giovedì 13 settembre 2012

È tempo di distruzione



Breve annuncio ai naviganti, rivolto soprattutto a coloro che entreranno in gioco da ora per scrivere i 10 capitoli finali della Round Robin.

Il lavoro realizzato fino a questo punto è eccellente, non a caso i complimenti arrivano anche da chi era partito prevenuto riguardo alle storie di e con supereroi.
Ora però arriva il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine. Quindi, coi poteri conferitimi dallo START, comunico le seguenti cose:


  • Punto uno: Cercate di non inserire ulteriori sottotrame e intrighi nella storia e concentratevi sul chiudere le molte parentesi aperte. Rileggete la storia (comodamente scaricabile in formato ebook - trovate i link al termine di ogni capitolo) e decidete dove intervenire. Non abbiate paura di contattare gli altri autori per chiedere un consiglio o per concordare una storyline comune, soprattutto nel caso in cui i vostri turni di scrittura siano conseguenziali. 
  • Punto due: Da questo momento e fino alla fine alzo il tetto massimo di parole consentite a 1500. Cinquecento parole in più, proprio nell'ottica di chiudere man mano i vari scenari rimasti in sospeso. Confido nel fatto che sfrutterete questo bonus nel migliore dei modi. Quindi i nuovi termini del regolamento sono questi: capitoli con un minimo di 500 parole e un massimo di 1500.
A cose fatte vi parlerò poi degli extra che seguiranno alla Round Robin. Senza dimenticare che nel mentre potete scaricarvi tutti gli spin-off di 2MM. Gratuiti, non preoccupatevi. Li trovate in questa pagina.

martedì 11 settembre 2012

Capitolo 22 (di Nicola Corticelli)









Chicago
Gennaio del 1973                                                                                                               

«È venuto anche oggi.» 
La voce di Ellie era una misto fra un risolino e bisbiglio.
L'altra ragazza, una giovane sulla ventina e dai lunghi capelli castani raccolti a coda di cavallo, si limitò appena a sollevare il capo dai fogli che stava leggendo.
«Come?» 
Ellie si avvicinò alla collega con fare complice e parlò ancorapiù a bassa voce: «Dai il nuovo arrivato della sicurezza, in questo ultimo periodo ha preso il vizio di gironzolare qua attorno.» 
E accompagnò la frase con un leggero cenno del capo.
La ragazza con la coda di cavallo volse lo sguardo su un giovane sui ventisei-ventisette anni con l'uniforme del servizio d'ordine della centrale.
«E allora?» 
«Per me è interessato a qualcuno nel nostro ufficio.» 
L'interlocutrice di Ellie si limitò a fare una smorfia, ma quest'ultima continuò imperterrita: «Vediamo se mi segue...» 
E detto questo uscì dalla stanza con un sorrisino stampato sul viso.
Rimasta sola, la ragazza si limitò a scuotere il capo e a continuare a leggere le scartoffie accumulate sulla sua scrivania.
La pace e la quiete durò solo pochi minuti.
«Salve.» 
Di nuovo sollevò lo sguardo e si ritrovò a fissarli in due penetranti iridi scuri.
«Mi permetta di presentarmi sono Jack Montague, il nuovo addetto alla sicurezza.» 
Allungò una mano e la donna meccanicamente la strinse.

***

Laboratorio centro START
22 aprile 2013  Ore 6:35

«Si può sapere dove è andato Blackjack?» 
Rushmore guardò Scanner/Cheveux d'Ange visibilmente preoccupato.
«Ha detto che usciva fuori a controllare una cosa e che sarebbe tornato subito.» 
«Non che mi dispiaccia che quel damerino della CIA se ne sia andato... ma manca da troppi minuti e la cosa non è un buon segno.» 
I due rimasero perplessi per qualche secondo a fissarsi e quasi furono colti di sorpresa quando una terza voce si insuò fra loro.
«Vi sono mancato?» 
L'uomo vestito di nero entrò nella trasportando sotto braccio e senza il corpo di un'altra senza alcuno sforzo.
«Signori ci tengo a sottolineare che non sono della CIA, ma un agente a contractor freelance.» 
Gettò la carcassa sul pavimento, continuando.
«La cosa normalmente mi farebbe incazzare, ma vi perdono perché eravate in apprensione per me.» 
Rushmore si chinò a osservare il cadavere sul pavimento.
«Perchè diavolo hai portato un cadavere di uno dei Triari qui?» 
«Toglili il cappuccio e capirai, uomo più intelligente del mondo.» 
Il super non fece obbiezioni e tolse l'indumento dalla testa del Triario.
«Ma è American Dream... o almeno ha le sue fattezze...» 
La voce di Rushmore tradì per qualche istante lo sgomento e anche Scanner/Cheveaux d'Ange fece un passo indietro.
Blackjack fece un sorrisino a mezza bocca.
«Quasi. È un clone, anzi lo sono tutti dei cloni, del nostro caro AD.» 
«Ma i Triari sono dotati di super-capacità, anche se non alla massima potenza, e le mutazioni da teleforce non sono replicabili geneticamente.» 
«Infatti hai ragione. Nei cloni sono stati immesse delle nano-macchine che ne potenziano la capacità a dismisura.» 
Rushmore sgranò gli occhi, ma ebbe la prontezza di spirito di afferrare un analizzatore da uno tavolini accanto a sé.
La scansione del corpo si protrasse per alcuni nel più assoluto silenzio.
«Hai ragione. Anche se il corpo è privo di vita le tracce dei naniti è chiara. Si può sapere come fai saperlo?» 
«Se è per questo ora so anche di peggio, ma è meglio che ti spieghi la reale natura dei miei poteri.» 

