimo, ma abbronzato. Indossa un completo bianco su una camicia grigia, sobrio e al contempo elegante. La ragazza fa per afferrarlo, ma rimane con un pugno d'aria in mano. La velocista strabuzza gli occhi, stupita.
Il suo bersaglio ora si trova due metri più indietro. Le è impossibile perfino pensarlo, ma a quanto pare si è mosso più rapidamente di lei.
«Sei lenta, amica mia.»
Telepatia.
L'uomo in giacca è immobile, come un fermo immagine. Libby gli piomba addosso con un calcio rovesciato. Il bersaglio scompare di nuovo. Il piede di Lady Liberty colpisce la parete, trasmettendole un dolore atroce, su fino al ginocchio. Cade a terra, perdendo la concentrazione sul suo potere. Il mondo torna a scorrere a velocità normale. Diversi metri più avanti la sparatoria tra gli spetsnaz e i mercenari di Kedives prosegue imperterrita.
Il suo avversario le compare alle spalle e le afferra la nuca. La sua mano è fredda come quella di un morto. «Fatti un giro nel labirinto di Dedalo, piccola.»
Libby si trova proiettata in un incubo quadrimensionale. Cade in un pozzo titanico, colossale, senza fondo ma dalle pareti irte di muri, spuntoni, contro cui sbatte più volte, rimbalzando come in un flipper. La sensazione è simile a quella che si prova al risveglio improvviso da certi brutti sogni, ma moltiplicata cento volte e ripetuta all'infinito.
Cadrò per sempre...
Fa giusto in tempo a formulare quel pensiero e l'illusione, se tale era, svanisce, sostituita da una vampata di calore che le brucia le punte dei capelli. Riapre gli occhi e vede Dedalo avvolto dalle fiamme, genuflesso sul pavimento a meno di un metro da lei.
L'uomo è una torcia umana con le mani levate verso il soffitto, simili agli stoppini di candele consumate.
Sibir avanza verso di lui, il plasma incandescente che sfrigola tra le sue dita. «Stai bene?», chiede a Libby, senza togliere gli occhi di dosso a Dedalo.
«Bene. Credo... È la seconda volta che mi salvi la vita.»
«Metti in conto.» Si rivolge poi alla torcia umana, che stranamente sembra ancora cosciente. «Chi sei tu?»
«Sono colui che mister Kedives ha incaricato di gestire casa, in sua assenza», biascica, mentre il suo corpo va letteralmente a pezzi.
«Beh, sei un pessimo maggiordomo», lo apostrofa la russa.
«Vi ho fatto perdere tutto il tempo che...» si stacca il labbro inferiore, che va in cenere. «Che era necessario per dare il via al Progetto Pantheon.»
Le due Super si guardano in faccia, con la brutta sensazione di essere state giocate. «Dov'è Kedives?», urla Libby, furibonda.
«Dove gli spetta: sull'Olimpo.» Detto ciò il corpo di Dedalo si affloscia su se stesso, consumandosi del tutto.
«Ci hanno sconfitte», sussurra Sibir, incredula.
Poco più avanti, nel corridoio, gli spari cessano. I due spetsnaz si ricongiungono alla loro comandante. Il sergente Anton Monja si toglie il passamontagna e si asciuga la fronte. «Comandante, i mercenari che stavamo combattendo...»
«Sono scomparsi all'improvviso», intuisce la Super russa.
«Sì. E questo corridoio ora sembra più breve.»
«Erano ombre. Illusioni. Chissà quando abbiamo ucciso l'ultimo di loro, e quanti altri proiettili abbiamo sprecato contro dei fantasmi.»
Libby la scuote per una spalla. «Riprenditi, bella. Cosa cazzo facciamo ora?»
«Il vostro amico carbonella ve l'ha detto, no?»
Una voce maschile alle loro spalle fa sobbalzare le due Super. Sibir si volta, pronta a bruciare qualunque altra persona, cosa o animale si ponga sulla sua strada. Invece vede uno strano terzetto.
Una ragazza dall'aria smarrita, con una gran massa di capelli rossi, stretta in una felpa che ne nasconde il corpo esile.
Un uomo vestito coi rimasugli di una battle dress uniform degli stormtrooper della Hypothetical Inc. Di mezza età, semiautomatica in mano, ma abbassata.
Infine il tizio che ha parlato, una specie di cowboy con tanto di cappello, e con un foulard impolverato che gli copre la bocca.
«Se cercate guai», li saluta Sibir, «siete nel posto giusto. La mia giornata è stata pessima, la vostra può solo peggiorare.»
«Frena bionda», la blocca Libby. «Conosco quel tale. Si fa chiamare Rebel Yell e non dovrebbe esserci ostile.»
«Non lo sono», conferma il cowboy. «E nemmeno i miei soci. Anzi, mi sa che abbiamo tutti un obiettivo comune. Anche tu, compagna.»
«Kedives?», domanda Sibir.
«E Grant. E salvare il mondo. O qualcosa del genere.»
«Molto teatrale, americano.»
«Mai come un tizio che vuole governare il pianeta dall'alto del Monte Olimpo.»
La siberiana spalanca gli occhi. «Non prenderai sul serio le parole di quell'imbecille?» col mento indica i resti scoppiettanti di Dedalo.
Rebel si tocca il cappello. «Hai forse idee migliori?»
«Loro chi sono?», risponde Sibir, spazientita.
«Lui è Bannon. Lo conoscerai strada facendo. Lei invece è Valerie Broussard, la persona che può risolvere tutto questo casino.»
Libby e Sibir si guardano, perplesse. Tocca alla velocista esprimere i dubbi di entrambe: «Lei? Senza offesa, ma a me sembra uno scricciolo impaurito. O in alternativa l'eroina timida uscita da un film fantasy per ragazzini.»
Rebel si abbassa il foulard. Sorride, anche se i suoi occhi esprimono una grande stanchezza. «Datele una chance. Vedrete che ci sarà da divertirsi.»

