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martedì 4 settembre 2012

Capitolo 21 (di Qwertyminus)




Admiral City
Distretto di Monacillo Urbano
22 Aprile 2013
Ora 6.25 AM

L'insegna del market lampeggiava a intermittenza. 
“Stanne fuori”, continuava a dirsi. Tutto inutile. In cuor suo sperava almeno che gli Yankee credessero alle sue minacce. “Siamo là fuori e osserviamo” aveva detto al presidente. Ma adesso che era da solo poteva mostrare le carte. “Chi c'è, là fuori, Yell? Sei quasi da solo, oramai... è stato tutto un bluff e se non ci cascheranno...”, Scosse la testa e proseguì.
A lui, dopotutto, cos'è che cambiava? Rebel Yell si scrollò di dosso la polvere e i pensieri, attraversò la strada e imboccò un vicolo gettando il mozzicone di una sigaretta. Il vicolo era stretto al limite della claustrofobia e pregno di un tanfo fetido che sapeva di morte. 
Il super si chinò su uno dei cadaveri e rovistò fra i suoi abiti. «Caporale Nelson Valdivia», lesse a voce alta. «Puerto Rico National Guard», e gettò via il tesserino identificativo. Yell osservò da sopra una spalla un colpo di vento che se lo portava via come fosse fatto di carta velina. Quando lo vide lontano, la sua attenzione tornò al povero Valdivia. “Spero tu non abbia sofferto”, pensò serrandogli le palpebre con due dita. “Una città piena di eroi e nessuno che pensa a soccorrere i  caduti...”. 
«Credevo che quelle voci fossero sbagliate, amico. Devo ricredermi?», Quello che Ride era in piedi dietro di lui, il corpo tozzo e deforme, gli abiti che aveva indosso erano maldestramente tinti di giallo e di rosso, levitava a pochi centimetri dal suolo.
«A quali voci ti riferisci?».
«Dicono che Yell il ribelle si stia rammollendo. Buon per te che ti abbia visto prendere a calci quegli yankee... potevo anche crederci, lo sai?», e sbottò in una risata sguaiata.
“Ride”, pensò Yell. “Ride sempre...”
Teddy Mercury, nome in codice Jolly, Buffone per i pochi nemici e Quello che Ride per tutti gli altri, rideva sempre e comunque. Da quando era morto per la prima volta, durante l'incidente, non faceva nient'altro. “La teleforce dà, la teleforce toglie... a lui ha tolto il senno”. «Dimmi co'shai scoperto piuttosto che dire cazzate.»
«Da dove comincio?», chiese Jolly. E sghignazzò come se da qualche parte, nella sua testa, stesse guardando un film comico. Yell avvertì il desiderio di regalargli un pezzo di piombo in mezzo agli occhi. “Settantasette più uno quanto fa?”, gli avrebbe chiesto. Sperando che dopo l'ennesimo  risveglio non avesse più tutta quella voglia di ridere. 
«Comincia dalle cose importanti...». 
Jolly ci pensò un attimo, un grosso sorriso da ebete stampato in faccia. Mostrava senza remore due fila di denti marci e storti. I riccioli rossi e neri che partivano scomposti in tutte e quattro le direzioni avvolgevano la sua testa come fiamme dell'inferno. «Indovina un po'... Scanner si è fatto vivo, o almeno così sembra. Geniaccio gli ha aperto in qualche modo la testa... non in senso reale, intendo... Ma la cosa più divertente è che non serviva affatto. Scanner ne era già uscito e adesso parla con la erremoscia. Poveraccio, sì... ammesso che sia davvero lui. Non è vero, caro amico diffidente?», Rebel Yell non rispose al suo sorriso. «Vuoi sapere cos'è che hanno sentito queste orecchie?».
Rebel Yell si rimise in piedi. «Parla!», ordinò. 
Jolly sorrise. Ancora. «Nomi», fece una pausa portandosi l'indice tozzo e biancastro sotto il mento. «Nella mente di mezzanotte c'erano solo nomi, Dave, Maxwell, Scarlett... Rushmore ha anche raccontato un fatterello. Tempo addietro Matt gli parlò di un certo Dave, un suo amico. 'Un uomo che sapeva', disse Matt. 'Un uomo che ha sempre saputo'.»
Yell mostrò il suo disappunto sputando. Iniziò a camminare fra i cadaveri, tutti uomini della P.R.N.G., tutti caduti per un gioco più grande di loro. «Matt è vittima e carnefice... lui crede davvero che Mezzanotte sia questo Dave, l'amico di sempre. Lady Liberty finirà col pensare che Mezzanotte sia la prima puttanella che si troverà davanti e che indosserà abiti più belli dei suoi. Quel chiacchierone di Salazar crederà nell'avvento di un nuovo figlio di dio e...», sentì la bocca impastata, anche deglutire gli venne difficile. «Che gli ficchino in testa quello che vogliono, su di lui sapevo già di non poter contare. A questo punto mi chiedo chi sarà il primo ad aprire gli occhi e capire come stanno realmente le cose...».
«Tu?», Jolly sorrise. «Tu l'hai già fatto, è vero... e io sono morto! Vuoi che vada alla torre? Che prenda qualcuno e...»
«No!», tuonò Yell. Il sorriso sul volto di Jolly si tramutò in un'espressione di muto sgomento. Ma fu un istante, solo e soltanto un istante. Poi riprese a ridere. «Siamo tutti figli della stessa sciagura, di un dono così maledettamente iniquo da... troppo potere corrompe, Jolly, porta alla follia chi lo possiede e tutti coloro che vi stanno intorno. Come se esso fosse una stella e, tutti gli altri, stupidi pianeti privi di vita...»
«Oh oh oh...».
«Il potere è vivo», riprese Yell. Cominciò a camminare verso l'uscita del vicolo. Jolly restò alle sue spalle. «Il potere corrompe...».
«Ogni potere».
«Ogni potere, certo... specialmente se è vivo e ha deciso che questo mondo deve essere suo. È stato Matt a volere che noi sei ci riunissimo... e le sue intenzioni erano buone, ne sono certo».
«L'hai già detto. Matt è vittima quanto noi, Rebel. Ma di cosa?».
«Di se stesso», rispose Yell. «Del suo potere e di quello che l'incidente gli ha fatto», il vecchio super prese fiato. «Posso sbagliarmi, Jolly.  Ma c'è una parte di me che ne è fermamente convinta... troppe cose tornano... la nostra cabala, l'attenzione per quel ragazzo e per i suoi poteri... e Salazar. Perché coinvolgere Salazar nel nostro progetto?».
«Salazar ha la torre».
«La tecnologia e le conoscenze. Salazar è entrato nel gruppo perché Matt credeva che servisse uno come lui... io ero contrario, quell'uomo è vuoto, vive in virtù della sua fede. Ma adesso... Cos'è che può volere Salazar da tutto questo? Anche lui è stato ingannato come noi, me lo sento... e Matt è l'unico ad avere il potere di controllarci tutti».
«Il ragazzo di cui hai parlato è Prezzemolino?», chiese Jolly. «O forse era Mister basilico...?».
«Non è questo l'importante», Yell era spazientito. Lo guardò si maledisse. “Come ho fatto a sopportarlo per tutti questi anni?”, pensò. “Non è Eddie Tormack a preoccuparmi, è il suo potere”. «Eddie può generare la vita. Qualunque sia il loro obiettivo...». Fu allora che li vide sgusciare nella penombra. I suoi occhi lampeggiarono.
«Sei sempre stato al fianco di Matt. Avete formato la cabala insieme. Tu eri la mente, lui il braccio e...», Jolly sbottò in una risata che si protrasse per qualche minuto. «Io ero il buffone, ovviamente. Ma io sono già morto settantasette volte... Tu? Il potere corrompe, dici da grand'uomo quale sei. Ma se tutti gli altri credono nella realtà distorta creata da Matt, perché non tu?». Prima che potesse tornare a ridere, Yell si era già scagliato contro di lui. Lo accolse con un sorriso gelido, diverso, e aspettò che lo attraversasse prima di voltarsi a guardare.