***

Chicago, 
Gennaio del 1973

«Le ho già detto di no.» 
Un sorriso gelido su un bel volto d'angelo.
«Ma è un no "mai e poi mai", o è un no "forse un domani".» 
La giovane donna non potè fare a meno di nascondere un sorriso.
«Non sono per le cose troppo perentorie, signor Montague.» 
La guardia sorrise di rimando, osservando la segretaria dell'ufficio amministrazione.
Ellie era appena uscita e lui, come al solito, era comparso dal nulla al suo cospetto.
Un'abitudine consolidata in quegli ultimi giorni.
«Facciamo così.» 
Montague si infilò una mano nella tasca dei pantaloni e estrasse un mazzo di carte.
«Giochiamocela.» 
La donna si accigliò visibilmente.
«Non si preoccupi niente di troppo complicato... A carta più alta. Se vinco io, lei uscirà a cena con me.» 
«Se vinco invece io, lei non mi importunerà più.» 
«Sta bene.» 
La guardia giurata estrasse per primo la carta e la mostrò: un Jack di picche.
«Tocca a lei.» 
La segretaria fece altrettanto: una donna di cuori.
«Pare che non sia destino.» 
«Già. Così sembra, signor Montague.» 
La guardia giurata fece spallucce e se ne andò.

***

Laboratorio Centro START    
22 aprile 2013  
Ore 6:40

«Cosa? Assorbi il pontenziale genetico degli esseri umani normali? Ma è mostruoso.» 
«Detto così, mi fai quasi un serial killer.» 
Blackjack cominciò a ridacchiare.
«Non è divertente.» 
Rimbrottò Rushmore guardando l'altro super.
«Sono d'accordo. Ma anche quello che Salazar è convinto di fare, non sarà piacevole... Produrre una seconda onda Teleforce che investirà tutto il pianeta, peccato che non funzionerà.» 
«Cosa intendi dire?» 
Blackjack rimase un secondo in silenzio.
«L'ho letto nelle informazioni genetiche di questo Triario. I naniti sono opera delle industrie Salazar, un nuovo tentativo di ottenere super senza Teleforce.» 
«E con questo?» 
«Non capisci Salazar ha fatto esperimenti con i naniti con i suoi due figli maschi. E questi ultimi hanno deciso di sabotare il progetto del padre. L'onda di Teleforce che si produrrà sarà corrotta e ucciderà tutti i super del pianeta.» 
Rushmore impallidì.
«E tu cosa vorresti fare?» 
«Con i tuoi sensori voglio che tu identifichi quanti più Triari qua attorno e mi faccia una mappa che io possa seguire.» 
«Tu sei pazzo, non farò una mostruosità del genere, non ti permetterò di acquisire tutto quel potere.» 
«Fallo!» Scanner/Cheveaux d'Ange quasi urlò quella parola, facendo ricordare agli altri due Super la sua presenza nella stanza.

***

Blackjack era appena uscito dal laboratorio e Rushmore si voltò verso l'altro Super rimasto.
«Ho fatto quanto mi hai chiesto senza obbiettare, ma, adesso che siamo soli, mi devi una spiegazione.» 
«Diciamo che ho trovato in lui una motivazione nobile, quando gli ho letto la mente... vuole salvare Libby.» 
«Perché?» 
Sul volto di Scanner/Cheveaux D'Ange comparve un sorriso.
«Diciamo che vuole una seconda chance.» 
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martedì 4 settembre 2012

Capitolo 21 (di Qwertyminus)