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.19 (fuso orario UTC+2)
Nei pressi di Vathy, Grecia


Alex Ross avanza barcollando tra le macerie di Vathy.
L'ultima colonna di profughi ha abbandonato la città da quasi mezz'ora. L'antenna radio del suo esoscheletro ha captato le comunicazioni, un misto di greco, inglese e slavo, poco fuori dalla cerchia urbana. Si tratta senz'altro di stormtrooper della Hypothetical Inc., mandate a soccorrere i civili coinvolti nello scontro tra Super. Nessuno di loro ha intenzione di entrare a Vathy.
Non sono così pazzi.
Ross invia un comando mentale al computer di bordo e abbassa la temperatura interna del suo esoscheletro. L'armatura Drakkar I continua a iniettargli antidolorifici e medicinali antiemorragici. Il braccio sinistro, tagliato poco sopra il gomito, non gli fa male.
Non ancora.
Loxias non l'ha ucciso. Forse per sbaglio, forse per scelta. Questo non lo sa e forse non lo saprà mai.
Magari è perché tu non sei un superuomo, e quindi non conti un cazzo. Dovevi rimanere nei Rangers, brutto imbecille.
Scuote il capo, godendosi l'ossigeno extra che gli pompa l'esoscheletro progettato da Rushmore.
Si siede all'ombra di una casa nella periferia est della cittadina. È in posizione sopraelevata. A trecento metri vede il mare, bellissimo. Peccato soltanto per l'intero quartiere turistico, distrutto da uno scambio di colpi tra Uranium e Loxias. Anche le zone attigue sono state colpite, più o meno duramente. Impossibile determinare chi tra i due ha causato più danni collaterali. Alex è solo contento della prova di coraggio e di forza fornita dal suo ragazzo.
Contro un Dio, cazzo. O almeno così ce l'ha venduto quello psicolabile di Kedives.
Certo, Eric è stato costretto in ritirata, oltre le colline. Però ha retto il colpo. Potere nucleare contro potere del Sole. È solo un caso che non abbia ancora prevalso il secondo. O forse Loxias non ha forzato la mano. Se la vuole godere, il bastardo.
Ma per quanto durerà?
La ricetrasmittente del casco trasmette una serie di notizie inquietanti, tutte inviate dal QG di Admiral City.
Lo Zhongnanhai sotto attacco da parte di un Super autonominatosi col nome di Hermes.
Westminster parzialmente abbattuto da due terroristi metaumani, nome in codice Dioscuri; altri folli vomitati dai laboratori di Kedives.
Nuova Delhi colpita in una devastante tempesta di fulmini, innaturale e senza precedenti.
Mosca sotto assedio, con Sibir lontana da casa. Nessuna notizia sull'identità degli assalitori.
«Drakkar I, rispondi. Ripeto: Drakkar I, rispondi. Cristo Ross, dacci un segnale!» La richiesta di feedback da parte del QG è insistente, ossessiva.
Alex non si sogna nemmeno di rispondere. È in modalità stealth, invisibile ai radar e allo spionaggio elettronico più sofisticato. Ha lanciato solo un segnale radio, prima di zittirsi del tutto.
Scanner è con Eric. Dentro di lui.
Contro di loro ci sono Loxias, il Dio del Sole, e la sua piccola strega rossa. Si stanno dando la caccia, in un gioco estremo tra guardia e ladri, che ha come scenario tutta la provincia greca dell'Egeo Settentrionale. Poco importa se nel mentre Kedives ha schierato altri mostri. Per il responsabile militare dello START ciò che conta è lo scontro di cui è oramai solo uno spettatore moribondo.
O forse no.
Il computer della Drakkar calcola l'arrivo di Uranium entro quattro minuti esatti. Se tutto va come hanno concordato, Loxias lo seguirà a ruota, certo di finirlo, una volta per tutte.
«Vieni, figlio di puttana», sussurra Ross. Con un impulso mentale attiva la modalità Ragnarok della sua armatura. Un regalino di Rushmore, che come sempre ha intuito come sarebbe finito quel casino che Christina Cielo aveva il coraggio di definire missione di peacekeeping.
Il sapientone gli ha spiegato per sommi capi cosa può fare il Ragnarok, oltre a polverizzare chi ne fa uso. Per il resto ha usato un sacco di paroloni, tra cui "ordigno di livellamento quantico", qualunque cosa voglia dire. Dalla simulazione via monitor, l'effetto scenico ha ricordato ad Alex le trappole usate da Bill Murray e soci in Ghostbusters, ma moltiplicato per almeno mille volte.
E con effetti del tutto imprevedibili. Non a caso al Pentagono non sanno sulla di questa sorpresina.
La prospettiva lo spaventa. Il computer gli ha appena fatto un calcolo degli abitanti che vivono nella provincia dell'Egeo Settentrionale.
208.151 esseri umani, dislocati in 3836 km².
Quelli che, se tutto andrà come deve andare, diventeranno presto dei danni collaterali.

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Capitolo scritto da Ione di Chio

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 3 luglio 2013

Capitolo 20 - Stagione 2 (di Gianluca Santini)


