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martedì 30 ottobre 2012

Capitolo 29 (di Fräulein R.)



Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.48 P.M.

La vera umiliazione, per Stray, non era che senza Dehydra sarebbe stata ancora raggomitolata a lottare per non annegare nel liquido che le stava riempiendo i polmoni. La vera umiliazione era essersi fatta fregare dal texano e aver pure pensato che, non uccidendola, lui la stesse risparmiando. Cazzate.
Lei, Libby e Dehydra erano risalite dal livello S-13 fino al quinto piano, lentamente, accompagnate dai rumori provocati da chissà cosa ai piani superiori. La torre aveva pure vibrato come un fottuto diapason. Per fortuna era durato pochi istanti, altrimenti Stray avrebbe perso la presa e sarebbe caduta a terra.
Libby, in testa al gruppetto, stava mettendo piede sul pianerottolo del quinto piano quando il brusio di voci le fece fermare. Qualcuno parlottava, da qualche parte oltre la porta antincendio deformata.
Libby e Dehydra la guardarono, le fecero spazio.
Stray afferrò la porta con le mani, trovò un punto d’ancoraggio per sé e tirò. I cardini si sbriciolarono come fossero wafer. Mai fatto così poca fatica. Posò il battente contro il muro e levitò dietro a Dehydra e Libby. Avanzarono caute lungo il corridoio cosparso di detriti, scavalcarono un pezzo di controsoffitto e raggiunsero un’intersezione a T. Le voci venivano da sinistra, più chiare: una donna e un uomo che rideva spesso, dandole i brividi.
Stray sfiorò i muri del corridoio con la telecinesi, scelse un punto stabile, vi si ancorò e si spinse avanti. Respirare era un’agonia, ma usare la telecinesi… Cazzo, mai stato così facile! In un giorno normale lo sforzo avrebbe cominciato a farsi sentire con quel fastidioso formicolio alla nuca. Sembrava evidente che questo giorno non avesse nulla di normale.
Il corridoio terminava sulla porta spalancata di un open space in ristrutturazione. C’erano teli protettivi, calcinacci e una cosa informe coperta di fiori viola stesa sul pavimento. E il tronco di un albero. La chioma sconfinava al piano superiore. Qualche metro più in là un groviglio di radici spesse come rottweiler scendeva dal soffitto.
«Cosa ci fa un albero qui?» sibilò Libby.
«A Prezzemolino devono essere girate le palle di brutto, se quella è una pianta di basilico!»
«Dehydra?» chiamò la voce femminile, dalla stanza.
«Bonnie?»
Raggiunsero l’albero. Questa “Bonnie” era seduta tra le radici, insanguinata.
«Ehi, che è successo?» domandò Dehydra.
«Sono impazziti tutti! Salazar, Eddie, American Dream…» singhiozzò.
Stray tastò attorno, cercò dove si fosse nascosto il tizio con la ridarola.
Rabbrividì.
Niente tizio con la ridarola. In compenso, American Dream, impettito, stava scendendo lungo il buco creato nel soffitto dall’albero.
Sì, vieni qui!
Stray concentrò il proprio potere in alto. Afferrò American Dream per le caviglie e tirò. Lo sentì scivolare giù di un paio di metri, poi scalciare per liberarsi.
Oh, no, figlio d'un cane, questa volta non mi scappi, fosse l'ultima cosa che faccio!
Le parve di sentire le mani di qualcuno che la sorreggevano quando smise di levitare, ma non le importava. L’unica cosa importante era convogliare tutto il potere sull’afferrare e tenere fermo quel grandissimo stronzo.
Mani lo spinsero in giù a partire dalle spalle, altre gli strinsero braccia e gambe in una morsa. Quando lo sentì cercare di girare il capo, gli bloccò la testa e compresse il torace.
Dove pensi di andare? Vuoi sgusciare via? Scordatelo!
«Non fartelo scappare, Stray!»
«No, ferma! Dehydra! no!»
«Non è American Dream! Non è lui!»
Iniziò a premere sulla gola dell’uomo.
«Matt! No, ferme!»
Uno schiaffo le bruciò la guancia, un secondo.
Non si fermò. Ora la sentiva: la torre stava ancora vibrando come un fottuto diapason, solo in modo diverso. Vibrava a tempo con lei, la rafforzava, le dava più mani con cui imprigionare il texano, più forza in ciascuna mano per non farselo scappare, per fargli male come lui ne aveva fatto a lei.
AD si contorse, sembrò allungarsi, sfaldarsi, dimenarsi in preda a spasmi. Le ossa si protesero per fuoriuscire dalla carne, e la carne sembrava indecisa tra squarciarsi e ribollire via.
Stray si sentì ridere, qualcuno urlò.
Un nuovo trucco, eh? Non importa, ti terrò qui, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia.
Gli zigomi esplosero fuori dalle guance di American Dream, spuntoni perforarono il torso, si ripiegarono all’indietro, li sentì esplodere dalla schiena. Sempre più inumano e contorto, sempre più debole nel tentare di resisterle.
Gli strinse il collo con decisione. Qualcosa si ruppe, la massa che tratteneva con la telecinesi all’improvviso evaporò, lasciandola a mani vuote.
Stray era scossa dai conati di vomito e piangeva, accasciata a terra.
«Mi è scappato.» riuscì a gorgogliare.
La torre vibrò piano, come in risposta alle sue parole.
«Ehi, tranquilla, tesoro! Il tizio è morto», la rassicurò Dehydra. Le diede pure una pacca sulle spalle.
«Cosa avete fatto a Matt?»
Stray guardò Libby. La velocista era imbambolata, sconvolta. Sembrava che l’accaduto le avesse tolto tutto l’argento vivo di dosso.
«Non era il tuo Matt. Era Nightshifter.» sputò Bonnie, col naso arricciato.
«Qualunque cosa fosse, ora è a secco come uva sultanina nel Sahara. Cazzo, facciamo una bella squadra!»

* * *

Admiral City.
Attico del Crowne Plaza.
Ore 11.57 P.M.

Tito afferrò il fratello prima che cadesse, lo scosse. Gli occhi di Theo erano fissi sul soffitto, sgranati e acquosi. Annaspava per respirare.
Tito gli slacciò la cravatta e la camicia, lo chiamò per nome.
Gli tastò la gola: battito frenetico, pelle secca. Fumo nero sgusciò dalle labbra screpolate, aleggilò per un istante, venne risucchiato quando Theo inspirò con un singulto.
Tito arretrò di un passo, capì di non poter far nulla quando iniziarono le convulsioni.
Guardò le ossa di Theodor allungarsi, squarciare carne e abiti e trasformarlo in una caricatura umana irta di spuntoni. Il volto era irriconoscibile. Non una sola goccia di sangue era uscita dalle ferite, la carne era secca come cuoio.
Tito sorrise mentre iniziava a svuotargli le tasche.
«Mi spiace, hermano, ma consolati: farò buon uso del tuo cadavere.»

