mercoledì 17 aprile 2013

Capitolo 10 - Stagione 2 (di Giordano Efrodini)


20 Ottobre 2013
Egitto – Deserto occidentale.

In un solo istante, Heavy Rain venne spazzato via dal cielo. Precipitando, ebbe solo il tempo di comprendere l’origine sovrannaturale della corrente anomala. L’attimo dopo era già una macchia rossa e scura sulla superficie del Sahara.
Il fenomeno che l’aveva travolto si avvicinò.
«Che sciocco», disse Vayu, col suo inglese di Oxford e l’accento indiano, «sprecare buona parte della sua concentrazione solo per fluttuare». Scosse il capo in segno di biasimo.
L’aveva tenuto d’occhio per un po’, scegliendo il modo migliore per abbatterlo.
Avrebbe potuto risucchiarlo a terra con una tromba d’aria, avvolgerlo con una tempesta di sabbia che l’avrebbe scorticato vivo, far esplodere l’aria direttamente nei suoi polmoni eccetera eccetera. Poi si era stancato di quel gioco e aveva deciso per un colpo rapido e misericordioso.
In fondo proveniva da una buona famiglia, da una casta privilegiata che gli aveva consentito di studiare nelle migliori scuole. Non era un barbaro, lui.
Soddisfatto di se stesso, si levò nel cielo – ora libero – radunando una tempesta di sabbia, e con questa volò verso Il Cairo.

Egitto, Il Cairo
Le Baraccopoli.

Agni passeggiava tra i vicoli sporchi e squallidi, osservando i volti dei miserabili. Ognuno di loro poneva le sue ultime speranze in quella nuova menzogna, la promessa di un potere eretico e deviato.  Non la pura essenza con la quale la Dea lo aveva benedetto, ma volgari artifizi di una goffa scienza umana.
La Città dei Disperati, come aveva preso a chiamarla tra sé, gli ricordava i suoi compatrioti più sfortunati, l’umile casta dalla quale si era innalzato come un dio per grazia di Ammit. Tuttavia, questi ignari infedeli erano lì per servire Toth, abbeverarsi al suo potere bugiardo e asservirsi alla sua volontà. Per quanto non provasse alcun piacere nell’apprestarsi a quel particolare incarico, dovevano essere purificati.
Chiuse gli occhi, dedicò una breve ma sentita preghiera per le loro successive incarnazioni, dopodiché recitò il mantra: «Jai mata Kali, jai mata Ammit. Kali Ammite, namo namah».
Sull’ultima sillaba le fiamme lo avvolsero e i bassifondi esplosero.

I Lokapāla, i Guardiani del Mondo, erano su suolo egiziano. Ram Dao li aveva scelti personalmente, la sua élite tra i Figli di Ammit. Due di loro erano già all’opera, iniziando la Vendetta della Dea.

***

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene.

Il Grande Toth se ne stava. Beh. Ovunque.
Seduto davanti a un computer al Cairo. Spacciandosi per Senatore a Washington. Dietro una scrivania di Bruxelles a sbrigare scartoffie per Fortress Europe. A Francoforte, raccogliendo informazioni alla BCE. Uscendo da un bar di Glifada… e in migliaia di altri posti.

Quest’ultimo Canopo, come molti altri, si poneva sempre la stessa domanda.
Io sono Wael Ghaly, il Presidente Egiziano, il Grande Toth. Come mi sono ridotto a diventare il galoppino di me stesso?

Una volta era quello che gli americani chiamano – nel loro modo colorito – The Big Boss, e i Canopi erano i suoi servi fedeli. Ubbidienti a ogni comando, svolgevano ogni mansione gli venisse assegnata, persino morire tra le braccia di Isabelle.
Ora il confine era più labile. Quasi inesistente.
Il Grande Toth, quello vero, era un simbolo e una reliquia, l’immagine dietro la quale si nascondeva la sua natura multipla. L’originale veniva conservato come un cimelio – la mummia del faraone – in un sotterraneo del palazzo.
Mi hanno messo in cantina”, rifletté amaramente. “Anzi, mi ci sono messo da solo”.
Per l’ambizioso Wael, il “regalo” di Isabelle era stato un dono irresistibile, ma questo potere gli stava costando caro.
Ogni clone, ogni Wael, aveva ereditato la sua ambizione, ma ora si trovavano a svolgere compiti secondari, alcuni dei quali avvilenti per il loro ingombrante Ego. In più, nonostante il potere fosse cresciuto, la sua mente… “Le nostre menti”, dovette ripetere a se stesso per l’ennesima volta, non erano progettate né si erano evolute per gestire una tale interconnessione. Non era un telepate e non avrebbe mai posseduto quel talento.
Ogni informazione condivisa da un Canopo – importante o meno che fosse, come un dato finanziario o il fondo schiena di una stagista – poteva distrarre gli altri dai loro singoli compiti, perciò doveva ovviare al pericolo con una costante e faticosa disciplina.
Momenti come questo – ormai sempre più frequenti – in cui si ritrovava a riflettere sul problema, lo portavano all’unica conclusione possibile: i Canopi erano troppi, per riprendere il controllo dovevano essere decimati.
Cospirare contro se stesso metteva sempre i cloni in allarme. Ognuno di loro era Wael, e Wael voleva vivere.
Questo conflitto interno era responsabile di un ricorrente punto cieco nella sua privilegiata visione di massa, un Tallone d’Achille che un giorno o l’altro gli sarebbe potuto essere fatale.
Per di più, non tutti i cloni erano dello stesso avviso.
Vivere vite separate con esperienze diverse stava creando un’incrinatura tra le varie componenti della sua personalità, introducendo una pericolosa individualità nella somma delle sue parti.
Senza rendersene neppure conto, il Grande Toth stava impazzendo.

Al momento però – quel particolare Wael – se ne stava seduto all’ombra fuori dal bar, dove non gli restava che aspettare Clark, nella speranza che avesse colto i suoi cenni e lo raggiungesse. Non voleva che Sibir lo notasse, proprio no.
Sì, era davvero il galoppino di se stesso.

***


20 Ottobre 2013.
Egitto, Il Cairo.

L’incendio si stava muovendo come una cosa viva, eccolo incamminarsi dalle baraccopoli dov’era nato verso la città vera e propria, lambirne gli edifici, avvolgerli e abbatterli.
Un giornalista della CNN mise da parte il servizio sui Girini del Presidente e documentò la notizia.
«Come vedete, le fiamme sembrano avere una precisa volontà. Si sospetta l’attività di un Super sconosciuto! Non sappiamo chi sia ma… ecco! Ecco! Avete visto? Le fiamme hanno avvolto quell’edificio che è subito esploso! Il Cairo è sotto attacco! Ripeto, Il Cairo… oh mio Dio, e quello cos’è?» La telecamera ruotò rapidamente nella direzione indicata.
Il cielo verso occidente si era fatto scuro come se una nube innaturale lo avesse coperto, mentre il Nilo, tra le sabbie portate dalla tempesta e i riflessi degli incendi, si tingeva di rosso. La ripresa venne rimbalzata da tutti i media, facendo istantaneamente il giro del globo.

