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mercoledì 29 maggio 2013

Capitolo 16 - Stagione 2 (di Fra Moretta)


Capitolo 16
Mattina del 22 Ottobre
Da qualche parte lungo i confini dell’Egitto.

La fuga era qualcosa che non gli si addiceva questo pensava Wael ormai al sicuro in un rifugio di cui solo lui conosceva l’ubicazione.
Eppure doveva ammettere con se stesso che era stata l’unica scelta possibile, nonostante il “regalo” di Romney l’avesse rimesso in piedi non si sentiva completamento ristabilito e l’assorbimento dei suoi canopi aveva contribuito a spossarlo. Sparpagliare il suo potere in quel modo era stato folle, l’aveva reso debole e quasi pazzo esponendolo all’attacco di un nemico e se non fosse stato per l’insperato aiuto del suo vecchio alleato sarebbe stata la fine. (Quello e un mezzo di trasporto preparato per situazioni d'emergenza pronto alla fuga).
Ora si sarebbe riposato e avrebbe riorganizzato le forze contando sugli uomini ancora fedeli a lui nella regione, non soltanto si sarebbe ripreso il suo regno ma avrebbe trovato i miserabili che avevano osato attaccarlo e li avrebbe sterminati come cani.  Nonostante simili propositi Wael non si sentiva molto sicuro perché da qualche ora durante il viaggio verso il suo nascondiglio aveva iniziato a provare delle fitte lungo braccia e gambe simili ai sintomi della febbre. Sul momento aveva solo pensato che il viaggio e il riassorbimento delle menti dei Canopi lo avessero spossato più del previsto ma ora non era più cosi sicuro.
Mentre rifletteva Wael senti improvvisamente una voce deriderlo alle sue spalle.
«Allora grand’uomo come stai? Non bene vedo» lo scherniva.
Wael fece per alzarsi e girarsi ma venne rapidamente colpito da un pugno in faccia e poi da un altro allo stomaco che lo fece barcollare. Istintivamente cerco di reagire sferrando a sua volta un pugno al misterioso aggressore ma nella sua precaria posizione si rivelò un errore. Perse l’equilibrio e il suo colpo non andò a segno mentre l’aggressore ne approfittò per colpirlo di nuovo facendolo definitivamente cadere in ginocchio.
«Per terra come i cani, ecco dove meriti di stare Wael!» lo derise nuovamente lo sconosciuto.
Wael alzo la testa per vedere chi lo insultava cosi beffardamente e che con tale facilità lo aveva strapazzato trovandosi di fronte un uomo dalla pelle scura (forse indiano) vestito molto semplicemente. Furioso per l’umiliazione subita Toth decise di farlo parlare per prendere tempo.
«Chi sei?» gli chiese cercando di sembrare calmo.
«Il mio nome non deve interessare a chi è già morto», rispose lo straniero con una punta di derisione.
«Ti sbagli sconosciuto» rispose Wael. «Se c’è qualcuno che morirà qui dentro sei tu».
E dopo aver pronunciato quelle parole si amputò due dita con un coltello che portava addosso pronto a generare dei Canopi, ma con sua sorpresa le dita iniziarono a decomporsi. Sorpreso e con la mano dolorante guardò il suo aggressore che si limito a ridergli in faccia.
«Credevi veramente che non sapessimo che c’era un infedele tra le nostre fila? Ti fidi troppo di te stesso e non sei un ottimo consigliere Wael», lo scherni nuovamente . Poi proseguendo: «Abbiamo intercettato il regalino di Romney e lo abbiamo sostituito con qualcos’altro un veleno che ha agito lentamente intossicando il tuo corpo».
«Stai mentendo!» gli gridò Toth ormai incapace di mascherare il panico nella sua voce «Come potevate sapere di Romney? E perché usare un piano cosi contorto?».
«Guardati la mano che ti sei ferito e dimmi se ti sto mentendo».
Wael guardo la propria mano e vide che la pelle dove si era tagliato le dita era violacea come in una cancrena e che anche il resto della mano stava assumendo lo stesso colore.
«Abbiamo informatori dappertutto Wael proprio come ce li avevi tu» riprese a parlare lo sconosciuto «Questo rifugio? Scoperto un mese fa mentre deliravi dentro quella specie di vasca per pesci. Ne abbiamo hackerato i sistemi di sicurezza et voilà eccomi qua!».
«In quanto al piano che tu definisci contorto abbiamo pensato fosse meglio illuderti di essere salvo per poi strapparti questa speranza e lasciarti nella disperazione,lei lo avrebbe gradito», concluse.
«Lei?» sbotto Wael. «Quella cagna di Ammit!».
A quelle parole l’espressione dell’uomo mutò da beffarda a seria e con rapidità colpi con un calcio il febbricitante Wael facendolo crollare a terra. Poi gli si avvicinò e continuò ad infierire  colpendolo al volto con altri calci. Il dolore rendeva Toth incapace di difendersi e quando vide il suo aggressore avvicinarsi tremò.
«Non osare più chiamarla cagna piccolo uomo», gli disse con tono minaccioso. Poi appoggio la mano destra sul petto di Wael e iniziò a spingere con forza.
Wael senti le costole incrinarsi e spezzarsi e la mano del suo nemico sfondargli lentamente il petto. Prima di perdere i sensi per sempre senti queste ultime parole: «Volevi il mio nome pezzo di merda? I miei fratelli mi chiamano Yama».

* * *

22 ottobre  ore 8:00
Korinthos - Sede Centrale della Hypotetical Inc.

Libby aveva da poco ripreso i sensi e le ultime cose che ricordava erano la strana bambina e l’uomo vestito di rosso che aveva attaccato lei e Stakanov al centro ricerche. Da quel che poteva vedere si trovava in una cella dall’aspetto asettico e completamente spoglia a parte la branda su cui era seduta.  All’improvviso la porta si apri e un uomo ben vestito dai capelli grigi entrò accompagnato da due guardie.
«Bene, vedo che è rinvenuta Lady Liberty. Sono Kedives e, prima che lei tenti qualcosa di stupido, sappia che i miei uomini non esiteranno a spararle.» disse il visitatore con un tono in apparenza cortese.
Ma Libby non lo ascoltava ,se veramente quell’uomo era Kedives aveva di fronte a lei il responsabile del furto dei campioni di DNA dallo START. Furiosa al ricordo di quello che era successo cerco di aggredire l’uomo muovendosi la supervelocità ma non ci riuscì, i suoi poteri erano scomparsi.
«Non sia sorpresa signorina credeva veramente che avrei corso il rischio di parlarle senza precauzioni?» disse sardonicamente Kedives. «Mentre era svenuta le abbiamo iniettato un siero che inibisce i suoi poteri. Non si preoccupi l’effetto non va oltre un'oretta presto sarà di nuovo come prima».
«Cosa diavolo vuole?».
«Farle un'offerta, può collaborare con noi e le garantisco che non le sarà fatto alcun male. Non siamo i mostri che lei crede stiamo solo facendo quel che è necessario per il mondo».
«Creare quella specie di mostro che mi ha portato qui? Come può essere utile al mondo? Me lo spieghi. Per quanto riguarda la  sua proposta lavorerò con voi quando l’inferno gelerà».
Il viso di Kedives cambio espressione diventando più duro, poi si girò e seguito dalle guardie fece per uscire dalla cella. Prima di andarsene si girò e rivolto a Libby disse: «Allora mia cara credo che le toccherà rimanere qui ancora per molto».

* * *

22 Ottobre  8:00
Rifugio segreto di Toth,Egitto

Yama era deluso. Il grande Toth non era durato molto, era collassato quasi subito dopo che aveva iniziato a lavorarselo. Il suo cadavere giaceva a terra con il petto squarciato e consumato dal veleno, il volto talmente violaceo da essere irriconoscibile. Se non avesse ucciso con le sue mani Agni per averli traditi al palazzo di Toth avrebbe potuto fargli bruciare quel corpo invece avrebbe dovuto ingegnarsi diversamente. Forse lo avrebbe gettato nel Nilo lasciando ai coccodrilli. 
Avrebbe tanto voluto che Kareema mandasse lui e gli altri Lokapāla in Grecia; smaniava dalla voglia di confrontarsi con Loxias.  Purtroppo gli ordini erano diversi la Grecia era un'incognita e pertanto non se ne sarebbero occupati, almeno per il momento.
Yama si accese una sigaretta si caricò in spalla il cadavere di Toth e uscì.
- - -

Capitolo scritto da Fra Moretta (The Tralfamadore Connection blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 22 maggio 2013

Capitolo 15 - Stagione 2 (di Masca Micilina)


New York 
21 ottobre 2013 ore 22.01

«Times cronaca, buona sera come posso esserle utile? »
«Daily News, buonasera.»
«Buonasera New York Post, con chi desidera parlare? »
….
«Al Garden stasera sorgerà il fuoco di Loxias.» Click.
….
«Come? Ma chi parla?»
«Cos’è uno scherzo?»
«Pronto, pronto?»

***

Alba del 21 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.
Palazzo del Grande Toth.

Arrivare al Sarcofago fu facile. I Canopi e i pochi girini che aveva incontrato giacevano a terra, carbonizzati. Non avevano opposto resistenza, anzi pareva che il loro sguardo avvolto dalle fiamme fosse pervaso da una sorta di estasi mistica.
Sembrava fossero contenti di morire.
Wael guardò Agni da sotto la maschera.
Sorrise. Un sorriso vestito di rassegnazione.
«Ciao campione! Non fa bene alla pelle stare sempre a mollo, sai?»
Toth sbuffò.
«Mi spiace, non ti capisco. Sai, non parlo la lingua delle bolle»
«Dipendesse da me, ti ridurrei un crostino, ma sei fortunato. Scommetto che non sai di avere un amico. Un grande amico, perché solo un amico del cuore potrebbe farti un regalo come questo.»
Con teatralità estrasse dalla cintura ignifuga una fialetta. La ruppe e la versò nel sarcofago in cui giaceva il grande Toth.
«Una piccola cura ricostituente.»
Lo sguardo di Wael tradì la sua sorpresa e le domande che si stavano facendo largo nella sua mente.
«Quando uscirai dal bagnetto, ricordati del tuo caro amico Mitt che ti ha inviato questo piccolo dono per farsi perdonare.»
E con la teatralità che lo caratterizzava Agni se ne andò.
Fuori dal palazzo respirò a pieni polmoni l’aria satura di monossido di carbonio. Gli sembrò aria di montagna.
Lo sguardo di Toth gli aveva gelato il sangue nelle vene.
Non aveva mai provato una paura simile in tutta la sua vita.
Ormai il più era fatto. Ora bastava sparire e al diavolo Toth,  Ram Dao e tutti quei pazzi scatenati. D’ora in poi si sarebbe goduto i soldi, tanti soldi, che il big boss aveva versato sul suo conto svizzero.
Gli girava la testa, doveva essersi stancato parecchio perché non si sentiva molto bene.