* * *

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 11.58 P.M.
La torre vibrava di nuovo. Polvere e calcinacci scendevano dal soffitto.
Stray guardò in alto. Scricchiolii continui, le crepe attorno alle radici si allargavano a vista d’occhio, serpeggiavano fino ai muri.
«Oddio, quanto è grande quell’albero?» sussurrò con un brivido.

* * *

Admiral City.
Periferia.
Ore 11.56 P.M.
Ammit ha fame. La gente che si è riversata per le strade fugge quando la vede, ma non è cibo, non vale la pena inseguirli.
Annusa l’aria. Vento umido che odora di mare e di cibo, dalla sua destra. Un bambino malaticcio dagli occhi scuri la guarda da sotto il porticato di una villetta, immobile. Lui la sfamerà, almeno un pochetto. Carne giovane. Carne tenera. Saliva le cola dall’angolo della bocca.
A quattro zampe, corre verso il bambino. Non riesce a pensare ad altro che a quelle gambette magre, a quanto cibo devono contenere. Poco, ma tutto per lei, da strappare, gustare, leccare via, rosicchiare. Un frammento alla volta. E lei ha così tanta fame!
Un colpo, come un pugno, nell’incavo del ginocchio. Un secondo sulla spalla, un terzo sulle reni.
Ammit scarta verso un’auto parcheggiata, ci si lancia contro e la usa per rimbalzare indietro e fronteggiare chi l’ha attaccata.
Uomo con cappello e impermeabile. È sicura che le stia mostrando i denti.
Gli ringhia contro e l’uomo spara, immobile in mezzo alla strada, ma lei scarta di lato e viene solo sfiorata dai frammenti di vetro dell’auto.
È indecisa. Cibo o pericolo? Si piega su ginocchia e gomiti. Un altro pugno caldo, al braccio sinistro.
Prima il pericolo, poi il cibo.
Il vento gira. Ammit sorride. Pericolo e cibo assieme. Perfetto.
Scatta di nuovo. L’asfalto sotto la pelle è caldo, si scuote, la fa inciampare. Il rombo arriva un istante dopo, insieme all’urlo assordante dell’uomo. Si ferma, stordita e con la bocca secca. Ha paura, paura folle di qualcosa che non sa definire. E l’uomo… l’uomo ha qualcosa di sbagliato, anche se Ammit non ricorda cosa.
L’uomo guarda lontano. Ne segue lo sguardo, senza sapere perché.
Un frammento del suo cervello ricorda il profilo, il nome della cosa visibile in lontananza: Salazar Tower.
Tutte le finestre illuminate, la torre barcolla come ubriaca, si spezza in due in verticale. Emette un lampo, come una serie di anelli concentrici, poi tutte le luci si spengono mentre una metà si accascia di lato.
La fame chiama.
Ammit corre verso l’uomo, che sta ancora guardando affascinato il crollo. È a due balzi di distanza quando il cibo solleva il braccio e le spara al polso, senza nemmeno girarsi.
Ammit sgambetta via, ringhiante. Si porta la mano alla bocca. Il sangue sa di buono, ma non come quello del cibo.
Si getta di nuovo all’attacco.
È il vento a fermarla. È secco, lo cavalca il boato del crollo e una nube di polvere finissima che le si deposita addosso e le imbianca la pelle.
Ammit respira a pieni polmoni, si lecca le labbra.
Cibo. Cibo in polvere.
Si lecca le mani e le braccia. Si getta a terra e inizia a lappare la polvere dall’asfalto.
Cibo, ed è tutto suo.
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martedì 16 ottobre 2012

Capitolo 27 (di Gianluca Santini)



Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:25 A.M.

Il suo avversario attaccò nuovamente. Il primo pugno venne schivato, mentre il secondo lo colpì in pieno, sbalzandolo all’indietro. American Way impattò contro il muro di un edificio e affondò dentro la struttura. Rockster, fermo in mezzo alla strada, era ormai enorme, i suoi pugni travolgenti. Lo scontro andava avanti da più di un’ora, il supereroe più amato dagli americani non si stupì nel vedere il Super di Fortress Europe con il fiatone. American Way sorrise da sotto le macerie, ignorando la sensazione che gli si era insinuata dentro.
Quando aveva abbandonato i sotterranei della torre era stato intercettato da Nightshifter. L’essere fatto d’ombra lo aveva attirato a sé e aveva sentito il freddo avvolgerglisi attorno. Una sensazione di violazione che ancora non lo aveva abbandonato del tutto. L’abbraccio di Nightshifter lo aveva portato in un mondo d’oscurità, dal quale era riemerso solo in cima alla torre, ritrovandosi di fronte al suo amico, Dave, Mezzanotte. Appena lasciata la torre era stato bloccato da Rockster. Aveva pensato di risolvere la questione in poco tempo, invece Rockster era ancora lì, a menare pugni e a ruggire infuriato.
American Way si alzò in volo, scartò un attacco dell’europeo e si librò verso l’alto. Dopo qualche istante sentì l’urlo di Rockster e il rumore dell’asfalto che si spaccava. Guardò dietro di sé, Rockster aveva spiccato un salto nel tentativo di intercettarlo. Si arrestò all’improvviso, si volse verso l’avversario e caricò la sua potenza. Tutta, senza più freni. Sorrise di nuovo, poi scattò in avanti, annullando la distanza che lo separava dall’avversario. Lo colpì in mezzo al volto. L’impatto fu devastante, il rumore come quello di un terremoto, le finestre di alcuni edifici vicini esplosero in mille pezzi, gli antifurti delle automobili iniziarono a lamentarsi.
Osservò il corpo di Rockster precipitare verso il basso, atterrare aprendo una spaccatura sull’asfalto. Il Super americano sfrecciò verso di lui, caricando un secondo pugno. Rallentò poco prima di arrivare a livello del terreno, rimase sospeso in aria, a pochi centimetri dal muso dell’europeo. Infine lasciò andare il braccio e il pugno si riversò con tutta la sua forza sul petto di Rockster. Sentì qualcosa rompersi. La spaccatura nel terreno si allargò.
American Way appoggiò i piedi sulla strada e osservò il corpo del suo avversario. Il suo sorriso si aprì, constatando la morte di Rockster.


***

Admiral City
Salazar Tower
08:25 A.M.

