Admiral City
22 aprile 2013
Ore
4.13 AM
Il mare attorno a Island
Stone rifletteva le luci degli elicotteri militari in volo sopra
Admiral City.
Libby era concentrata sui
movimenti che scorgeva sulla spiaggia, a duecento metri dall'isola
che ospitava la sede dello START. Oltre alle auto della polizia e ai
mezzi della Guardia Nazionale c'erano dei giovani che avevano colto
l'occasione per improvvisare una sorta di rave party lungo
l'esclusivo tratto di spiaggia di Ocean Park.
Forse non si rendevano
conto della gravità della situazione? Eppure bastava osservare
il filo di fumo che si sollevava dalla Salazar Tower, nel bel mezzo
del Central Business District. Per non parlare degli spari, delle
sirene e degli allarmi che risuonavano in buona parte dei venti
distretti di Admiral City. Nonostante ciò quei ragazzi ricchi
di Santurce se la spassavano saltellando attorno a un improvvisato
falò. Un paio di loro stavano perfino cercando di surfare, a
dispetto delle motovedette di pattuglia a pochi metri di distanza.
Libby si augurò un duro intervento delle forze dell'ordine,
anche se in realtà avevano ben altro di cui occuparsi.
«La signorina è
stata messa al sicuro.» Il tenente colonnello Ross sbucò
alle sue spalle facendola sobbalzare. L'ufficiale di collegamento tra
l'Esercito e lo START indossava l'uniforme operativa dei Ranger. Il
berretto nascondeva gli occhi dell'uomo ma il suo umore cupo era percepibile
dal tono di voce e dal passo rigido con cui si muoveva nella sala
panoramica della base.
«La signorina?»,
domandò Libby, presa da altri pensieri.
«La Johansson.
L'attrice. L'hanno prelevata dall'Hilton e scortata al sicuro, al
distretto di polizia di Hato Rey.»
«Cristo Alex, credi
che in questo momento m'importi qualcosa di quella donna?» Sì
pentì subito di quanto aveva appena detto. Scarlett era ad
Admiral City da una settimana, con lo specifico compito di conoscere
di persona “la donna più veloce del mondo”. A Hollywood
stavano girando un film su di lei e all'attrice di Match Point
toccava interpretare il suo ruolo, anche se fisicamente si
somigliavano poco. «Mi spiace...»
«Non preoccuparti»,
tagliò corto il militare. «Intendo dire: non
preoccuparti per Matt.» Alex Ross era uno dei pochi
privilegiati a poter chiamare American Dream con un nome normale,
anche se “Matt” era in realtà uno pseudonimo fittizio
attribuitogli da Clinton durante la sua presidenza. Al buon Bill non
riusciva proprio di chiamare il più grande eroe americano col
suo altisonante nickname da Super. Il fatto era un altro: nessuno
conosceva il vero nome di American Dream. Forse nemmeno lui stesso.
«Non lo avete
ancora localizzato». Quella di Libby era un'affermazione, non
una domanda.
«In sala tattica i
ragazzi si stanno dando da fare.»
«È
stato un errore mandarlo da solo.» La ragazza torturò i
bracciali in spandex porpora del suo costume. Di solito per scaricare
la tensione faceva una corsetta.
Opzione non praticabile in una situazione di DEFCON 3.
«È
sempre andato da solo e se l'è sempre cavata. Questa volta non
farà eccezione.»
«Questa
volta è diverso», ribadì Libby. «Quell'essere,
Mezzanotte... non è un Super come gli altri.»
Il
viso asciutto del tenente colonnello si animò con l'ombra di
un sorriso. «Ora sei diventata una telepate?» Poi,
ricordando la sfortunata fine fatta dal Professor Scanner, Ross si
rabbuiò di nuovo. «Dài, raggiungimi in sala
tattica. Vediamo che fare.»
La
piccola squadra operativa di sostegno allo START era in piena
emergenza. Dieci Ranger sorvegliavano gli accessi alla piccola base
di Island Stone, mentre il personale tecnico, altri dieci militari al
comando di Ross, rappresentavano il collegamento costante coi reparti
in attività ad Admiral City.
«Siamo
un bersaglio sensibile», spiegò l'ufficiale,
accompagnando Libby davanti a una lunga fila di monitor ad altissima
definizione. «Tuttavia pare che per il momento l'intero
quartiere di Ocean Park non sia stato attaccato.»
«Hanno
paura di voi», suggerì il tenente Millar, l'addetto alle
comunicazioni.
«Se
avessero paura dello START non avrebbero attaccato proprio questa
città», replicò Ross. «Senza offesa,
Libby.»
La
ragazza scrollò le spalle. Si specchiò nell'unico
monitor spento. Costume porpora, stivali color cobalto, occhiali Nike
da centometrista, linea speciale disegnata apposta per lei. Nascose a
stento una smorfia. «Abbiamo scoperto qualcosa sugli
aggressori?»