***

Washington D.C.
Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.00

Christina Cielo odiava viaggiare, soprattutto quando era costretta a farlo senza preavviso e in fretta. Il trasferimento da Island Stone a Washington era stato veloce ma dannatamente scomodo. Si massaggiò lentamente le tempie. Odiava quei giorni. La facevano sentire debole e non le piaceva quella sensazione: la debolezza è dei perdenti. Lei era abituata a vincere e quel dannato mal di testa le faceva ricordare che era sempre e solo un essere umano. E come tale avrebbe potuto anche fallire. Ma non questa volta.
Si alzò, uscì dall’ufficio e scese nella sala operativa.
«Aggiornatemi sulla situazione.»
«Il colonnello Ross e la sua squadra sono in partenza, Signore.»
«Bene, confermi loro che all’arrivo devono attendere il nostro segnale prima di posare i loro dannati piedi sul territorio greco.»
«Sissignore.»
Il soldato diede la conferma alla squadra in partenza.
Il vice segretario sospirò: «Diamo il via all’operazione Settembre .»
«Sissignore.»
L’operatore prese un cellulare usa e getta e compose un breve numero. Attese qualche istante e poi disse: «Le sere di settembre di solito sono miti.» Attese la risposta e aggiunse «Speriamo che non piova.». Chiuse la comunicazione e gettò a terra il telefono. Un soldato si fece avanti e con due precisi colpi di stivale fracassò l’apparecchio.
«Io vado ad avvisare il segretario e il presidente. Tenetemi costantemente informata sugli sviluppi.»
Christina uscì dalla sala riunioni smozzicando parole veloci.
Il piantone scattò sugli attenti ma la donna lo ignorò. Il soldato giurò di averla sentita mormorare  …doni e abbia pietà di noi.

***



New York City
Madison Square Garden
21 ottobre 2013 Ore 22.15

Il Madison Square Garden è imballato. Pieno in ogni ordine di posto. Ventimila persone stanno cantando insieme ai Coldplay nell’encore di quello che Rolling Stone ha definito lo show più bello degli ultimi dieci anni.
In the night, the stormy night,
She closed her eyes.
In the night, the stormy night,
Away she flied.
And dreamed of para-para-paradise,
Para-para-paradise,
Para-para-paradise,
Whoa-oh-oh oh-oooh oh-oh-oh.

I braccialetti luminosi che ogni spettatore ha ricevuto all’ingresso si accendono e si spengono all’unisono seguendo il ritmo della canzone. Il pubblico canta, salta e balla. L’aria è satura di divertimento e di adrenalina.
Paradise sta per finire e i braccialetti si accendono e si spengono sempre più velocemente.
Al colpo finale del rullante si accendono per l’ultima volta.
Poi non si spengono più.
E iniziano a prendere fuoco.

***

Washington D.C.
Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.15

«Settembre? »
«E iniziato Signore»
«Qualcuno accenda la tv. Il pacco è stato consegnato? »
«Sì Signor Presidente.»
«E il corriere?»
«Tra qualche ora non esisterà più nessun corriere.»
«Bene, speriamo solo di aver fatto la scelta giusta. Altrimenti siamo tutti morti.»
Nessuno osò ribattere.
«E quando dico tutti, non parlo solo di noi, ma dell’intero popolo Americano se non riusciremo a convincere Toth a stare dalla nostra parte. Siamo nuovamente costretti a farci carico di un pesante fardello, confidiamo in nostro Signore che ci aiuti a sopportarlo e ci sia vicino in questo difficile momento. E che soprattutto ci perdoni per le vite innocenti che siamo costretti a sacrificare.»
«Signore, ci siamo.»
«Alzi il volume.»

***

Alba del 21 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.
Palazzo del Grande Toth.

Wael Ghaly se ne stava seduto sul bordo del sarcofago e rideva.
Fino a pochi minuti prima era sicuro di morire. Quando aveva visto quell’idiota entrare aveva pensato che tutto fosse finito. Invece il liquido ambrato che aveva buttato nell’arca si era lentamente mescolato sprigionando una debole luce che aveva invaso tutto il sarcofago. Pochi secondi e il suo corpo aveva prosciugato tutto il liquido ridandogli un’energia che non sentiva da tempo immemore.
Forse non era stata la scelta giusta quella di ritirarsi in esilio mentre il suo popolo stava lentamente decadendo. Decadimento che stava intaccando lo stesso Toth che, ormai vinto dal tedio, era diventato l’ombra di se stesso. La felicità che induceva attraverso il suo potere non era altro che una droga. Un re non si comporta così con il suo popolo e nemmeno un Dio. Aveva sbagliato. Di nuovo.
E di nuovo si trovava tra i piedi quel bastardo di Romney che aveva trovato il modo di rimetterlo in gioco pur sapendo di rischiare la sua stessa vita.
Perché?
Non era ancora al massimo, ma poteva reggersi in piedi e concentrarsi come non gli capitava da molto tempo. Aveva l’occasione di tornare, non come prima, ma più forte e più potente. Bastava richiamare a sé le parti che aveva sparpagliato in giro per il mondo: doveva richiamare i canopi. Il loro potere, il SUO potere, insieme alla parte di Ammit che ora albergava in lui lo avrebbe fatto risorgere. Lo avrebbero reso simile a un Dio. Un Dio che avrebbe fatto rinascere il suo popolo e lo avrebbe portato alla conquista del mondo.
Prima però doveva fare una visita al suo nuovo amico.
Intanto, nel mondo, i Wael Ghaly stavano iniziando a morire.
A ogni morte anche il vero Wael o quello che rimaneva della sua parte umana moriva.
Mentre il Grande Toth nasceva a nuova vita.

***

Washington D.C.
Sala Ovale della Casa Bianca
21 ottobre 2013 Ore 22.35

Il televisore led appeso alla parete emanava una flebile luce rossastra.
I pochi astanti, in piedi, ascoltavano il giornalista che concitatamente leggeva notizie su notizie quasi mangiandosi le parole. Era visibilmente scosso.
«…l’accesso al Garden è impossibile. Le fiamme, come potete vedere alle mie spalle, sono altissime…I vigili del fuoco non possono fare nulla se non cercare di circoscrivere l’incendio. E’ stato richiesto l’intervento dei Canadair. E’ ancora troppo presto per capire quali possano essere state le cause. Non ci sono state esplosioni, quindi si esclude per il momento l’ipotesi di una o più bombe. Inquietanti voci, non confermate, parlano di persone che prendevano fuoco spontaneamente. Qualcun altro parla di un difetto nei braccialetti elettronici che sono stati dati agli spettatori e che erano parte integrante dello show. Al momento non si può ancora quantificare il numero delle vittime, che però sembra altissimo. Ricordiamo che si stava svolgendo il concerto del gruppo pop britannico dei Coldplay e che il Madison Square Garden era esaurito con quasi ventimila presenze.»
Nessuno parlava.
Romney si diresse verso il bar e si versò una dose abbondante di Wild Turkey. Fece per chiudere la bottiglia ma si fermò. Prese altri bicchieri e disse: «Non penso di sbagliare se dico che ne avete bisogno anche voi.»
Intanto sullo schermo il giornalista continuava a ricevere agenzie su agenzie. Le leggeva pedissequamente intercalando la lettura con sembra, pare e da confermare.
A un certo punto si bloccò e mise una mano sull’auricolare per capire meglio che cosa gli stavano dicendo.
Sbiancò visibilmente e quando ricominciò a parlare gli uscì un balbettio
«M-m-m- mi è arrivata una notizia che è data per confermata. Questa sera alle 21 circa, quindi poco prima dello scoppio dell’incendio allo stadio, il New York Times, il Daily News e il New York Post hanno ricevuto contemporaneamente, ripeto contemporaneamente una telefonata che avvisava dell’imminente tragedia. Le autorità sono ancora caute ma pare proprio che ci troviamo di fronte ad un attentato. E sperando di essere smentito si tratta di un attentato dalle dimensioni apocalittiche per quanto riguarda il numero di vittime. »

«Ripeto: è confermata la notizia di una telefonata fatta contemporaneamente alle tre principali testate della nostra città. Telefonata che avrebbe previsto l’incendio.»
Il ministro della difesa prese il telecomando e cambiò canale. Stessa scena, stesse parole.
Il Presidente degli Stati Uniti ingoiò un generoso sorso di whisky.
Posò il bicchiere e disse:
«Signori, date l’ordine. Abbiamo il pretesto per invadere la Grecia.»
- - -

Capitolo scritto da Masca Micilina (Silverfish Imperetrix blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 17 aprile 2013

Capitolo 10 - Stagione 2 (di Giordano Efrodini)


20 Ottobre 2013
Egitto – Deserto occidentale.

In un solo istante, Heavy Rain venne spazzato via dal cielo. Precipitando, ebbe solo il tempo di comprendere l’origine sovrannaturale della corrente anomala. L’attimo dopo era già una macchia rossa e scura sulla superficie del Sahara.
Il fenomeno che l’aveva travolto si avvicinò.
«Che sciocco», disse Vayu, col suo inglese di Oxford e l’accento indiano, «sprecare buona parte della sua concentrazione solo per fluttuare». Scosse il capo in segno di biasimo.
L’aveva tenuto d’occhio per un po’, scegliendo il modo migliore per abbatterlo.
Avrebbe potuto risucchiarlo a terra con una tromba d’aria, avvolgerlo con una tempesta di sabbia che l’avrebbe scorticato vivo, far esplodere l’aria direttamente nei suoi polmoni eccetera eccetera. Poi si era stancato di quel gioco e aveva deciso per un colpo rapido e misericordioso.
In fondo proveniva da una buona famiglia, da una casta privilegiata che gli aveva consentito di studiare nelle migliori scuole. Non era un barbaro, lui.
Soddisfatto di se stesso, si levò nel cielo – ora libero – radunando una tempesta di sabbia, e con questa volò verso Il Cairo.