Al centro della tempesta, la forma di Vayu era appena visibile. Sicuro di aver finalmente attirato l’attenzione desiderata, eseguì gli ordini di Ram Dao. Aumentò la sua concentrazione dando alla tempesta la forma bestiale di Ammit, palesando la volontà della Dea.

Vedendo il segnale concordato, Agni spense le fiamme che lo avvolgevano, lasciò che il fuoco da lui appiccato terminasse il suo lavoro per le strade, e si diresse verso il Palazzo del Grande Toth. Nessuno lo avrebbe notato, un uomo tra gli uomini, in fuga come tutti gli altri.

Egitto, Cairo
Palazzo del Grande Toth.

I Canopi erano come impazziti. Gridavano ordini al telefono per disporre tutte le forze dell’ordine. Cercavano informazioni su quello che li aveva colpiti. Biasimavano se stessi per non aver previsto l’attacco, e quando non era sufficiente s’incolpavano l’un l’altro. Il Caos era piombato su di loro. Persino il Wael originale, nel suo sarcofago acquatico, si lasciò sfuggire tre bolle simili a un’imprecazione.
Un solo pensiero attraversava la mente di tutti i cloni.
Il nostro Tallone d’Achille sta in fine sanguinando”.
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Capitolo scritto da Giordano Efrodini (Giudappeso blog)

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mercoledì 10 aprile 2013

Capitolo 9 - Stagione 2 (di Salomon Xeno)


13 Ottobre 2013
Calcutta

L'aria puzzava di zolfo e Jackson non aveva la minima idea di dove l'avevano portato. Prima l'allarme, poi l'illuminazione era saltata. Non che prima stesse meglio, nelle grinfie di quella psicopatica. Ricominciò pazientemente a lavorare i legacci.
Da oltre la porta provenirono delle grida e uno schianto. Arrivano i nostri! Fece forza sugli avanbracci, tirando con tutta la forza che aveva, che non era poi molta. Non rivedrò più il sedere di Tabitha...
Improvvisamente qualcuno sfondò la porta e ci fu una colluttazione a pochi passi dal lettino. Scorse solo dei guizzi violacei, un uomo incappucciato e la luce riflessa nel suo coltellaccio. Figli di Ammit. Stronzi. La luce si perse fuori dal suo campo visivo, e alla fine ci fu un grido strozzato e passi felpati che uscirono dallo stanzino.
Poco dopo qualcun altro entrò e tagliò i legacci, tirandolo su. Jackson si trovò a fissare due iridi rosse.
«Dottor Jackson. Livello di Teleforce sotto scala. È un piacere rivederla intero.»
«Non vedo un accidenti!»
Una pallida luminescenza emanata dal corpo robotico illuminò il golem, il tocco di Tabitha.
«La squadra di recupero è impegnata al primo livello, ma non può resistere a lungo. Dobbiamo raggiungere subito il team leader.»
Jackson abbracciò il golem.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

Clark controllò l'orologio, con fare annoiato. Si stava godendo il locale. Non era stato facile, tra la disco e i laser dello showbiz, scovare questo locale. L'insegna a neon era il massimo di modernità che sopportava. I neon e il jazz, perché la sua cultura musicale si era fermata a John Coltrane. Se fosse riuscito a vendere al prezzo giusto, avrebbe aperto un locale di questo tipo. Magari in Mordovia, di fianco al ristorante di Depardieu. Già intravvedeva una rimpatriata hollywoodiana!
Con un gesto della mano chiamò barman, ordinando un Balabala. Come diceva quel suo amico italiano? Paese che vai...
C'era un uomo al bancone. Un impiegato sulla cinquantina in cerca d'avventura. O forse... Lo lasciò al suo Alexander.
Con l'altra mano sfogliò il quotidiano abbandonato. Era perlopiù roba vecchia: il mondo era più veloce delle notizie. E più assurdo. Morti viventi, attentati pirotecnici e una città scomparsa, Sesto Poggese. Bande di Super, mezzi-Super e Girini stavano dietro a molti di questi eventi, solo alcuni dei quali al servizio dei governi.
Per un prezzo accettabile, da quella sera avrebbe avuto due nemici di prim'ordine: l'odiato Kedives e Fortress Europe, da cui già non era particolarmente amato.
Un cameriere gli portò il Balabala, esigendo il saldo in euro.
L'uomo al bancone lo stava tenendo d'occhio, nascondendosi ogni volta che Clark distoglieva lo sguardo. Di certo non era lì per bere, non avendo neppure toccato il cocktail. Poco discreto per un agente di Fortress Europe. Troppo poco fuori luogo per un Super. Eppure, qualcosa nel modo in cui faceva ondeggiare il bicchiere gli ricordava qualcuno di conosciuto.
Distolse nuovamente lo sguardo, sorseggiando il suo cocktail. Si chiese cosa avrebbe ordinato la ragazza.

13 Ottobre 2013
Calcutta

«La prego di non considerare il contatto fisico una consuetudine accettabile.»
«Scusami, Sniper. È solo che sono felice di essere vivo!»
Il golem non fece cenno di contentezza. Non provava emozioni, perché così li avevano progettati. Era una macchina da guerra, precisa e letale. Era sciocco abbracciarlo... ma lo era anche attaddarsi nel covo del nemico, dove  quella pazza schizoide l'avrebbero ridotto a un torsolo, per cui decise di muoversi.
«Va bene, andiamo» disse. «Dove andiamo?»
«L'ingresso principale è impraticabile. Si metta questi e mi segua.»
Quando ha appreso il senso dell'umorismo?
Jackson calzò il visore, regolandolo a due terzi. La stanza era più piccola della precedente, ma ampia abbastanza da ospitare il lettino, un tavolo da lavoro e due cadaveri incappucciati. Gli sfortunati Figli di Ammit.
«Non si può fare a meno di questo odore? Perché lo zolfo?»
«Confonde il nemico. Dottore, agganci anche la mascherina. Avrà qualche difficoltà a parlare, ma le assicuro che non ne sentirà l'esigenza.»
Il golem si orientava senza esitazione all'interno di quel labirinto notturno. Incontrarono altri cadaveri, alcuni con tagli profondi ma senza perdita di sangue. La maggior parte, si accorse, erano semplicemente storditi.
«Sniper, devo riferire al NIMBUS.»
«Riagganci la mascherina, dottor Jackson. L'aria è sporca.»
Si fermarono in mezzo a un corridoio anonimo. Lì un uomo li stava aspettando. Indossava un completo d'affari scuro, ma era a piedi nudi e reggeva in una mano il fodero di una katana. In testa portava un visore identico al suo.
«Va bene» disse Jackson. «Quei tizi sono delle pedine, ma Kareema Gupta è molto più forte. Come andiamo via da questo posto?»
Il samurai indicò con un cenno. Jackson si avvicinò, sbirciando al di là della porta. Un istante dopo indietreggiò, disgustato.
«È fuori discussione! Musashi, non può aprirsi una strada con la katana? Che se ne fa della katana
«Lo scopo ultimo delle arti marziali è non doverle impiegare. Come ha detto lei stesso, non è ancora il tempo di duellare con la padrona di casa. Siccome sono parole sagge la informo che ho dato l'ordine di ritirata, per cui non ci verrà molto prima che ci individuino. Dopo di lei, dottore.»
A Jackson tremavano le gambe, tuttavia si fece forza e varcò nuovamente la soglia. Non prima di essersi assicurato la mascherina.