Admiral City
Distretto di Monacillo Urbano
22 Aprile 2013
Ora 6.25 AM

L'insegna del market lampeggiava a intermittenza. 
“Stanne fuori”, continuava a dirsi. Tutto inutile. In cuor suo sperava almeno che gli Yankee credessero alle sue minacce. “Siamo là fuori e osserviamo” aveva detto al presidente. Ma adesso che era da solo poteva mostrare le carte. “Chi c'è, là fuori, Yell? Sei quasi da solo, oramai... è stato tutto un bluff e se non ci cascheranno...”, Scosse la testa e proseguì.
A lui, dopotutto, cos'è che cambiava? Rebel Yell si scrollò di dosso la polvere e i pensieri, attraversò la strada e imboccò un vicolo gettando il mozzicone di una sigaretta. Il vicolo era stretto al limite della claustrofobia e pregno di un tanfo fetido che sapeva di morte. 
Il super si chinò su uno dei cadaveri e rovistò fra i suoi abiti. «Caporale Nelson Valdivia», lesse a voce alta. «Puerto Rico National Guard», e gettò via il tesserino identificativo. Yell osservò da sopra una spalla un colpo di vento che se lo portava via come fosse fatto di carta velina. Quando lo vide lontano, la sua attenzione tornò al povero Valdivia. “Spero tu non abbia sofferto”, pensò serrandogli le palpebre con due dita. “Una città piena di eroi e nessuno che pensa a soccorrere i  caduti...”. 
«Credevo che quelle voci fossero sbagliate, amico. Devo ricredermi?», Quello che Ride era in piedi dietro di lui, il corpo tozzo e deforme, gli abiti che aveva indosso erano maldestramente tinti di giallo e di rosso, levitava a pochi centimetri dal suolo.
«A quali voci ti riferisci?».
«Dicono che Yell il ribelle si stia rammollendo. Buon per te che ti abbia visto prendere a calci quegli yankee... potevo anche crederci, lo sai?», e sbottò in una risata sguaiata.
“Ride”, pensò Yell. “Ride sempre...”
Teddy Mercury, nome in codice Jolly, Buffone per i pochi nemici e Quello che Ride per tutti gli altri, rideva sempre e comunque. Da quando era morto per la prima volta, durante l'incidente, non faceva nient'altro. “La teleforce dà, la teleforce toglie... a lui ha tolto il senno”. «Dimmi co'shai scoperto piuttosto che dire cazzate.»
«Da dove comincio?», chiese Jolly. E sghignazzò come se da qualche parte, nella sua testa, stesse guardando un film comico. Yell avvertì il desiderio di regalargli un pezzo di piombo in mezzo agli occhi. “Settantasette più uno quanto fa?”, gli avrebbe chiesto. Sperando che dopo l'ennesimo  risveglio non avesse più tutta quella voglia di ridere. 
«Comincia dalle cose importanti...». 
Jolly ci pensò un attimo, un grosso sorriso da ebete stampato in faccia. Mostrava senza remore due fila di denti marci e storti. I riccioli rossi e neri che partivano scomposti in tutte e quattro le direzioni avvolgevano la sua testa come fiamme dell'inferno. «Indovina un po'... Scanner si è fatto vivo, o almeno così sembra. Geniaccio gli ha aperto in qualche modo la testa... non in senso reale, intendo... Ma la cosa più divertente è che non serviva affatto. Scanner ne era già uscito e adesso parla con la erremoscia. Poveraccio, sì... ammesso che sia davvero lui. Non è vero, caro amico diffidente?», Rebel Yell non rispose al suo sorriso. «Vuoi sapere cos'è che hanno sentito queste orecchie?».
Rebel Yell si rimise in piedi. «Parla!», ordinò. 
Jolly sorrise. Ancora. «Nomi», fece una pausa portandosi l'indice tozzo e biancastro sotto il mento. «Nella mente di mezzanotte c'erano solo nomi, Dave, Maxwell, Scarlett... Rushmore ha anche raccontato un fatterello. Tempo addietro Matt gli parlò di un certo Dave, un suo amico. 'Un uomo che sapeva', disse Matt. 'Un uomo che ha sempre saputo'.»
Yell mostrò il suo disappunto sputando. Iniziò a camminare fra i cadaveri, tutti uomini della P.R.N.G., tutti caduti per un gioco più grande di loro. «Matt è vittima e carnefice... lui crede davvero che Mezzanotte sia questo Dave, l'amico di sempre. Lady Liberty finirà col pensare che Mezzanotte sia la prima puttanella che si troverà davanti e che indosserà abiti più belli dei suoi. Quel chiacchierone di Salazar crederà nell'avvento di un nuovo figlio di dio e...», sentì la bocca impastata, anche deglutire gli venne difficile. «Che gli ficchino in testa quello che vogliono, su di lui sapevo già di non poter contare. A questo punto mi chiedo chi sarà il primo ad aprire gli occhi e capire come stanno realmente le cose...».
«Tu?», Jolly sorrise. «Tu l'hai già fatto, è vero... e io sono morto! Vuoi che vada alla torre? Che prenda qualcuno e...»
«No!», tuonò Yell. Il sorriso sul volto di Jolly si tramutò in un'espressione di muto sgomento. Ma fu un istante, solo e soltanto un istante. Poi riprese a ridere. «Siamo tutti figli della stessa sciagura, di un dono così maledettamente iniquo da... troppo potere corrompe, Jolly, porta alla follia chi lo possiede e tutti coloro che vi stanno intorno. Come se esso fosse una stella e, tutti gli altri, stupidi pianeti privi di vita...»
«Oh oh oh...».
«Il potere è vivo», riprese Yell. Cominciò a camminare verso l'uscita del vicolo. Jolly restò alle sue spalle. «Il potere corrompe...».
«Ogni potere».
«Ogni potere, certo... specialmente se è vivo e ha deciso che questo mondo deve essere suo. È stato Matt a volere che noi sei ci riunissimo... e le sue intenzioni erano buone, ne sono certo».
«L'hai già detto. Matt è vittima quanto noi, Rebel. Ma di cosa?».
«Di se stesso», rispose Yell. «Del suo potere e di quello che l'incidente gli ha fatto», il vecchio super prese fiato. «Posso sbagliarmi, Jolly.  Ma c'è una parte di me che ne è fermamente convinta... troppe cose tornano... la nostra cabala, l'attenzione per quel ragazzo e per i suoi poteri... e Salazar. Perché coinvolgere Salazar nel nostro progetto?».
«Salazar ha la torre».
«La tecnologia e le conoscenze. Salazar è entrato nel gruppo perché Matt credeva che servisse uno come lui... io ero contrario, quell'uomo è vuoto, vive in virtù della sua fede. Ma adesso... Cos'è che può volere Salazar da tutto questo? Anche lui è stato ingannato come noi, me lo sento... e Matt è l'unico ad avere il potere di controllarci tutti».
«Il ragazzo di cui hai parlato è Prezzemolino?», chiese Jolly. «O forse era Mister basilico...?».
«Non è questo l'importante», Yell era spazientito. Lo guardò si maledisse. “Come ho fatto a sopportarlo per tutti questi anni?”, pensò. “Non è Eddie Tormack a preoccuparmi, è il suo potere”. «Eddie può generare la vita. Qualunque sia il loro obiettivo...». Fu allora che li vide sgusciare nella penombra. I suoi occhi lampeggiarono.
«Sei sempre stato al fianco di Matt. Avete formato la cabala insieme. Tu eri la mente, lui il braccio e...», Jolly sbottò in una risata che si protrasse per qualche minuto. «Io ero il buffone, ovviamente. Ma io sono già morto settantasette volte... Tu? Il potere corrompe, dici da grand'uomo quale sei. Ma se tutti gli altri credono nella realtà distorta creata da Matt, perché non tu?». Prima che potesse tornare a ridere, Yell si era già scagliato contro di lui. Lo accolse con un sorriso gelido, diverso, e aspettò che lo attraversasse prima di voltarsi a guardare.

Yell combatté con i tre Triari come avrebbe fatto ai vecchi tempi, quando il mondo era più facile e c'erano soltanto buoni e cattivi. Nessuna menzogna, nessun inganno. Ne mise uno a terra e si volse a guardare l'altro. Dovette parare i suoi colpi, schivarli. Jolly osservava in silenzio.
«Io non sono come tutti gli altri, Jolly», esclamò. Afferrò il nemico per la gola e strinse, poi lo spinse contro una parete. Estrasse la pistola e... 
Ne restò soltanto uno. Poteva finirlo con un solo colpo ma non era questo che voleva. Voleva l'ultima, inconfutabile, prova. Gli si avvicinò, il Triario sembrava quasi volesse aspettarlo. «Mostrami il tuo vero volto», gli disse. «Il volto del tuo creatore». 
Il Triario obbedì.
La maschera iniziò a sudare, rivoli scuri corsero via e rivelarono un volto che Rebel Yell conosceva bene. Il volto del sogno americano. «Quand'ero piccolo mia madre diceva sempre la stessa cosa. Noi non avevamo nulla e fuori dalla nostra porta il mondo mangiava e godeva di tesori che erano anche nostri. Lei mi guardava, guardava mia sorella e poi ci mostrava quel mondo che tanto ci affascinava, quel mondo che invidiavamo con tutto il nostro animo e diceva: 'Basta un attimo, figli miei, un attimo solo e anche il sogno più grande può diventare l'incubo peggiore'. Mi spiace per te, Matt». Premere il grilletto fu quasi una liberazione.