Egitto, Il Cairo
Le Baraccopoli.

Agni passeggiava tra i vicoli sporchi e squallidi, osservando i volti dei miserabili. Ognuno di loro poneva le sue ultime speranze in quella nuova menzogna, la promessa di un potere eretico e deviato.  Non la pura essenza con la quale la Dea lo aveva benedetto, ma volgari artifizi di una goffa scienza umana.
La Città dei Disperati, come aveva preso a chiamarla tra sé, gli ricordava i suoi compatrioti più sfortunati, l’umile casta dalla quale si era innalzato come un dio per grazia di Ammit. Tuttavia, questi ignari infedeli erano lì per servire Toth, abbeverarsi al suo potere bugiardo e asservirsi alla sua volontà. Per quanto non provasse alcun piacere nell’apprestarsi a quel particolare incarico, dovevano essere purificati.
Chiuse gli occhi, dedicò una breve ma sentita preghiera per le loro successive incarnazioni, dopodiché recitò il mantra: «Jai mata Kali, jai mata Ammit. Kali Ammite, namo namah».
Sull’ultima sillaba le fiamme lo avvolsero e i bassifondi esplosero.

I Lokapāla, i Guardiani del Mondo, erano su suolo egiziano. Ram Dao li aveva scelti personalmente, la sua élite tra i Figli di Ammit. Due di loro erano già all’opera, iniziando la Vendetta della Dea.

***

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene.

Il Grande Toth se ne stava. Beh. Ovunque.
Seduto davanti a un computer al Cairo. Spacciandosi per Senatore a Washington. Dietro una scrivania di Bruxelles a sbrigare scartoffie per Fortress Europe. A Francoforte, raccogliendo informazioni alla BCE. Uscendo da un bar di Glifada… e in migliaia di altri posti.

Quest’ultimo Canopo, come molti altri, si poneva sempre la stessa domanda.
Io sono Wael Ghaly, il Presidente Egiziano, il Grande Toth. Come mi sono ridotto a diventare il galoppino di me stesso?

Una volta era quello che gli americani chiamano – nel loro modo colorito – The Big Boss, e i Canopi erano i suoi servi fedeli. Ubbidienti a ogni comando, svolgevano ogni mansione gli venisse assegnata, persino morire tra le braccia di Isabelle.
Ora il confine era più labile. Quasi inesistente.
Il Grande Toth, quello vero, era un simbolo e una reliquia, l’immagine dietro la quale si nascondeva la sua natura multipla. L’originale veniva conservato come un cimelio – la mummia del faraone – in un sotterraneo del palazzo.
Mi hanno messo in cantina”, rifletté amaramente. “Anzi, mi ci sono messo da solo”.
Per l’ambizioso Wael, il “regalo” di Isabelle era stato un dono irresistibile, ma questo potere gli stava costando caro.
Ogni clone, ogni Wael, aveva ereditato la sua ambizione, ma ora si trovavano a svolgere compiti secondari, alcuni dei quali avvilenti per il loro ingombrante Ego. In più, nonostante il potere fosse cresciuto, la sua mente… “Le nostre menti”, dovette ripetere a se stesso per l’ennesima volta, non erano progettate né si erano evolute per gestire una tale interconnessione. Non era un telepate e non avrebbe mai posseduto quel talento.
Ogni informazione condivisa da un Canopo – importante o meno che fosse, come un dato finanziario o il fondo schiena di una stagista – poteva distrarre gli altri dai loro singoli compiti, perciò doveva ovviare al pericolo con una costante e faticosa disciplina.
Momenti come questo – ormai sempre più frequenti – in cui si ritrovava a riflettere sul problema, lo portavano all’unica conclusione possibile: i Canopi erano troppi, per riprendere il controllo dovevano essere decimati.
Cospirare contro se stesso metteva sempre i cloni in allarme. Ognuno di loro era Wael, e Wael voleva vivere.
Questo conflitto interno era responsabile di un ricorrente punto cieco nella sua privilegiata visione di massa, un Tallone d’Achille che un giorno o l’altro gli sarebbe potuto essere fatale.
Per di più, non tutti i cloni erano dello stesso avviso.
Vivere vite separate con esperienze diverse stava creando un’incrinatura tra le varie componenti della sua personalità, introducendo una pericolosa individualità nella somma delle sue parti.
Senza rendersene neppure conto, il Grande Toth stava impazzendo.

Al momento però – quel particolare Wael – se ne stava seduto all’ombra fuori dal bar, dove non gli restava che aspettare Clark, nella speranza che avesse colto i suoi cenni e lo raggiungesse. Non voleva che Sibir lo notasse, proprio no.
Sì, era davvero il galoppino di se stesso.

***


20 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.

L’incendio si stava muovendo come una cosa viva, eccolo incamminarsi dalle baraccopoli dov’era nato verso la città vera e propria, lambirne gli edifici, avvolgerli e abbatterli.
Un giornalista della CNN mise da parte il servizio sui Girini del Presidente e documentò la notizia.
«Come vedete, le fiamme sembrano avere una precisa volontà. Si sospetta l’attività di un Super sconosciuto! Non sappiamo chi sia ma… ecco! Ecco! Avete visto? Le fiamme hanno avvolto quell’edificio che è subito esploso! Il Cairo è sotto attacco! Ripeto, Il Cairo… oh mio Dio, e quello cos’è?» La telecamera ruotò rapidamente nella direzione indicata.
Il cielo verso occidente si era fatto scuro come se una nube innaturale lo avesse coperto, mentre il Nilo, tra le sabbie portate dalla tempesta e i riflessi degli incendi, si tingeva di rosso. La ripresa venne rimbalzata da tutti i media, facendo istantaneamente il giro del globo.

Al centro della tempesta, la forma di Vayu era appena visibile. Sicuro di aver finalmente attirato l’attenzione desiderata, eseguì gli ordini di Ram Dao. Aumentò la sua concentrazione dando alla tempesta la forma bestiale di Ammit, palesando la volontà della Dea.

Vedendo il segnale concordato, Agni spense le fiamme che lo avvolgevano, lasciò che il fuoco da lui appiccato terminasse il suo lavoro per le strade, e si diresse verso il Palazzo del Grande Toth. Nessuno lo avrebbe notato, un uomo tra gli uomini, in fuga come tutti gli altri.

Egitto, Cairo
Palazzo del Grande Toth.

I Canopi erano come impazziti. Gridavano ordini al telefono per disporre tutte le forze dell’ordine. Cercavano informazioni su quello che li aveva colpiti. Biasimavano se stessi per non aver previsto l’attacco, e quando non era sufficiente s’incolpavano l’un l’altro. Il Caos era piombato su di loro. Persino il Wael originale, nel suo sarcofago acquatico, si lasciò sfuggire tre bolle simili a un’imprecazione.
Un solo pensiero attraversava la mente di tutti i cloni.
Il nostro Tallone d’Achille sta in fine sanguinando”.
- - -

Capitolo scritto da Giordano Efrodini (Giudappeso blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 6 marzo 2013

Capitolo 4 - Stagione 2 (di Moreno Pavanello)


20 ottobre 2013.
Egitto, in quota sopra il deserto libico, all'altezza del tropico del Cancro.

Il Super Heavy Rain, rannicchiato nella posizione del loto, fluttuava tra le nuvole, comandando al vento e alla pioggia. Legato al Grande Toth da un vincolo di riconoscenza per averlo fatto evadere dal Cesor, usava il suo potere di controllo atmosferico per trasformare il deserto in un giardino e regalare un nuovo futuro all'Egitto.

* * *
Baraccopoli intorno al Cairo.

Ogni giorno si aggiungevano nuove catapecchie, mentre quelle vecchie venivano puntellate e rinforzate. Quelle più vicino al centro si trasformavano in vere e proprie abitazioni, oppure venivano demolite per far posto ai nuovi arrivati quando i loro proprietari se ne andavano, dopo aver ottenuto ciò per cui erano venuti.
La povertà era tale da squarciare i cuori. Ci si abbeverava nelle fogne e si cercava da mangiare nella fauna che le infestava. I malati morivano, e i morti venivano gettati in fosse comuni e poi bruciati. Ma la gente era comunque felice, e regnava ovunque un senso di trepidante attesa.
Tutti aspettavano il loro turno.
Tutti sapevano che sarebbero stati soddisfatti.
Tutti rivolgevano le loro preghiere a colui che, nelle loro menti semplici, chiamavano ormai faraone, anche se il suo titolo ufficiale era ancora presidente.

* * *
I laboratori nei piani bassi del palazzo del Grande Toth.