17 Ottobre 2013
Glifada, Atene

La ragazza lasciò tutti a bocca aperta. Una pupattola di prima classe, alta almeno 1.80 e biondissima: una bellezza glaciale in quel posto così terribilmente mediterraneo.
«Buonasera» disse, in inglese impeccabile. «Lei deve essere...»
«Sono io» disse Clark, alzandosi per farla accomodare. Non era ancora così vecchio da dimenticare le buone maniere. «Il compagno Gennadi non la ha accompagnata?»
«Tovarish Kisurin aveva un impegno. Un Gin Lemon» disse al cameriere, facendo intendere che era tutta la conversazione che le avrebbe strappato. Sibir era una donna come non se ne vedevano dagli anni cinquanta, parola sua. Ancora una volta, si stupì di come bastasse un bel faccino e una camicetta semitrasparente a nascondere una delle più famose Super al mondo.
«Alla nostra collaborazione» brindarono.
A quel punto l'uomo al bancone si alzò, senza aver toccato il suo Alexander. Si girò sulla soglia, subito prima di uscire dal locale. E ammiccò a Clark, appoggiando il pollice appena sotto lo zigomo come un segnale rivolto a lui.
E in quel momento si rese conto di chi aveva davanti.
«Ghaly?» mormorò.
«Pardon?»
La ragazza era furba. Ma non aveva fatto tempo ad accorgersi dello scambio. Clark simulò uno dei suoi sorrisi più affascinanti.
«Niente, pupa. Un pensiero fugace. Mi è appena venuto in mente che sono ancora in grado di alzare la posta!»

14 Ottobre 2013
Kidderpore Dock, Calcutta

Era un miracolo che fosse ancora vivo. Era un quadretto patetico: aiutato da un robot e da un giapponese alto la metà di lui, era uscito a stento dalle acque dello Hughli. Se non fosse arrivato a un passo dall'affogamento, avrebbe riso.
«Gli induisti sono soliti praticare abluzioni spirituali nelle acque del Gange. Credo che dopo le fognature, ne avessimo bisogno.»
Dove ha imparato tutte queste cose? Intorno a Sniper si erano radunati anche due nuovi modelli di classe Evron. Sulla loro corazza notò scalfiture e abrasioni, ma nel complesso avevano retto bene. Un terzo golem era stato distrutto da uno scontro diretto con Ram Dao, durante la ritirata.
La squadra si era rifugiata in un vecchio magazzino, dove erano state nascoste le attrezzature e un cambio d'abito. Tra ferraglia, scheletri di barche e paratie ridotte a rottami, Musashi lo informò della situazione: «Il canale con la base non è affidabile. È così che l'hanno catturata e non possiamo permetterci che le informazioni restino qui in India.»
«Quali opzioni abbiamo?»
«Qui vicino c'è una stazione di polizia...» Certo, come se potessimo presentarci e denunciare il folle piano di Kareema Gupta, delle attività non autorizzate NIMBUS e di CLOUD... «Oppure possiamo seguire il piano di rientro.»
«Piano di rientro?»
«Il suo era un volo per Los Angeles, poi Calgary. I robot, lei capisce, non possiamo imbarcarli su un volo di linea. Abbiamo un contatto, un contrabbandiere bengalese. Possiamo arrivare quasi in Europa.»
«In Europa?» eruppe Jackson. Il samurai gli faceva perdere tempo. «Ma lo sai dov'è il Canada, almeno?»
«Quasi in Europa. Se la sua posizione non fosse ormai compromessa, le consiglierei recarsi in risciò fino all'aeroporto.»
Jackson abbassò la testa, mettendosi le mani fra i capelli. Eccomi precipitato in un'altra epoca. Quanto darei per un volo per Calgary! Quando alzò gli occhi, il giapponese era ancora lì a fissarlo con placida accondiscendenza, ma Jackson sapeva che non c'era scampo.
«Va bene» sfiatò. «Quanto vicino all'Europa dobbiamo andare?»
- - -

Capitolo scritto da Salomon Xeno (Argonauta Xeno blog)

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mercoledì 3 aprile 2013

Capitolo 8 - Stagione 2 (di Massimo Mazzoni)


2 Ottobre 2013
Cabo rojo, Playa Sucia,
Portorico

«Ciao Eric, ti ho sentito, vieni pure avanti, quale buon vento ti porta qui?»
L'uomo era seduto su una poltrona di vimini con un grande schienale rotondo che nascondeva tutta la persona, tranne i piedi, bianchi immacolati.
«Vento cattivo...» disse una voce amplificata.
Eric si avvicinò e urtò qualcosa a terra: era un anfibio, slacciato, l'altro era caduto di sotto dal patio di legno, nella sabbia.
«Attento a non ammaccarti l'armatura nuova!»
Si appoggiò alla balaustra e osservò il mare azzurro, che diventava trasparente in prossimità della spiaggia, bianca da abbagliare.
Si trovavano in una piccola baia, chiusa da due propaggini di terra ricca di vegetazione, sulla destra un basso promontorio con un faro.
Chiuse gli occhi: i microfoni gli rimandarono la risacca delle onde, placida, rilassante.
«Come ti trovi qui?»
«Non lo senti?»
Eric si voltò, la sua maschera trasparente rifletteva i raggi obliqui del tramonto.
«Ah, sei isolato lì dentro, scusa.»
«Non ti preoccupare, e comunque ho l'aria condizionata.»
Una debole risata dell'altro, che poi aggiunse: «Mi trovo bene dai, lo sai come si chiama la spiaggia?»
L'altro scosse il casco a destra e a sinistra.
«Playa sucia, cioè spiaggia sporca, mi piace razzolarci.»
«Non ne dubito.»
Alcuni gabbiani passarono stridendo a pelo d'acqua, evitando i pochi bagnanti che ancora si attardavano prima dell'aperitivo.
«Non ci siamo più visti... Da Aprile.»
L'uomo posò sul tavolino basso un bicchiere con del liquido rosso sul fondo e una fetta di lime come guarnizione.
«Già, come stai? Ti sei ripreso?» Poi aggiunse, rivolto a un cameriere: «Un altro Planter's Punch, por favor.»
«Io sto bene, ma non mi sembra lo stesso, per te, non hai combinato niente da allora, a parte gli incontri clandestini.»
Una risata cristallina.
«Non è un bel modo di ringraziarmi per averti salvato la vita, quello di venirmi a fare le prediche! E poi ultimamente la boxe serve a sfogarmi.»
«Non sono venuto per ringraziarti, ma per chiederti un favore.»
L'altro finì il suo drink e lo lasciò al cameriere, che gliene diede un altro uguale.
«Sentiamo, Super irriconoscente.» disse, buttando giù un lungo sorso.
«Hai sentito della Grecia?»
«Ah, allora non è un favore, è un'ordine dello START!»
«Abbiamo bisogno anche di te!»
«Senza Matt è dura, eh?»
«Non fare così.»
«Così come? Sto facendo qualche osservazione, dai, continua, prova a convincermi.»
***

Due ore dopo.