«Ora me lo spieghi, amico? Che ci faceva Matt in quel brutto corpo?».
«È un potere come un altro... uno dei tanti. Ho già visto qualcosa di simile aldilà dell'oceano». “Chissà se Wael intende muoversi... il potere attira potere e non c'è uomo che abbia una bramosia pari a quella del Grande Thot...”.
«Oh... e Matt ha questo potere?».
«Se quello che penso è giusto, Jolly, Matt non possiede alcun potere. È il potere a possedere lui...». Uscì dal vicolo lasciandosi Quello che Ride alle spalle. Ma per Jolly lo spazio non aveva alcun valore. Una volta fuori, il super era già lì e lo guardava col suo ghigno beffardo.
«Cosa vuoi che faccia, mio immenso amico?», gli chiese-
«Musashi, non mi resta che lui... Trovalo e digli che il governo e le sue spie possono anche andare a farsi fottere. Quello che mi serve è altro...».
Jolly intanto alzò lo sguardo e accolse con meraviglia il fiocco dolce che gli scivolò sul naso. «Cos'è che ti serve? Un altro passaggio? Posso pensarci io... di nuovo!».
«No. Quando sei in guerra hai bisogno di una sola cosa: un esercito, Jolly. E non serve né a me né a te... è questo dannato mondo ad averne bisogno. Prenderemo la torre e se non avremo alternative uccideremo American Dream». Poi alzò lo sguardo e la neve si poggiò, soffice, sul suo volto. I ricordi iniziarono a riaffiorare come un treno in corsa. Chiuse gli occhi e li scacciò via. Non erano affatto candidi come la neve... erano rossi, rossi come il sangue.
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martedì 28 agosto 2012

Capitolo 20 (di Matteo Poropat)




Palazzo Manyal
Il Cairo
22 Aprile 2013
12:35 AM

La sala grande del palazzo era gremita di ospiti, tanto da sembrare un formicaio sul punto di esplodere. Donne ingioiellate e inguainate in costosissimi abiti si muovevano lente e compassate attorno a uomini di potere. Di ogni tipo di potere. Ambasciatori e industriali stranieri combattevano le prime sorridenti schermaglie, per una guerra che avrebbe risuonato per tutta la durata dell'evento, e che avrebbe portato grandi affari a qualcuno, e perdite letali ad altri. Wael Ghaly tentava di tenersi in disparte da tutto ciò, per quanto i suoi due metri e mezzo e la stazza possente gli consentissero. Salutava e sorrideva quanto bastava, scivolando tra i suoi ospiti come un animale da caccia. 
Indossava il completo nero d'ordinanza, che come sempre gli riusciva di trovare meno comodo dell'armatura policarbonica e falsamente antica con la quale guidava il suo personale esercito nell'ormai troppo lunga guerriglia contro le tribù insurrezionaliste del sud. E stringeva nella destra il lungo bastone istoriato, nero e coronato da una testa d'ibis lavorata in argento, al quale si appoggiava di tanto in tanto, le mani giunte, lo sguardo assorto. 
Wael si specchiò in una delle enormi colonne dorate che circondavano la sala. C'era movimento alle sue spalle, oltre il mare di noiosi invitati dei quali poteva percepire ogni singola emozione. All'altro capo della sala due dei canopi discutevano con qualcuno al telefono, seguendo le sue direttive mentali. Si concentrò, sintonizzandosi più a fondo sui pensieri di quelle appendici antropomorfe del suo essere. Notizie da Admiral City. La crisi incombe. Mezzanotte.
Il momento di intervenire, pensò, era finalmente giunto.
Si riscosse dal contatto, ordinando a tutti i canopi di raggiungerlo e dirigendosi a lunghi passi verso un corridoio laterale. Attraverso il vociare, intervallato dal ticchettio del bastone sul pavimento di pietra, percepì il diffondersi della malcelata preoccupazione diffusa dalle sue guardie del corpo, che fendevano la folla per seguirlo.
Strinse mani e annuì affabile. Si fece scivolare addosso viscidi sogni di potere, elargiti da chi cercava un qualsiasi modo per entrare nelle grazie dell'uomo più potente d'Egitto. Se mai avevano saputo, pensò Wael, che lui era stato un umile operaio, ora vedevano solamente il super uomo che usavano chiamare il Grande Toth. 
Il corridoio svoltò e svoltò ancora, in una selva di archi e porte che spesso conducevano a stanze vuote. Un piccolo labirinto cosparso di sensori invisibili, tana di droni da difesa mimetizzati in statue di roccia consumata, repliche perfette di reperti dell'antico Egitto. Giunto di fronte a un'enorme arazzo raffigurante un falco, che tra gli artigli stringeva il mondo, recitò la sequenza di frasi d'accesso. L'arazzo rivelò la sua natura di ologramma, svanendo per rivelare un pannello di luminoso. Eseguì il controllo biometrico, lasciando che il laser azzurro analizzasse la traccia genetica della sua mano. A quel punto il muro intero prese a muoversi, rientrando rapidamente su un lato. Davanti a Wael una ripida sequenza di gradini scendeva nelle tenebre. 
Scese rapidamente, svoltando a destra lungo un nuovo corridoio, illuminato dalla luce acida di neon azzurrognoli. La vista delle mura sbrecciate e degli archi che conducevano alle vecchie celle gli strappò un grugnito, ma tornò a concentrarsi su quanto c'era di più urgente. Alle sue spalle percepì i passi concitati dei due canopi che lo stavano raggiungendo, poi il ronzio che confermava la chiusura del passaggio segreto. 
Attraverso le menti dei suoi uomini era entrato a conoscenza delle notizie da Admiral City, dove alcuni dei suoi uomini erano da tempo insediati, anch'essi mimetizzati, parte del substrato politico e militare. 
Aveva preso una decisione sul piano da seguire. Un accordo con lo START in quella situazione poteva rivelarsi oltremodo vantaggioso, la carta da giocare per un accesso al gruppo di Super più potente del pianeta. Risorse di cui lui aveva bisogno, scienziati che conoscevano la teleforce. Una maggior comprensione su ciò che lui era diventato, un maggior potere.