22 Ottobre 2013, 05:20
Nei pressi di Vathy, Grecia

I loro passi erano interrotti di tanto in tanto dall’incessabile entusiasmo di Mercury.
«Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta! Mai trasportata tanta gente tutta insieme.»
«E dacci un taglio, l’abbiamo capito» lo rimproverò Blackjack.
Scanner lo guardò, il ragazzo sembrava preoccupato. Nella sua mente vedeva di nuovo le immagini trasmesse nel televisore.
"Per cosa stiamo combattendo? Cosa ci facciamo qui?"
L’aria era carica di tensione. La voce amplificata di Ross spezzò di nuovo il silenzio.
«Dovrebbe essere tra poco.»
«Cosa?» domandò Uranium.
«Il punto di incontro con i Super inviati da Fortress Europe. Dovrebbero essere due uomini, a quanto so.»
La sua voce non fece in tempo a spegnersi che due corpi caddero davanti a loro. Due cadaveri, carbonizzati e puzzolenti. I volti anneriti erano irriconoscibili, fermi in un’espressione di dolore e sofferenza. Le mani ritorte in posizioni innaturali. Sulle tute che indossavano erano ancora visibili le lettere F.E.
«Merda» commentò Blackjack.
Sollevarono lo sguardo, ritrovandosi di fronte a qualcosa che spezzò loro il fiato.
L’uomo che indossava il mantello rosso era accompagnato da una bambina. Il suo sguardo era diverso da tutti quelli che avevano mai visto in vita loro. Era uno sguardo che andava oltre.
Non riuscirono a pensare, a guardare, a tentare una difesa. Non erano preparati. Loxias scomparve in ipervelocità, per riapparire di fronte a Mercury. La mano del Dio si posò sulla fronte dell’uomo, e l’uomo si sciolse.
Scanner guardò inorridito mentre il suo compagno diventava un’informe pozza di liquido rossastro. Sentì nella mente degli altri – e nella sua – la paura, il ribrezzo, l’orrore. Vide con la coda dell’occhio che Blackjack si chinava a vomitare.
Loxias alzò l’altra mano e un’ondata di luce si generò a partire da quelle dita.
Scanner aveva sentito qualcosa nella mente della bambina e quel qualcosa lo aveva portato a lanciarsi verso sinistra. Sentì le urla di dolore di Blackjack e Ross. Il bagliore non si era ancora attenuato, ma quelle urla non sembravano smettere mai. Erano grida terribili, che Scanner non avrebbe mai pensato di ricondurre alle corde vocali umane. Dietro di sé sentì che anche Uranium era scampato al pericoloso attacco.
Il Dio mosse il braccio verso di loro e il bagliore si spostò.
Scanner vide il compagno alzarsi in volo e mentre sentiva che il bagliore stava per investirlo guardò intensamente nella direzione dell’Uomo Atomico.

Uranium sfrecciò nel cielo, allontanandosi il più velocemente possibile da quel luogo. Era impressionato da quello che aveva visto. Admiral City, in confronto, era un parco giochi.
«Come si uccide un Dio?»
"Un modo deve esistere, per quanto forte non è un Dio."
Il pensiero era apparso nella sua mente, non gli apparteneva. Rabbrividì, poi pensò al suo compagno.
«Scanner?»
"Sì, sono io."
«Sei ancora vivo allora?»
"Sì, ma anche questa volta per sopravvivere mi sono dovuto trasferire in un altro corpo."
«Quale? Dove sei? Dobbiamo incontrarci.»
La voce nella sua mente non rispose subito. Uranium quasi temette per la vita dell’amico, poteva essere stato individuato da Loxias.
"Loxias non mi può individuare. Io sono dentro di te, Eric."

* * *

22 Ottobre 2013, 05:40
Korinthos - Sede centrale della Hypotetical Inc.

Sibir ripensava allo scontro avuto con Hestia, ai morti tra i soldati che la stavano accompagnando in quella missione. E sperava di ritrovarsi di fronte all’orientale, per sistemarla una volta per tutte. La ragazza era battuta in ritirata appena si era accorta che Sibir stava caricando il plasma a un livello tale da poterla ferire. Al primo segno di cedimento aveva abbandonato il terreno dello scontro, per Sibir questo era un segno di debolezza troppo evidente.
Il silenzio dell’edificio era innaturale, nessuno si aggirava per i corridoi, a parte lei e i superstiti tra i militari russi.
Sibir fece scivolare un piccolo quantitativo di plasma nell’incavo della mano, pronta a lanciarlo appena la situazione l’avrebbe richiesto. Lo sentiva nell’aria, qualcosa stava per accadere.
Giunsero davanti a una porta, l’ennesima, e la oltrepassarono seguendo lo stesso ordine di cammino. A metà del nuovo corridoio Sibir vide delle sbarre metalliche sulla parete di destra.
Qualcosa accadde. I soldati della Hypotetical Inc. apparvero alle loro spalle, oltre la porta che gli ultimi militari russi stavano superando in quel momento. Gli spari ruppero il silenzio, l’imboscata andò a buon fine. Sibir vide cadere in pozze di sangue i suoi compagni.
Senza pensarci, distese il braccio verso gli assalitori e lanciò il plasma che aveva caricato. Un sorriso gelido si formò sul suo volto, mentre i soldati morivano di fronte a lei.
Rimasta sola avanzò verso le sbarre e guardò all’interno. Riconobbe la prigioniera.
«Buffo, Lady Liberty non è libera.»
Dentro la gabbia vide Libby avanzare verso di lei. Negli occhi dell’americana c’era solamente il desiderio di uscire, di fare qualcosa.
«Non è il tempo per vecchi rancori, Sibir. Qui la situazione si aggrava ogni momento di più. Dobbiamo aiutarci a vicenda.»
Sibir non rispose, annuendo impercettibilmente con la testa. Fece colare una piccola goccia di plasma sulla serratura delle sbarre. Qualche secondo dopo Lady Liberty era di nuovo libera.
«Grazie, Sibir, a buon rendere. Andiamo, non c’è più tempo da perdere.»
«Non così in fretta, ragazze!»
L’urlo proveniva dalla fine del corridoio. Hestia sorrideva verso di loro, alcune fiammelle crepitavano sulle dita delle mani.
«Be’, gli effetti del siero dovrebbero essere passati da un pezzo.»
La russa sentì appena la voce di Libby, poi vide solo una scia di colore attraversare tutto il corridoio. Infine un rumore secco, di ossa spezzate. Sibir raggiunse Libby mentre il corpo di Hestia scivolava a terra privo di vita.
«Lei era mia.»
Libby le sorrise in modo strano.
«Vorrà dire che la prossima la lascio a te.»
«Dobbiamo trovare Kedives.»
Le due Super si guardarono, poi avanzarono oltre il cadavere.