Yell combatté con i tre Triari come avrebbe fatto ai vecchi tempi, quando il mondo era più facile e c'erano soltanto buoni e cattivi. Nessuna menzogna, nessun inganno. Ne mise uno a terra e si volse a guardare l'altro. Dovette parare i suoi colpi, schivarli. Jolly osservava in silenzio.
«Io non sono come tutti gli altri, Jolly», esclamò. Afferrò il nemico per la gola e strinse, poi lo spinse contro una parete. Estrasse la pistola e... 
Ne restò soltanto uno. Poteva finirlo con un solo colpo ma non era questo che voleva. Voleva l'ultima, inconfutabile, prova. Gli si avvicinò, il Triario sembrava quasi volesse aspettarlo. «Mostrami il tuo vero volto», gli disse. «Il volto del tuo creatore». 
Il Triario obbedì.
La maschera iniziò a sudare, rivoli scuri corsero via e rivelarono un volto che Rebel Yell conosceva bene. Il volto del sogno americano. «Quand'ero piccolo mia madre diceva sempre la stessa cosa. Noi non avevamo nulla e fuori dalla nostra porta il mondo mangiava e godeva di tesori che erano anche nostri. Lei mi guardava, guardava mia sorella e poi ci mostrava quel mondo che tanto ci affascinava, quel mondo che invidiavamo con tutto il nostro animo e diceva: 'Basta un attimo, figli miei, un attimo solo e anche il sogno più grande può diventare l'incubo peggiore'. Mi spiace per te, Matt». Premere il grilletto fu quasi una liberazione.

«Ora me lo spieghi, amico? Che ci faceva Matt in quel brutto corpo?».
«È un potere come un altro... uno dei tanti. Ho già visto qualcosa di simile aldilà dell'oceano». “Chissà se Wael intende muoversi... il potere attira potere e non c'è uomo che abbia una bramosia pari a quella del Grande Thot...”.
«Oh... e Matt ha questo potere?».
«Se quello che penso è giusto, Jolly, Matt non possiede alcun potere. È il potere a possedere lui...». Uscì dal vicolo lasciandosi Quello che Ride alle spalle. Ma per Jolly lo spazio non aveva alcun valore. Una volta fuori, il super era già lì e lo guardava col suo ghigno beffardo.
«Cosa vuoi che faccia, mio immenso amico?», gli chiese-
«Musashi, non mi resta che lui... Trovalo e digli che il governo e le sue spie possono anche andare a farsi fottere. Quello che mi serve è altro...».
Jolly intanto alzò lo sguardo e accolse con meraviglia il fiocco dolce che gli scivolò sul naso. «Cos'è che ti serve? Un altro passaggio? Posso pensarci io... di nuovo!».
«No. Quando sei in guerra hai bisogno di una sola cosa: un esercito, Jolly. E non serve né a me né a te... è questo dannato mondo ad averne bisogno. Prenderemo la torre e se non avremo alternative uccideremo American Dream». Poi alzò lo sguardo e la neve si poggiò, soffice, sul suo volto. I ricordi iniziarono a riaffiorare come un treno in corsa. Chiuse gli occhi e li scacciò via. Non erano affatto candidi come la neve... erano rossi, rossi come il sangue.
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martedì 19 giugno 2012

Capitolo 11 (di Mr. Giobblin)



Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 6.08 AM

Alexsej stava combattendo da ormai quasi due ore. Aveva perso il conto di quanti avversari aveva battuto: la zona era disseminata di corpi neri, macerie e rottami. Ma quelli continuavano ad arrivare, inarrestabili, incuranti dei colpi ricevuti.
Non si divertiva così da anni.
«Ci tenete davvero a stare con me, vero?» esclamò Alexsej colpendo uno dei gommosi con un potente calcio allo stomaco e schivando il pugno del suo compagno.
«Mi avete fatto scappare la reporter!» Abbattè anche il secondo con un montante alla mascella.
Le due figure vestite di nero si accasciarono al suolo.
«E state giù, maledizione!»
Alexsej si sedette sul cofano di un’auto distrutta godendosi la quiete. Non si vedeva anima viva nei dintorni. Lo scontro tra Uranium e il tizio in armatura aveva provocato notevoli danni, e anche i più curiosi (compresa la sexy reporter) avevano dovuto battere in ritirata prima di essere vaporizzati.
«Merda…» La felpa era strappata in più punti, e neanche gli anfibi erano in buone condizioni. «Lo sapevo, avrei dovuto indossare la tuta da combattimento. Scommetto che quelle fighette dello START non hanno mai problemi del genere.»
Il suono di passi veloci lo riscosse dai suoi pensieri. Si voltò rapidamente.
Un altro dei gommosi si stava avvicinando alla sua posizione con sempre maggiore velocità.
«Ti pareva… mai un attimo di pace.» Alexsej si alzò, si spazzò la polvere dalle ginocchia, e fece scrocchiare le nocche.
«Ehi tu, Gommoso! Ti faccio un indovinello: combatte come un idiota, ha l’alito che puzza e i denti fracassati. Chi è?»
«MEZZANOTTE!» gridò il suo avversario, balzandogli addosso.
«Sbagliato.» Alexsej lo colpì con un pugno al volto, dopodiché gli afferrò la testa e sferrò due rapide ginocchiate.
«Date tutti la stessa risposta. Non è neanche più divertente.»
Il gommoso si rialzò lentamente, sibilando.
«Oh, andiamo. Dovresti imparare dai tuoi compari. Sono Stakanov, e posso ballare per tutta la…»
Una scarica di energia luminosa avvolse Alexsej, accecandolo con un fortissimo bagliore argenteo. La sua testa si riempì di voci, e per un singolo istante percepì numerose presenze lontane, voci incomprensibili. Gridò, inginocchiandosi e reggendo la testa con le mani.
La luce svanì quasi subito lasciandolo privo di forze.
«Tu… Super…» sibilò il gommoso.
«Muori
Alexsej sollevò il capo, cercando di mettere a fuoco l’avversario. Era completamente indifeso. Tentò di alzare un braccio per difendersi, ma gli sembrava di muoversi al rallentatore.
Chiuse gli occhi aspettando il colpo di grazia.
Dopo qualche secondo, li riaprì.
Il gommoso era accasciato a terra di fronte a lui, privo di gran parte della testa.
Alexsej si rialzò con cautela, cercando di ignorare il mal di testa e la vista traballante.
Il suo avversario era decisamente morto. Ma chi lo aveva eliminato?
«Alexsej Stakanov» esclamò una voce metallica alle sue spalle. Alexsej si voltò.
Si trovò di fronte una specie di robot umanoide armato con un enorme fucile.
«Nome in codice Stakanov, conosciuto anche come Red Skeleton. Livello Teleforce: 987. Stato: Vivo
«E tu… tu chi diavolo sei?»
Per tutta risposta, l’occhio centrale del robot si illuminò proiettando un fascio di luce sul terreno.
«Cos…» Alexsej arretrò istintivamente. «Un momento… è un ologramma quello?»
Dal fascio di luce emerse una piccola figura che divenne via via più nitida.
«Da quanto tempo, Alexsej.»

***

«Angela… Angela Solheim?»
«In persona.» La ragazza nell’ologramma era vestita con una tuta stealth nera e grigia, e i suoi capelli erano bianchi come la neve. «Felice di sapere che sei vivo.»
«Ma che diavolo…?»
«Parli della luce? Ha colpito anche me. L’effetto dovrebbe svanire a momenti.»
Aveva ragione: la vista e l’udito di Alexsej si erano stabilizzati, e non percepiva più le presenze con la stessa intensità.
«Che cos’era?»
«Sto ancora cercando di capirlo. L’unica cosa certa è che veniva dalla Salazar Tower. Sei solo?»
«Sì, ora sì. C’era Uranium con me, fino ad un paio di ore fa… se ne è volato via con un tizio in armatura nera. Non l’ho più visto.»
«L’ho già contattato, tranquillo. E’ conciato male, ma uno dei miei Golem è con lui.»
«Golem?»
«Lunga storia. Questo è Sniper, a proposito. Credo ti abbia appena salvato la vita.»
Alexsej osservò il robot e appoggiò la mano sulla corazza bronzea.
«Grazie, amico.»
«Non mi tocchi, per cortesia
«Ma che roba è? Non è metallo.»
«E’ un composto a base di calcio di mia invenzione. Più resistente dell’acciaio.»
Alexsej ritirò la mano e soppesò il Golem con lo sguardo.
«Se la cava con quel fucile, a quanto ho visto.»
«Ogni Golem è specializzato in un determinato ambito. Sniper è un cecchino senza pari, e il suo fucile al plasma è letale. L’ho inviato ad Admiral City insieme ad altre sei unità per contribuire a respingere Mezzanotte e i suoi tirapiedi.»
«Perché non sei venuta di persona? Ti ho visto combattere. Faremmo scintille insieme…»
«Sarei venuta, ma ci sono state… complicazioni.»
«In che senso?»
«I Triari. Mezzanotte ha attaccato anche il mio centro di ricerca. Li stiamo respingendo, ma temo che presto dovrò abbandonare il laboratorio.»
«Merda.»
«Già. Non so come, ma uno dei suoi ha manovrato uno dei miei collaboratori più stretti e manomesso le difese. Come se non bastasse, ci stavano sottraendo dati da mesi. Vorrei sbagliarmi, ma il fascio di luce di poco fa… temo abbiano usato le mie ricerche per crearlo.»
«Mi dispiace.»
«Non ti preoccupare. Troverò una soluzione. Nel frattempo, dovresti fare una cosa per me.»
«E’ sempre un piacere lavorare sotto il tuo comando!» disse Alexsej con un ghigno.
«Metti insieme una squadra. Recupera Uranium e cerca i miei Golem. I più vicini sono Blaster e Brawler. Dovete entrare nella Salazar Tower e cercare Eddie Simmons.»
«Eddie? Mr. Basilico? Che gli è successo?»
«Lo hanno portato dentro la torre. Non ho tempo per spiegare, ma grazie a lui le mie ricerche hanno fatto passi da gigante. E’ un Super unico, e credo che Mezzanotte lo stia sfruttando per il suo piano.»
«Non possono pensarci i professionisti, tipo AD o Lady Liberty?»
«Non sono ancora usciti dalla torre… Brutto segno. Qualunque cosa li stia trattenendo deve essere molto potente.»
Alexsej sospirò.
«Come minimo dovrai uscire con me una volta che questa storia sarà conclusa. L’ultima volta è stata divertente.»
Angela sorrise.
«Contaci, Alexsej. Ora devo andare. E stai attento. Temo che questo sia solo l’inizio.»
L’ologramma svanì, lasciando soli Alexsej e Sniper.
«Vecchio mio… questo potrebbe essere l’inizio di una splendida amicizia.»