La coda all'esterno era sterminata, ma tutti aspettavano in silenzio, con un sorriso pacifico sul volto. Tra poco sarebbero stati toccati dalla luce del divino. Tra poco anche loro avrebbero ricevuto la sua benedizione, e una piccola parte del suo potere.
All'interno, gli scienziati provenienti da ogni parte del mondo erano impegnati nel loro lavoro con calma ed efficienza. Creare Girini era considerato fuorilegge quasi ovunque. Ma era redditizio, perché tutte le organizzazioni malavitose avevano bisogno di esseri in grado di contrastare i Super governativi e i vigilantes solitari. Nessuno di questi geni ha ritenuto opportuno rifiutare, quando il Grande Toth ha offerto loro l'impunità, la sicurezza e un ricco compenso, in cambio dei loro servigi.
Peccato non aver potuto reclutare il migliore di tutti loro, Spencer Grant, alias Ulysses.
Peccato anche che non ci fosse traccia di Teleforce in quei laboratori. Ma con le terapie genetiche, gli innesti bionici, le droghe potenzianti, gli impianti di naniti, si potevano ottenere comunque ottimi risultati.
Alla gente comune il Grande Toth concedeva i potenziamenti più semplici. Aumento della forza, sviluppo dei sensi, cosette così. Non poteva esserci miglior difesa di un popolo felice, benestante e, soprattutto, adorante. Lui stesso aveva posto la prima pietra della sua chiesa tramite i suoi Canopi mescolati tra la gente.
Alle organizzazioni malavitose all'estero vendeva potenziamenti più evoluti. Un fiume di denaro che entrava nelle sue casse, e che utilizzava per migliorare la condizione del suo paese.
Ma i potenziamenti migliori li riservava per il suo esercito.

* * *
La sala grande del palazzo del Grande Toth.

Wael Ghaly sostava di fronte alla statua del dio al quale aveva preso il nome, Thoth. Il dio della saggezza. Imponente anche in mezzo all'opulenza che caratterizzava tutta la sala.
Enormi colonne dorate, archi, arazzi, statue raffiguranti divinità senza più fedeli e geroglifici alle pareti che quasi nessuno al mondo era in grado di interpretare, perfette riproduzioni di reperti dell'antico Egitto.
Un tempo riempiva quel salone molto più spesso di ospiti importanti, ascoltando risuonare le voci dei diplomatici e carpendo i loro segreti nelle chiacchiere che scambiavano tra loro a bassa voce, grazie ai microfoni nascosti ovunque. Dall'incidente Mezzanotte, invece, i suoi rapporti con il resto del mondo si erano fatti sempre più freddi. La sua parte nell'affare si era venuta a sapere. Non era di dominio pubblico, ma chiunque avesse una carica diplomatica al mondo sapeva di chi era stata moglie Ammit.
Non era sua la colpa se ad Admiral City Ammit aveva perso il controllo e aveva fatto quello che aveva fatto, ma di quel figlio di puttana di Romney. Ma la gente non capisce queste sottigliezze.
Al tempo dell'evento Mezzanotte, non era stato saggio quanto il dio dalla testa d'ibis rappresentato in quella statua e nel bastone al quale si appoggiava. Non aveva il controllo su tutte le variabili. Non aveva accesso a tutte le informazioni. Ora si era fatto più furbo.
Dopo il flare di Teleforce, dopo che Isabelle ebbe toccato le menti di tutti i Super del mondo, il potere di Ghaly si era evoluto. Ora, ogni suo canopo possedeva le stesse capacità dell'originale e poteva crearne altri. Ognuno di loro era il Grande Thot, non solamente una copia. E tutti erano interconnessi in una rete mentale grande quasi quanto il mondo.
Abbassò gli occhi, mormorando: «Grazie del regalo, Isabelle.»

* * *
Washington, Campidoglio, aula del Senato.

Il senatore dell'Oregon rivolse il suo miglior sorriso finto al presidente Romney, mentre gli stringeva la mano subito dopo la riunione. Avrebbe potuto ucciderlo in quel momento per quello che aveva fatto a Isabelle. Ma non era ancora tempo.

* * *
Francoforte, Euro Tower, sede della Banca Centrale Europea.

Michele Francini, membro per l'Italia del comitato esecutivo della BCE, strizzò l'occhio a una stagista.

* * *
Berlino, palazzo del Reichstag.

Victor Leimart, deputato del Bundestag tedesco, inviò mentalmente un fischio d'apprezzamento alla stagista della BCE. Ma anche quella che aveva per le mani lui non era niente male.

* * *
Bruxelles, sede di Fortress Europe

Maurice Gassel, sempre più frustrato vedendo le fortune che capitavano agli altri Canopi, era costretto a racimolare le sue informazioni origliando alle porte e hackerando i pc della sede. Non era riuscito ad andare oltre al ruolo di segretario.

* * *
Piano interrato del palazzo del Grande Toth, sala monitor.

Una decina di Wael Ghaly raccoglieva e metteva per iscritto le informazioni più importanti che arrivavano dalle dozzine di canopi sparsi nei parlamenti di molte nazioni, nei consigli d'amministrazione delle ditte più importanti, nelle segreterie delle organizzazioni più influenti.
I loro volti erano illuminati dalla luce degli schermi, sintonizzati su tutti i canali televisivi greci.
Wael Ghaly considerava quello che stava accadendo in Grecia fonte di grande preoccupazione.
L'Hypotetical Incorporated era un'organizzazione troppo simile alla sua. E anche i suoi scopi non parevano essere molto diversi.
Potere, che altro?
E la Grecia era davvero troppo vicina all'Egitto.
Dopo essere giunto a un vantaggioso accordo con le tribù insurrezionaliste del sud, ora la minaccia veniva dal nord.
O dal sud, dal punto di vista di Kedives.
Perché il Grande Toth non aveva nessuna intenzione di stare a guardare mentre quello espandeva la sua influenza in Europa.
Ma Kedives aveva un grande vantaggio. Aveva la Teleforce.
Impossibile capire come se la fosse procurata. I suoi Canopi in Grecia erano riusciti ad arrivare ad Atene, ma non oltre. Ciondolavano in giro come stupidi turisti. Infiltrarsi nell'infrastruttura governativa sembrava impossibile. Quando aveva provato a sostituire uno dei Canopi a un membro del parlamento l'avevano individuato subito e abbattuto a fucilate. Sistemi di sicurezza innovativi, o un Super con un qualche potere che gli permetteva di individuare anche le scarse tracce di teleforce contenute nei Canopi.
Al pianoterra era pieno di dannati geni. E nemmeno un grammo di teleforce pura da far loro analizzare. Con dei semplici Girini non avrebbe mai potuto competere, per quanti fossero e quanto potessero evolversi.
Ma forse c'era un'altra strada da percorrere.
* * *
Santorini, piazza centrale di Fira.

Wael Ghaly, mimetizzato tra i turisti, riprendeva con una telecamera la distruzione causata dal primo risveglio dei poteri di Valerie Brussard, e il centinaio abbondante di militari nervosi che circondavano l'epicentro dell'esplosione psichica. Gli elicotteri in cielo stavano ancora lottando per recuperare l'assetto dopo l'onda d'urto.
Se avessero saputo di chi era figlia, avrebbero mandato molti più uomini. O schierato quelli potenziati.
Il potere della ragazza era grezzo. Ma grazie a ciò che aveva sottratto ai laboratori di Angela Solheim a Savannah avrebbe potuto controllarlo, dirigerlo, perfino aumentarlo.
La Grecia aveva un nuovo dio in Loxias.
All'Egitto il solo Toth sarebbe potuto non bastare.
Ne serviva un altro.
Valutò la situazione. Tra la folla c'erano tredici Canopi. Tutti immortali, e ogni loro parte staccata avrebbe generato un nuovo Canopo. Sarebbero riusciti a sottrarre la ragazza all'esercito?
Probabilmente sì, se tra quelli non ci fosse stato nessun Super. Ma c'era il rischio che decidessero di radere al suolo l'intero paese dagli elicotteri. La ragazza sarebbe probabilmente sopravvissuta, ma Ghaly non l'avrebbe più ritrovata.
Nemmeno Kedives, però.
Stava per passare all'azione, quando alcuni militari si spostarono liberandogli la visuale. Zoomò con la telecamera sulla ragazza e sull'uomo che si stava chinando su di lei, con fare protettivo. L'uomo si voltò, e riuscì a vederlo in faccia.

* * *
Bunker segreto del Grande Toth, località ignota

Il corpo originale di Wael Ghaly galleggiava in una vasca piena di un liquido torbido e fluorescente. Le cannule infilate nelle sue braccia gli portavano il nutrimento e i medicinali che lo mantenevano in coma farmacologico, rallentando i suoi ritmi vitali. Una maschera sul viso gli portava il poco ossigeno che gli serviva. Un'incredibile quantità di macchinari sparsi per la stanza buia controllava i suoi bioritmi.
Quando i suoi Canopi erano diventati lui stesso, aveva deciso che non era più il caso di mostrare al mondo l'unica sua parte vulnerabile. Il suo vero corpo era nascosto, inaccessibile, addormentato per non patire la noia. Viveva attraverso il suo potere.
Ora il dormiente digrignò i denti. Un sibilo uscì dalle labbra tirate, raccolto dalla maschera per l'ossigeno, ripetuto identico dal centinaio di copie sparse per il mondo.
«Old Timer. Maledetti.»

- - -

Capitolo scritto da Moreno Pavanello (Storie da Birreria blog)


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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

martedì 4 dicembre 2012

Capitolo 33 (di Fra Moretta)



Admiral City
Attico del Crown Plaza
23 Aprile 20
13
Ore 00.10
Terminato il suo banchetto Isabelle iniziò nuovamente a fiutare l’aria cercando il suo nutrimento. Per quanto sostanzioso l’ultimo pasto non ne aveva saziato la  fame anzi quest’ultima era accresciuta. Finalmente sentì una traccia, anzi più di una, e pregustando il banchetto iniziò a muoversi.

Admiral City
Sopra le macerie della Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.12

Eddie si sentiva confuso. Ricordava chiaramente di aver usato i suoi poteri per ascendere verso la cima dell’albero intenzionato ad  uccidere Salazar e Mezzanotte ma, prima che potesse farlo, la Super chiamata Lady Liberty li aveva attaccati, rompendo il campo di forza che li sosteneva. Salazar era precipitato al suolo spappolandosi come un pomodoro mentre Lady Liberty era riuscita in qualche modo a uccidere Mezzanotte privandolo della sua vendetta. Ora il ragazzo si domandava cosa fare: se fosse tornato a terra l’incapacità di controllare il suo potere avrebbe potuto far del male a qualcun altro come era successo con Boner. Mentre si interrogava sul da farsi qualcosa nei pressi delle rovine della Salazar Tower attirò la sua attenzione.