L'uomo si fermò davanti  al letto sfatto: tra le lenzuola scatole di pizza, tovaglioli e magliette con le gore sotto le ascelle.
Vi lasciò cadere sopra la sacca dell'Adidas e prese a ficcarci dentro indumenti appallottolati e sacchetti chiusi con lo scotch; poi soppesò un fagotto di velluto nero.
Lo aprì, rivelando un tirapugni cromato e una lunga catena che terminava con una stella rossa, premette il suo centro e cinque rasoi affusolati  scattarono fuori dalle cinque punte.
Soddisfatto, toccò di nuovo il meccanismo per nascondere le lame e mise il fagotto in una tasca interna della borsa.
Guardò l'orologio da polso.
Aprì la cassettiera: la felpa era piena di strappi, bruciature, macchie scure sulle parti rosse.
Buttò l'indumento sul letto, accanto alla borsa.
Prese un cellulare satellitare e fece una chiamata.
«Gioventù in azione, sezione di Calgary.»
«Devo parlare con lei, sono Alex.»
«Chi desidera, prego?»
«So del progetto, devo parlare con la Dottoressa Angela Solheim.»
Alcuni secondi di esitazione nella voce squillante dall'altra parte.
«Mi spiace ma ha sbagliato numero, qui non lavora nessuna...»
«Va bene, dica alla dottoressa che non lavora da voi che sto andando in Grecia, parto tra un'ora, lei sa come raggiungermi, se vuole.»
«Ma cosa...»
Spense il cellulare e se lo ficcò in tasca.
Andò all'armadio e prese una sacca da vestiti appesa a una gruccia.
L'aprì sul letto, un fazzoletto appallottolato cadde sulla moquette, la punta di un preservativo uscì dalla carta.
Era una tuta di gomma nera, con cappuccio,  sul davanti una decorazione in rilievo rossa, lucida, semirigida.
Vi picchiò le nocche, sembrava plastica ma era mille volte più resistente.
Era la parte superiore di uno scheletro.
Guardò la tuta rovinata, sospirò e cercò di piegare quella nuova per metterla nella borsa.
***

20 Ottobre 2013 - ore 23.30
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

Stakanov sentì che lei era entrata in azione quando gli giunse il tipico scrocchiare di sedano di un'articolazione slogata, forse quella di un collo.
Poi due colpi rapidi, il clangore di un'arma che cadeva a terra, seguito dal rimbombo di un corpo che colpiva qualcosa, infine il sibilo gorgogliante dell'aria che usciva dai polmoni.
Li fa a pezzi!
Un fruscio prolungato poi ecco il blip della serratura magnetica che si apriva.
Stakanov si alzò dal riparo e corse verso il basso edificio di cemento, cercò di evitare le telecamere, passando vicino ai corpi dei due sorveglianti, probabilmente messi lì proprio per non essere visti.
Sentì i passi rapidi di lei, difficili da percepire singolarmente, che sembravano un unico suono, ritmico.
«Non così in fretta, giovane!»
Era una voce maschile, baritonale.
Quasi contemporaneamente sentì una scarica elettrostatica, poi un crepitio prolungato.
Yobanji, questo è un altro Super!
«Starcrusher?!» disse la ragazza.
Sfiorando il muro percorse un corridoio in ombra e arrivò a delle scale che scendevano giù.
«Miss Liberty, lei è appena entrata in un’area non autorizzata. Devo pregarla di allontanarsi immediatamente.» disse la voce maschile.
Le scariche elettriche erano vicine, ormai.
E infatti ne vide una, che avvolgeva come un serpente viola la balaustra delle scale, accanto a Libby.
La Super indossava una tutina di spandex nera, con inserti grigi e Stakanov non poté fare a meno di osservarla, ammirato.
Poi un improvviso senso di colpa per quello che era stato American Dream, lo fece desistere.
L'altro era un uomo di colore con un completo chiaro, estivo, continui flussi di energia viola partivano e ritornavano crepitando dal suo corpo.
Non è Starcrusher.
«Fossi in te mi leverei dai piedi. Non ti hanno insegnato che giocare con l’elettricità può essere pericoloso, girino?»
Nello stesso momento in cui Libby accennò a muoversi una scarica si staccò dalla ringhiera e la colpì sfrigolando al fianco.
Una propaggine si avvicinò a Stakanov, che si nascose dietro l'angolo della parete.
«Fossi in te non sarei così spavalda, come vedi noi girini ci sappiamo difendere.»
Intervengo?
Fece un passo poi si bloccò, in ascolto.
Percepì lo stridere delle suole di gomma sul pavimento, poi un urto ovattato che fece tremare la ringhiera e sussultare leggermente il pavimento.
Meglio di no.
Il crepitare delle scariche si attutì di colpo e poi diventò quasi impercettibile, prima di scomparire, sovrastato da altri rumori: uno scricchiolio di ossa spezzate e una rapidissima serie, quasi ininterrotta di colpi che sembravano lo scalpiccio di un bambino che giocava nel fango.
Yobanji!
Stakanov si gettò per le scale e sul pianerottolo c'era Libby, inginocchiata sul falso Starcrusher.
Gli mancava parte della testa.
«Mio Dio, cosa mi sta succedendo?» disse, cercando di pulirsi una poltiglia rossiccia dalle mani guantate .
«Già, che macello...»
Lei si voltò e in un attimo quelle mani luride erano attorno alla sua gola.
«S, sono dello...dello Stttart! Fe...ferma!»
Stakanov si divincolò e si liberò, proprio quando pensava di soffocare.
Dette un paio di colpi di tosse, piegato in due.
«Sei Stakanov? Quello di Admiral City?» chiese lei, pulendosi col fazzoletto tolto dal taschino del cadavere.
«Forse ancora per poco.»
«Scusami.» E gli porse il foulard.
«Non ti preoccupare, ultimamente succede anche a me...»
«Sei uno dei rimpiazzi?»
«Una specie di consulente esterno temporaneo»
Estrasse da una tasca della tuta da scheletro una sim e la porse all'altra, che la mise in un lettore inserito negli occhiali.
Dopo alcuni istanti annuì, si mise il visore sui capelli e lo scrutò con un sopracciglio alzato: «Dunque eri tu che mi seguivi, in questi giorni.»
«Sono stato discreto, dai.»
«E questo è il tuo famoso modo di ballare? Ti fai mettere le mani addosso dalla prima Super che passa?»
«Beh, solo se è simpatica come te e poi, mia cara, conosco anche balli più piacevoli di questo.»
Gli occhi verdi di lei scintillarono nella penombra.
«Non so se con me saresti al sicuro, tovarish Stakanov.»
Non se la tira più? La missione si fa interessante, come aveva detto Eric.
Libby controllò le tasche dell'abito di lino del super massacrato.
«Questo lo conoscevi, per caso?»
«No, ma aveva i poteri di Starcrusher.»
«Hanno già iniziato ad impiegarli, maledizione!»
Recuperò un tesserino magnetico, poi si voltò e tornò in ipervelocità, lasciando una scia scura, mentre giungeva in un attimo in fondo alle sei rampe di scale.
«Aspetta!»
Libby sussurrò, mentre passava la scheda nel lettore della porta blindata: «Probabilmente tra meno di dieci secondi suonerà l'allarme, non ho tempo di farti da badante, ci vediamo nel laboratorio!»
«Dobbiamo solo sabotare il progetto di Grant, niente questioni personali.»
«Sei qui per questo, no?»
Poi una interferenza ad alta frequenza sovrastò le ultime parole di Libby, che rientrò in ipervelocità
Forse non sarà così interessante, la missione.
- - -