* * *

22 Ottobre 2013, 05:13
Korinthos, Grecia

Erano sbarcati a metà mattina. L’uomo l’aveva accompagnata in un piccolo albergo, accogliente, ma non molto arredato. Nella camera in cui si trovavano ora, e in cui avevano trascorso la giornata e la notte in un silenzio imbarazzante, Valerie poteva ammirare solamente il letto, due anonimi comodini, un armadio e una pianta ornamentale. Il giusto indispensabile per non far sentire a disagio gli ospiti.
Vide che Bannon la stava osservando, stava per aprire bocca e parlare. Lei lo anticipò. La sua voce appariva dura, arrabbiata, ma dentro di sé era un caos di emozioni. Con le dita delle mani torceva le maniche della felpa, scaricando lo stress di quei giorni.
«No, adesso basta. Adesso mi ascolti tu. Mi hai presa con te, ma non so nemmeno chi sei o per chi lavori, anche se visto in che città mi hai portata posso ben immaginarlo. Sei un uomo di Kedives?»
«Lo ero. Avevo degli ordini dalla Hypotetical Security, in effetti, ma ora sto seguendo altre direttive.»
«Altre direttive che guarda caso ci portano nella stessa città in cui ha sede la Hypotetical Inc.?»
L’uomo non rispose. Valerie inspirò profondamente.
«Non sono così scema come tu pensi. Ho ascoltato dentro la villa, anche se stavo giocando con il cane. E ho ascoltato sulla barca. E se ora mi stai cercando di fregare, be’, sappi che non so se ho voglia di trattenermi dall’eruttare.»
«Non ti sto fregando, Valerie.»
«Voglio rivelare tutto sulla Hypotetical, sui loro esperimenti, sui loro piani. Se possibile, fermarla di persona.»
«Perché?»
Valerie tentò di rispondere, ma dovette fare ordine nella sua mente. Le mani andarono al volto, coprirono gli occhi per qualche secondo. Poi affondarono nella massa di capelli rossi. Si sistemò qualche ciocca, infine fissò Bannon.
«Sono un esperimento di Grant. Uno dei primi, i più imperfetti. Sapevo che avrei manifestato dei poteri, ma non sapevo quando o quali. Nel mio DNA oltre all’eredità biologica dei miei genitori ci sono corredi genetici appartenenti a diversi Super, tra cui Ammit e altri Super europei. Era questo che intendeva quell’Aran quando stavate parlando nella villa.»
Fece un pausa, chinò la testa ed espirò.
«Sono un cocktail uscito male» disse amaramente.
Poteva sentire la voglia di Bannon di rispondere, ma l’uomo non ce la faceva. Valerie lasciò che una lacrima le corresse attraverso la guancia, poi risollevò lo sguardo.
«Allora, mi aiuti o stai dalla loro parte?»

* * *

22 Ottobre 2013, 05:25
Nei pressi di Vathy, Grecia

Uranium non riuscì a replicare subito, stupito e disorientato.
"Eric, tu sei il solo tra noi che può avere una possibilità contro Loxias. Hai visto con quanta facilità ha annientato gli altri."
«Io dubito.»
"Dopo il Flare sei più potente. E ora ci sono anche io. Formiamo una bella squadra."
«Riesci a leggere la mente di quel Dio?»
"No, purtroppo. Ma riesco a percepire qualcosa nella mente della bambina, lei vede quello che Loxias farà."
«E come facciamo a sapere che quelle immagini sono affidabili? Potrebbe essere un trucco.»
La voce di Scanner fece un pausa.
"Non possiamo saperlo. Ma dobbiamo tentare. Almeno per la nostra vita ha senso combattere."
Uranium rallentò, poi si fermò a mezz’aria.
«Va bene. Cosa facciamo quindi?»

* * *

22 Ottobre 2013, 05:16
Korinthos, Grecia

Bannon tirò un sospiro, sorrise, poi annuì.
«Va bene, puoi contare su di me. Chiamo un vecchio amico, ci aiuterà anche lui. È uno che sa come risolvere le questioni.»
Così dicendo si voltò ed estrasse il telefono satellitare. Compose a memoria il numero e attese la risposta.
«Sì?»
«Rebel, sono io. Dove sei?»
«In volo. Ero in Egitto, ma qualcuno ha risolto la situazione prima di me.»
«Uh, non sapevo che tu potessi volare.»
«Sto ridendo, Bannon. Cosa c’è?»
«Sono a Korinthos, dobbiamo risolvere una volta per tutte la questione greca.»
«Il mio volo è per la Grecia. Atterrerò fra poco. Non ci metterò molto a raggiungerti.»
«Efficiente come al solito, Rebel.»
Dall’altra parte non giunse alcuna risposta, solo il silenzio che segnalava la chiusura della comunicazione. Dietro di sé Bannon sentì, flebile, la voce di Valerie.
«Grazie.»

- - -

Capitolo scritto da Gianluca Santini (Nella mente di Redrum blog) 

 
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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 26 giugno 2013

Capitolo 19 - Stagione 2 (di Smiley)


22 ottobre 2013
Atene

«Titanio,» disse Rosenkreutz soppesando la protesi d’acciaio. «Mi dovrò abituare. Quelle che ho messo negli ultimi trent'anni erano molto più pesanti.»
«Vedo che ti stai divertendo», disse una voce alla sua destra.
Rosenkreutz girò la testa di scatto. Al suo fianco sedeva un uomo coi capelli bianchi, la barba dello stesso colore, rughe grinzose intorno agli occhi verdi. Indossava una tuta nera, sulla quale spiccavano le lettere gialle ”H.I.” all’altezza del cuore.
«Chi sei?», gli domandò Rosenkreutz. «Come hai fatto ad entrare in macchina?»
L’uomo sorrise. «Non esiste nulla di più potente, dal punto di vista quantico, dell’ultimo pensiero di un uomo.»
Rosenkreutz aggrottò le sopracciglia. Afferrò la pistola presente all’interno della valigetta che teneva sulle ginocchia, la puntò alla tempia dello sconosciuto. «Ti ho chiesto chi sei.»
«Hai intenzione di uccidermi? Provaci, se vuoi.»
Rosenkreutz premette il grilletto.
Non accadde nulla.
«Ma come…»
Il vecchio increspò nuovamente le labbra in un sorriso. «Tu non puoi uccidermi, Christian. In questo universo, tu sei già morto.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:00
Vathy, Grecia.
Edificio R