Quando si trovò all’altezza del quindicesimo piano, decise di entrare nella torre. Sfondò una finestra e si ritrovò in un grande salone. Uranium si guardò intorno, notando il tronco di una quercia che dal piano inferiore arrivava fino a quello superiore. L’Uomo Atomico corrugò la fronte, poi il pavimento vicino all’albero si frantumò e apparve American Dream.
«Matt!» urlò.
Ma quello davanti a lui non era American Dream. Sbuffi di fumo nero gli uscivano dalla bocca a ogni respiro e il volto era distorto in una smorfia crudele.
«No, non sei lui…»
Le fattezze di American Dream iniziarono a dissolversi, rivelando un essere sfuggente, un’ombra oscura che non sembrava possedere una fisionomia propria. Uranium avvertì la sua risata rimbombare nell’ambiente.
«Non sono American Dream più di quanto non sia tante altre persone. Mi chiamano Nightshifter.»
«Sei un essere fatto d’ombra?»
«Sì, possiamo metterla così, Uomo Atomico. Io sono ombre, copie di fattezze e poteri.»
«Rubi fattezze e poteri?»
«Li copio, li rubo, usa la parola che preferisci. Come ogni ladro ho diversi metodi, ma il risultato è sempre lo stesso.»
Uranium si mosse, alzò il braccio verso Nightshifter.
«Cosa hai fatto a Matt?»
«Io? Dovresti chiedere cosa gli ha fatto il padrone di questa torre, semmai. Inoltre, davvero vorresti usare i tuoi poteri qui dentro? Ti facevo più prudente.»
Uranium dovette riconoscere che l’essere aveva ragione. Sprigionando i suoi poteri lì dentro avrebbe potuto causare danni irreparabili. Frustrato fece ricadere il braccio. Vide l’essere assumere di nuovo le sembianze del suo amico e collega. Il falso American Dream gli sfilò affianco e si fermò un attimo alla finestra da cui Uranium era entrato. L’essere indicava verso l’alto, un gesto inequivocabile. Lo vide volare via, diretto verso il tetto della torre. L’Uomo Atomico si lanciò al suo inseguimento.


***

Admiral City
Attico del Crowne Plaza
08:26 A.M.

Theodor decise di chiudere il dialogo che si stava svolgendo al quindicesimo piano della torre. Le sue labbra si mossero, ma il suono venne udito solo laggiù, da Uranium.
Tito gli si avvicinò, domandandogli se stesse andando tutto per il meglio.
Theodor tornò per un attimo in sé, controllando la sua essenza d’ombra in modo automatico, senza concentrarsi. Si rivolse al fratello e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Sì, il rendez-vous in cima alla torre è quasi completo, ora che Uranium ci degnerà della sua presenza.»

***

Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:35 A.M.

American Way fece qualche passo, lasciandosi il cadavere di Rockster alle spalle. Subito dopo sentì che qualcosa era appena atterrato dietro di lui. Qualcosa di grosso. Si girò e vide Starcrusher, avvolto da scariche purpuree, fermo con i piedi piantati sul corpo dell’europeo, ormai tornato alle sue dimensioni normali.
«American Dream!» urlò.
«Way, mi chiamo American Way, stupido bestione.»
Starcrusher non replicò e lanciò una scarica viola verso il suo avversario. American Way la deviò con il braccio, un edificio lì affianco esplose.
Si avventò contro il nuovo avversario, accusandolo di non avergli fatto riprendere il fiato dopo aver steso Rockster. Starcrusher non rispose, attese di essere a distanza sufficiente e lanciò nuove scariche, tutte prontamente deviate dal Super americano.
«Tutto qui quello che sai fare, Starcrusher?»
«No.»
Starcrusher gli si avvicinò e iniziarono a combattere per lungo tempo corpo a corpo. American Way accusò e diede colpi, dovette riconoscere che il supercriminale era un avversario decisamente più ostico di quell’europeo che giaceva ai loro piedi. Starcrusher pareva instancabile, per quanto American Way sferrasse i suoi colpi, il criminale riusciva a schivarli, oppure ad accusarli senza mostrare troppi danni.
A un certo punto, stanco della durata della battaglia, American Way si fiondò dentro un edificio, seguito dall’avversario. Doveva trovare un modo per abbatterlo una volta per tutte, se non voleva sprecare altro tempo prezioso. Pensò di riutilizzare il trucchetto usato con Rockster, quindi caricò tutta la sua potenza e si fermò all’improvviso, girandosi verso Starcrusher. Tuttavia il criminale era troppo vicino e, anziché muoversi verso di lui per attaccarlo, American Way si ritrovò stretto tra le sue possenti braccia, immobilizzato dalla forza del criminale.
«Ora vedrai cosa so fare, American Dream.»
Il corpo di Starcrusher venne avvolto di nuovo da scariche purpuree. American Way iniziò ad avvertire un’intensa sensazione di calore provenire dal suo avversario. L’energia misteriosa che lui riusciva a governare si stava concentrando dentro il suo corpo, era avvolto da una luce viola intermittente.
Starcrusher sorrise, l’energia esplose. L’edificio venne distrutto completamente, i detriti si sparsero per decine di chilometri attorno all’esplosione. Crollarono altri palazzi, le automobili parcheggiate lì vicino volarono via a grande distanza. Il rimbombo si attenuò solo dopo qualche minuto.
Starcrusher si accorse che il corpo di American Dream era leggero come un fuscello. Lo lasciò andare e lui si accasciò al suolo. Il supercriminale lo guardò attentamente e poi esultò lanciando scariche viola verso il cielo. American Dream era morto.

***

Admiral City
Centro S.T.A.R.T.
08:30 A.M.

«Non sento più i suoi pensieri» affermò Scanner.
Rushmore lo guardò, incitandolo a esprimersi meglio.
«Il sogno americano è morto. Ed è morto proprio da American Dream. Negli ultimi istanti di vita gli inganni di Salazar sono sfumati, Matt si è reso conto delle menzogne su Dave, delle illusioni su Mezzanotte in cima alla torre, del male che ha fatto agli europei. Ha pensato a Libby.»
«Non sarà facile spiegarle tutto quello che è accaduto a Matt…» sussurrò Rushmore.
«La sento di nuovo, proprio ora. La nostra Lady Liberty finalmente si sta svegliando.»
Rushmore tirò un rumoroso sospiro di sollievo.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
08:30 A.M.

Nightshifter raggiunse il tetto della torre. Vide Salazar e Mezzanotte avvicinarglisi, gli sguardi determinati.
«Grazie per aver fatto le mie veci in mia assenza…» cominciò Mezzanotte.
Il falso American Dream fece un gesto rapido con le mani per minimizzare, e poi si rivolse verso il ciglio del tetto.
«Sta per arrivare» disse.
In quel momento Uranium apparve in volo e andò ad atterrare a qualche metro di distanza dai tre.
«Eccolo arrivato, finalmente! Il Super che fa al caso nostro, per aprire le danze» commentò Salazar.
«È ora di accelerare i tempi, di mandare avanti l’orologio del mondo» aggiunse Nightshifter.
Salazar e Mezzanotte annuirono insieme, mentre le fattezze di American Dream iniziarono a cambiare. Al posto dell’aspetto del Super più famoso d’America apparve il corpo snello e affascinante di una delle attrici più desiderate del globo, Scarlett Johansson. Un filo di fumo nero galleggiò davanti alle labbra carnose. I tre risero di fronte all’espressione incredula dell’Uomo Atomico.
«Nessuno immaginava cosa si celasse dentro di lei. Nemmeno lei lo sapeva» commentò Nightshifter.
Gli occhi della Johansson si illuminarono di una luce rossa e il sole accelerò il suo cammino lungo il cielo. Nightshifter osservò lo stupore nel volto di Uranium, mentre l’Uomo Atomico era bloccato a guardare il cambiamento temporale di fronte ai suoi occhi. Il sole tramontò, la notte prese di nuovo il sopravvento sul giorno.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
11:45 P.M.