Admiral City
Presso le macerie della Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.12

Boner osservava i resti di suo padre in preda ad una forte confusione: non sapeva se piangerne la morte oppure esultare per il fallimento del suo folle piano. Stava per toccarne il corpo incredula che un uomo che aveva vissuto per cosi tanti secoli avesse ceduto alla morte quando qualcosa attirò il suo sguardo. 
Qualcuno o meglio qualcosa, una figura macilenta si stava avvicinando verso lei e gli altri lentamente, poi improvvisamente scattò e rapidamente attaccò Stray, che era la più vicina del gruppo. La  ragazza cercò di difendersi respingendo la creatura con un colpo telecinetico ma quest’ultima, dopo essere stata scaraventata a terra, si rialzò come se nulla fossa e attacco di nuovo. Stray cercò di colpirla nuovamente ma si rese conto che qualcosa non andava. Si sentiva più debole come se il mostro assorbisse i suoi colpi. Isabelle sorrise mostrando le fauci insanguinate alla ragazza, che lentamente iniziò a cedere e in un attimo si trovo l’aggressore addosso. Prima che Boner e gli altri potessero fare qualcosa, Isabelle le affondò i denti nella gola iniziando a succhiarne il sangue caldo per poi mangiarla strappando bocconi di carne dalla spalla.
Disgustata da quello spettacolo, Boner iniziò a reagire formando attorno al suo corpo una corazza leggera d’osso e caricando Isabelle, che crollò insieme a lei a terra, dove senza darle il tempo di reagire  iniziò a tempestarla con i pugni dopo essersi fatta crescere l’ossatura delle nocche, fino a formare degli spuntoni.
Anche Dehydra partì all’attacco iniziando a prosciugare Isabelle dei liquidi per renderla più vulnerabile ai pugni dell’amica, mentre Uranium cercò di concentrarsi per spazzare via quell’abominio con un unico raggio di energia, dopo che le ragazze avessero terminato. Improvvisamente la situazione si ribaltò e con la rapidità di una lucertola Isabelle assestò un calcio a Boner, scrollandosela di dosso e  sventrò Dehydra con una zampata,  usandone il corpo per pararsi dai colpi di Uranium,  lanciandoglielo infine addosso e tramortendolo. Stava per avventarsi sull’eroe quando qualcuno le piombò addosso in modo simile ad American Dream, schiacciandola al suolo.
Prima che potesse rialzarsi il misterioso assalitore la costrinse a terra, rivelandosi come Eddie. Iniziò a rivoltarla come un guanto: la sua pelle si gonfiava lacerandosi mentre muschi e funghi crescevano sui muscoli e la carne, divorandola. Per un istante il ragazzo sembrò essere il vincitore, ma i tessuti di Isabelle iniziarono a ricrescere e guarire mentre Eddie cominciò a sentirsi più debole. La bestia si rialzò in piedi tenendo il ragazzo per il collo come una bambola, assorbendo sempre più energia da lui e cominciando a crescere, adattandosi così al nuovo carico di Teleforce che il suo organismo succhiava. Afferrò le braccia del ragazzo e le tirò a sé, aprendo in due Eddie come un pacchetto di patatine, lasciandone scivolare le interiora a terra. Avidamente si gettò su di esse, ingoiandole e lappando persino le chiazze di sangue sull’asfalto senza smettere di crescere di dimensioni.

Admiral City
Periferia
23 Aprile 2013
Ore 00.03

«Anche battendoci non otterreste nulla, il dado ormai è tratto e non è più possibile tornare indietro».
«Chi ti ha aiutato a montare questo teatrino, Ghaly?», ringhio Yell.
Con un sorriso di soddisfazione il canopo rispose: «Posso anche dirtelo ormai ha già fatto la sua parte e non mi è più di nessuna utilità. Quello sciocco di Romney si è impegnato ad assistermi tutto preso dalla sua fobia per quelli come noi.»
«E tu? Cosa ci guadagni tu da tutto questo?».
«Io? Io aspirò semplicemente alla grandezza. Ma ora basta parlare preparatevi a morire!»
Il Canopo si lanciò contro Yell cercando di colpirlo con un pugno mentre gli altri canopi si gettavano sugli Old Timers.
Mentre evitava i pugni del costrutto Yell urlò: «Eyes cerca di recidere il controllo di Toth dai suoi doppi, senza la sua volontà questi buffoni dovrebbero cadere come marionette senza fili».
«Ci sto provando Yell, ma non è facile. Il controllo di Ghaly sui suoi costrutti è molto forte», gli replicò Eyes Without a Face mentre i suoi compagni tenevano a bada gli altri canopi.
Yell evitò un altro pugno e colpì il canopo con un calcio allo stomaco, poi mirò alle ginocchia e fece fuoco. Il costrutto cade a terra con le ginocchia spappolate e stava per rialzarsi quando improvvisamente ogni forza lo abbandonò e cadde seguito a ruota dagli altri.
«Alla fine c’è l’ho fatta, Yell, ma è stata dura, senza la sua volontà sono solo dei cadaveri caldi», disse Eyes mentre, Shock e Sweet Sixteen lo sorreggevano.
«Peccato non poter risolvere così facilmente quello che ha combinato», disse amaramente Yell. «Ma se non possiamo salvare vite innocenti state sicuri che le vendicheremo».

Admiral City
Nel cielo sopra la Salazar Tower
23 Aprile 2013
Ore 00.14

Forse Stakanov avrebbe perdonato il suo compagno di ventura per averlo fatto arrivare in ritardo alla battaglia, perché da quel che vedeva il divertimento era tutt’altro che finito.
Si stavano avvicinando in volo alla Salazar Tower, trasportati dai Golem, e ai suoi occhi si presentava il seguente spettacolo: un albero gigantesco si ergeva al posto della Torre mentre una cosa enorme e orribile seminava il panico nelle strade. Qualcuno le volava attorno cercando di colpirla con fasci di energia. Musashi riconobbe Uranium.
«Dobbiamo cercare di aiutarlo», disse il samurai.
«Non devi ripetermelo due volte, Stakanov è sempre pronto!», disse il russo e sganciatosi dal Golem si preparò ad atterrare sul campo di battaglia.
- - -
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martedì 27 novembre 2012

Capitolo 32 (di Smiley)



Admiral City
Nei pressi della sede dello START.
22 Aprile 2013
Ore 07.45 A.M.

La mano di Magmarus fu l’ultima parte del corpo maciullato dai proiettili di Heavy a tramutarsi in cenere.
Alexej la pestò con un piede, sgretolandola sull’asfalto.
Musashi sospirò, mentre polvere nera si disperdeva nell’aria..
Alexej sorrise. «Simpatico, il tipaccio…»
«Stiamo perdendo troppo tempo, dobbiamo raggiungere la sede dello START», puntualizzò Musashi.
«Mister Samurai, se non te ne sei accorto, siamo in mezzo ad una guerra…»
Kensei scosse la testa. «Una guerra che non possiamo vincere.» Magmarus era stato sconfitto, ma i Triari che erano battuti in ritirata erano ricomparsi e li avevano subito circondati.
Erano dodici in tutto.
«Munizioni al 2%», gracchiò la voce robotica di Sniper.
«Munizioni allo 0%», gli fece eco quella di Heavy.
«Munizioni al 100%!», esclamò Alexej, scrocchiandosi le dita.
Musashi sorrise.
Arretrò di un passò, si trovò schiena a schiena con Alexej e con Sniper.
Sfoderò la katana.
Chiuse un istante le palpebre.
Inspirò.
Riaprì gli occhi.
I triari gli furono addosso.

******

Admiral City
Periferia
23 Aprile 2013
Ore 00.01 A.M.

«Maledizione!»
Yell era adirato.
Avrebbe dovuto aspettarsi una cosa del genere. Avrebbe dovuto prevenirla.
Non c’era riuscito.
Isabelle era fuggita via. Probabilmente in cerca di cibo. Sicuramente in cerca di Teleforce.
Affondò la mano nella tasca destra del cappotto grigio. Prese di nuovo il cellulare. Non finì di digitare il numero.
La figura emersa dall’oscurità lo paralizzò.  Yell avrebbe dovuto aspettarsi e prevenire anche quello.
Non l’aveva fatto. Non era da lui.
Sono diventato vecchio…
Increspò le labbra in un sorriso sardonico. «Quanto tempo è che non ci vediamo?»

- - -

Nei pressi della sede START.
22 Aprile 2013
Ore 08.15 A.M.

Il combattimento era estenuante.
Stakanov accusava la fatica, benché la danza lo inebriasse e lo facesse sentire vivo.
Heavy, privato delle sue munizioni e della sua capacità di movimento era stato fatto subito a pezzi dai Triari, che l’avevano massacrato di pugni, e ridotto in un ammasso di ingranaggi calcificati.
Sniper resisteva agli esoscheletri di Mezzanotte opponendo la sua forza e la sua prestanza robotica contro il loro slancio. Ribatteva colpo su colpo, e nonostante fosse rimasto a secco di proiettili, piazzava pugni e calci precisissimi, colpendo i Triarii al petto, allo stomaco, alla testa.
Musashi si era come trasfigurato. Con la coda dell’occhio, nel tumulto della battaglia, Alexej notava solo la scia violacea del suo acciaio vorticare di qua e di là, eseguire fendenti, diritti, rovesci e affondi in una sorta di danza orientale che solo il samurai pareva conoscere. In tutto quel tempo però era riuscito ad abbattere solamente un nemico.
Stakanov non poteva essere da meno. Il Triario che gli piombò addosso ruotò l’anca e sferrò un gancio col destro. Lui fu lesto a rannicchiarsi su sé stesso e contrattaccare a sua volta. Strinse il pugno, fece partire un montante e colpì alla mascella l’avversario.
Il Triario sembrò accusare il colpo, arretrò di un passo. Stakanov però non ebbe il tempo di rifiatare: altri due Triarii lo attaccarono ai fianchi.
Il Red Skeleton non si perse d’animo. Esultò. «Danziamo fino alla morte!»