I due uomini giunti con lui alla fine del corridoio lo osservavano. Identici nei lineamenti, silenziosi energumeni con occhiali da sole e auricolare, ideati per nascondere le interazioni telepatiche che lui possedeva con le altre parti di sé. Marionette alle quali poteva donare una sorta di falsa intelligenza, un'indipendenza mentale che le rendeva parzialmente autonome. 
Si trovavano davanti un'enorme porta, rotonda e metallica, stratificata e imponente, costellata di bulloni grossi come teste pugni. Un'unica finestrella, rotonda anch'essa, era stata ricavata al centro. Un occhio impietoso sul suo passato.
Wael vi si accostò. 
Per qualche secondo tutto rimase immobile, il respiro dei tre uomini era l'unico suono in quell'ambiente dominato dalla penombra esangue regalata dai neon.
Poi iniziarono le urla.
Ridotta a un sacco d'ossa, biancastra e strisciante ma ancora capace di scagliarsi contro di lui quando riusciva a percepirne la presenza, sua moglie lo salutò con la sequela di insulti ormai diventata consuetudine. Almeno da quando era stata contaminata nell'incidente alla centrale. Da quando, anni dopo, lui aveva scoperto la fame nata nel ventre mutato di Isabelle, le scappatelle notturne, le fughe verso i resti della centrale, per leccare via da calcestruzzo e metallo i più vaghi residui di teleforce. Era poi arrivato il giorno in cui l'aveva trovata riversa nel sangue di uno dei aiutanti, un Super, come li chiamavano nell'occidente, come lui mutato nell'esplosione della centrale, un ragazzo abbagliato dai sogni di potere di Wael che si era messo al suo servizio. Smembrato e sparpagliato per l'immensa camera da letto nuziale dove lei viveva segregata da mesi, lo aveva riconosciuto dai resti della mano artigliata con la quale aveva cercato di difendersi. Il povero Horus non era riuscito a trasformarsi, il suo potere divorato prima ancora della sua carne dalle capacità di Isabelle. Quando l'aveva trovata, dopo aver sfondato la porta, lei si stava nutrendo e rideva, gli occhi lucidi di follia animale, il sorriso di una bambina finalmente felice. 
Da allora l'antica prigione, riadattata dagli scienziati agli ordini di Wael, era diventata la sua perenne dimora. 
Non c'era voluto molto, alla mente frenetica dell'uomo, per capire che sarebbe potuta tornare utile, se opportunamente veicolata, quella fame. Il controllo mentale che poteva esercitare su di lei era aumentato col passare degli anni. Ed era arrivato il momento di vedere fino a che punto riusciva a sfruttarla.

Guardò i due che lo attendevano, silenziosi e immobili. Calcolò rapidamente che per i compiti da svolgere gliene sarebbero serviti di più, sicuramente uno di più. Premette gli occhi della testa d'ibis e il becco dell'uccello metallico si aprì, affilato. Tese le dita della mano sinistra davanti a sé. Premette le lame alla base del dito indice e con un'orribile scricchiolio premette un pulsante sulla testa d'argento, amputandosi il dito. 
La smorfia di dolore, accompagnata dal lento scorrere di gocce di sudore sulle tempie, si trasformò rapida nell'estasi della moltiplicazione. Il formicolio atteso e appagante che l'invadeva mentre le ossa crescevano, nervi e tendini si ricostruivano.
Il dito caduto a terra già sfrigolava, come carne all'inizio di una sugosa cottura. L'unghia iniziò a ingrandirsi e ramificarsi, il sangue dilagò in una pozzanghera estesa, che ribolliva di vita innaturale. 
Wael si concentrò per indirizzare quella crescita. I canopi, come lui li aveva chiamati ironicamente quando aveva scoperto, in maniera bizzarra e dolorosa in un incidente d'auto, il suo nuovo potere, tendevano a essere repliche esatte in ogni dettaglio. In generale non lo aveva mai permesso, se non quando gli serviva essere visto altrove. Ma soprattutto le rare volte in cui nutriva l'amata moglie, con quei surrogati di carne che irradiavano tracce di teleforce, preferiva scegliere forme diverse. 
Con un ghigno soddisfatto ammirò la creatura sanguinante venir lentamente ricoperta dall'epidermide rosata e fastidiosa che le regalava gli ultimi dettagli delle fattezze di Mitt Romney.

Premette un pulsante sulla parete, e le catene che cingevano gli arti di sua moglie si accorciarono, legandola senza pietà alla parete della cella. Quindi l'enorme porta fremette e si aprì come una bocca animata da una fame senza tempo. Con un comando mentale ordinò al suo burattino di carne di entrare, poi premette ancora il pulsante.
Si girò verso i due canopi in attesa. 
Di chi potevi fidarti in quel mondo, se non di te stesso, pensò.
Ordinò loro di predisporre il sistema di contenimento e trasporto per Isabelle, il suo vestito di kevlar che le impediva di entrare in contatto, almeno durante il viaggio, con qualsiasi fonte di teleforce che lei avrebbe potuto prosciugare. Dovevano quindi mettersi in contatto con il quartier generale dello START. Cercare Alex Ross. Voleva parlare direttamente con lui, predisporre un incontro urgente per discutere dei problemi legati a Mezzanotte e le necessità di assorbire ingenti quantità di teleforce. Gli avrebbe proposto qualcosa di molto americano, pensò, gustandosi i grugniti bestiali che annunciavano il pasto mensile della moglie. Uno scambio di coppia.
I due canopi annuirono, quindi si diressero verso il piano superiore.
Wael guardò il bastone, il becco dell'ibis che stillava sangue. 
Doveva partire per un lungo viaggio.
Ne avrebbe avuto ancora bisogno.
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sabato 25 agosto 2012

(Guest post) Costruiamo un museo a Nikola Tesla!