***

Prigione di Massima Sicurezza CeSoR
Caguas
Ore 6.18 AM

Camminando lentamente tra i resti fumanti della prigione, Psiblade inspirò aria libera per la prima volta dopo anni.
«Muoviti, Magmarus. Non abbiamo tutto il giorno».
Un uomo si avvicinò, sorreggendo una gigantesca figura.
«Calma, bella. Indovina chi altro ho liberato dalla criostasi.»
«Non ci credo… Starcrusher!»
Il gigante sollevò lo sguardo.
«Stavamo giusto per volare verso Admiral City. Ho percepito un bel po’ di cose interessanti. Che hai voglia di fare?»
Starcrusher mosse qualche passo incerto, poi inspirò profondamente.
Il suo corpo venne avvolto da scariche elettriche purpuree.
«Uccidere… uccidere American Dream
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martedì 29 maggio 2012

Capitolo 8 (di Black Terror)


 
Admiral City
22 Aprile 2013
Salazar Tower
Ore: 5.45

Qualcosa gocciolò sullo spallaccio antishock di Stray. La ragazza guardò in alto, scrutando la sagoma imponente della Salazar Tower. Il cielo era buio, mancava ancora un po' di tempo al sorgere del sole. Sopra di lei il grattacielo era un monolite scuro. La corrente elettrica mancava fin dal momento dell'arrivo del team di Fortress Europe. Le uniche cose che scorgeva erano i crepitii energetici provenienti dalla sommità dell'edificio, dove l'entità conosciuta come Mezzanotte aveva attaccato.
Una seconda goccia le arrivò quasi in un occhio. Con una reazione istintiva riuscì a fermarla a mezz'aria, semplicemente concentrandosi. Era sangue. La deviò col pensiero, quindi continuò a levitare, rallentando l'andatura. Procedeva passando a pochi centimetri dalla parete del grattacielo. Volava solo grazie alla telecinesi e non poteva che salire verticalmente, con cautela. E se qualcosa le avesse fatto perdere la concentrazione...
«Sunlight mi senti?» Nessuna risposta radio. Il suo amico, caposquadra del team di FE mandato in supporto agli alleati americani, era irraggiungibile da quasi mezz'ora. La squadra si era divisa proprio su suo ordine.
Rockster era entrato dal pianoterra, subendo inevitabili ritardi per validare la sua presenza ai soldati della Guardia Nazionale e ai Federali.
Cheveux d'Ange stava collaborando con Rushmore, il genio dello START. Tentavano di svegliare il comatoso Professor Scanner, l'unico ad aver letto la mente di Mezzanotte, subendone le conseguenze.
Archer attendeva ai comandi del flyer, dalle parti della spiaggia di Parque de l'Indio, dove i militari lo avevano fatto atterrare. Lei e Sunlight invece avevano optato per una penetrazione dall'alto. Ma ora Stray, Archer a parte, non riusciva più a contattare nessuno dei suoi compagni.
Impulsi elettromagnetici, guerra elettronica, Teleforce, superpoteri: le spiegazioni per il silenzio radio che avvolgeva la Torre potevano essere tante.

Arrivò al ventottesimo piano e lo vide: un corpo riverso sul davanzale di una finestra in frantumi. Era vestito con una exosuit nera, bruciata in alcuni punti e liquefatta in altri. “È stato Sunlight”, pensò. “È passato di qui.” Esaminò il cadavere senza toccarlo. Era uno dei tirapiedi di Mezzanotte. Come li aveva chiamati il biondino, Cheveux d'Ange, pescando l'informazione dal cervello di Scanner? Triari, se non sbagliava.
«Sun, sei qui?», chiamò attraverso la finestra, osservando un ufficio buio, coi mobili devastati dalla colluttazione. «Avanti Tyke rispondi, maledetto olandese.»
Scavalcò il corpo ed entrò, accendendo la piccola Maglite che portava alla cintura. Un'intera parete era annerita, i quadri esplosi, le tele bruciate. Altro indizio del passaggio di Sunlight.
La porta che dava sul corridoio era socchiusa. La spalancò col pensiero, pronta al peggio. Vide soltanto un corridoio buio e il cadavere di un secondo Triario, morto a pochi passi dall'uscita che dava sulle scale interne della Salazar Tower. Perché Tyke era entrato da lì?
Stray si passò una mano tra i capelli biondi e regolò l'auricolare. «Archer, Cheveux mi sentite?»
Le rispose un fruscio fastidioso, seguito dalla voce disturbata del pilota inglese. «Poco e male», le ripeté due volte. «Sto cercando di...» ma la frase fu troncata da altre scariche statiche.
Insistette: «Qualcuno sta ancora monitorando la Torre? Non vedo elicotteri nelle vicinanze.»
«Crrr... crrr... Droni di crrr... Chiamando Salazar ma... crrr... a zero per ora.»
«Ti sento di merda», sbottò Stray, spazientita. Quando perdeva la pazienza il suo passato da teppistella cresciuta nei vicoli di Neukölln emergeva prepotente. «Se sei ancora in linea cerca di individuare se ci sono movimenti al ventottesimo piano dell'edificio. E cerca di localizzare anche i GPS di Rockster e Sun, cazzo!»
«Stray, ascoltami.» Questa volta la replica giunse forte e chiara. «Ragazza, mi senti?»
Non si trattava di Archer, di Tyke e nemmeno di Rock. Inglese con accento texano, una voce nota in tutto il mondo. «AD? Sei tu?»
«Sono io. Sei vicina vero? Sunlight mi ha detto che stai salendo radente alla Torre.»
Stray rientrò nell'ufficio e si sporse dalla finestra, guardando in alto. Una figura si stagliava sopra di lei, diversi piani più su. Era sospesa in volo a braccia conserte. La Super sapeva che almeno due membri dello START erano penetrati nel grattacielo poco dopo l'attacco di Mezzanotte. American Dream era stato il primo, come ci si aspettava dal più grande eroe statunitense. A ruota lo aveva seguito Libby, o almeno così le aveva detto Archer, bypassando le frequenze della Guardia Nazionale.
«Ti vedo», gli disse, sventolando poi una mano.
AD le rispose con un cenno. «Raggiungimi quassù. Quarantesimo piano, terrazzino del Belvedere Restaurant. Sunlight è ferito, ha bisogno di te.»
Stray si irrigidì. Tyke era nei guai? Maledì la baronessa Ashton, che in nome dell'Unione per gli Affari Esteri aveva mandato mezza FE a rischiare la vita lontano da casa. Scavalcò di nuovo il davanzale e levitò verso l'alto, mentre Admiral City, scossa dagli attacchi dei seguaci di Mezzanotte, rimpiccioliva sotto di lei.