Alla fine la luce rossa scomparve dagli occhi della donna. Uranium riuscì di nuovo a muoversi, mentre Nightshifter riassunse le sue sembianze e allargò le braccia.
«Il tempo è vicino, ora mancano solo quindici minuti a mezzanotte.»
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martedì 25 settembre 2012

Capitolo 24 (di Gherardo Psicopompo)




Un punto imprecisato sopra l’Oceano Atlantico
12.000 metri di altezza
22 Aprile 2013
Ora di Admiral City: 06.45

Wael Ghaly comandò silenziosamente a uno dei canopi che lo avevano seguito in quel viaggio di portargli il telefono satellitare.
Se lo rigirò per un po’ tra le mani, pregustando la chiamata che lo avrebbe portato un po’ più vicino al suo obiettivo. Doveva aspettare ancora almeno un’ora prima di atterrare ad Admiral City, quindi tanto valeva non affrettare le cose.
Assaporò lentamente l’ultimo goccio di karkadè ghiacciato.
Compose il numero.
Dopo il secondo squillo, un agitatissimo tenente Alex Ross rispose al telefono.
«Tenente colonnello Alex Ross. Chi parla?»
«Io e lei non ci conosciamo di persona, tenente Ross. Tuttavia io ho sentito molto parlare di lei. E lei di me.»
«Senti amico, questo non è il momento...»
«Oh, io invece credo proprio che lo sia. Vede, tenente Ross, io so che voi di Admiral City avete un grosso problema. E forse posso fare qualcosa per aiutarvi a risolverlo.»
Un lunghissimo momento di silenzio precedette la domanda di Alex Ross.
«Chi è lei?»
«Quasi tutti mi conoscono come il Grande Toth.»
«Lei è il signor Ghaly? Il presidente Egiziano?»
«Precisamente. Dunque, tenente Ross, dicevamo di quel problema...»
«Lei cosa sa?»
«Tutto, sostengono alcuni. La verità è che so molte cose. E tra queste c’è il fatto che presto avrete una bella patata bollente per le mani. Una patata di teleforce, per essere più precisi.»
«E... ? »
«E io vi posso offrire qualcuno disposto a mangiarla in un sol boccone, quella patata. Senza paura di scottarsi la lingua.»
Passarono ancora alcuni secondi di silenzio, durante i quali il tenente Alex Ross probabilmente cercava con lo sguardo un suggerimento dai suoi superiori, mentre Wael Ghaly sorseggiava soddisfatto un nuovo bicchiere di karkadè.
«Immagino che questo... aiuto non giunga da parte sua in  via del tutto disinteressata. O sbaglio, signor presidente?»
«Voi americani non andate tanto per il sottile, vero? È un peccato che vi sfugga in questo modo il piacere della trattativa.»
«Dunque?»
«Dunque, vi offro uno scambio, niente di più semplice.»
«Uno scambio tra il suo provvidenziale mangiatore di patate bollenti e... ?»
«E Angela Solheim.»

***

Admiral City,  Salazar Tower
Ore 07:10
«Svegliati! Eddie, svegliati maledizione!»
La voce gli giungeva lontana e ovattata, quando aprì gli occhi vide solo immagini sfocate. Lentamente si sforzò di riprendere conoscenza, mentre sentiva che qualcuno lo scuoteva e lo prendeva a schiaffi.
«Andiamo! In piedi!»
«La delicatezza non è mai stato il tuo forte, eh Bonnie?»
Bonnie smise di prenderlo a schiaffi e lo aiutò ad alzarsi.
«Non è il momento, Eddie! Dobbiamo sbrigarci, Mezzanotte se n’è andato via! Con mio padre! Erano diretti in cima alla torre...»
«E tu che vorresti fare? Fermarli? Da sola?»
«Con te!»
«Io al massimo posso far crescere un gigantesco fagiolo magico fino in cima al palazzo, lo sai.»
«Piantala di fare l’idiota! Il momento dell’autocommiserazione è finito. Dobbiamo muoverci Eddie, prima che sia troppo tardi!»
«Va bene, ricevuto, andiamo a farci ammazzare.»
«Prima, mentre venivo qui, ho visto Uranium che si dirigeva verso i piani alti della torre. Potremmo trovare anche lui, spiegargli come stanno le cose e farci dare una mano.»
Eddie e Bonnie si diressero verso il corridoio che conduceva agli ascensori, ma prima che potessero arrivare all’imboccatura del passaggio una voce dietro di loro gli fece gelare il sangue.
«Dove credete di andare, ragazzi?»
I due si voltarono, e si trovarono davanti American Dream, con i lineamenti distorti da un ghigno mostruoso e fumo nero che gli usciva dalla bocca.
«Nightshifter!»
«Mi dispiace ragazzi, ma i capi non vogliono interferenze lassù. Non costringetemi a trattenervi con la forza.»
American Dream scattò in avanti a supervelocità non appena si accorse che il suo sterno stava cominciando a spingere per uscire fuori dal petto. Riconobbe immediatamente il potere di Bonnie, e in meno di un secondo piombò su di lei colpendola con una spallata e scaraventandola contro il muro, a qualche metro di distanza.
Pezzi d’intonaco si staccarono per la violenza dell’impatto.
«Bonnie!»
Eddie si precipitò verso di lei per cercare di soccorrerla. American Dream/Nightshifter li guardava da lontano con un sorriso sprezzante stampato in faccia.
«Tranquillo Ed...» la voce di Bonnie era un sussurro strozzato, mentre Eddie le teneva la testa tra le braccia «indurisco sempre un po’ le mie ossa prima di uno scontro. Non mi ha fatto poi così male.»
Il sangue che Eddie si ritrovava sulle mani e l’orecchio quasi spappolato di Bonnie facevano pensare il contrario.
«Pezzo di merda...»
Eddie si accorse solo in quel momento che stava stringendo in mano un orecchino di Bonnie. Era sporco di sangue, e Eddie lo osservava incuriosito mentre mutava, nel palmo della sua mano. Improvvisamente, l’oggetto era come scosso da brividi, lo vide ingrossarsi, gonfiarsi, farsi viscido e verdastro. Poi spuntarono le prime due zampe. Poi altre due. Quando, inorridito, Eddie lo lasciò cadere a terra imprecando, si accorse che era una rana.
Eddie e Bonnie la osservarono saltare via, verso il fondo della sala.
«Eddie ma che cazzo...»
«Sono stato io? L’ho fatta io quella... Cosa?»
Eddie si guardava i palmi delle mani, incredulo.
American Dream, dal canto suo, sembrava non aver nemmeno notato la scena. Se ne stava all’imboccatura del corridoio, dove si trovavano i due ragazzi prima che lui schiantasse Bonnie contro il muro.
«Sai? Credo che mi sia venuta un’idea.» disse Eddie mentre si slacciava le scarpe.
«Che?»
«Lasciami fare. Devo sperimentare. È solo sperimentando che i grandi geni della storia hanno fatto quello che hanno fatto.»
Strinse tra le mani una delle sue scarpe, si concentrò, e un attimo dopo teneva in mano una ghianda. Se la rigirò soddisfatto tra l’indice e il pollice.
Poi fece lo stesso con l’altra scarpa.
«Ah-a! Fortissimo!»
«Ma si può sapere che cazzo fai?» Bonnie si era spazientita, e cercava di rialzarsi, mentre da sopra la spalla di Eddie sbirciava American Dream che faceva la guardia all’imboccatura del corridoio.
«Credo che sia successo qualcosa... Al mio “dono”, intendo.»
«Che cosa? »
«Il mio potere... Credo si sia evoluto.»
«Sei un Pokemon adesso? »
«Non scherzare. Se ho capito bene come funziona, ora posso davvero “dare la vita”. Posso trasformare in qualcosa di organico ciò che non lo è! »
«Tu... Puoi fare cosa?! »
«Te l’ho detto! Posso farlo! Trasformo gli oggetti in piante, in frutti, persino in animali! Guarda!»
Si staccò un bottone, che improvvisamente diventò una mosca e volò via.
«Visto? Ora vieni, aggrappati a me, e non preoccuparti. Ce ne andiamo da qui.» 
Appoggiò a terra una delle due ghiande, e mise l’altra in tasca.
«Ehi amico! Non ti secca se facciamo un salto su, vero? »
American Dream si voltò verso di loro, giusto in tempo per vedere delle gigantesche radici spuntare sotto i piedi di Eddie e Bonnie, che un attimo dopo erano spariti, inghiottiti da fronde immense. Una sequoia gigantesca era cresciuta a velocità sorprendente nell’angolo della stanza. E continuava a crescere, senza fermarsi. Le radici spaccavano il pavimento, formando crepe e rigonfiamenti. Il tronco diventava sempre più largo e più alto, le fronde più fitte.
Nel giro di qualche secondo i rami più alti avevano raggiunto il soffitto e lo avevano riempito di crepe. Poi lo avevano sfondato.
«Merda!»
Nightshifter si alzò in volo, sfondando il soffitto e ritrovandosi al piano superiore.
Al centro della stanza, non lontano dal buco nel pavimento, cresceva una seconda quercia che arrivava al piano superiore.
«Ti diverti, eh, Prezzemolino?» e passò al piano superiore, sempre sfondando il soffitto.
Si guardò intorno, cercando tracce dei due fuggitivi nella sala deserta.
Nel frattempo, nascosti tra le fronde della prima sequoia, Eddie e Bonnie pensavano a come sfruttare il vantaggio dell’effetto sorpresa.