Carissimi lettori (e partecipanti) di Due Minuti a Mezzanotte,

mi intrufolo abusivamente tra i capitoli di questa stupenda round robin supereroistica per comunicarvi un messaggio importantissimo.

Tutti voi avrete sicuramente presente Nikola Tesla. (La risposta deve essere “sì”, altrimenti sarete costretti a prendervi a schiaffi da soli.) Detta in parole povere, Tesla (1856-1943) è il padre del Ventesimo Secolo: un inventore, ingegnere, fisico e visionario fuori dal comune che ha letteralmente plasmato il nostro modo di intendere la tecnologia. La Corrente Alternata è solo una delle sue numerose invenzioni. Tesla sperimentò con successo in numerosi campi del sapere scientifico, anticipando (spesso di parecchio) i tempi: raggi X, onde radio, radar, motori elettrici, comunicazione wireless, persino un macchinario per scatenare terremoti. E tutti i suoi sforzi miravano ad un unico scopo: il benessere dell’umanità. 

“La trasmissione economica dell'energia senza fili è di importanza fondamentale per l'uomo. Gli permetterà infatti di dominare incontrastato sull'aria, sul mare e sui deserti. L'uomo sarà libero dalla necessità di estrarre minerali o petrolio, trasportare e bruciare combustibili, abolendo così molteplici cause di inquinamento. Il glorioso sole diventerà il nostro servo ubbidiente. Pace e armonia si diffonderanno sulla Terra.” (tratto da “Electrical World and Engineer” del 7 gennaio 1905).

Tesla era un genio rivoluzionario, un uomo fuori dal suo tempo che non ottenne il giusto credito per le sue incredibili scoperte. Ripassatevi la cosiddetta “Guerra delle Correnti”, ovvero il famigerato scontro con Thomas Edison, per saperne di più.

martedì 21 agosto 2012

Capitolo 19 (di Domenico Helldoom Attianese)




Laboratorio Centro START 
22 aprile 2013 
Ore 6:25  


Cheveaux d’Ange si era risvegliato, il suo corpo almeno.
«Non sono il francese, sono Scanner.»
«Come?» Blackjack era confuso. 
«Probabilmente avrà trasferito tutta la sua mente dentro di lui, forse perché altrimenti molti dettagli sarebbero andati persi», spiegò Rushmore. 
«E bravo il cervellone», rispose Scanner, col corpo del francese. 
«Visto che non sei morto, Dream è tornato normale?» 
 «No, Rushmore, ormai American Way è libero. I blocchi psichici sono saltati quando sono entrato in coma e Salazar ha trovato, non so come, il modo di soggiogarlo ai suoi ordini. Way è convinto di vedere Mezzanotte, che lui crede essere un certo Dave con cui sarebbe cresciuto. Non so come abbia fatto, ma Salazar controlla uno dei super più potenti in circolazione.» 
«American Dream è contro di noi…» 
«Sì, ma non è questo il problema più grande. Salazar e Mezzanotte stanno per fare la loro mossa, grazie ai poteri di Mezzanotte intendono far saltare Portorico e generare un’onda di Teleforce che si spargerà per tutto il pianeta.»