*****

Periferia
23 Aprile 2013
Ore 00.02 A.M.

Wael Ghaly, il Grande Toth, sorrise a sua volta. «Un anno e mezzo. Dagli scontri in piazza, al Cairo.»
Yell sollevò la tesa floscia del cappello. Gli puntò addosso uno sguardo carico di rabbia. «Come mi hai trovato?»
«Yell il Ribelle che rimane allo scoperto per tutto questo tempo…Non è invisibile ai nostri satelliti. Soprattutto se i loro occhi sono puntati tutti qui.»
«Tutto questo è colpa tua. Quello che è accaduto a Isabelle è colpa tua. Potevamo gestire la situazione…Se non ti fossi immischiato, non sarebbe accaduto nulla. Non le sarebbe accaduto nulla.»
Il Grande Toth si concesse una sonora risata. «Non siete mai riusciti a gestire nulla.»
Yell impugnò la colt, stese il braccio, mirò alla fronte di Ghaly. «Questa faccenda invece la gestirò a modo mio…» Premette il grilletto.

- - -

Nei pressi della sede START.
22 Aprile 2013
Ore 08.30 A.M.

Il sole compì il suo arco in un secondo, la notte prese il sopravvento.
Alexej era a terra, il piede di un Triario sul suo sterno. Lo stava schiacciando.
La musica della battaglia era finita, la danza era conclusa. Che peccato…Proprio adesso che è diventato…Notte?
Anche Musashi e Sniper erano al tappeto, alla mercè dei Triari. Se combattere in quattro era un’impresa disperata, in tre si era trasformato in un lento suicidio.
«È stato un onore essere al tuo fianco oggi», disse Musashi.
«Il piacere è stato mio», replicò Alexej.
Il rombo di un motore squassò la notte, una scia di fuoco la illuminò, una sagoma volò sopra di loro e qualcosa piovve giù dal cielo. Le teste dei triari esplosero tutte nello stesso momento, i loro esoscheletri crollarono sull’asfalto.
Sniper sembrò esultare. «Micromissili di precisione…Brawler!»
Alexej si rialzò, malconcio e un po’ stordito. Anche Musashi sembrava scosso.
Il golem che li aveva salvati atterrò in mezzo a loro. Assomigliava a Sniper e agli altri che avevano incontrato, con l’unica differenza che era grande il triplo. «Lieto di vedere che non siete ancora da rottamare», disse. Posò l’occhio sui rottami di Heavy. «Quasi…»
«Non dovevi essere alla sede dello START?», domandò Sniper.
Brawler annuì. «L’ho fatto. Ma quando sono arrivato, a parte alcuni soldati addetti alla guardia, era deserta. Ho decriptato tutti i canali di comunicazione presenti in un raggio di 20 km e l’informazione più interessante che ho trovato è stata questa telefonata.» Lasciò la bocca aperta. Fuoriuscì un’altra voce. «Rushmore,mi senti? Sono Ross. La situazione è critica. Siamo al collasso. La cassa di Whely era vuota, lui si è dato alla fuga e la Salazar Tower ormai è un campo di battaglia. Ci stiamo dirigendo tutti là, c’è qualcosa che non quadra. Ci spostiamo in elicottero, partiamo tra cinque minuti!» 
«Quindi adesso che facciamo?», chiese Alexej.
«Dobbiamo andare anche noi alla Salazar Tower. Se lo stato maggiore dello START si trova là, dobbiamo raggiungerlo. Yell sospettava che ci fosse un traditore, se è vero dobbiamo assolutamente smascherarlo. Solo qualcuno dello START poteva avere il potere o le autorizzazioni necessarie per richiamare tutti i mezzi corazzati che abbiamo incontrato…O sabotare tutto, facendo partire le varie operazioni con molto ritardo.»
«E come ci arriviamo senza perdere altri 50 anni a fare su e giù per le strade di Admiral City?», domandò Alexej.
«Lasciate fare a noi», disse Sniper. «Brawler, protocollo Bravo-Upsilon-Tau-Alfa!»
Brawler annuì. «Roger!» Dalle sue spalle, e da quelle di Sniper, spuntarono due ali metalliche, simili a quelle di un aeroplano.
Stakanov diede un pugno sulla spalla di Sniper. «E solo adesso ci fai vedere…» Indicò le ali. «…quelle? Siamo andati in giro con quel dannato catorcio, e tu avevi quelle!»
«La prego, non mi tocchi!», disse Sniper. «Il protocollo è solo per i casi di emergenza. Brawler riuscirà a trasportarvi entrambi. Arriveremo alla Salazar Tower in pochi minuti.»
Alexej e Musashi si scambiarono uno sguardo d’intesa.
Brawler cinse il braccio destro attorno al busto di Musashi, e quello sinistro attorno a quello di Alexej. «Pronti!»
«Roger!», rispose Sniper.
Volarono via in un istante, in direzione della Salazar Tower.

- - -

Periferia
23 Aprile 2013
Ore 00.02 A.M.

Il proiettile si era portato via una porzione intera della testa del Grande Toth. Sangue, materia grigia e pezzi di scatola cranica erano sparsi attorno al suo corpo immobile.
«Questo è per ciò che hai fatto ad Isabelle…», mormorò Yell. Inserì la colt nella fondina,  si voltò.
«Dove credi di andare?»
Yell si girò e spalancò gli occhi. Non è possibile!
Ghaly era in piedi. Il buco che la pallottola gli aveva aperto in testa si stava richiudendo. Cervella, cranio e pelle si riformavano ad una velocità stratosferica.
Dev’essere merito del Flare, pensò Yell. Sfoderò entrambe le Colt, puntò al petto, al cuore, ai polmoni del Grande Toth.
Lui piombò a terra, si rialzò di nuovo, rimarginò le ferite in un batter d’occhio.
Yell ridacchiò tra sé e sé. Sembra proprio che oggi nessuno voglia morire. Poi li vide. Le ossa del cranio, il sangue e la materia grigia saltate in aria sfrigolavano sull’asfalto. Ammassi grumosi e sanguinolenti si ingrandivano, si autoplasmavano. Ossa, nervi, tendini, e organi presero forma, mutarono in quattro copie esatte del Grande Toth.
Yell osservò attentamente Ghaly. «Chi sei tu?»
«Mi conosci», rispose Ghaly.
Yell socchiuse gli occhi, mise bene a fuoco la figura che aveva davanti, ignorando le quattro identiche che adesso lo scortavano ai lati, due a destra, due a sinistra. «No, non ti conosco. Chi sei?»
Il Grande Toth rise. «Ora sono lui, ho i suoi ricordi, provo le sue stesse sensazioni. E lui lo sa. Siamo la stessa persona. È in contatto con me, e io lo sono con lui. Qui dentro.» Si picchiettò la fronte con le dita. «Fino a prima che tornasse la notte, ero uno dei suoi canopi. Uno dei suoi surrogati. Gli serviva per far credere a tutti che fosse qui per tener fede alla trattativa che lui, attraverso di me, ha condotto con quelli dello START.»
«E lui dov’è? Il vostro aereo è stato abbattuto!»
«Era il mio aereo, quello che trasportava Ammit. Quello con l’altro me stesso è partito un paio d’ore dopo l’inizio della crisi, molto prima della trattativa, e ormai sarà già sulla via del ritorno. Wael mi ha detto che l’operazione che ha condotto a Savannah è andata a buon termine. Adesso abbiamo tutti i dati e tutte le ricerche che ci servono…»
Yell sgranò gli occhi. «Savannah? Il laboratorio di Angela Solheim? A cosa puntavate?»
Il Grande Toth sorrise ancora. «Non ti riguarda. Pensa piuttosto a te stesso. Sei da solo…In balia di noi cinque.»
Yell increspò le labbra in un ghigno. «Io non sono mai da solo…»
Un elicottero Cobra si materializzò dal nulla sopra le loro teste.
«Tecnologia stealth. Affascinante…», disse Ghaly.
Sui pattini del Cobra erano aggrappate tre figure. Si calarono a terra con una corda, si piazzarono di fianco a Yell.
Il Grande Toth annuì. «Shock, Sweet Sixteen, Eyes whitout a face. Ho letto i dossier su voi leggende, su voi Old Timers. Che onore…»
Yell scambiò un’occhiata con i suoi tre compagni. «Facciamo in fretta. Non abbiamo molto tempo…»
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martedì 9 ottobre 2012

Capitolo 26 (di Masca Micilina)

Admiral City
Sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 08.00

«Al Grande Toth piacciono le entrate a effetto!» Esclamò con sarcasmo il colonnello Ross avvicinandosi alla cassa di titanio.
«Colonnello, pensavo fosse più giovane.» disse Wael ricambiando la causticità del militare.
«Espletate le formalità, gradirei dare un’occhiata al presente che ha avuto la gentilezza di portare.»
«Lo sa che non è un regalo e sa altrettanto bene cosa voglio in cambio.»
«Certo, prima però voglio vedere dentro la cassa. Sa com’è. Fidarsi é bene….»
Toth non rispose limitandosi a fare un cenno d’assenso. Digitò un codice sul tastierino numerico facendo scattare la serratura.
«Prego.» Disse facendosi da parte.
Ross si fece avanti e aprì leggermente lo sportello.
«Non abbia paura, non morde. È sedata.»
Il colonnello spalancò la cassa.
Era completamente vuota.

***

Admiral City
Attico del Crowne Plaza.
22 Aprile 2013
Ore 07.55

Tito tirò una boccata al sigaro: «Strano effetto i fuochi d’artificio di mattina. Vero, hermano?»
Senza aspettare la risposta portò nuovamente una mano all’orecchio: «Ottimo lavoro Keller. Rapido ed efficace.»
Ci fu una breve scarica di elettricità statica che strappò a Tito una smorfia di disapprovazione.
«Veramente Signore.» La voce di Keller era intrisa d’imbarazzo. «Non siamo stati noi.»