Jackson non riusciva a fare a meno di pensare in che guai si era cacciato – In cui l’avevano cacciato – in quelle ultime due settimane. Prima Calcutta, con la dottorressa Gupta e il salvataggio da parte di Sniper e Musashi. Poi il volo dopo quattro giorni d’attesa su quel vecchio Ilyushin 76 guidato da un ugualmente vecchio bengalese senza denti, che li aveva scaricati a 20 km da Aleppo. Là avevano atteso altri due giorni, prima di ricevere finalmente una comunicazione su un canale sicuro da parte di Pi Quadro, che li aveva informati che avrebbe inviato loro in supporto il Greyhawk, il loro velivolo stealth ipersonico dotato di camuffamento olografico, assieme ai migliori Evron.
Quando il Greyhawk era finalmente arrivato, e Jackson sognava già di rientrare a Calgary, Pi Greco li aveva informati che Angela richiedeva supporto immediato ad Atene.
Una volta stabilito il punto di contatto, e prelevati la dottoressa e il super conosciuto come Stakanov, c’era stato un nuovo cambiamento di programma. All’interno del centro di ricerca della Hypotetical dove si era infiltrata alcune ore prima, Angela aveva ottenuto delle nuove informazioni su una sorgente di Teleforce potente come quella di Delfi, e Pi Quadro aveva confermato che dal suo modello 3D della Terra si era manifestata, nelle ultime 36 ore, una nuova presenza anomala dell’energia di Tesla sulle isole Ionie.
Ecco perché, dopo aver atteso un altro giorno per permettere ad Angela e Stakanov di recuperare le forze, Jackson si trovava catapultato all’interno dell’edificio che secondo Angela e Pi Quadro era la sorgente del picco anomalo di Teleforce.
E nonostante fosse protetto da Golem di classe Evron, due super e una delle menti più brillanti del pianeta, non si sentiva affatto al sicuro.


***

22 ottobre 2013
Atene

Rosenkreutz premette il grilletto.
Ancora.
Ancora.
E ancora.
Nessun suono, nessun “BANG!”.
Nulla di nulla.
Il vecchio seduto accanto a lui sospirò. «Non avevo mai assistito ad una triplice ripartizione spazio-temporale di questa portata prima d’ora. Non solo hai avuto il tempo di immaginare e creare un tuo nuovo universo personale della durata di due giorni, ma hai diversificato lo svolgere degli eventi a seconda della tua volontà del momento. Affascinante.»
Rosenkreutz strabuzzò gli occhi. Urlò. «Che succede? Non capisco!»
L’uomo gli appoggiò la mano sinistra sulla spalla. «Lascia che ti mostri.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:03
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il corridoio era così stretto che due uomini affiancati non avrebbero potuto attraversarlo.
Figurarsi i Golem.
La strategia la suggerì la dottoressa Solheim prima di imboccare il passaggio. Jackson sapeva che da quando il suo laboratorio di Savannah era stato attaccato, lei era cambiata, poiché si sentiva personalmente in colpa delle perdite subite. Ecco perché, negli ultimi mesi, partecipava attivamente a tutte le missioni rischiose. Il Rafkon, l’armatura biotecnologica che indossava in quel momento, era quanto di meglio il NIMBUS avesse creato negli ultimi anni. Comandato a distanza, era il Golem definitivo, o come lo chiamava Pi Quadro, il “Super Golem”. Guidato da Angela, che l’aveva personalmente ideato e realizzato per adattarlo alle sue esigenze e alla sua struttura fisica, era il capolavoro assoluto del loro centro di ricerche.
«La situazione è fin troppo strana», disse Angela. «Fuori dall’edificio e nei settori che abbiamo controllato non abbiamo incontrato alcuna resistenza. Chiamatemi pazza, ma questo corridoio mi sembra fin troppo sospetto.»
«In che senso?», domandò Musashi.
«Un laboratorio interamente vuoto, caratterizzato da spazi ampissimi collegati da corridoi come questo, che sembrano delle strettoie fatte apposta per incastrare i nostri golem non l’avevo mai visto. E le piantine che ho recuperato ad Atene si stanno rivelando inaffidabili.»
«E allora che si fa?», chiese Stakanov, che aveva recuperato la vista dopo la cecità temporanea.
Angela rimase in silenzio un istante. Poi annuì da sola, come se avesse avuto l’idea giusta. «Dobbiamo rischiare e andare avanti. Dividerci, a questo punto, sarebbe un errore. Ci muoveremo in fila indiana cercando di raggiungere l’estremità del corridoio nel più breve tempo possibile. New Blaster, Cryptor, Ornix e Primark andranno per primi. Dopo verremo io, Stakanov, Jackson e Musashi, seguiti da New Brawler, Dural, Marker, Golder e Suitor. Sniper, tu verrai per ultimo, ci coprirai le spalle.»
«Roger», disse il Golem.
Non incontrarono problemi.
Raggiunsero l’estremità del corridoio in pochi secondi, attraversarono una porta che si aprì automaticamente al loro passaggio, e si ritrovarono all’interno di una nuova stanza, dalla forma quadrata e con le pareti interamente occupate da schermi al plasma.
Jackson pensò che da qualche parte dovesse esserci una telecamera nascosta, perché su tutti teleschermi, in quel momento, era inquadrato il suo gruppo.
A ridosso della parete opposta alla porta d’ingresso, si trovava un oggetto dalla forma ovoidale, alto un metro e mezzo.
Jackson non ebbe il tempo di pensare cosa fosse. L’uovo ruotò su sé stesso, mostrandosi per quello che era: una specie di seggiola. Nella sua parte cava era seduto, con la gamba sinistra accavallata sul bracciolo, un uomo pelato.
Gli occhiali da sole non consentivano di vedere i suoi occhi, ma il camice nero indossato su di una tuta dello stesso colore, in contrasto con il colorito cadaverico della sua pelle, lo rendevano estremamente inquietante.
Jackson non aveva mai avuto modo di incontrarlo, ma aveva letto e studiato a fondo i file che lo riguardavano. Non credeva che quell’uomo fosse proprio davanti a lui.
Anche Angela sembrava stupefatta. «Cosa ci fa lei qui?»