Raggiunse American Dream, che nel mentre si era appoggiato al cornicione del Belvedere. Le vetrate del ristorante erano a pezzi, i tavoli rovesciati, gli splendidi vasi in frantumi. Il Super dello START le sorrise. Indossava il suo famoso costume in spandex rosso e blu, con un cerchio bianco fluorescente all'altezza del cuore. Era bello, con quell'aria a metà tra il boy scout e la rockstar che tutte le donne del pianeta conoscevano. Poteva non piacere, ma di certo aveva fascino.
Stray atterrò sul terrazzino. «È un sollievo vederti.» Lo pensava davvero. «Credevo di essere rimasta sola. È assurdo, lo so...» Poi lo vide. Sunlight era infilzato sulla statua del Nettuno al centro della sala principale del ristorante. Il tridente di bronzo lo inforcava dal petto, sbucando dalla schiena. La ragazza si portò le mani guantate alla bocca.
American Dream si voltò, senza smettere di sorridere. «C'erano un olandese, una tedesca e uno scozzese. Tutti e tre cercavano di entrare qui per ficcare il naso.»
Stray era abituata ad agire d'istinto. Senza fare o farsi domande si concentrò sulla grossa gargolla in pietra posta al margine destro del cornicione. Riuscì a strapparla dai perni in un istante. La scagliò con la forza del pensiero: il proiettile colpì AD alla spalla, frantumandosi in mille pezzi.
Il supereroe rovinò a terra. Si rialzò puntellandosi su un ginocchio. Stray aveva già scelto il secondo proiettile, un enorme lampadario di cristallo divelto dal soffitto. Lo lanciò, accompagnandolo con un cenno della mano. American Dream alzò un braccio e lo deviò come se si trattasse di un pallina di carta. Quindi scattò avanti e colpì la ragazza con un montante allo sterno. La piegò in due, mozzandole il respiro. Stray vomitò sangue e crollò a carponi. Nonostante il dolore capì di essere stata risparmiata. Un pugno di AD sferrato alla massima potenza l'avrebbe bucata da parte a parte. Tentò di tirarsi in piedi. Il Super la strattonò per i capelli, alzandola di qualche centimetro da terra.
«Il tuo amico è durato di più. Sei un'eroina gracile.»
«Perché, brutto bastardo yankee?», riuscì a mormorare la ragazza, soffrendo a ogni parola. «Perché fai questo, American Dream?»
«Per Mezzanotte, per il futuro. La Direttiva Wildfire è stata ritirata. Il successo è vicino.  E d'ora in poi chiamami col mio vero nome, stupida schlampe. Io sono American Way.»
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martedì 8 maggio 2012

Capitolo 5 (di Lady Simmons)



Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 4.45 AM

«Se le stanno dando di santa ragione.»
«Già…»
«Cosa c’è Boner, sei preoccupata per Lattughino?»
«Smetti di chiamare così Eddie. I suoi poteri…»
«Cosa? Sono eccezionali? Sono ecologici? Sono a basso impatto di CO2?»
«Stronza».
«Uranium sembra in difficoltà stavolta».
«Non è solo. C’è Alexsej con lui e arrivano anche gli europei, meglio mantenere un basso profilo».
«Dovresti smetterla di nasconderti e combattere ogni tanto».
«Ho le mie ragioni, sta zitta. La mia priorità adesso è andare alla Salazar Tower».

Boner stette un momento a guardare, cavalcando la sua custom. Le tutine a tema le erano sempre sembrate ridicole.
Conosceva perfettamente l’identità di quelli che combattevano, sin da bambina. E anche quello grosso, difeso dai Triari, sapeva chi fosse. Mezzanotte.
Una leggenda oscura senza fascino, ma capace di suscitare orrore in lei. Il fragore dell’esoscheletro ed io suoni che grugnivano dalle finte narici la inquietavano.
Sapeva che né Uranium né i pagliacci della Fortress Europe avrebbero fermato l’inarrestabile.
Non ora.
Un modo c’era sempre, le diceva suo padre, di superare ogni avversità, ogni nemico. Sin dalla prima difficoltà, quando per sbaglio uccise il suo primo umano.
«Guardalo Bonnie, guardalo bene», disse serrando con la mano la sua faccia terrificata verso il cadavere «Devi fissarlo in mente e mai dimenticare gli eccessi del tuo potere».
Era cresciuta leggendo dei supereroi della Marvel, sognando di avere uno di quei “doni”. Ma quando era toccata la sua sorte invece del volo o della telepatia, o degli artigli di adamantio aveva ricevuto soltanto il controllo sulla calcificazione delle ossa altrui.
Deformarle affilando dall’interno o sgretolarle completamente, facendo afflosciare un corpo umano con bizzarro “sbluff” in una frazione di secondo. Per la morte occorreva qualche minuto in più di sofferenza straziante.
Di recente una specie di udito selettivo si stava manifestando, ma non riusciva a direzionarlo perfettamente per ascoltare l’intera conversazione.

Erano già a dieci metri di distanza, ma udì Mezzanotte sibilare ad Alexsej: «Portami… Edd… cavo il cuore» mentre i Triari meccanicamente ripetevano «Mezzanotte… cavare… cuore».

La Torre era a pochi chilometri da lì, ma prima era necessario lasciare Dehydra a casa di Eddie, per trovarlo e metterlo al sicuro. Mezzanotte voleva lui e solo lei e suo padre conoscevano la pericolosità della sua situazione.
Dehydra detestava Eddie ed il suo potere da mentecatto. Persino lui si pigliava per il culo parlandone, dicendo che «accellerare la crescita delle piante di basilico è una grande responsabilità».
Dehydra invece era fiera di essere una Super, se ne vantava. Era cresciuta a pane e Ripley, una coi controcazzi insomma, che poteva prosciugare qualsiasi materia organica dei suoi liquidi, anche selezionandone uno soltanto.
Eddie e Boner erano stati insieme più volte, ma i segreti di lei li avevano sempre divisi.
Un passato di cui non voleva o poteva parlare, ma che ora la stava portando lì, da suo padre per la prima volta dopo 15 anni, ammesso fosse stata in grado di arrivarci.
Il Presidente Romney aveva fatto circondare la torre da soldati speciali e quelli dello Start erano nei paraggi, ne poteva sentire il fetore. Specialmente di Libby, la sciacquetta griffata che si dava tante arie solo perché Hollywood le aveva puntato un enorme faro addosso.
La moto sobbalzava, ma non poteva fermarsi.
Sentiva la torre pulsare di teleforce, ma non era la stessa intensità della prima volta. Mezzanotte guidava la partita stavolta.