***

Washington D.C.
Casa Bianca
22 Aprile 2013
Ore 07.59

«Il malvagio fugge, anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone.»
Mitt Romney ripeteva lentamente, come un mantra, il passo dei Proverbi che preferiva.
Gli dava sicurezza e forza. Dio solo sapeva quanto ne avesse bisogno.
La visita di Rebel Yell anche se non inaspettata lo aveva irritato. Odiava quell’essere con tutte le sue forze. Ogni singolo atomo della sua anima, sempre che l’anima fosse costituita da atomi, disprezzava Rebel Yell e tutto ciò che rappresentava.
Le parole della Bibbia sembravano avere l’effetto desiderato. Accennò un tiepido sorriso.
«Signore, la conference call sta per iniziare.»
Mitt non rispose. Si guardò un’ultima volta allo specchio e poi si avviò.
Un sorriso compiaciuto ora accendeva il suo volto.
«Come sta il generale Van Outen?» Chiese.
«Lo stanno operando in questo momento, signore. Non è grave e dovrebbe farcela.»
«Ce la farà. Il generale è un osso duro.»
Romney entrò in una piccola stanza ottagonale. Appena lo videro, il generale Anderson e il segretario Hickman si alzarono in piedi.
«Signor Presidente come sta?»
«Non si preoccupi Hickman, sto bene. Non perdiamo tempo e aprite il collegamento.»
Dalla parete completamente tappezzata di monitor al plasma comparvero i volti di Vladimir Putin, Angela Merkel, David Cameron, François Hollande, Yoshihiko Noda e Wen Jiabao.
«Signori, vi do il mio cortese benvenuto.»
Dai piccoli altoparlanti B&O si levarono in simultanea i convenevoli di rito sincronizzati con il labiale delle figure sugli schermi.
L’inglese secco e marziale della Merkel lo irritava. Quella pronuncia era un vero vilipendio alla sua amata lingua; sospirò e riprese a parlare.
«Chiedo scusa per il poco preavviso e per l’orario in cui si svolge questa riunione. Sarete certamente informati di quello che sta succedendo ad Admiral City e, quindi, converrete con me dell’importanza e urgenza di un incontro atto a rimanere aggiornati sulla piega che hanno preso gli eventi e su che cosa accadrà durante le prossime ore.»
Il presidente degli Stati Uniti fece una piccola pausa. Adorava quei momenti, quando il pubblico pendeva dalle sue labbra.
«Il giorno che aspettavamo da molto tempo è finalmente arrivato.»
I volti dei suoi interlocutori lasciarono trasparire un misto di sorpresa ed eccitazione.
Anderson sorrideva mentre il segretario Hickman cercava di mimetizzare il tremolio delle mani giocherellando con la sua Mont Blanc.
«L’inaspettato arrivo di Mezzanotte ha calamitato l’attenzione dei Super più potenti al mondo, che si sono precipitati in poco tempo sul posto. Siamo riusciti anche a far atterrare Wael Ghaly ad Admiral City circa nove minuti fa. Un ordigno è esploso sul suo aereo; speravamo non sopravvivesse, ma è riuscito a lanciarsi dal velivolo prima dell’esplosione. La notizia più importante è però un’altra.»
La teatralità di Romney stava assumendo toni parossistici.
«Signori, sono lieto di comunicarvi che i nostri sforzi sono stati premiati. Il pacco è stato prelevato.»
«Vuole dire che Ammit è nelle nostre mani?» Chiese il premier Cinese, visibilmente incredulo.
«Ammit non è mai salita sul volo di Ghali. Il Grande Toth non si è dimostrato poi così grande. Agenti del nostro caro Vladimir, dopo anni di duro lavoro sotto copertura, sono riusciti ad ottenere la fiducia del presidente egiziano. Sostituire la cassa contenente la moglie e imbarcarla su un nostro velivolo è stato più facile del previsto. Hanno anche avuto il tempo di lasciargli un regalino esplosivo. Essere troppo sicuri di sé può far commettere gravi errori.»
Il presidente Russo era accigliato. «Quindi sta andando tutto come previsto? Nessun problema?»
Il suo collega d’oltreoceano aveva sempre ritenuto Putin un gran rompiscatole e anche in quest’occasione non si era smentito.
«Caro Vladimir, sicuramente hai posto una domanda di cui hai già la risposta. Non si tratta di un vero e proprio problema, diciamo che esiste qualcuno che sa qual é il nostro obiettivo ma non ha la più pallida idea di come lo raggiungeremo. Comunque non desta particolare preoccupazione, al momento si sta dirigendo proprio nell’occhio del ciclone e non ne uscirà vivo.»
L’ennesima pausa.
«E’ il problema di questi Super, anche il loro ego è troppo sviluppato. Si credono immortali, pensano a noi solo come degli esseri inferiori da proteggere o da combattere. E in questo abbiamo le nostre colpe. Abbiamo iniziato a temerli, poi la paura si è trasformata in ammirazione e quest’ultima è diventata devozione. Abbiamo elevato questi abomini al livello degli dei. Questo è stato un nostro errore. Da parte loro, la consapevolezza della nostra venerazione li ha resi arroganti e troppo sicuri di sé. Ci sottovalutano e questo decreterà la loro sconfitta. Il mondo sarà libero per sempre da queste aberrazioni.»
Il volto di Putin non si rilassò. Romney si versò dell’acqua perché iniziava ad avere la gola secca.
«Dopo che il pacco sarà consegnato, per qualsiasi essere il cui DNA contenga anche solo un’infinitesimale quantità di Teleforce, non ci sarà scampo. E se per miracolo qualcuno di loro dovesse sopravvivere, anche il solo il fruscio di una foglia agitata lo metterà in fuga. Vivrà il resto dei suoi giorni nella paura, braccato finché lo troveremo. Perché lo troveremo sicuramente.»
Dopo la consueta pausa a effetto Romney concluse: «Lascio la parola al Generale Anderson che vi spiegherà nel dettaglio cosa accadrà in questa giornata memorabile.»
Anderson si schiarì la voce e attaccò con piglio deciso come si confaceva al suo ruolo.
«Signori, sarò breve perché il tempo è poco. Come ha accennato il Presidente, il pacco è in viaggio verso Admiral City. Le nostre truppe si stanno dirigendo in loco per circoscrivere e isolare la zona. La città sarà isolata mentre Ammit eliminerà qualsiasi traccia di Teleforce si trovi nel perimetro.»
«Avete fatto una stima delle casualità?» Chiese la Merkel.
Nella sala ottagonale il silenzio calò come una coltre di piombo.
Il generale Anderson si schiarì la voce.
«E’ impossibile fare una stima delle vittime. Dipende dalla reazione dei Super e dello START quando si renderanno conto che sono sotto un nuovo attacco. La nostra arma, chiamiamola così, non dovrebbe nuocere agli esseri umani.»
«Dovrebbe?» Era stato il presidente francese a parlare.
Il generale era in palese difficoltà.
Lo salvò Hickman: «Signori, è un rischio che dobbiamo correre se vogliamo sbarazzarci in modo definitivo di quegli esseri. Sono convinto che il numero di casualità non sarà elevato, ma dobbiamo anche essere pronti a portare il peso di un’eventuale distruzione di Admiral City.»
«Non è possibile pianificare un’evacuazione a breve termine?» Chiese Noda, il premier giapponese.
«Non c’è tempo, inoltre rischieremmo d’insospettire i nostri bersagli.» Tagliò corto il primo ministro cinese.
«E l’essere che si fa chiamare Mezzanotte?»
Il silenzio si fece di nuovo pesante.
Fu Romney a romperlo: «È la variabile impazzita del nostro progetto. Dobbiamo sperare che una volta trovato ciò che cerca, torni da dov’è venuto.»
«Altrimenti?»
«Altrimenti non ci sarà un altro giorno.»
Ritornato nella stanza ovale insieme al Segretario di Stato, Romney aprì l’umidor da scrivania e tirò fuori un Cohiba Coronas Especiales. Dopo averlo passato nel bucasigari, lo accese tirando un paio di lunghe boccate e si buttò sul divano. Era solo il primo mattino ma era già esausto perché stava camminando sulla linea che separa il confine tra gloria e infamia e la tensione era forte, quasi insostenibile. Dentro di sé, però, si stava facendo strada la certezza della vittoria. Dio era con lui e la sconfitta non era contemplata nel suo disegno delle cose.
«Hickman, ho bisogno di riposare qualche minuto ma voglio essere informato di qualsiasi novità, anche la più insignificante.»
«D’accordo signore.»
«Ancora una cosa.»
Hickman si voltò: «Presidente?»
«Quando tutto sarà finito… Portatemi la testa di Rebel Yell.»
Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti spense il sigaro, allentò il nodo della cravatta e si distese.
Si assopì e sognò un mondo senza Super.

***

Periferia di Admiral City.
22 Aprile 2013
Ore 08.27

Ammit si fermò e annusò l’aria.
Aveva fame.
Una fame che non aveva mai provato prima.
In quel luogo c’era cibo in abbondanza.
In cima a un vecchio edificio Rebel Yell osservava la creatura attraverso le lenti di un binocolo.
Sulla fronte si erano formate piccole gocce di sudore. Non ricordava l’ultima volta che aveva sudato.
Imprecò. Avrebbe dovuto starne fuori.
Dopo questa brutta storia avrebbe dovuto fare un bel discorsetto a quel bastardo di Mitt e questa volta non sarebbe stato tenero.
Prima, però, doveva rimanere vivo.
- - -

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martedì 2 ottobre 2012

Capitolo 25 (di Valerio Villa)




Admiral City
Attico del Crowne Plaza
22 Aprile 2013
Ore 07.45

Le luci delle esplosioni che riempivano Admiral City sembravano fuochi d'artificio, viste dalla sommità del Crowne Plaza. Due uomini, vestiti con completi d'alta moda, fumavano dei sigari sotto quella che sarebbe stata ricordata come la nevicata del sangue.
Il trillo di un cellulare risuonò nelle loro orecchie, merito delle nano-macchine che avevano impiantato. 
«Signori, ci sono novità.» Una voce risuonò nella loro testa. «Sulla ACN stanno mandando immagini di un aereo con delle insegne molto interessanti.»
I due uomini si portarono all'interno della suite, diretti verso lo studio adibito a centrale operativa. Lì videro sullo schermo al plasma le immagini, non molto nitide a causa della neve, dell'aereo privato di Wael Ghaly.
«Sembra che il Grande Toth voglia una fetta della torta.» disse il più giovane dei due. «Che dici, Tito, potrebbe essere un problema?»
«Preoccuparsi è inutile hermano. Il piano va avanti.» 
Tito si portò una mano all'orecchio e sussurrò un nome.
«Keller, qui Salazar. Mandi qualcuno ad occuparsi di quell'aereo.» E chiuse la comunicazione. «Torniamo a goderci lo spettacolo, Theo.» disse dirigendosi alla terrazza.
«Non so come tu faccia a essere così calmo, Tito.» Diede una boccata al sigaro, ma ormai era spento.
Soffiò e del fumo nero uscì dalla sua bocca.