***

Admiral City
Nel cielo sopra al centro START
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Dunque abbiamo un accordo?»
«Così sembrerebbe, signor Ghaly.»
«Ora da questo aereo verrà calata una cassa in titanio, direttamente sopra l’eliporto del vostro quartier generale. Nella cassa c’è la vostra... soluzione. D’ora in poi ci riferiremo a lei come Ammit. Uno dei miei uomini scenderà per mostrarvi come controllarla. È fondamentale la presenza di uno dei vostri telepati.»
«Bene.»
«Dopodiché, io e i miei uomini avremo la piena libertà di utilizzare qualunque mezzo...»
«A patto di non nuocere ai civili.»
«Naturalmente. Qualunque mezzo, dicevo, per prelevare dal suo laboratorio la dottoressa Solheim e tutto il contenuto del laboratorio stesso.»
«Esattamente.» la voce del tenente Ross tradiva la sua disapprovazione per ciò che era stato deciso malgrado la sua ferma decisione di opporsi alla trattativa con il Grande Toth.
«Senza nessuna interferenza da parte vostra, né della vostra squadra di Super.»
«Sì.»
«Molto bene, tenente. Iniziamo la procedura per il trasferimento di Ammit.»
Wael Ghaly riagganciò e si concesse un sorriso soddisfatto. Poi comandò mentalmente a uno dei suoi canopi, opportunamente equipaggiato con una tuta policarbonica che lo proteggesse dal potere di Isabelle, e con il volto coperto da una maschera che raffigurava la testa del dio Anubis, di scendere insieme ad Isabelle.
«E’ davvero un peccato. Non si prova nessun gusto a intavolare trattative con chi non apprezza fino in fondo questa nobile arte.» 
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martedì 21 agosto 2012

Capitolo 19 (di Domenico Helldoom Attianese)




Laboratorio Centro START 
22 aprile 2013 
Ore 6:25  


Cheveaux d’Ange si era risvegliato, il suo corpo almeno.
«Non sono il francese, sono Scanner.»
«Come?» Blackjack era confuso. 
«Probabilmente avrà trasferito tutta la sua mente dentro di lui, forse perché altrimenti molti dettagli sarebbero andati persi», spiegò Rushmore. 
«E bravo il cervellone», rispose Scanner, col corpo del francese. 
«Visto che non sei morto, Dream è tornato normale?» 
 «No, Rushmore, ormai American Way è libero. I blocchi psichici sono saltati quando sono entrato in coma e Salazar ha trovato, non so come, il modo di soggiogarlo ai suoi ordini. Way è convinto di vedere Mezzanotte, che lui crede essere un certo Dave con cui sarebbe cresciuto. Non so come abbia fatto, ma Salazar controlla uno dei super più potenti in circolazione.» 
«American Dream è contro di noi…» 
«Sì, ma non è questo il problema più grande. Salazar e Mezzanotte stanno per fare la loro mossa, grazie ai poteri di Mezzanotte intendono far saltare Portorico e generare un’onda di Teleforce che si spargerà per tutto il pianeta.»