Capitolo scritto da Massimo Mazzoni (Cose Morte blog)


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mercoledì 27 marzo 2013

Capitolo 7 - Stagione 2 (di Gian De Steja)


14 ottobre 2013 - Ore 10:35 
Québec City (Canada)

“Il cadavere di un uomo è stato trovato all’interno di un vecchio edificio nella periferia di Glifada, vicino a Atene. Si tratta di Dimitros Filippou, vicedirettore dello EYP, il Servizio Nazionale per l'Informazione. L’uomo, ricercato dalla polizia dopo essere fuggito dagli arresti domiciliari, era incriminato per…”

Qualcuno stava bussando alla porta. Libby spense il televisore. La visita di Blackjack di qualche settimana prima le aveva messo addosso uno strano senso di inquietudine e ansia. Che sia di nuovo Blackjack? Questa volta io…
Libby aprì la porta e rimase piacevolmente colpita dall’inaspettata visita: davanti a lei c’era Eric Meson, conosciuto ai più come Uranium, il vecchio collega dello START che non vedeva da quasi sei mesi. Senza dire una parola i due si strinsero in un abbraccio sincero, poi Libby gli fece cenno di entrare.
«Eric, come stai? Non hai una bella cera.» Uranium era tirato in volto e sembrava decisamente invecchiato rispetto al loro ultimo incontro. Pur conservando il proprio indiscutibile fascino, fra la chioma corvina erano spuntati numerosi capelli bianchi e il volto era solcato da due visibili occhiaie, probabile testimonianza di notti insonni.
«Ho passato un periodo d’inferno dopo l’incidente alla torre, Libby. Non so se per colpa del Flare di Teleforce o di Ammit, i miei poteri si sono amplificati e ho avuto parecchie difficoltà a controllarli per molto tempo.» Lei lo guardava con compassione. Comprendeva le difficoltà di Eric, perché anche lei e molti altri super avevano percepito un cambiamento nelle proprie abilità. Certamente però, i suoi poteri erano molto più governabili e meno pericolosi di quelli dell’amico.
«Inoltre,» proseguì Uranium «ho la sensazione di perdere il controllo più facilmente, come se avessi una rabbia repressa che talvolta necessito di sfogare. Rushmore dice che ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di tornare alla normalità e grazie al suo aiuto ora va molto meglio rispetto a prima. Forse ha ragione lui.
Lo START mi ha fornito questi guanti speciali che mi aiutano nell’autocontrollo e una nuova armatura molto più potente... e fighissima.» Un occhiolino accompagnato da un accenno di sorriso illuminò il suo volto, diradando un po’ di nebbie dall’animo di Libby.
«Allora, dimmi un po’, come vanno le cose allo START? Ho saputo che avete ingaggiato forze fresche fra le vostre fila…»
«Le cose non vanno granché bene. So che Blackjack è stato qui e so che hai rifiutato di tornare con noi, quindi sarai informata della situazione Greca. Stanno scoppiando dei casini che presto ci troveremo fra capo e collo. Abbiamo organizzato un meeting con Fortress Europe per la settimana prossima, per decidere il da farsi. Loxias è una brutta gatta da pelare e ha il popolo dalla sua: è un megalomane che va in giro vestito come il Dio Apollo e pare che fra i tanti poteri abbia l’abilità di curare la gente e di affascinarla col suo charme.» Uranium guardò Libby per qualche attimo con apprensione, come se si aspettasse un suo intervento. Poi riprese con un’espressione fra il severo e il supplichevole: «Te lo devo proprio chiedere?»
«No, non ce n’è bisogno. Deciderò se riprendere il mio vecchio posto nello START a breve; prima devo fare luce su una faccenda di vitale importanza e non ho certo bisogno che l’apparato burocratico americano mi tarpi le ali. Cosa sai tu di Spencer Grant?» 


20 Ottobre 2013 – ore 23.35
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

«Fossi in te mi leverei dai piedi. Non ti hanno insegnato che giocare con l’elettricità può essere pericoloso, girino?» Appena Libby prova a scattare per colpire l’uomo che ha davanti, la scarica violacea la colpisce di sorpresa spuntando dalla ringhiera al suo fianco e facendola crollare a terra dal dolore.
«Fossi in te non sarei così spavalda, come vedi noi girini ci sappiamo difendere.»
Senza dargli il tempo di portare un altro attacco, Libby balza addosso al nemico. In una piccola frazione di secondo la super riesce a individuare uno dei tanti punti deboli del corpo umano. L’obiettivo dichiarato è la gola: il pomo di Adamo, per la precisione. Senza neanche rendersi conto dell’accaduto, l’uomo viene sbattuto a terra per la potenza del colpo, senza possibilità di reagire. Le scariche si spengono immediatamente, come una lampada al plasma a cui hanno staccato la spina. Libby, in piena spinta adrenalinica si getta sul corpo inerme e atterra con un ginocchio sulla cassa toracica del malcapitato, provocando un sinistro rumore di ossa spezzate. Poi, una serie impressionante di pugni a catena sul volto dell’uomo, esauriscono definitivamente le sue speranze di sopravvivenza.
La donna guarda sgomenta il volto devastato della vittima e le proprie mani lordate di sangue e di pezzi di faccia. «Mio Dio, cosa mi sta succedendo?»
- - -

Capitolo scritto da Gian De Steja (Dio disse Kung blog)