***

22 ottobre 2013, ore 7.00
Glifada, Molo dei Pescatori

«No...tu...sei...morto.»
«Amico sono qui, davanti a te. Credici.»
«Credimi tu. Se dico...che sei...morto.»
Rosenkreutz vide sé stesso svenire davanti a un redivivo Angelo. Allungò una mano per afferrarlo, ma la mano gli passò attraverso, come fosse divenuto un fantasma. Fece un passo indietro, spaventato. «Che diavolo sta succedendo?», gridò, in direzione del vecchio.
Quello scrollò le spalle. «È la tua prima tripartizione. Hai immaginato di rivedere il tuo amico decidendo di far fallire la missione. Nella seconda, che non ti mostro per motivi di tempo, affronti i soldati della Hypothetical e porti a termine il tuo compito. Nella terza, invece, che è la più divertente, risolvi in tutta solitudine l’emergenza Kedives, salvi il mondo esorcizzando Loxias e converti addirittura la dottoressa Gupta. Niente male anche la panoramica su Kedives che contatta il tuo vecchio maestro. C’era forse della ruggine, tra voi due?»
Rosenkreutz crollò in ginocchio.
La realtà intorno a lui scomparve in un vortice bianco.

***

22 Ottobre 2013, ore 5:05
Vathy, Grecia.
Edificio R

Il dottor Spencer Grant si alzò dalla sedia ovoidale e fece un passo in avanti. «Benvenuta, dottoressa Solheim.» Con un cenno della testa indicò Musashi e Stakanov. «Benvenuto anche a te, Alexsej. E anche a te, Takezo
Jackson vide Musashi aggrottare le sopracciglia.
Un attimo dopo, Grant gli rivolse la parola. «Tu, invece…Non ti conosco. Ma i tuoi occhi mi rivelano tutto ciò che devo sapere. Flare di Teleforce. Telecinesi. Giusto? In ogni caso, benvenuto anche a te.» Infine indicò i Golem. «Vedo che come suo padre, suo nonno e il suo bisnonno, anche lei è affezionata a quei giocattolini, dottoressa Solheim.»
«Cosa intende dire?», chiese Angela.
«Che la sua famiglia cerca incessantemente da settant’anni di emulare ciò che ha fatto George Moore, senza mai esserci riuscita o minimamente avvicinata. I suoi golem sono solo rotelle meccaniche che girano grazie a un nucleo di teleforce. E lei è appena giunta allo stadio dell’umano all’interno di un costrutto biomeccanico. Ci vorranno ancora diversi decenni prima che sia in grado di realizzare la forma inversa. Ma d’altronde il dottor Moore era un genio visionario, avanti un secolo rispetto a tutti gli altri scienziati del suo tempo. Il lavoro della famiglia Solheim non può essere minimamente paragonato al suo. O al mio.»
«Credevo che il suo laboratorio fosse a Corinto, alla sede centrale della Hypothetical!»
Grant sbottò in una risata. «Solo un pazzo conserverebbe tutta la propria ricchezza in un unico posto.»
«Lei è un pazzo.»
Grant face spallucce. «Sono sempre stato abituato a certe parole. Ad ogni modo, dottoressa, cosa la porta qui? Cosa posso fare per lei?»
«Lo sa benissimo. C’è lei dietro gli esperimenti della Hypothetical. È lei, che secondo le nostre informazioni, ha creato Loxias. E sono sicuro che la causa dei picchi anomali di Teleforce in questa zona dell’Europa è sempre lei, dottor Grant. Perché lo fa? Perché ha creato un’aberrazione come Loxias?»
«Per lo stesso motivo per cui lei crea i suoi pupazzetti, dottoressa. Perché amo la scienza e la genetica. E perché Kedives ha creduto nelle mie ricerche e mi ha pagato più degli altri. Ma non è una questione di vile danaro. Mi creda, su questo. Io sono sempre lo stesso che ha lavorato con Salazar, prima che mi cacciasse per le mie idee. Sono sempre lo stesso che ha lavorato con e per gli americani, prima che mi dessero il benservito. E sono sempre lo stesso che ha lavorato con suo padre, prima che anche lui mi mandasse via perché spaventato dalle mie ricerche. Ma si sa, il tempo è galantuomo. E alla fine sono io quello che ha dimostrato di aver ragione.»
«Ragione su cosa? Lei sta collaborando con dei criminali! Quali sono i vostri scopi? A che cosa state puntando?»
«Per quanto mi riguarda, punto solo al perfezionamento. Menti illuminate come Tesla e come Moore avevano intuito che la Teleforce poteva migliorarci. Mentre invece, la maggior parte di coloro che l’hanno utilizzata, l’hanno sempre ritenuta il fine da raggiungere. Non il mezzo.»
Angela scosse il capo. «Non credo di seguirla.»
Grant ghignò. «Come potrebbe, d’altronde? Lei utilizza la Teleforce per far muovere i suoi giocattolini, Salazar e quelli prima di lui hanno utilizzato la teleforce per creare quelli come Alexsej o Takezo.»
«E lei ha utilizzato la Teleforce per creare quel mostro di Loxias!», disse Stakanov.
Grant sogghignò. «Non proprio, Alexsej. È qui che vi sbagliate tutti.»