* * * 

Salazar Tower
22 aprile 2013
Ore 6.25

«Allora perché ci sei tu qui, papà?»
«Mezzanotte non è solo un nome, è un piano. Codice di sicurezza: Omega-Tesla-Geova-Super.» Salazar vide Bonnie guardare oltre le sue spalle. Un muro si divise in due alle sue parole e rivelò uno scheletro metallico collegato ad una postazione computerizzata. 
«Questo, Lisa, contiene il cervello di Maxwell, e questo» - disse, indicandogli il diamante che lo scheletro portava al collo- «contiene la sua anima. Mezzanotte è mantenuto in questo mondo da un supporto vitale e dal mio potere. Il mio potere è superiore a quello dei super creati dall’incidente, io sono stato esposto alla pietra intera. In parole semplici, posso controllare e manipolare le anime degli esseri viventi, posso sentirle e osservarle, comprenderle e alterarle.» 
Bonnie gli sembrava confusa. Non aveva mai fatto cenno a nessuno dei suoi poteri, ma ormai non aveva più senso nasconderli. 
«Forse capirai meglio così. Nightshifter, entra.» 
«Eddie, stai bene?» chiese Bonnie, preoccupata, vedendo entrare Eddie, dalla cui bocca colava una nebbia nera.  Salazar gli toccò la fronte, gli occhi si illuminarono di verde e Nightshifter uscì dal suo corpo, solidificandosi accanto a Salazar. 
«Sta benissimo, controllo la sua essenza ora, e gli ho fatto un upgrade. Voi due, come molti super, siete molto più potenti di quello che pensate.» disse Salazar e toccò la fronte di Bonnie. Anche i suoi occhi si illuminarono di verde e, come Eddie, si fermò in piedi di fronte allo scheletro. 
«Come lui, ora sei più potente e soggiogata a me. Ora calma, sento che cerchi di liberarti. Non puoi, mettiti il cuore in pace e ascolta. Voglio farti capire, voglio che almeno uno dei miei figli sia con me» disse, con un misto di speranza e dispiacere nella voce. 
«Che devo capire, sei un pazzo bastardo, papà» 
«Sssh» fu la risposta di Salazar, e Bonnie ammutolì. «Come stavo dicendo, io e Maxwell ci separammo dopo l’incidente del ‘73. La nascita dei super aveva creato in me un nuova speranza, un mondo che ci avrebbe uniti agli uomini e ci avrebbe permesso di progredire verso un futuro migliore. Maxwell capì, prima di me, che non sarebbe stato possibile e ognuno andò per la sua strada. 
Dopo l’incidente di Rodeo Drive mi ricontattò, disse che aveva scoperto qualcosa di terribile. 
Quando andai da lui, scoprii che stava morendo. Lo avevano contaminato con qualcosa creato apposta per i Super, e mi mostrò i piani dell’ONU che era riuscito a recuperare. 
Un virus chiamato “Piaga del superuomo”, campi di concentramento, bombardamento nucleare. Era quello che volevano fare nel caso fosse successo qualcosa di simile all’incidente del 2001 o a quello del 1973. 
Non potevo lasciarlo morire cosi, avevamo attraversato i secoli insieme, eravamo più che fratelli e cosi chiusi la sua anima in quel diamante e il suo cervello in quello scheletro. Portai ciò che rimaneva di lui qui, e andai a chiedere spiegazioni. 
Non negarono nulla, mi minacciarono e mi dissero che solo l’entusiasmo che gli uomini avevano per i super ci salvava ancora dalla nostra fine. 
Per anni meditai su cosa fare, pregando che non scoccasse qualche scintilla, ma non potevo attendere per sempre. 
Quei due psicopatici dei miei figli sono sempre più difficilmente contenibili.  
Quel bastardo di Yell è sempre più azzardato in quello che fa. La minaccia del risveglio di American Way, che ho fortunatamente arginato, prima che mostrasse al modo la sua follia. 
E questi sono solo alcuni dei pericoli che potrebbero scatenare contro i super l’ira e la paura di un intero pianeta. Certo, vorrei che tutti i super si unissero a me e non dovessero perire insieme a Portorico, ma molti non capirebbero. 
I Governi ci temono, vogliono distruggerci. E i super alleati ai governi, come lo START e la Fortress Europe, hanno tradito i loro simili. Quindi è ora di assumere il posto che ci spetta. 
Se tutti diventano Super, non avremo più nemici» disse Salazar, sinceramente dispiaciuto per quello che lui e Mezzanotte avrebbero dovuto fare ad alcuni dei loro simili. 
«Ed ora all’opera, ricreiamo un corpo a Maxwell» concluse. 

Toccò prima la fronte di Eddie, poi quella di Bonnie sintonizzando le loro anime e codificando i suoi ordini.
Si misero all’opera, mentre Salazar sentiva tutto quello che facevano. 
Prima Bonnie mutò il minerale dello scheletro da argento a calcio, mentre Eddie duplicava il DNA dal cervello creando il midollo. Mentre il lavoro di Bonnie era finito, Eddie continuava, cellula dopo cellula, a ricostruire il corpo. 
Reni, Polmoni, Cuore e tutti gli altri organi interni. Intanto uno shanghai di vene ed arterie si generava partendo dall’alto, mentre strati di cartilagine, muscoli e pelle iniziarono a ricoprire tutto lo scheletro.
Per ultimi creò gli occhi, di un azzurro intenso e dei lunghi capelli neri. 
Bonnie ed Eddie si spostarono e Salazar si avvicino al nuovo corpo. Staccò il diamante dal suo collo e la pietra andò in polvere nelle sue dita, lasciandogli un fumoso pugno di energia verde tra le mani. 
Con l’energia tra le mani, appoggiò i palmi al corpo e un’esplosione di Teleforce proveniente dal redivivo Maxwell stese Nightshifter, Eddie e Bonnie. 
Un sorriso si stampò sul volto di Maxwell, che abbracciò Salazar. «Finalmente ti sei reso conto che avevo ragione, eh Hal?» 
«Purtroppo sì, dobbiamo agire in fretta… ma prima mettiti qualcosa addosso» rispose Salazar sorridendo di rimando. 
«Ah, sì», rispose e semplicemente pensando riorganizzò gli atomi intorno a se in un nuovo costume. 
«Che te ne pare?» Sembravano due ragazzini che non si vedevano da tempo, pronti a giocare di nuovo insieme. 
A un gioco che avrebbe sconvolto un pianeta.
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martedì 10 luglio 2012

Capitolo 14 (di Cervello Bacato)


 

Admiral City
Nelle vicinanze della Salazar Tower
22 aprile 2013
ore 06.17 AM

Vomitò copiosamente sui tre cadaveri che gli giacevano innanzi. Tre sagome nere e senza vita, di cui una del tutto simile ad un sacco nero della spazzatura: accennata forma umanoide, lingua fine e tortuosa che fuoriusciva da una smorfia contratta di dolore.
Ho rischiato grosso col Triario... rimuginò tra sè il superumano, sputando i residui di saliva densa che gli infestavano la bocca di un sapore orrendo. Sapere che di mezzo c'è quello squilibrato di Nightshifter mi inquieta. Chissà che dirà il cervellone...
Un boato improvviso gli fece alzare la testa al cielo.
«E quelli cosa...!?» .

***

Salazar Tower
Quinto piano
22 aprile 2013
ore 06.15

«Rock!... Bzzz... senti?...bzz.. Rockster, mi senti!? ..bz.. Archer. Riesci a sentirmi!?» .
«Ti sento, ora ti sento. Ma che cazzo sta succedendo qui? Sento delle...».
«Ascoltami bene! E' successa un..bzz.. assurd...bzz.»
Sentiva male ma ne era certo: la voce del suo compagno tremava, era sconvolto.
«Ho ricevuto immagini da uno dei droni di Rushmore, in perlustrazione..bzz.. torre. American Dream è bzz traditore! Bzb....bz.ha ucciso Sun e forse anche Stray è... bzz...»
Il pilota s'interruppe e senza alcun contegno lasciò spazio solo ai singhiozzi.
«Ma che cazzo stai dicendo?! Il lurido bastardo cosa?!», urlò quel ''Big Show'' alla sua tuta aderente in cui era incorporata la ricetrasmittente.
«Devi riportarli fuori e bzb... Solo Waver e Versor... aiuto... Non... bzz...cazzate! Hai capito..bzz? La mia Stray... bzbz...»
Rockster troncò la conversazione e sbriciolò senza il minimo sforzo la parete su cui si reggeva. Rabbia. La sua stazza cresceva a vista d'occhio. Guardò il pavimento, i piani inferiori. Da pochi minuti a quella parte riusciva a percepire quelle presenze. Una in particolare lo attraeva. Alzò un piede, pronto a sbatterlo per sfondare i metri che lo separavano da Lui.
American Dream, chi altri se non quel figlio di troia!
Lo stivale in pelle si fermò a pochi centimetri dall'impatto.
Dove te ne voli Riccioli d'oro?... Stavolta ti faccio il culo!
La Rabbia aumentava. La sua massa era più che raddoppiata. Il bestione corse demolendo ogni cosa gli si parasse davanti, fuoriuscendo dalla torre e piombando cinque piani più giù, davanti all'entrata dell'edificio. Lì, decine e decine di membri delle forze dell'ordine. In disparte, un rottame col fucile e un teppista dall'aria sfigata. Non si curò di loro, si piegò su se stesso flettendo le ginocchia nude, ora larghe quanto un'intera persona. La Rabbia esplose. Il rinculo gli formò tutt'attorno una voragine profonda qualche metro e in un area di cento, tutti caddero a terra, incapaci di mantenere l'equilibrio per l'inatteso movimento sussultorio del terreno. Rockster vide la città sotto di lui farsi piccola, l'onda d'urto dissolversi, le luci allontanarsi.
Ti vedo, ti prendo e ti squarto con le mie mani pezzo di merda!
Riflessi fulminei e potenza esplosiva, una manciata di secondi dopo stava stringendo a sè AD, intercettato durante il suo volo. Lo fissò con gli occhi iniettati di sangue.
«La pagherai, cane! Ti squart...»
Non finì la frase. Incredulo, fissò un secondo American Dream, che avanzava fulmineo dalla Salazar Tower.