* * * 

Salazar Tower
22 aprile 2013
Ore 6.25

«Allora perché ci sei tu qui, papà?»
«Mezzanotte non è solo un nome, è un piano. Codice di sicurezza: Omega-Tesla-Geova-Super.» Salazar vide Bonnie guardare oltre le sue spalle. Un muro si divise in due alle sue parole e rivelò uno scheletro metallico collegato ad una postazione computerizzata. 
«Questo, Lisa, contiene il cervello di Maxwell, e questo» - disse, indicandogli il diamante che lo scheletro portava al collo- «contiene la sua anima. Mezzanotte è mantenuto in questo mondo da un supporto vitale e dal mio potere. Il mio potere è superiore a quello dei super creati dall’incidente, io sono stato esposto alla pietra intera. In parole semplici, posso controllare e manipolare le anime degli esseri viventi, posso sentirle e osservarle, comprenderle e alterarle.» 
Bonnie gli sembrava confusa. Non aveva mai fatto cenno a nessuno dei suoi poteri, ma ormai non aveva più senso nasconderli. 
«Forse capirai meglio così. Nightshifter, entra.» 
«Eddie, stai bene?» chiese Bonnie, preoccupata, vedendo entrare Eddie, dalla cui bocca colava una nebbia nera.  Salazar gli toccò la fronte, gli occhi si illuminarono di verde e Nightshifter uscì dal suo corpo, solidificandosi accanto a Salazar. 
«Sta benissimo, controllo la sua essenza ora, e gli ho fatto un upgrade. Voi due, come molti super, siete molto più potenti di quello che pensate.» disse Salazar e toccò la fronte di Bonnie. Anche i suoi occhi si illuminarono di verde e, come Eddie, si fermò in piedi di fronte allo scheletro. 
«Come lui, ora sei più potente e soggiogata a me. Ora calma, sento che cerchi di liberarti. Non puoi, mettiti il cuore in pace e ascolta. Voglio farti capire, voglio che almeno uno dei miei figli sia con me» disse, con un misto di speranza e dispiacere nella voce. 
«Che devo capire, sei un pazzo bastardo, papà» 
«Sssh» fu la risposta di Salazar, e Bonnie ammutolì. «Come stavo dicendo, io e Maxwell ci separammo dopo l’incidente del ‘73. La nascita dei super aveva creato in me un nuova speranza, un mondo che ci avrebbe uniti agli uomini e ci avrebbe permesso di progredire verso un futuro migliore. Maxwell capì, prima di me, che non sarebbe stato possibile e ognuno andò per la sua strada. 
Dopo l’incidente di Rodeo Drive mi ricontattò, disse che aveva scoperto qualcosa di terribile. 
Quando andai da lui, scoprii che stava morendo. Lo avevano contaminato con qualcosa creato apposta per i Super, e mi mostrò i piani dell’ONU che era riuscito a recuperare. 
Un virus chiamato “Piaga del superuomo”, campi di concentramento, bombardamento nucleare. Era quello che volevano fare nel caso fosse successo qualcosa di simile all’incidente del 2001 o a quello del 1973. 
Non potevo lasciarlo morire cosi, avevamo attraversato i secoli insieme, eravamo più che fratelli e cosi chiusi la sua anima in quel diamante e il suo cervello in quello scheletro. Portai ciò che rimaneva di lui qui, e andai a chiedere spiegazioni. 
Non negarono nulla, mi minacciarono e mi dissero che solo l’entusiasmo che gli uomini avevano per i super ci salvava ancora dalla nostra fine. 
Per anni meditai su cosa fare, pregando che non scoccasse qualche scintilla, ma non potevo attendere per sempre. 
Quei due psicopatici dei miei figli sono sempre più difficilmente contenibili.  
Quel bastardo di Yell è sempre più azzardato in quello che fa. La minaccia del risveglio di American Way, che ho fortunatamente arginato, prima che mostrasse al modo la sua follia. 
E questi sono solo alcuni dei pericoli che potrebbero scatenare contro i super l’ira e la paura di un intero pianeta. Certo, vorrei che tutti i super si unissero a me e non dovessero perire insieme a Portorico, ma molti non capirebbero. 
I Governi ci temono, vogliono distruggerci. E i super alleati ai governi, come lo START e la Fortress Europe, hanno tradito i loro simili. Quindi è ora di assumere il posto che ci spetta. 
Se tutti diventano Super, non avremo più nemici» disse Salazar, sinceramente dispiaciuto per quello che lui e Mezzanotte avrebbero dovuto fare ad alcuni dei loro simili. 
«Ed ora all’opera, ricreiamo un corpo a Maxwell» concluse. 

Toccò prima la fronte di Eddie, poi quella di Bonnie sintonizzando le loro anime e codificando i suoi ordini.
Si misero all’opera, mentre Salazar sentiva tutto quello che facevano. 
Prima Bonnie mutò il minerale dello scheletro da argento a calcio, mentre Eddie duplicava il DNA dal cervello creando il midollo. Mentre il lavoro di Bonnie era finito, Eddie continuava, cellula dopo cellula, a ricostruire il corpo. 
Reni, Polmoni, Cuore e tutti gli altri organi interni. Intanto uno shanghai di vene ed arterie si generava partendo dall’alto, mentre strati di cartilagine, muscoli e pelle iniziarono a ricoprire tutto lo scheletro.
Per ultimi creò gli occhi, di un azzurro intenso e dei lunghi capelli neri. 
Bonnie ed Eddie si spostarono e Salazar si avvicino al nuovo corpo. Staccò il diamante dal suo collo e la pietra andò in polvere nelle sue dita, lasciandogli un fumoso pugno di energia verde tra le mani. 
Con l’energia tra le mani, appoggiò i palmi al corpo e un’esplosione di Teleforce proveniente dal redivivo Maxwell stese Nightshifter, Eddie e Bonnie. 
Un sorriso si stampò sul volto di Maxwell, che abbracciò Salazar. «Finalmente ti sei reso conto che avevo ragione, eh Hal?» 
«Purtroppo sì, dobbiamo agire in fretta… ma prima mettiti qualcosa addosso» rispose Salazar sorridendo di rimando. 
«Ah, sì», rispose e semplicemente pensando riorganizzò gli atomi intorno a se in un nuovo costume. 
«Che te ne pare?» Sembravano due ragazzini che non si vedevano da tempo, pronti a giocare di nuovo insieme. 
A un gioco che avrebbe sconvolto un pianeta.
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lunedì 6 agosto 2012

Capitolo 18 (di Lorenzo Ladogana)