***

20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Rosenkreutz vomitava a quattro zampe sul pavimento di una stanza sconosciuta. Nonostante i conati lo inchiodassero in quella posizione, riuscì a mettere a fuoco l’ambiente circostante.
Alla sua sinistra, una striscia di sangue trasversale macchiava la parete e l’acquario incassato nel muro. Sotto l’acquario, la protesi in acciaio di una metà inferiore di una gamba con un mocassino nero era a pochi passi dal corpo inerte di un cane. Alla sua destra, su di una poltrona, giaceva il cadavere di un uomo reso irriconoscibile da diversi proiettili.
Rosenkreutz fu scosso da un nuovo conato. «Cos’è questa diavoleria? Perché non mi rispondi? Che mi sta succedendo?»
Il vecchio raccolse la protesi, gli passò accanto e si piazzò alla sinistra del cadavere sulla poltrona. «Te l’ho detto, Christian. Sei morto.» Sventolò la gamba d’acciaio e gliela gettò davanti. «Questo sei tu. O quel che ne rimane. Bannon ha utilizzato un giocattolino che ha vaporizzato te e il teleporta che ti accompagnava. Questo, invece», disse indicando il morto, «Sono io, qualche anno fa. O almeno, è l’io di questo universo. Un universo molto più interessante di quello in cui ho accettato l’assegno di quelli della Hypothetical, non sono stato ucciso dal mio compagno Bannon, e ho reso a Kedives, Loxias e Grant il gioco più semplice. Ogni tanto mi concedo un viaggio qui per godermi lo spettacolo che questo universo offre in questi giorni.»
«Io…Io non capisco…», balbettò Rosenkreutz. «Se sono morto, come faccio a parlare con te?»
«Il pensiero umano viaggia a velocità inimmaginabili, in un picosecondo interi universi nascono, crescono, si sviluppano, evolvono e poi muoiono. Universi personali come quello che hai creato tu, Christian. Io, col passare del tempo, ho imparato a viaggiare non solo attraverso il multiuniverso, ma anche a vedere quelli creati dai singoli individui. Ogni viaggio ha un costo per il mio corpo, ma credimi, ne vale dannatamente la pena. Soprattutto quando il pensiero si tramuta in pura energia, e per una infinitesima frazione di secondo sopravvive alla materia, modificandola e plasmandola a proprio piacimento.»
Rosenkreutz sgranò gli occhi. Vide le sue mani divenire trasparenti. «Allora…tutto quello che ho vissuto…non era reale?»
Il vecchio sorrise. «Lo era per te. Ma nella realtà di questo mondo sei appena morto. Naturalmente, essendo il tuo l’ultimo pensiero di un singola persona, non ha impatto sugli altri o sulle scorrere del tempo reale
Rosenkreutz si accorse che le mani erano scomparse. Adesso erano le braccia ad essere trasparenti. «Cosa mi succederà?»
Il vecchio si strinse nelle spalle. «Questo non posso saperlo. Quando l’energia creatrice del pensiero svanisce, l’universo parallelo personale che l’individuo ha plasmato svanisce di conseguenza. Ad ogni modo, una domanda del genere non dovresti nemmeno porla. Non posso sapere cosa succede dopo. E poi, tra noi due, quello credente dovresti essere tu. Addio, Christian.»