***

Sommità della Salazar Tower
22 aprile 2013
06.14

Immobile fra le macerie, una figura incappucciata, coperta da capo a piedi da una pesante tunica ebano. Una smorfia indefinita e per un attimo, uno spiraglio di potentissima luce da quel cenno scoperto di viso. Nightshifter gli si materializzò davanti. Il suo ventre di oscurità fumosa espulse American Dream da un gomitolo di fili d'ombra.
Questo si alzò da terra lentamente, confuso. Tastò il pavimento. Impossibile!... Lo picchiettò con le nocche. Lo bucò come fosse neve. Alla personale soddisfazione poi, seguì stupore e ammiraizione. Non appena lo vide, comprese ciò che realmente era diventato Dave. Un Dio... Uno vero!
Uccidi Rockster.
Uccidi Uranium.
Come me.
Come noi.
Sei molto di più.
Gli altri Sei...
quei vecchi
si prostreranno.
Adesso sai.
Amico mio...

Ora Matt capiva ogni cosa, sul suo amico e su sè stesso. Non disse nulla. Nessun risentimento. Matt capiva... Spiccò il volo col cuore in gola, lasciandosi luce e ombra alle spalle. Non sarò un Dio gracile!
Mezzanotte in uno sbuffo d'ombra, svanì nel buio, così com'era comparso. Mezzanotte, sempre immobile, fissò il futuro divenuto presente.
Déjà-vu... Questa volta Yell, perirete!
Il suo sorriso accecante accolse le prime luci dell'alba.

***

Laboratorio
centro START
22 aprile 2013
ore 6:15

«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!», disse Rushmore accarezzandosi il pizzetto sale e pepe.
«La testa, la testa argh... Mi sta esplodendo cosa cazzo mi ha fatto?!»
Rushmore fissò il biondino con un espressione apparentemente priva d'interesse. Aveva da poco cominciato a contorcersi sulla sedia in preda ai dolori, probabilmente cercando di uscire da quel rompicapo di pensieri che Scanner gli aveva trasmesso. Gli occhi impazziti, i denti digrignati che si consumavano.
Due menti in una. Non reggerà.
Uno dei sensori su uno schermo squillò forte.
La CIA è arrivata. Lui mi sarà d'aiuto.
L'uomo più intelligente del mondo si fece triste. Scrutò il francese, sentendosi ancora una volta un verme. Le sue intenzioni erano al sicuro. Nessun telepate al mondo avrebbe mai potuto scrutargli il cranio. C'era da perdersi in quel cervello fuori dal comune.
Se Scanner ha fatto quel che ha fatto, è per mancanza d'alternative adatte. Un cenno di logica in un infinità di scelte improbabili. Lo ha fatto per me, lui solo ne sapeva l'utilità e in quell'istante ha così ben deciso. Sarà comunque semplice giustificare la cosa. Il mio destino dopotutto, è una condanna nel buio, nella solitudine. Niente dolce musica, per me... E sia. Altri due Super, per il segreto di Mezzanotte. Altri due Super nella mente suprema.
«Cheveaux non temere», riprese poi, sembrando rincuorare il telepate e posandogli delicatamente le mani sul capo. «Non sentirai più dolore, lo giuro!»
Un minuto, soltanto uno.
Cheveaux D'Ange ora giaceva senza vita fra le braccia del professore.
Impulsi, pensieri veloci, ricordi, sangue informazioni dati nervi parole dolore frasi immagini numeri date foto...
Dave!... E' molto di più, da molto più tempo. Evitare la verità d'altronde, non equivale a mentire.
Un sorriso amaro gli accarezzò le labbra. In quel momento Blackjack, il Super della CIA, lo raggiunse.

***
Stanza personale di Karl Rushmore,
Centro START
20 Maggio 1981

«Allora Matt, parlami di quei sogni», disse la new entry dello Start, nonchè l'uomo più intelligente del mondo. Si aggiustò gli spessi occhiali da vista sul naso aquilino, mentre sedeva comodo di fronte al lettino cui giaceva disteso il compagno.
American Dream sembrava a disagio. Il suo viso tradiva un turbamento che Rushmore mai si sarebbe aspettato dal più potente superumano conosciuto.
«Questi incubi... Mi riportano a quel giorno in cui l'Ombra... Ero confuso capisci?! Una parte di me voleva di più, voleva sfogare quell'impotenza, mentre l'altra sapeva quanto fosse sbagliato. Ho ucciso... Cristo se ho ucciso...! Quella Cosa mi ha indicato la via...»
Schizofrenia, disturbi della personalità... le possibilità si susseguirono nella mente di Karl.
AD s'interruppe un momento, percorrendo con lo sguardo la piccola stanza circondata da quegl'insoliti monitor piatti e pieni di grafici pulsanti di luce. Deglutì rumorosamente, incrociando gli occhi curiosi del professore. Poi riprese.
«L'Ombra sapeva del '73, lo sapeva da molto prima...»
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martedì 12 giugno 2012

Capitolo 10 (di Cuk)



Salazar Tower.
Admiral City
22 aprile 2013
Ore 06:10 A.M.