ADMIRAL CITY
22 Aprile 2013
Ore 6. 25 a.m

“Non c’è nemmeno una traccia di aria condizionata in questo furgone, che cazzo!” pensò Alex Ross. Avevano a disposizione le migliori tecnologie degli Stati Uniti che un furgone blindato potesse trasportare, e si era dovuto far prestare un ventilatore a batteria da un negozio a due isolati più avanti per non morire di rosolia.
Il tenente si faceva aria con un catalogo di costumi da bagno, seduto indecorosamente sulla sedia della sua postazione nel più grande del gruppo di veicoli militari impiantati nell’ampio parcheggio vicino a quel ramo della spiaggia. Il sole sarebbe sorto di nuovo di lì a poco, e l’effetto frescura dell’aria umida e salina proveniente dal mare sarebbe del tutto scomparso. Nemmeno la leggera coltre di nuvole che oscurava il cielo avrebbe avuto pietà di lui. 
Alex non riusciva a tollerare il caldo, ma quello che lo faceva sudare ancora di più era il nervosismo. Era bloccato da cinque ore tra una serie di cinque monitor che si aggiornavano ogni dieci secondi con messaggi provenienti da ogni angolo dello Stato, che andavano dai provvedimenti disciplinari intraprese per le chiusure delle linee aree, allo spostamento dei civili nelle zone più sicure dell’isola e sulle coste adiacenti, fino ai primi messaggi di appello delle Nazioni Unite sulla faccenda Admiral City.  
Da quando si erano mossi da Island Stone un ora e mezzo prima aveva ricevuto al bellezza di settantanove telefonate da più di venti ambasciate differenti, mentre arrivano notizie dei cosiddetti “rinforzi speciali” che l’Unione Europea, l’Egitto , il Giappone stavano inviando. Fortress Europe era entrata in azione già da più di due ore, mentre le altre delegazioni si stavano riunendo tutte ad Island Stone, attraverso la richiesta ufficiale del tenente colonello Marv Gordon. Marv non gli piaceva: era stato il suo mentore, se così si può dire, fin da quando era un ufficiale.  Aveva imparato ad odiarlo e rispettarlo per quei vent'anni, fino a quando, raggiunta una certa posizione di prestigio, non aveva colto al volo l’opportunità di mettere su una squadra da solo e chiudere con le sue stronzate. Marv era sicuramente un uomo intelligente e ancora molto in forma, nonostante avesse compiuto da poco sessant’anni, ma i suoi atteggiamenti razzisti ed arroganti gli avevano irrimediabilmente e tarlato il cervello, negli anni. Non ce lo vedeva proprio, pensò Ross, ad accogliere una delegazione del Grande Thot stappando una bottiglia di Champagne, sventolando a destra e a manca la protesi del braccio che qualche anonimo musulmano gli aveva fatto saltare nel corso della Guerra del Golfo . “Tanto per lui sono tutti uguali” ridacchiò il tenente.
Smise di pensarci e prese a scuotere il giornale più velocemente. Era stanco, aveva dolori di stomaco e soprattutto era solo. Mai come in quel momento si sentiva totalmente abbandonato a se stesso: Aveva solo tre o quattro uomini di cui si poteva fidare ciecamente,  mentre gli altri erano per lo più marionette, uomini di Gordon, ex-membri di scorte di polizia e di volti importanti della politica riciclati come unità di difesa, dopo essere stati imbottiti di droghe e steroidi sintetizzate in laboratorio dal nuovo acquisto della START, un biondino sudafricano che gli faceva venire la nausea.
“Queste non sono più faccende di sicurezza nazionale” – pensò – “Non sono più neanche guerre: stiamo giocando a fare le divinità. Mandiamo gli Dei a combattere al posto nostro, sperando che ci parino il sedere”. Pensò a quando abitava a Shanwee con i suoi genitori. Il Kansas era la nazione di Superman, e lui adorava leggere le sue storie sui fumetti che il padre Norman gli portava dopo il lavoro. Poi i Super divennero reali, e capì che non erano perfetti come l’immagine radiante dell’eroe sulla prima pagina di Action Comics, ma erano umani normali, negli aspetti peggiori e migliori del termine. Sorrise lievemente, pensando a Libby e a Matt. 
Fu allora che sentì un piccolo segnale luminoso dal suo computer, un messaggio su una linea privata. Non era una voce, ma una semplice serie di ticchettii sconnessi, l’uno dopo l’altro. Un codice Morse. 
W… J,R, L…”  Le stesse quattro lettere a ripetute a ciclo continuo. Rimase perplesso per un attimo, poi capì: era Karl.
Entro nella canale privato dello Start e vide che Rushmore stava cercando di inviargli un file: si era dimenticato del vecchio trucchetto dell’usare le quattro iniziali dei Presidenti dell’omonima montagna. 
In quel momento entrò il Tenente Millar. «Tenente Colonnello Ross, venga a vedere!»
«Non ora Mark!». Se Rushmore non gli aveva telefonato, ci doveva una motivazione molto grave.
«È davvero urgente! Venga!». Il tenente allora si alzò e si sporse fuori dai portelloni del furgone nero e bianco. Ci mise un po’ a comprendere cosa stava succedendo, ma poi focalizzò l’assurdità della cosa: stava nevicando.
«Come diavolo, come fa a nevicare in questo mese dell’anno?» A PORTORICO?
«Non lo so signore. Le temperature erano stabili fino a poco fa, poi i termometri hanno iniziato ad impazzire.» Disse sconcertato Millar.
Ross si toccò le braccia e si accorse di colpo che l’incredibile calo di temperatura era reale: aveva smesso di sudare e ora provava un certo fastidio alla pelle.
«Tutto questo è assurdo…»;  poi si volse verso la Salazar Tower: il crepitio dell’energia sulla sommità esplosa della struttura risplendeva bluastro, occasionalmente. «Deve essere opera della Teleforce. Tutto quanto quello che sta succedendo ora deve essere stato causato da qualcosa che viene dalla torre. Forse Rushmore…» disse, e si ricordò del messaggio del professore, che nel frattempo era caduto sul pavimento. Lo raccolse e lo lesse attentamente.
«Tenente Colonello che ordini devo dare agli uomini?», gli chiese Millar, ma Alex Ross non lo stava ascoltando, perché in quell’esatto momento leggendo ciò che Cheveux D’Ange aveva estratto dalla mente del Professor Scanner, e che egli aveva preso sondando al mente di Mezzanotte.  E a dirla tutta, adesso non si sentiva tanto bene nemmeno lui adesso.
«Dì… dì… agli uomini di caricare tutto nei furgonie di prepararsi a partire», disse con un filo di voce il tenente colonello, tenendosi con una mano lo stomaco in subbuglio.
«Adesso Tenente Ross? Ma non dovremmo…» 
«ORA, Tenente Millar», esplose Ross, riprendendosi. Mise il foglio in tasca e rientrò nel furgone. Si diede una botta sulla pancia e si impose di rimanere calmo.
«Sissignore» disse Millar, risentito, e andò a chiamare gli ufficiali.
Alex spense il ventilatore, chiuse i portelloni del furgone e si sedette sul cruscotto, incredulo. Aveva abbandonato il Kansas seguendo il sentiero dei mattoni dorati per entrare nella Guardia Nazionale, si era fatto le ossa a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in Libia. Eppure niente era paragonabile a ciò ora sapeva, nemmeno l’incidente di Rodeo Drive. Mezzanotte era davvero nella torre. Era umano, vivo e terribile. E se entro un ora non fosse stato fermato, Admiral City e l’intera Porto Rico sarebbero scomparse dalla faccia della Terra.
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