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mercoledì 20 marzo 2013

Capitolo 6 - Stagione 2 (di Gherardo Psicopompo)


16 Luglio 1934
Shoreham – Long Island
Stati Uniti

«Ora che il Protocollo è stato stabilito, bisogna assicurarne la segretezza assoluta. »
Ramon Salazar si guarda intorno, cercando l’approvazione dei presenti.
«Tuttavia... » il viso e la voce di Achille Ratti tradivano inevitabilmente la sua stanchezza «Tuttavia riteniamo necessario precisare una cosa. »
«Prego, santità. »
«Esiste la possibilità, e lo dico da uomo di fede quale io sono, che qualcuno desideri appropriarsi di certe conoscenze per... Mistificare la natura delle conoscenze stesse. »
«Voi pensate ad una specie di... Falso Messia?» la domanda di Tesla va dritta al punto.
«Sì. In tal caso, sarebbe inevitabile per noi la scelta di rendere pubblica la vera natura di queste conoscenze, e dei poteri ad esse collegati.»
* * *

13 Ottobre 2013 – ore 19.30
Glifada (Atene)
Grecia

Clark invia mentalmente un segnale telefonico.
A migliaia di chilometri di distanza, un cellulare squilla.
«Pronto?»
«Buon giorno, tovarisch.»
Una breve pausa all’altro capo della conversazione.
«Chi parla?»
«Chiamami Clark.»
«E che cosa vuoi da me, Clark?»
«La linea è sicura?»
«Sì.»
«Voglio offrirti qualcosa di interessante, Gennadi.»
«Che genere di cose interessanti?»
«Giudica tu.»
Clark trasferisce una parte –una minima parte- dei dati che aveva acquisito dalla chiavetta USB di Filippou allo smartphone del suo interlocutore.
Segue un’altra breve pausa.
«Ma che cazzo... Come hai avuto questa roba?!»
«Amici. E questo non è che la punta dell’iceberg.»
«E che cosa vuoi, adesso?»
«Rovinare la festa a Kedives. Ma ci sono di mezzo già lo START e Fortress Europe, che non mi sono particolarmente simpatici. Non ne vorreste una fetta anche voi?»
«Sì, ma tu cosa vuoi? O mi vuoi far credere che stai facendo tutto questo per la Grande Madre Russia, Clark?»
«Voglio sparire. Dalla circolazione, e da tutti gli archivi. Tutti. E voglio vivere il resto della mia lunga vita come un uomo schifosamente ricco e tranquillo.»
«Un uomo di nobili principi.»
«Aspetto una risposta.»
«Come ti trovo?»
«Vieni ad Atene. Poi ti trovo io.»
Clic.
Il maggiore Gennadi Kisurin rimane per alcuni istanti immobile, appoggiandosi alla scrivania. Poi schiaccia un tasto sull’interfono.
«Maggiore Kisurin?»
«Chiamatemi il Comando. E mandatemi Sibir.»
* * *

17 Ottobre 2013 – ore 12.00
Città del Vaticano
Italia

Christian Maria Rosenkreutz, comandante dell’Entità, si rigira tra le mani la foto della ragazza. Ha già memorizzato ogni minimo particolare: i capelli rossi, gli occhi azzurri, le lentiggini, il mento leggermente appuntito, una minuscola cicatrice sulla fronte, appena sotto la frangetta.
Valerie Broussard.
Restituisce la foto al Cardinale.
«Non ne ho più bisogno. Ho un’ottima memoria fotografica.»
«Buon per lei, comandante.» Il cardinale si prende un momento per sfogliare le pagine del dossier che ha sulla scrivania «Nella missione sarà affiancato da...»
«Nessuno. Di solito lavoro da solo, quando lavoro per i Servizi.»
«Questa non è una missione normale. E lei lo sa benissimo. Conosce il Protocollo: uno di noi, uno di loro
Rosenkreutz abbassa lo sguardo.
«Dicevo, sarà affiancato da questo ragazzo» gli porge un fascicolo con allegate delle foto «è stato giudicato il Superumano più idoneo alla missione. Buon lavoro, comandante.»
***


Qualche ora dopo, Rosenkreutz è intento a fissare il suo collega che naviga su internet e fischietta un motivetto che gli ricorda la colonna sonora di un film.
«Bene, fatto.»
«Cosa?»
«Mi sono fatto un’idea precisa del posto dove dobbiamo andare. È tutto quello che mi serve.»
«Bene.»
«Non sei un tipo di molte parole, eh?»
«Sono abituato a lavorare da solo.»
«Che tristezza.»
«Andiamo, Angelo?»
«Gli amici... Quelli che sanno del mio potere, intendo, mi chiamano Passaporta.»
«Non siamo amici. Solo colleghi.»
«Ma sai del mio potere.»
«Touché. Com’era? Passa...?»
«Porta. Passaporta. Mai visto Harry Potter?”
«No.»
«Immaginavo. Vieni, appoggiami una mano sulla spalla. Così.»
In un attimo, con un rumore come di risucchio, i due spariscono.
***

17 Ottobre 2013 – ore 19.30
Santorini
Grecia

«Fico, eh? La prima volta di solito viene da vomitare a tutti. A te no?»
«No.»
«Ti sei già teletrasportato, con altri Super intendo?»
«No.»
«Ah, ho capito. Quindi sei solo immune alle emozioni dei comuni mortali. Vabbè.»
«Come funziona? Il potere, dico. Cosa senti, come fai a...»
«Facile. Visualizzo un posto, visualizzo me in quel posto, apro gli occhi e ci sono. Hanno cercato di spiegarmi le questioni fisiche... Alla fine ho capito più o meno che non sono io che mi sposto ma tipo la realtà che si modifica... Però non credo di aver capito bene bene.»
«Infatti. Andiamo.» Christian gli volta le spalle e comincia a camminare in direzione del centro abitato.
«Hai un accento strano... Di dove sei tu?»
«Svizzera.»
«No, Novi.» la battuta di Angelo è poco più di un sussurro, lui cerca di mascherare il sorriso ebete guardando altrove.
Rosenkreutz si volta.
«Hai detto qualcosa?»
«No, perché?»
* * *