«Dehydra, ti prego...»
«Tranquilla, Prezzemolino è in buone mani, finchè lo tengo idratato no?»
«Vorrei poterti spiegare, ma non voglio che altri come noi muoiano».
«Aaah quante storie. Va dove devi, al Broccoletto ci penso io. Ci ritroviamo qui tra sei ore».

La torre era illuminata dal fuoco e da esplosioni nei piani alti, proprio dove Hal Salazar aveva il suo splendido attico, la centrale di controllo di tutte le sue fabbriche.
O almeno così faceva credere al resto del mondo, ai suoi dipendenti più fidati e a Tito e Theodor i figli che suo malgrado aveva dovuto tenere con se’.
Il vero comando del suo impero industriale giaceva nel sottosuolo, a 20 piani dallo sfarzoso ingresso della Torre, con al centro l’imponente ologramma di Ramon Salazar.
Tito e Theodor sapevano pochissimo sul nonno e sulle origini del teleforce, sebbene avessero rovistato in ogni singolo angolo del palazzo, ignari dell’intimo “scantinato” paterno di 375.000 metri quadrati, dove peraltro erano venuti alla luce.
I primi esperimenti condotti sul teleforce erano stati testati sui Salazar. Hal non desiderava mettere in pericolo nessun altro.
I suoi due bambini vennero al mondo in laboratorio, manifestando immediatamente un’aggressività impossibile da gestire con mezzi convenzionali. Salazar e i suoi scienziati più fidati studiarono per anni una soluzione, arrivando alla drastica soluzione di sottoporli all’introduzione di naniti infinitesimali nelle cellule in grado di contenere la mutazione scatenata dal teleforce. Di tutto questi avvenimenti inspiegabilmente non avevano memoria, entrambi.

Boner cercò di aggirare i blocchi degli agenti speciali, ma senza successo.
In quell’istante Libby si manifestò a velocità sovrumana e chiese agli agenti se avessero visto il suo bambolotto in costume mentre sulla torre sembrava si combattesse. Un attimo di disattenzione e poté sgattaiolare in una zona d’ombra, dove un secolo fa suo padre le aveva mostrato come entrare ed uscire dalla torre in caso d’emergenza.
Ma fu bloccata da tre agenti, a cui dovette far crescere qualche osso di troppo per attraversare il muro lasciandoli attoniti e urlanti. Un cunicolo strettissimo per dieci metri, poi il buio si disperse all’istante, e la voce metallica di suo padre annunciò «Bentornata Bonnie».

Era il peso di questi segreti che la allontanavano da Eddie, Dehydra e gli altri.

Non poteva spiegare che Hal Salazar non era mai esistito e che Ramon Salazar era il suo vero padre, il primo a contaminarsi volontariamente con la più consistente quantità di teleforce scoperta da lui nei Caraibi nel 1543, all’età di 32 anni.
Vissuto fingendo di essere prima suo figlio, poi suo nipote, poi i suoi altri discendenti per simulare una progenie e nascondere la propria età al mondo, Ramon Salazar difendeva dai politicanti ed i loro mandanti il teleforce da 470 anni con l’invulnerabilità acquisita.
Ma Mezzanotte complicava maledettamente le cose.
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martedì 1 maggio 2012

Capitolo 4 (di Massimo Mazzoni)



Admiral City
Spiaggia di Ocean Park
22 Aprile 2013
Ore 4.13 AM

Dalla fiancata aerografata del furgoncino Eddie lo indicava, seduto su alcune rovine, davanti a un'esplosione nucleare.
Alexsej si riscosse quando i bassi portentosi subentrarono all'intro di sintetizzatore, facendo muovere i suoi anfibi sprofondati nella sabbia.
«Bella festa eh!»
Lui si voltò e una ragazza alta, capelli rosa corti e piercing cromati su buona parte del viso pallido, gli mise le braccia lunghe al collo.
Alexsej la assecondò, poggiandole le mani sul culo sodo.
«Bella felpa!» disse lei passando la mano sulla stampa in rilievo delle costole rosse.
«Sei uno scheletro?» aggiunse, scansandosi di un metro per osservare anche le ossa vermiglie sulle braccia che scattavano nell'aria umida.
«No, sono Stakanov!» e la agguantò per i fianchi nudi che spuntavano dai jeans strappati.
«E posso ballare fino a domattina...» e le baciò il collo salato.
Lei aveva gli occhi verdi spalancati, con le pupille iperdilatate: «Anfe? Me ne dai un po'?»
«Non ne ho bisogno» e fece per baciarla.
Lei si divincolò e si avvicinò a un tipo allucinato che si muoveva rallentato accanto alle fiancate del furgoncino, dalle quali spuntavano le casse dell'impianto.
«Bella festa eh? Hai dell'anfe? Speed, Kobret?» la sentì dire sul frastuono.
Alexsej si strinse nelle spalle, poi la sua attenzione fu catturata dalla scia di fumo denso e oleoso che ancora saliva dalla Salazar Tower.
Un rumore ritmico, echeggiante, sovrastò la techno, quindi due elicotteri passarono a bassa quota, sollevando sbuffi di sabbia sulla piccola folla di giovani, che non se ne curò.
Alexsej smise di ballare e si concentrò per attenuare tutte le frequenze del brano e dopo un attimo gli giunsero le comunicazioni radio dei piloti degli elicotteri:
«I sospetti indossano delle mute o qualche tipo di uniforme che assorbe la luce, massima cautela!»
«Ricevuto!»
Si inserì un'altra voce concitata: «Convergere immediatamente a San Antonio Canal, sono stati avvistati tre degli aggressori!»
Alexsej stava già correndo sulla sabbia, raggiungendo la massima velocità possibile per un uomo, che mantenne costante per i sette chilometri che lo separavano dal porto.