***

22 Ottobre 2013, ore 5:14
Vathy, Grecia.
Edificio R

«Come vi ho appena detto, la Teleforce altera un individuo sotto ogni punto di vista, organico e genetico. Chi viene investito dalla Teleforce è identico a prima solo esteriormente, mentre invece il cambiamento è totale, radicale. Ed è totalmente innaturale. Cosa succederebbe, invece, se la Teleforce venisse irradiata in persone predisposte geneticamente ad accoglierla?»
Jackson vide Angela portarsi una mano alla testa, Musashi deglutire e Stakanov saltellare nervosamente da un piede all’altro. Stava cominciando a capire dove il dottor Grant volesse arrivare.
«Il flare di Teleforce è l’esempio perfetto per farvi comprendere ciò che intendo dire», continuò Grant. «Ha fatto nascere nuovi super, come il nostro amico qui presente, mentre quelli già dotati di poteri li hanno visti incrementare a dismisura. Questo aumento, però, è stato solo temporaneo, dato che i super, per divenire tali, sono stati esposti alla Teleforce già una volta. Immaginiamo invece di avere la possibilità di creare dei super senza utilizzare la Teleforce, partendo da dei semplici embrioni e utilizzando il DNA di individui dotati di poteri di varia natura. Cosa succederebbe se questi individui, una volta cresciuti e già in possesso di capacità strabilianti, venissero esposti alla Teleforce?»
«Creeremmo dei mostri…», disse Angela.
«Sbagliato, dottoressa Solheim!», esclamò Grant. «Creeremmo degli dei. Vere e proprie divinità al nostro servizio. Utilizzando la Teleforce come mezzo, e non come fine.»
«È così che ha creato Loxias, dottor Grant? Ha somministrato Teleforce ad individui geneticamente modificati?»
Grant annuì. «I miei esperimenti hanno dimostrato che una persona che nasce già con un patrimonio genetico modificato dalla Teleforce, può incamerarla in modo naturale. E amplificare i propri poteri in modo permanente. In una scala da 1 a 10, dove “1” è rappresentato da un novello super che non sa come utilizzare i propri poteri, e “10” da un super esperto inondato dal flare di Teleforce, Loxias e gli altri arrivano probabilmente a 50…Se non di più.»
Angela fece un passo indietro. «Altri? Ce ne sono degli altri?»
Grant ridacchiò di nuovo. «Oh, sì. Ce ne sono altri quattro, come lui. E aveva ragione sui picchi inusuali di Teleforce, dottoressa. Ogni qualvolta ne avete registrato uno in questi ultimi mesi, un Dio è sorto. Sono eccitato di vederli in azione, sa? Mancano solo…», Grant guardò l’orologio che aveva al polso, «Poco meno di tre ore, prima che il piano abbia inizio.»
Musashi estrasse la sua katana dal fodero, l’acciaio emanò una luce violacea. «Di cosa parli?»
«Loxias e gli altri Dei faranno piazza pulita dei centri militari di ogni singola nazione. Le simulazioni del nostro Pavel hanno stimato che, incontrando la massima resistenza degli eserciti e dei super a disposizione delle varie nazioni della Terra, i nostri saranno in grado di portare al termine la missione nel giro di due ore. E nella peggiore delle ipotesi, rimarremmo con due Dei. Quello che avverrà dopo è molto semplice. L’Hypothetical Incorporated sarà l’unica multinazionale al mondo in grado di poter garantire pace, stabilità e sicurezza su scala planetaria. Avremo il monopolio della difesa degli altri paesi, e i Governi faranno la fila per chiedere la nostra assistenza. Il tutto con la legittimazione di chi ha subito un attentato alla propria sovranità popolare. Gli Dei scenderanno sulla terra per punire i malvagi, dispenseranno morte e distruzione, dopodiché prometteranno un futuro fatto di pace e libertà. La Hypothetical non avrà contendenti, e io potrò continuare in tutta tranquillità le mie ricerche.»
«Siete pazzi! Sei pazzo! Non te lo lasceremo fare!», urlò Angela.
Grant si tolse gli occhiali da sole. Due occhi gelidi si posarono su tutti loro. Sorrise. «Dottoressa Solheim, lei mi delude. Pensa che io le avrei detto tutte queste cose se lei avesse avuto una minima possibilità di fermarci? Per chi ci ha preso? Per i cattivi di un fumetto? Lei è giunta qui seguendo i picchi anomali di Teleforce. Non dimentica forse qualcosa? Guardi alle sue spalle…»
La porta della stanza si aprì.
Jackson, Angela, Musashi, Stakanov e i golem si voltarono di scatto.
«N…non può essere…», balbettò Jackson.
«Fuoco, fuoco!», urlò Angela.
I Golem crivellarono di proiettili la figura che avevano davanti. Gli schermi sulle pareti esplosero in miliardi di pezzi, la stanza fu ricoperta da una nube di polvere e da un puzzo di cordite.
Jackson si era nascosto dietro Sniper, che nel frattempo era stato affiancato da Musashi e Stakanov.
«Come ai vecchi tempi, eh?», urlò il russo nel frastuono generale.
Musashi non ebbe tempo di rispondergli.
La figura emerse dalla polvere, il suo pugno bucò lo stomaco del giapponese, fuoriuscì dalla schiena. Stakanov gli si gettò addosso, ma due fasci di luce rossa, emanati dagli occhi dell’uomo, lo incenerirono all’istante.
Jackson cadde all’indietro, il culo sul pavimento. Era impietrito. A pochi passi da lui, Musashi giaceva a terra in un lago di sangue. Di Stakanov, invece, non rimaneva che polvere. Tentò di seguire i movimenti dell’uomo – del Dio – evocato da Grant, con i propri occhi, ma era impossibile, dato che sembrava muoversi ad una velocità ipersonica.
Nei secondi successivi, Jackson udì dieci esplosioni in successione. Poi vide solo alcune parti meccaniche dei golem. Frammenti di dita, di braccia, di gambe, di mitragliatori e di teste erano sparpagliati sul pavimento intorno a lui.
In piedi, alla sua sinistra, rimaneva solo Angela.
La dottoressa stese il braccio, il palmo della mano rivolto in avanti. Ne fuoriuscirono dei raggi di luce bianca, che colpirono il Dio dritto nel petto.
Il Dio vacillò un istante, poi balzò addosso ad Angela, afferrò la sua gola e la sollevò da terra.
Jackson serrò gli occhi. Alle sue orecchie arrivò un “CRICK!” metallico, seguito da un tonfo. Quando riaprì le palpebre, il corpo di Angela racchiuso nel Rafkor era a terra, il collo piegato a sinistra in una posizione innaturale.
Grant si fece una grassa risata.
Jackson rimase immobile al suo posto, mentre il Dio si avvicinava a passi lenti verso di lui.
Quando si fermò davanti a lui, Jackson lo vide torreggiare su di sé. Indossava una tuta aderente completamente nera. All’altezza del cuore risaltavano due lettere gialle “H.I.”.
Jackson non voleva crederci.
Non poteva crederci.
Il volto.
Le fattezze.
La potenza smisurata.
Il Dio era proprio lui.
Quello che una volta era conosciuto come il Sogno Americano.
Un Sogno Americano redivivo, ma nella maniera sbagliata.
Un incubo.
Alla stessa stregua di ciò che era avvenuto ad Admiral City.
Jackson ebbe un moto d’orgoglio. «Come ci sei riuscito?»
«Quando hai a disposizione il DNA del più potente dei Super assieme una sua copia genetica identica, crearne un altro partendo da un semplice embrione è molto semplice. Il resto mi sembra di avertelo già spiegato.»
Jackson deglutì. «Copia genetica identica?»
«Oh, sì. Una copia genetica identica. Com’è che li avevano chiamati? Ah, già. Triari. Erano dei cloni depotenziati del vostro eroe prediletto, sai? Ma ormai non importa più, dico bene telecineta
Jackson alzò lo sguardo in direzione del Dio, che gli sorrise.
Chiuse gli occhi.
Per un istante, vide Tabitha.
Poi una luce rossa lo ottenebrò.
- - -

Capitolo scritto da Smiley

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Grafica a cura di Giordano Efrodini