Millar
digitò qualcosa e indicò lo schermo al plasma alla sua
destra. Comparve un video registrato in modalità notturna,
molto confuso, girato da una combat
cam. Una didascalia
identificava l'artefice di quel filmato: il caporale Valdivia della
Puerto Rico National Guard. Era impegnato col suo plotone in un
intervento nei pressi di un minimarket nel distretto di Monacillo
Urbano. Le riprese mostravano l'avvicinamento dei soldati a un paio
di bersagli nascosti al buio, all'interno dell'edificio. Libby notò
due sagome, poco più che ombre stagliate nell'oscurità,
verso cui il plotone convergeva. L'ufficiale al comando fece appena
in tempo a intimare la resa quando i due bersagli si mossero a
velocità incredibile, travolgendo scaffali e banconi. Una
velocità non pari a quella di Libby, ma senz'altro sovrumana.
Seguirono
spari, urla, imprecazioni, quindi di nuovo silenzio. Il caporale volò
qualche metro più in là, colpito da una forza
micidiale, quindi rimase steso a terra, moribondo. Una sequenza di
fotogrammi ripresi per caso, mentre Valdivia giaceva immobile a
terra, mostravano uno degli aggressori che si allontanava. Millar
effettuò un fermo immagine. Il frame era confuso ma si vedeva
comunque una sagoma umanoide, così nera che pareva rivestita
da capo a piedi da una tuta riflettente color pece o da una vernice
lucida.
«Ne
è stato abbattuto qualcuno?»
Ross
scosse la testa. «Potrebbero essercene più di cento, ma
al momento non siamo riusciti ad avere la meglio su nessuno di essi.»
Libby
si avvicinò al monitor. Il video era ancora in stand-by sul
fotogramma. «Cosa sono? I Super Jihadisti che la CIA ci ha
mandato a cercare in Pakistan tre anni fa?»
«La
NSA lo esclude. Al Qaeda non ha mai più fatto progressi in
quel campo.»
«Comunisti
ucraini? Nazione Ariana?»
L'ufficiale
scosse il capo. «Nessuna rivendicazione. Forse i cinesi
potrebbero avere una qualche tecnologia del genere, ma non hanno
motivi per attaccarci.» Ross si chinò e caricò
una slide fotografica su un altro computer. Comparvero immagini aeree
che mostravano la sommità devastata della Salazar Tower. Il
grattacielo era un crepitare di energia elettrica. Fulmini e saette
generate dal punto d'impatto – da Mezzanotte – avevano abbattuto
ogni velivolo che aveva cercato di intervenire sul luogo. A Libby
ricordava le scene finali del primo Ghostbusters,
tranne per il fatto che questa volta non si trattava di un film.
«Non
abbiamo riprese o foto del tizio», interloquì il tenente
Millar. «Di Mezzanotte.»
«Aggiungici
pure che alcune gang di latinos
della vecchia San Juan ne stanno approfittando che razziare e fare
casini, così avrai il quadro preciso», concluse Ross.
«Uranium
e Rushmore?» La ragazza si maledì per l'ennesima volta.
Al momento dell'attacco era a Tampa, reduce da un evento benefico.
Quando Ross l'aveva convocata d'urgenza i suoi compagni di team erano
già entrati in azione. Un solo giorno d'assenza dallo START
era bastata per isolarla dalla squadra. Da Matt.
«Rushmore
è in laboratorio. Sta cercando di adattare i suoi droni al
campo elettrico della Salazar Tower. Uranium è coi ragazzi
della Guardia Nazionale. Stanno dando la caccia a tre aggressori in
nero, a San Antonio Canal. Al porto.»
Libby
inforcò gli occhiali. Sfiorò un comando tattile,
impostandoli sulla modalità notturna. «Io vado a cercare
American Dream.»
«Non
puoi», sospirò Ross. «I Federali...»
«Davvero
vuoi tentare di fermarmi?»
Il
tenente colonnello si spostò di lato. Ovviamente non avrebbe
mosso un dito contro di lei. Non perché sapeva di esserle
inferiore nonostante l'addestramento e i ragazzi che aveva al suo
comando, bensì perché lei era prima di tutto una sua
amica. «Altri Super stanno entrando in gioco. Pare che a breve
ne arriveranno anche da fuori.»
Libby
s'incamminò verso l'uscita. Altri Super? Se dal Pentagono non
lo avevano impedito, la faccenda doveva essere davvero seria.
«Cercherò di stare attenta.»
«Un'ultima
cosa.»
La
ragazza si fermò sulla soglia della passerella esterna. La
tiepida brezza notturna le portò gli odori di Ocean Park: la
puzza di gasolio dei natanti, il fumo dei falò sulla spiaggia,
l'effluvio salmastro del mare. Si voltò verso Ross. «Dimmi.»
«Gli
esperti stanno registrando un accumularsi di energia insolita nel
grattacielo dei Salazar.»
«Che
intendi per insolita?»
Il
militare s'irrigidì. «Teleforce. Una fottuta onda di
Teleforce che sembra generarsi da dentro l'edificio.»
Libby
sentì un brivido lungo la schiena ma si limitò a
passarsi una mano tra i capelli scuri. «Alex, teniamoci aggiornati
via radio.» Prima che Ross potesse rispondere la ragazza
richiuse il portello e sparì nella notte di Admiral City.
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