L'ascensore si apri e Bonnie si trovò in un cilindro trasparente, in una stanza in penombra nei sotterranei.
Colonne di metallo sorreggevano il soffitto e un uomo massiccio si muoveva tra computer e controlli.
Bonnie si gettò contro il cristallo che la rinchiudeva,battendo i pugni
«Padre! Padre! Fammi uscire di qui!»
Suo padre, il viso senza tempo illuminato dalla luce fredda dei monitor, la guardò e sorrise.
«Benvenuta, figlia mia» disse. Poi tornò a concentrarsi sul suo lavoro. « Il cristallo è per tua protezione. Sii paziente, l'ospite d'onore non è ancora arrivato.»
Bonnie diede un'ultima spallata prima di ammettere, massaggiandosi la spalla, che per lei era troppo. Si rese conto anche di un'altra cosa. Una pulsazione proveniva dalle colonne attorno a suo padre, una sintonia che le risuonava dentro, e cresceva.
«Cosa stai facendo, padre?» gridò.
La porta si spalancò. Fluttuando entrò American Dream. Accasciata sulla sua spalla c’era una donna vestita coi colori di Fortress Europe, senza sensi. Col pugno destro stringeva il corpo di Sunlight, che strisciava sul pavimento lasciando una scia rossa.
«Ame...!» l'urlo le si spense in gola. American Dream l’aveva sempre intimorita: non si poteva stare nella stessa stanza senza essere schiacciati dal senso della sua presenza,ma ora… Bonnie non sapeva cosa gli fosse successo, ma la sua aura era travolgente e il suo viso…
Bonnie fu improvvisamente contenta dello spesso cristallo tra lei e loro.
American Dream posò i corpi a terra.
Suo padre aveva un’espressione triste in viso. « Non si poteva evitare ? » chiese indicando Sunlight.
«No, Salazar. L'idiota ha lottato fino all'ultimo».
Suo padre sospirò.
All'improvviso, uscendo da un bozzolo di tenebra più nera delle ombre della sala, apparve una donna, trascinando una svenuta Lady Liberty per i capelli .
Scarlett Johansson?!? Poi Bonnie notò il fumo nero che usciva dalla bocca dell'attrice a ogni respiro. NightShifter.
«Libby! » gridò American Dream
Scarlett sollevò Lady liberty e la lanciò verso American Dream, che la prese al volo, stringendola protettivo.
«Non ti azzardare mai più a toccarla, animale.»
«Ti ho crocefisso una volta, bello.» disse l'attirce grattandosi una natica. «Se non ti è bastato posso rifarlo.»
«Hai crocefisso American Dream, coglione. Toccala ancora e io ti faccio a pezzi.»
«BASTA!» disse suo padre. «È arrivato.»
Dalla porta spalancata entrò un Triario. Sottobraccio portava Dehydra, priva di sensi. E davanti a lui, zoppicante, pesto e gonfio, camminava un ragazzo.
«Eddie! Eddie! »Bonnie si getto di nuovo contro il vetro, pur sapendo che era inutile.
«Ben arrivato, Eddie» disse suo padre . «Ti stavamo aspettando.»
Il Triario spinse Eddie verso suo padre.
Eddie barcollò, avvicinandosi; Bonnie lo vide cercare di vedere qualcosa attraverso gli occhi gonfi. Le sue labbra spaccate si mossero.
« Sei… sei tu Mezzanotte?» biascicò.
Suo padre sorrise divertito «Oh Eddie. Ancora non hai capito chi è Mezzanotte?»
Tirò una leva, e con un ronzio Bonnie vide tutte le colonne illuminarsi, una bianca luce vibrante, che pulsava a ritmo con quando sentiva dentro. Teleforce.
«Padre! Padre cosa stai facendo?!»
«Finisco quello che ho cominciato 40 anni fa.» disse suo padre. E tirò un'altra leva.
Ci fu un tuono, e fulmini sfrigolanti saettarono dalle colonne centrando Eddie in pieno petto.
Bonnie gridò. Eddie era a braccia spalancate, scosso dall'energia che fluiva. Bonnie socchiuse gli occhi, la luce era troppo intensa, il rombo copriva ogni cosa. Vide perfino American Dream arretrare di un passo, coprendosi il volto.
E infine una sfera di luce argentea si sprigionò da Eddie. Una luce densa e pesante, che la colpì e la trapassò come una cosa viva, continuando a crescere e ad espandersi al di fuori del sotterraneo. Per un istante Bonnie fu tutt'uno con essa, e la sentì continuare nella sua corsa, sempre più lontano, sempre più veloce, avvolgendo ogni cosa con la sua luce argentata.
Poi la luce scomparve, e lei si accasciò nel suo cilindro. Cercò Eddie, ma era ancora abbagliata, non vedeva niente, solo ombre.
«Gli altri Sei?» sentì dire a suo padre «Ora li percepisci?»
«Sì» disse American Dream.
«Vai allora.»
Bonnie svenne.

***

Laboratorio,
centro START.
22 aprile 2013
Ore 06:15 A.M.

Cheveaux d’Ange si rialzò dal pavimento del laboratorio. Davanti agli occhi gli ballavano lampi neri, e la testa risuonava ancora come una campana. Quella luce argentata era scomparsa di colpo così come era arrivata. Rushmore si stava alzando a sua volta, malfermo sulle gambe.
«Professore? Tutto bene?» chiese Cheveaux d’Ange.
Rushmore si passò una mano sul cranio rasato.
«Affascinante! Io… » Rushmore si interruppe, ondeggiando come un ubriaco.
Cheveaux d’Ange corse a sorreggerlo, anche se sentiva di aver bisogno di qualcuno che sorreggesse lui.
«Piano, piano prof. Ma che diavolo è stato?»
Si appoggiarono al bio-lettino dove Scanner stava sdraiato immobile.
«Oh, teleforce, francese. Un’ondata di energia pura. E» si portò una mano alla tempia «non senti niente di diverso? »
Cheveaux d'Ange lo guardò.
Diverso? Sentiva le menti delle persone nell’edificio, come sempre. E poi si accorse di qualcos’altro. Un senso di presenza. Non altre menti, no. Ma percepiva altre persone, la loro essenza. Circa duecento, forse meno. E alcune erano lontanissime, ben oltre la portata della sua telepatia.
«Cosa? Chi sono?» chiese.
«Ah, francese, davvero non capisci? Siamo noi, ragazzo. È teleforce. Sono gli altri super. Siamo collegati, ora».
«Ma perché? che significa?».
Rushmore sorrise.
«Non ne ho la minima idea. Non è affascinante?».
E d’un tratto Scanner si sussultò, facendoli sobbalzare. Sbatté la testa e piedi contro il letto, sollevandosi e inarcandosi in preda alle convulsioni. Schiuma bianca gli sprizzò dalle labbra.
«Scanner! Scanner! » Chiamò Cheveaux d’Ange, afferrandolo per le spalle, cercando di fermare quella crisi.
«Ragazzo, attento. Potrebbe... »
Scanner di scatto afferrò la testa di Cheveaux d’Ange tra le mani, spalancando gli occhi. Cheveaux d’Ange sentì la mente di Scanner avvolgere la sua e si inarcò cercando di allontanarsi. Scanner stava trasmettendo, inviando. Cheveaux d’Ange cercò di staccarsi, ma quegli occhi lo tenevano inchiodato Sentiva un sussurro, parole inintelligibili che gli riversavano nel cranio. Urlò.
E poi Scanner si accasciò. Dagli occhi e dalle orecchie gli colava sangue nero. Era morto.
Ma il suo messaggio era arrivato. Cheveaux d’Ange si aggrappò a Rushmore, stordito.
«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!»
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