***
Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 4.20 AM


La curiosità di Alexsej cresceva di isolato in isolato: aveva incontrato diverse pattuglie di polizia e un drappello di uomini della Puerto Rico National Guard: c'era roba grossa nell'aria, come nel 2001, a Rodeo Drive.
Raggiunse due edifici collassati su loro stessi, con spennacchi di fiamme, fumo e segni di bruciature sui pochi muri ancora in piedi.
Una bellissima donna, capelli neri vaporosi, fasciata in un trench color pesca, stava parlando in un microfono, davanti a un cameraman che illuminava con un faretto una specie di falò: «...giace distesa al centro del cerchio infuocato. Un’armatura nera, una specie di esoscheletro, ricopre interamente il suo corpo. Sulla fronte e sul petto è impresso un simbolo, una sorta di circonferenza...»
Alexsej si avvicinò per osservarla meglio, la sua attenzione fu catturata dai bottoni neri sotto al bavero semiaperto, che trattenevano a stento la pressione del seno.
«E osservando bene tutto notiamo che simbolo, cerchio di fuoco ed esoscheletro sono simili a un orologio. Un orologio che segna la…»
«MEZZANOTTE!»
Alexsej rimase paralizzato nell'udire quasi tutto lo spettro di frequenze da lui percepibile. D'istinto si nascose dietro ad un mozzicone di muro, aspettando che l'intensità del rumore bianco che gli attraversava il cranio diminuisse.
«Continua a riprendere!» la donna aveva una voce di gola profonda, sensuale.
Alexsej si alzò oltre il bordo sbrecciato del suo rifugio e vide due figure nere ed un terzo tizio, più grosso, che si avvicinavano alla donna e al cameraman: prese la lampo della felpa e la tirò fino alla gola e oltre, fino a nascondere completamente la testa.
Un sibilo sui 20.000 Hz si insinuò tra i continui lamenti delle sirene.
Alzò il teschio rosso ed Alexsej vide una stella cadente dorata che andava a posarsi proprio di fronte ai tre.
Sempre meglio. Pensò infilando il tirapugni e avvicinandosi alle spalle di uno dei due tipi che sembravano fatti di gomma.

***

La donna col microfono riprese a parlare ma Alexsej adesso si concentrò soltanto sui rumori provenienti dai tre corpi che aveva di fronte.
Oltre di loro notò che il nuovo arrivato stava parlando a un comunicatore applicato sull'avambraccio cromato.
Tutto attorno al suo corpo avvolto di finissima maglia metallica, svolazzavano delle particelle dorate che lo seguivano in ogni movimento, isolandolo come una bolla di sapone.
Quindi l'uomo si voltò, mostrando un'elica gialla a tre pale stampata sulla piastra pettorale.
«Tu, allontanati immediatamente!» gli urlò con voce soffocata dalla visiera trasparente dell'elmo ellitico.
Spione del cazzo.
Uno dei gommosi si voltò e parò con l'avambraccio il pugno ferrato di Alexsej, che gli lasciò un'impronta ondulata sul battistrada.
«Tu... Super...»
«Esatto, sono Stakanov... » schivò un gancio e quindi un calcio basso, indirizzato al suo ginocchio.
«...e posso ballare con te fino a domattina...»
Per un attimo si ricordò della tipa coi capelli rosa e quindi si beccò un colpo in pieno petto.
Finì con la schiena a terra, il tirapugni volò via da qualche parte nella notte.
Tese le orecchie è schivò una suola che colpì il cemento nel punto dove un attimo prima si trovava il suo fianco destro.
Alexsej si rimise in piedi e si staccò dal passante dei pantaloni mimetici una catena con attaccata la falce e il martello, che normalmente era il suo portachiavi.
Schivò una serie di attacchi di entrambi i tipi con la muta, notando che l'uomo radioattivo gestiva quello con l'armatura nera.
«Io ero qui solo per la moretta, ma ora mi avete fatto un po' incazzare...»
«Signori e signore all'ascolto, come avete visto poco fa l'armatura, una volta animatasi, è stata raggiunta da altre due persone, vestite con una specie di tuta...quindi dal cielo è giunto Uranium, la bomba atomica umana!»
«Ma quando lo scontro appariva inevitabile è sbucato dal nulla una specie di teppista che si è messo a combattere con due degli aggressori! Indossa una felpa nera con cappuccio...c'è stampato sopra uno...uno scheletro...rosso!»
Alexsej si sentì addosso lo sguardo della giornalista e si sentì rinvigorito: tese la catena davanti a sé e imprigionò il braccio del primo che gli sferrò un pugno, cercò di bloccarlo ma quello tirò con forza e lo fece volare a venti centimetri dalle scarpe col tacco della donna.
«Salve mi chiamo Stakanov, Alexsej Stakanov, ti va di ballare, dopo che ho sistemato questi?»
Il cameraman fece in primo piano degli occhi azzurri dietro le orbite del teschio rosso.   
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martedì 17 aprile 2012

Capitolo 2 (di Angelo Sommobuta Cavallaro)




Admiral City.
22 Aprile 2013.
Ore 4.25 A.M.

Le nanomacchine stimolarono il suo udito, facendogli ascoltare un trillo identico a quello standard di un cellulare. Appoggiò la mano sul mouse, abbassò il volume della diretta streaming della Admiral City News che stava seguendo, portò pollice e indice all’altezza dell’orecchio destro e premette sul padiglione auricolare. «Che vuoi?»
La voce di una persona risuonò chiara nelle sue orecchie e nella sua testa. «Ti stai divertendo?»
«Decisamente no. Tu?»
«Non mi posso lamentare.»
«Novità?»
«La fase zero sta per essere ultimata. Hanno finito di lanciare i primi Triari. Cinque per ognuno dei venti distretti.»
«Mezzanotte?»
«Sta facendo quello che deve fare.»
«Sicuro che possiamo fidarci?»
«Dobbiamo fidarci.»
«Ho i miei dubbi. Fallirà.»
«Non fallirà.»
«Ma se fallirà?»
«Non fallirà. Oggi si riscrive la storia. Oggi si riparte da zero. Non sono ammessi fallimenti.»
«Ma se
«Se, e solo se sarà il caso…Daremo inizio al nostro piano.»
«Che è quello che avrei preferito adottare subito.»
«Ma che è anche il più rischioso, perché dovremmo esporci ed entrare personalmente in azione.»
«Ho sempre preferito agire di persona. Lo sai.»
«Sta’ tranquillo. Rilassati. Goditi la nottata. E goditi lo spettacolo. Sei in prima fila, no? Dopotutto il tuo rifugio gode di una vista privilegiata sulla Salazar Tower.»
«Me ne fotto della Salazar Tower. Preferisco seguire la ACN.»
«Sei sempre stato strano, tu. Cosa stanno facendo vedere?»
«Filmati amatoriali, riprese sgranate di alcuni giornalisti. La scia di fuoco che impatta sulla torre, l’esplosione, le urla delle persone intorno a chi sta riprendendo, le fiamme per la città. Solite puttanate. Te li ricordi i servizi del dopo Rodeo Drive?»
«Me li ricordo. Niente di interessante, allora.»
«Già. Anche se…»
«Cosa?»
«Aspetta un momento.»
«…»
«…»
«Allora?»
«Eh eh eh…»
«Che hai da ridere?»
«Si sono decisi a mandare in onda un servizio nuovo. Proprio adesso.»
«E quindi?»
«E quindi c’è qualcosa di interessante da vedere.»
«Del tipo?»