20 Ottobre 2013 – ore 23.30
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

Il binocolo con funzione di visore notturno ad infrarossi le mostra la presenza di una dozzina di uomini armati che pattugliano il perimetro del Centro Ricerche.
La zona è anche sorvegliata da telecamere, ma probabilmente quelle sarebbero il problema minore.
Solo, non sa bene cosa aspettarsi una volta entrata.
Loxias sarà lì dentro?
E Ulysses? Le darà le risposte che cerca?
L’unico modo per saperlo è entrare.
Grazie alla supervelocità, le bastano pochi istanti per trovarsi di fronte a uno sbalordito sorvegliante. Gli spezza il collo con una mossa di krav maga senza dargli neanche il tempo di imprecare.
Il secondo sorvegliante si prende due calci: uno gli frattura il polso e lo disarma, il secondo lo manda a sbattere contro una delle colonne di cemento all’ingresso. Cade a terra privo di sensi.
Libby trascina i corpi in un punto al riparo dalle telecamere. Calcola che in meno di un minuto le altre guardie se ne accorgeranno.
Fruga nelle tasche degli uomini svenuti, riuscendo a trovare due tessere magnetiche identificative. In un paio di secondi è dentro l’edificio.
Una voce la raggiunge alle spalle, mentre sta per scendere le scale che portano ai piani seminterrati.
«Non così in fretta, giovane!»
Una scarica elettrica violacea centra il corrimano di metallo, che continua a crepitare di elettricità.
«Starcrusher?!» esclama Libby voltandosi. Ma l’uomo che ha di fronte è ben diverso dal suo nemico di un tempo. È un uomo di colore quasi calvo, piuttosto anziano, con addosso un completo di lino color sabbia. È più basso di lei di qualche centimetro, il fisico è tonico, ma non sembra particolarmente minaccioso.
«Miss Liberty, lei è appena entrata in un’area non autorizzata. Devo pregarla di allontanarsi immediatamente.»
Scariche elettriche violacee crepitano attorno al suo corpo, e gli accendono gli occhi di una luce innaturale ed inquietante.
- - -

Capitolo scritto da Gherardo Psicopompo (curatore del blog Draghi d'Ottone e Nani con la scopa)


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mercoledì 13 marzo 2013

Capitolo 5 - Stagione 2 (di Massimo Bencivenga)



20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

Bannon era pronto a compiere una strage, a terminare gli stormtrooper della Hypothetical.
Il Protocollo XPD era la sua primaria e unica direttiva.
Stava per farlo, quando sentì una mano posarsi sulla spalla. Prima vide due occhi neri, poi si ritrovò in uno spazio bianco, ammesso che una tale definizione potesse aver senso: non aveva mai sperimentato nulla di simile.
Fluttuava senza peso. Il bianco abbacinante cominciò a diventare più sbiadito, sino a trasformarsi in un caleidoscopio di colori. Realizzò che erano immagini in movimento. Una di quelle lo attraversò, o fu lui ad attraversarla.
«Ahhh!» 
«Bentornato», disse una voce maschile.
Bannon si guardò intorno, gli uomini della Hypothetical non c’erano più. Si trovava nel giardino mal tenuto di una villa e Valerie, in una strana inversione di ruoli, lo stava aiutando ad alzarsi. Ancora malfermo sulle gambe per la terrificante esperienza, Bannon si guardò intorno e vide un uomo che, dandogli le spalle, sembrava fissare la lieve sfumatura che all’orizzonte saldava il blu del mare con l’azzurro del cielo.
«Chi sei? Dove ci troviamo e cosa mi hai fatto?»
«Quante domande. Mi chiamo Aran Ohana, siamo ancora a Santorini e lei, Bannon, è estremamente vivo e combattivo per essere uno che ha appena vissuto la sua morte.»

* * *
Laboratorio NIMBUS
Calgary, 20 Ottobre 2013

La porta a controllo retinico si aprì. Due uomini la attraversarono. Auguste Louiselle, lo smilzo ex ufficiale delle Giubbe Rosse, e attuale capo della sicurezza della sede centrale del Progetto NIMBUS, avanzava spedito nel dedalo dei corridoi sotterranei; con il passo e la postura sembrava quasi voler marcare la distanza e la differenza esistente tra lui e il tracagnotto che aveva il compito accompagnare. Auguste Louiselle non aveva per niente in simpatia Mark Skardamell. Non gli piaceva il fare mellifluo dell’uomo, quello spacciarsi, di volta in volta, per giudice o professore, per esperto di sicurezza o ingegnere, senza peraltro averne titoli e competenze, irritava la granitica mentalità dell’ex Assistant Commissioner della Royal Canadian Mounted Police. Gli scandali, e persino il carcere, non avevano frenato la meteoritica e anticonvenzionale carriera di Skardamell, che adesso era il referente per NIMBUS di un potente politico statunitense.

* * *
20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

«Cosa?» Allora era vero, non si era immaginato niente. 
«Vi ho teletrasportato qui passando attraverso le spirali del multiuniverso e, nel mentre, mi son permesso di far vivere a mister Bannon la sua morte, quando decise di farla finita qualche anno fa sul monte Longs Peak.»
«Ma io…»
«Lo so, lei… Vabbé, diamoci del tu. Lo so, non ti suicidasti…, ma credimi, esiste un universo in cui lo hai fatto. Ed è lì che ti ho portato, fermo restando che quel gesto rimane una sciocchezza in ogni mondo.»
«Non credo di seguirti… »
«All’inizio neanche io capivo bene la cosa. I fisici quantistici sono andati incredibilmente vicini alla realtà. Esistono infiniti universi, interconnessi, e che cambiano al variare dello stato quantico di una singola particella. Di più, anche i nostri pensieri modificano l’energia e con essa la materia e gli universi. Il vuoto quantico poi… è scoppiettante di mondi che durano frazioni di secondo per il nostro modo di intendere il fluire del tempo, ma millenni per gli abitanti di quei mondi. Verrebbe da dire: c’è tanto spazio nel vuoto.»
«Tu non hai visto niente?», disse Bannon a Valerie. 
«A lei non ho potuto mostrare niente…» Aran si fermò, sembrava ascoltare qualcosa. 
Un cane sbucò dall’angolo di quello che sembrava essere un capanno per gli attrezzi e saltò addosso ad Aran. Per qualche secondo l’uomo e il cane diedero vita, davanti agli sguardi perplessi di Bannon e Valerie, ad una sorta di lotta. Terminato il balletto, Aran disse: «Vi presento Flender, gli ho messo il nome di un cane cyborg di un cartone della mia infanzia. Per certi versi è il frutto di un esperimento.
«Un esperimento?», disse Valerie. 
«Sì, ma non mio. L’esperimento lo ha compiuto madre natura, facendo incontrare casualmente una pitbull in calore con un pastore tedesco dal pedigree lungo così.» 
Valerie sentì le guance avvampare. Forse anche per superare il momento osservò meglio l’uomo. Alto, più magro che robusto, sembrava energico però, di una energia trattenuta, come una molla caricata e sul punto di scattare. I capelli lunghi, più grigi che castani, creavano un certo contrasto con il verde molto particolare degli occhi. Nell’insieme, Valerie ebbe l’impressione di un uomo vissuto, disincantato e disilluso, ma capace di grandi slanci e grandi emozioni. Lo avrebbe visto bene nella parte dell’eroe buono e solitario di qualche vecchio film western.
«La tua infanzia? C’erano i cartoni quando eri piccolo?», domandò Valerie.
«So di dimostrare una cinquantina di anni, ma ne ho solo, si fa per dire, trentaquattro. E’ una lunga storia. Adesso che ci siamo presentati, che ne direste di bere qualcosa mentre decidiamo il da farsi? Venite. La villa è abbandonata, ma ho saputo ritagliarmi uno spazio tutto mio.»
Bannon era furioso. Decidere il da farsi? Ma chi si crede di essere? Devo avvertire i miei superiori, avvisarli che ho recuperato il protocollo XPD e trovato un uomo, un Super o un telepate, con poteri straordinari.
Il vialetto d’ingresso mostrava una volta di più che non esiste cemento o pietra in grado di resistere, a lungo andare, all’attacco di erbacce e radici.
«La villa appartiene a un ramo della mia famiglia di cui non vado molto orgoglioso, ma i bisogni son bisogni. Mi sono permesso solo questa aggiunta.» Con la mano indicò una targa a destra del portone. Bannon e Valerie si avvicinarono per leggere meglio il corsivo minuto, di una sfumatura dorata appena diversa dallo sfondo. Una pessima scelta per la leggibilità.

