Admiral City
Independence Boulevard
22 Aprile 2013
Ore 6.31 AM
Alexsej iniziava a recuperare le forze. E ad annoiarsi.
«Vecchio mio, ti va una corsetta?»
I gommosi sembravano scomparsi. Il nuovo amico si era rivelato un pessimo interlocutore, persino peggio degli sgherri di Mezzanotte. Perlomeno, non mancavano più di venti o trenta minuti alla Salazar Tower, dove si sarebbe finalmente risolta la sciarada di quella notte.
«Blaster è a terra!» esclamò Sniper, affrettando il passo. Stakanov gli tenne dietro.
Quando furono vicini all'incrocio con la Lexington Avenue, si aprì uno scenario bellico: auto capovolte, vetri infranti e un modesto cratere, ancora fumante, vicino al marciapiede. In mezzo alla carreggiata giaceva una massa metallica parzialmente fusa, che poteva benissimo essere il gemello di Sniper ridotto in pessime condizioni. Vicino a lui c'era un uomo accovacciato.
«E tu chi saresti? Che cazzo fai?»
Lo sconosciuto si alzò. Vestiva un kimono blu scuro e una di quelle ridicole gonne da samurai, tutta bruciacchiata. Al fianco portava un fodero nero da cui spuntava l'impugnatura di una katana. Aveva occhi a mandorla e capelli corvini. Era un giappo sulla trentina, dall'aspetto insignificante. Uno di quelli che ti offrono salsa di soia.
Alexsej avvertì su di lui un residuo di Teleforce.
«Mi chiamo Musashi» disse. «Sono qui per controllare che non ci siano interferenze.»
«Nome in codice: Musashi» aggiunse Sniper con solerzia. «Livello Teleforce: non pervenuto. Stato: disperso.»
Il samurai abbozzò un sorriso. Poi, senza aggiungere altro, si avviò verso la Lexington.
Uno strano silenzio regnava in città. Quella mattina nessuno dei mattinieri abitanti di Admiral City osava avventurarsi in strada. Molto probabilmente erano tutti incollati al televisore, salvo i militari e qualche decina di Super.
Alexsej decise di inseguire lo sconosciuto.
«Senti, gonnellino! Non l'avrai ucciso tu, quel golem? Io sono Stakanov, giusto perché tu sappia chi ti romperà il grugno se non mi rispondi.»
Musashi si accovacciò nuovamente sull'asfalto. Aveva una mano sull'impugnatura della katana.
«Sprecheresti il tuo tempo, Stakanov» disse. «Devi imparare a percepire ciò che non puoi vedere con gli occhi.»
In quel momento la terra si frantumò sotto i piedi.
Alexsej fece appena in tempo a rotolarsi di lato, evitando di essere investito da frammenti di asfalto.
Si rialzò senza esitazioni e si guardò intorno.
Il golem, rimasto indietro, pareva illeso ma perdeva del liquido nerastro da una gamba.
Il samurai era di nuovo in piedi e impugnava la katana, il cui filo emetteva una luce violacea, che generava riflessi minacciosi sul piatto della lama.
L'arma era puntata verso un furgoncino a bordo strada, da cui era emersa una donna minuta. Indossava pantaloncini e una camicia di jeans, annodata sopra l'ombelico.
«Nome in codice: Psiblade» rivelò Sniper. «Livello Teleforce: 1776. Stato: detenuta in un carcere di massima sicurezza.»
La donna rise, facendo molleggiare i riccioli castani.
«Detenuta, davvero!» Esclamò. «Sei proprio tu, Kensei? Sono rimasta giusto il tempo di farti pentire per avermi abbandonata in prigione!»
Vi fu un sibilo e una forza assalì il samurai, che parò con la sua strana katana. La donna attaccò di nuovo, ma i fendenti si sfaldarono sulla guardia del samurai.
Musashi mosse alcuni passi verso la donna.
Alexsej gli avrebbe dato man forte, ma voleva prima accertarsi dello stato del golem. Se si era rotto, poteva dimenticare l'appuntamento con Angela. Inoltre, aveva la sensazione di essersi intromesso in un incontro privato.
«È tutto qui, Kensei? Forse dovrei prendermela con i tuoi amichetti, ridurli come quel robottino. Comincerò con il teppista...»
Questa volta, Stakanov se ne accorse in anticipo e riuscì a schivare la sferzata d'aria, rotolando di lato. La sciabolata lacerò l'asfalto. Adesso era chiaro come attaccava: era una dannata telecineta.
Prima che potesse colpire di nuovo, Sniper puntò il fucile a plasma e fece fuoco.
Psiblade deviò il proiettile con un cenno del capo, facendo esplodere la portiera di un suv. L'autovettura andò in fiamme, facendola ridere nuovamente.
Stakanov avrebbe voluto cancellare quel suon fastidiosissimo a suon di pugni.
Musashi prese l'iniziativa.
«Adesso basta, Psiblade!» scandì. «Arrenditi e forse riusciamo ancora a salvare te e tuo fratello...»
«È troppo tardi, Kensei» lo interruppe la donna. «Io non ho bisogno della tua salvezza. E neanche Magmarus! Oggi è la giornata in cui noi massacreremo i cosiddetti buoni, a cominciare da quei buffoni dello START. E adesso muori!»
Psiblade colpì con forza inaudita, incidendo l'asfalto fino alle tubature. Un fiotto d'acqua in pressione la investì, costringendola ad arretrare.
Musashi colse l'occasione e schizzò in avanti, dritto verso l'avversaria. Tese la lama e la conficcò a forza nel petto, così rapidamente da non darle il tempo di agire.
Il sorriso di Psiblade si trasformò in una smorfia. Del sangue gorgogliò fra le labbra tremanti. I suoi occhi si spensero.
«Addio, Sarah» mormorò Musashi, rinfoderando la spada. Poi alzò le spalle e si rivolse ad Alexsej. «Qualcuno passerà a prenderla. Stakanov, giusto? Se vuoi, posso dare un passaggio a te e al robot.»
«Chi ti dice che facciamo la stessa strada?»
«Non essere stupido. Metà dei Super esistenti si sono dati appuntamento alla Salazar Tower.»
«A me piace correre.»
«Il tuo robot sembra ferito.»
«È in perfetto stato!» ribattè Stakanov, dandogli una pacca sul braccio. «Vero, vecchio mio?»
«La mia mobilità è compromessa. Preferirei che non mi toccasse.»
L'autovettura di Musashi era un van commerciale, abbastanza capiente per imbarcarli tutti. Sul retro recava la scritta "ELECTRIC SERVICE".
Alexsej si sedette, a disagio.
«Meno male che non c'è traffico. Ora dritti alla torre, ok?»
«Prima facciamo un salto allo START» replicò il giapponese. «Yell teme che ci sia un traditore. Devo verificare e, eventualmente, rimuoverlo.»
«Cosa? Ma così perderò altro tempo!»
«È inammissibile! Mi faccia subito scendere!»
«Non dimenticare, Stakanov, che esiste più di una strada per raggiungere la cima della montagna.»
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