Qualche minuto prima…

A Maria Espantoso stavano per scoppiare il cuore e la testa.
Di paura.
E di felicità.
Nonostante si sentissero allarmi, boati e rimbombi, nonostante qua e là si alzassero colonne di fumo, e nonostante la situazione sembrasse essere decisamente pericolosa, aveva deciso di fiondarsi sul campo subito dopo aver udito quelle due esplosioni. L’aggiornamento di quella stronza di Betsy Braddock aveva spiegato che erano saltati in aria due edifici nel centro della zona portuale di San Antonio Canal.
Proprio a due passi da dove abitava lei.
Un’occasione imperdibile, per ritornare ad essere la numero uno della ACN.
Aveva chiamato Rogerio, il suo cameraman, gli aveva dato appuntamento per le 4, e dopo aver scovato quella cosa, stavano per girare quello che era probabilmente il materiale più interessante dopo lo scoppio della Salazar Town.
«Sicura di volerlo fare?», chiese Rogerio.
«Sicura», annuì Maria. Quindi prese il cellulare, compose il numero sul tastierino, e attese.
Tre squilli.
«Pronto?», rispose una voce dall’altro capo.
«Claremont, sei tu?»
«Maria?»
«Sì. Passami subito il capo. È urgente.»
«Non credo possa…»
«Muoviti.»
Passarono alcuni istanti, poi Maria udì il solito tono aspro di Kevin Smith, boss di ACN, il network più importante di Admiral City. «Che diavolo vuoi? Stiamo lavorando, nel caso non lo sapessi.»
«Anch’io.»
«Che stai dicendo?»
«Sono con Rogerio. A San Antonio Canal. Preparati a mandarmi in onda. Fra cinque minuti.»
«Ma…»
«Niente ma. Diretta. Cinque minuti. Non te ne pentirai.»
«Ma…»
Click!
Maria infilò il cellulare nella tasca del jeans, si sistemò il trench e afferrò il microfono che le passò Rogerio. «Quanto manca?»
«Due minuti», rispose il cameraman.
«Bene. Fammi un bel primo piano, lasciami parlare, poi quando dico “Ora ve lo mostriamo” mi faccio da parte e tu lo riprendi. Ok?»
«Ok.»
Maria sospirò.
Rogerio si mise in spalla la videocamera. «Cinque secondi… Quattro… Tre… Due… Uno…»
Maria vide accendersi la spia rossa della videocamera.
Era in onda.
Sorrise. «Qui è Maria Espantoso per la ACN, siamo in diretta dalla zona portuale di San Antonio Canal, ad Admiral City, per un servizio straordinario. Dopo la sciagura della Admiral Tower, che sta tenendo con il fiato sospeso tutto il mondo, ora ci troviamo a poca distanza dal centro doganale, esploso qualche minuto fa per cause ancora tutte da accertare. Siamo testimoni di attacchi che rimangono senza spiegazioni ufficiali, poiché le autorità, fino a questo momento, non hanno rilasciato dichiarazioni in merito. Fonti vicine alla Casa Bianca sembrano aver riferito che il Presidente Romney abbia decretato lo stato di allerta Defcon 3, ma non c’è ancora nulla di certo. E allora cosa sta succedendo? Chi c’è dietro tutta questa violenza, dietro tutti questi attacchi? Noi della ACN abbiamo trovato qualcosa che forse potrebbe rispondere ad alcune di queste domande. Ora ve lo mostriamo.»
Maria si fece da parte e vide Rogerio spostare la telecamera alla sua destra. Si voltò e indicò col microfono le fiamme. «Il cerchio di fuoco che stiamo inquadrando ha un diametro di circa cinque metri. Come potete vedere, le fiamme non sono molto alte, arriveranno al massimo a una trentina di centimetri. La cosa inquietante è ciò che il cerchio contiene al suo interno. Avviciniamoci di più.»
Si avvicinarono.
Maria riprese a parlare. «Una figura giace distesa al centro del cerchio infuocato. Un’armatura nera, una specie di esoscheletro, ricopre interamente il suo corpo. Sulla fronte e sul petto è impresso un simbolo, una sorta di circonferenza, con una linea che, dal centro del cerchio, punta verso l’alto. Il cerchio di fuoco con l’esoscheletro al suo interno sembrano proprio ricordare il simbolo. E osservando bene tutto notiamo che simbolo, cerchio di fuoco ed esoscheletro sono simili a un orologio. Un orologio che segna la…»
«MEZZANOTTE!», urlò l’esoscheletro, la voce distorta da una specie di modificatore vocale che la faceva apparire come l’insieme di tante altre voci.
Maria rimase paralizzata, e notò che anche Rogerio sembrava sotto shock.
L’esoscheletro si alzò, e in quello stesso istante le fiamme si spensero. Poi due figure si materializzarono al suo fianco.
Dal nulla.
Non indossavano un esoscheletro nero, ma delle tute lucide dello stesso colore che li facevano sembrare delle ombre.
«Continua a riprendere!», disse Maria al cameraman, nonostante dalla sua voce trasparisse la paura.
Le tre figure si fecero avanti. Poi si arrestarono di colpo.
Maria li vide sollevare la testa verso l’alto, e fece altrettanto.
Una scia dorata, come quella di una cometa, era apparsa nel cielo.
Maria si illuminò nel vedere la scia atterrare proprio davanti a lei, e fronteggiare le figure in nero. «Uranium!»
L’Uomo Atomico dello START le sorrise, quindi si portò l’avambraccio sinistro alla labbra.
«Ragazzi, Capitano Kirkman. Sono vicino alla dogana. Raggiungetemi subito. Li ho trovati.»
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