* * *

Admiral City
Nei pressi della sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.30

Dentro al van, Sniper stava aggiustando i sistemi danneggiati e si chiedeva cosa stesse accadendo a Alexsej e Musashi, quando lo sportello laterale venne divelto.
Di fronte a lui c'era il golem denominato Heavy, armi attivate e puntate su di lui, ma appena lo riconobbe abbassò i due mitragliatori a impulsi. 
Sniper continuò a tenerlo sotto tiro.
Un rapido scambio di dati in wireless ed entrambi vennero aggiornati sullo stato delle rispettive missioni. 
«Dobbiamo aiutare i due super, Stakanov e Kensei,» Sniper abbasso il fucile plasma e scese incespicando dal furgone, «possono essere utili.»
«Lo sai che non possiamo, la priorità ora è la sede S.T.A.R.T. Brawler è già sul posto.»
«Certo, ho ricevuto gli ordini. Come ti dicevo possono rivelarsi utili quei due super.»
«Rischiano di diventare un intralcio una volta sul bersaglio.»
«A quel punto allora dovremo eliminarli.»
«Dovremo?»
Sniper voltò la testa verso il suo compagno: «Ok. Ci penserò io.»


«Ehi, Musashi, questi tizi continuano ad arrivare.» Stakanov era impegnato nel prendere a pugni alcuni Triari, mentre  Kensei cercava di aprirsi un varco fra i carri armati.
«Non capisco.» Intervenne Kensei. «Questi mezzi pesanti, qui e in così poco tempo.» Un colpo di katana e i cingoli di due carri vennero tagliati di netto.
«Lo sapevo che non dovevo dimenticare la mascotte sul furgone. Avessi almeno il suo numero di cell...»
Una raffica improvvisa di raggi bluastri crivellò i Triari alle spalle di Alexsej, mentre tre carri esplosero in rapida successione, dopo essere stati colpiti da dei proiettili verdognoli.
«Scusate il rirardo. Ma ho portato rinforzi.» Sniper e Heavy uscirono dalla loro copertura, dietro una vecchia Oldsmobile ormai da rottamare, continuando a mietere vittime fra gli sgherri di mezzanotte e i corazzati. L'intervento dei due golem diede il colpo decisivo e i carri armati decisero per la ritirata. Heavy continuava a colpire i mezzi pesanti in fuga, le raffiche bluastre dei mitragliatori a impulsi scavavano nel metallo, colpendo serbatoi e vani munizioni, cingoli e torrette. Una potenza di fuoco devastante, sebbene poco accurata.
Musashi, balzato a fianco del golem, sfoderò la katana e la mise davanti al volto dell'umanoide. Una luce violacea illuminò il costrutto.
 «Credo abbiano compreso, rinforzo. Non sono loro i nemici, ma quelli che sta abbattendo il tuo compare, Sniper.»
Heavy rallentò la cadenza di tiro, fino a fermarsi. 
«Se non sbaglio sono loro ad aver aperto il fuoco per primi.» Il suo sguardo seguiva la ritirata dei carri. «Questo li identifica come nemici.»
«Chiamali come vuoi. Sono comunque il male minore, dobbiamo liberarci dei Triari prima, poi andare alla base S.T.A.R.T.»
«D'accordo super.» Heavy si voltò verso gli sgherri di Mezzanotte impegnati a combattere Alexsej e Sniper. «Stammi dietro e non ostacolarmi.» prosegui il golem.
I Triari sembravano non finire mai, scendevano dai tetti e probabilmente il loro obiettivo era lo stesso dei super e dei golem.
Heavy si portò a distanza di tiro. Delle punte metalliche fuoriuscirono all'altezza del polpaccio  ancorandolo a terra, mentre dalla schiena si prolungarono due aste che si conficcarono a loro volta nell'asfalto.
Puntò i mitragliatori a impulsi verso il nemico e fece fuoco. La cadenza di tiro era tre volte superiore a quella usata contro i corazzati, ma allo stesso tempo gli ancoraggi stabilizzarono i colpi; i Triari iniziarono a cadere come mosche sotto i colpi del golem. 
Alexsej e Sniper si buttarono dietro al relitto di un carro armato, per non rimanere nella linea di tiro.
Di fronte a quella pioggia di colpi, i Triari, o chi per loro, decisero per una ritirata.
«WOW!» Alexsej si rialzò dal riparo. «Amico questo è persino più figo di te.» Disse mentre dava una pacca sulla spalla di Sniper.
«Ottimo, abbiamo riguadagnato il tempo perso.» Kensei, si avvicinò al  russo. «La base S.T.A.R.T. non è distante. Muoviamoci.»
Nel frattempo Heavy stava sbloccando gli ancoraggi e immettendo liquido di raffreddamento nei mitragliatori. Fu in quel preciso attimo che una scarica elettrica lo colpi, spezzandolo in due all'altezza del bacino.
«Ehi, Kensei. Ti sei fatto nuovi amichetti?» Starcrusher apparve camminando fra le due metà del golem. «Non mi sembrano molto forti. Cosa ne pensi Magmarus?»
Una forma umana avvolta dalle fiamme si stagliò sopra alcuni cadaveri di Triari, le loro tute, anche se ad alta tecnologia, si stavano sciogliendo a contatto con quel calore.
«Penso che me la posso cavare da solo qui. Vai a salutare il vecchio AD e dagli un colpo anche da parte mia.»
Senza dare risposta, Starcrusher spiccò il volo e si diresse a tutta velocità verso la Salazar Tower.
«Kensei, ho visto cosa hai fatto a mia sorella Psi.» Continuò Magmarus. «La pagherai. Sia per lei, che per tutto quello che mi hai fatto in passato.»
«Ecco sì, mancava la rimpatriata fra vecchi amici.» disse Alexsej.
«Voi due soccorrete Heavy, all'accendisigari ci penso io.» Musashi scattò verso il nemico, l'estrazione della katana, il fendente e il 'Kiai' ruggito a piena voce sembrarono accadere tutti nello stesso istante.
La lama mancò il bersaglio. Di poco. Il forte calore distorceva la figura, e mirare a parti vitali era difficoltoso, anche per uno spadaccino esperto.
«Stai invecchiando, samurai.» Magmarus spalancò le braccia e un'ondata di aria incandescente riempì la zona dello scontro, mandando a gambe all'aria Alexsej e Sniper, che caddero vicini al busto di Heavy.
«Anche tu non sei molto in forma.» Kensei aveva evitato il colpo conficcando la katana nel terreno. «Troppo tempo rinchiuso al Cesor ti ha rammollito.»
«Credi?» Una seconda onda di calore, questa volta direzionata verso il samurai, fece quasi cadere Kensei.
«Devo sbrigarmi» pensò Kensei «o con questo caldo rischio di rimanere a corto di ossigeno troppo in fretta
L'attacco fulmineo del samurai colse alla sprovvista Magmarus, che si spostò in ritardo, ma limitò il danno a due dita della mano destra amputate.
«Bastardo!» Con la mano fiammeggiante il criminale cercò di prendere al collo Kensei, questi schivò con agilità ma il forte calore fece prendere fuoco al kimono. Incurante il samurai proseguì il movimento, roteò sul fianco e in una luce viola la katana tagliò  il braccio sinistro del nemico all'altezza del gomito. Al posto del sangue, un getto che sembrava magma uscì dal moncherino rimasto. Kensei lo schivò e balzò a una distanza di sicurezza. 
In tutta risposta, Magmarus si chinò a raccogliere il braccio, ricollocandolo al suo posto. 
«Che c'è Kensei. Ti sei dimenticato che quando sono in questo stato sono praticamente invulnerabile?»
«Ricordo benissimo. Tu sei e resterai sempre una persona che non sa cosa sia una strategia. Addio.» Detto questo rinfoderò la katana. 
«Cosa?»
Una potente salva di colpi bluastri crivellò Magmarus, riducendolo lentamente a brandelli. Heavy, legato con delle cinghie alla schiena di Alexsej, stava scaricando tutta la sua furia sul criminale, di cui rimasero pochi pezzi sparsi sulla strada.

* * *
Admiral City
Sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Colonnello Ross. Lancio dall'aereo di Ghaly effettuato. Stiamo tracciando il paracadute, ma sembra che sia preciso sul bersaglio. Signore.»
«Perfetto Millar, andiamo a vedere questo regalo. Intanto contatta Rushmore, servono lui e il telepate.»
I due soldati dello S.T.A.R.T. raggiunsero la zona di carico degli elicotteri, designato come punto di atterraggio per il pacco, nell'istante in cui quest'ultimo toccò terra. Di fianco alla cassa in titanio c'era una persona, con una tuta scura, che indossava una maschera raffigurante un dio egizio.
In quell'istante, un forte boato fece alzare tutti gli sguardi dei presenti verso il cielo.
L'aereo del super egiziano era esploso.
«O mio Dio!» Ross non credeva ai suoi occhi. «Il Grande Toth...»
«Il Grande Toth sa di avere molti nemici.» disse Wael Ghaly togliendosi la maschera del dio Ra.
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