But man, proud man,
Dressed in a little brief authority,
Most ignorant of what he's most assured,
His glassy essence, like an angry ape.
Plays such fantastic tricks before high heaven.
As makes the angels weep. 
Bannon.

* * *
Laboratorio segreto NIMBUS
Calgary, 20 Ottobre 2013

«Shakespeare. Io avrei messo Shakespare e non Leopardi» disse Skardamell, indicando i versi che campeggiavano sulla porta del laboratorio del dottor Patrick Parker.
E aggiunse: «Non ho mai amato molto gli italiani». No, proprio no si disse rileggendo mentalmente i versi.

Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza

«S’intende anche di letteratura?», chiese Louiselle.
«Sì, al college ho studiato anche letteratura europea.»
«Vedo.»
La porta di aprì automaticamente.
«Non c’è nessun errore. Sta succedendo qualcosa», disse una voce all’interno del laboratorio.
Louiselle fece strada. Un uomo in camice bianco fissava, in piedi e al centro della stanza, un modello 3D della Terra. Non si girò per accogliere i nuovi arrivati.
«Buonasera, eh» disse Skardamell, con il tono di chi è usualmente abituato ad avere ed esigere un certo rispetto.
Patrick Parker, Pi-Quadro per gli altri scienziati del NIMBUS, soffriva della sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo, che lo portava a ritenere insensati i normali e semplici convenevoli sociali. Era però, altrettanto semplicemente, un genio; lo era anche secondo gli elevati standard dei genietti che circondavano Angela Solheim.
«Vedete quei puntini luminosi? Ecco, segnalano Super in azione o attività Teleforce. Vedete che intensità qui?»
«Dov’è precisamente qui?» chiese Skardamell al giovane, perché Pi-quadro non sembrava avere più di venticinque anni.
«Sull’isola di Santorini. Abbiamo ragione di credere che sia coinvolta la Hypothetical. Hanno avuto accesso ad alcuni nostri file, ma in ogni caso ne hanno fatto di progressi da quando infilavano elettrodi nei cervelli di poveri delfini. Noi riteniamo stiano producendo  “qualcosa” da affiancare a Loxias. Forse umanoidi o cloni, da guidare telepaticamente o usando una sorta di intelligenza diffusa, tipo api o formiche. Io e Angela, in assenza di un nome ufficiale, li chiamiamo H-Serv. La situazione preoccupa un po’, e ancora non abbiamo notizie di Jackson. Dica ai politici di tenersi pronti, l’Europa sta per esplodere. Loxias è potente, ma certamente da solo non può farcela, ecco perché pensiamo a un esercito Hypothetical di altro tipo. Il tutto potrebbe tradursi a breve in un bagno di sangue. Noi ci siamo preparati creando, grazie anche a una parte di Angela, un Golem potentissimo.» Pi-Quadro diventava loquace quando c’era di mezzo il suo lavoro.

* * *
20 Ottobre 2013
Santorini, Grecia

«Non sono nato con questo potere», stava dicendo Aran. «E’ con me dal 23 Aprile di quest’anno.»
Dalla notte dei Super, pensò Bannon. Che c’entri lo straordinario potere di Ammit? 
«Posso fare un giro per gli infiniti universi, ma nessun pasto è gratis. L’entropia regna sovrana, e ciò significa che ogni passaggio mi degrada. Il degrado aumenta quando teletrasporto le persone fisicamente o, come ho fatto con Bannon, quando, per brevi istanti, faccio viver loro esperienze parallele.»
«Perché non scegli un altro mondo?» chiese Valerie.
«Perché la distruzione di un mondo ha conseguenze su tutti i mondi. Loxias, questa sorta di Apollo arcaico, dionisiaco e collerico, va fermato. E qui entri in gioco tu, cara Valerie.
O meglio, ciò che sai e sei
- - -

Capitolo scritto da Massimo Bencivenga.


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mercoledì 6 marzo 2013

Capitolo 4 - Stagione 2 (di Moreno Pavanello)


20 ottobre 2013.
Egitto, in quota sopra il deserto libico, all'altezza del tropico del Cancro.

Il Super Heavy Rain, rannicchiato nella posizione del loto, fluttuava tra le nuvole, comandando al vento e alla pioggia. Legato al Grande Toth da un vincolo di riconoscenza per averlo fatto evadere dal Cesor, usava il suo potere di controllo atmosferico per trasformare il deserto in un giardino e regalare un nuovo futuro all'Egitto.

* * *
Baraccopoli intorno al Cairo.

Ogni giorno si aggiungevano nuove catapecchie, mentre quelle vecchie venivano puntellate e rinforzate. Quelle più vicino al centro si trasformavano in vere e proprie abitazioni, oppure venivano demolite per far posto ai nuovi arrivati quando i loro proprietari se ne andavano, dopo aver ottenuto ciò per cui erano venuti.
La povertà era tale da squarciare i cuori. Ci si abbeverava nelle fogne e si cercava da mangiare nella fauna che le infestava. I malati morivano, e i morti venivano gettati in fosse comuni e poi bruciati. Ma la gente era comunque felice, e regnava ovunque un senso di trepidante attesa.
Tutti aspettavano il loro turno.
Tutti sapevano che sarebbero stati soddisfatti.
Tutti rivolgevano le loro preghiere a colui che, nelle loro menti semplici, chiamavano ormai faraone, anche se il suo titolo ufficiale era ancora presidente.

* * *
I laboratori nei piani bassi del palazzo del Grande Toth.

La coda all'esterno era sterminata, ma tutti aspettavano in silenzio, con un sorriso pacifico sul volto. Tra poco sarebbero stati toccati dalla luce del divino. Tra poco anche loro avrebbero ricevuto la sua benedizione, e una piccola parte del suo potere.
All'interno, gli scienziati provenienti da ogni parte del mondo erano impegnati nel loro lavoro con calma ed efficienza. Creare Girini era considerato fuorilegge quasi ovunque. Ma era redditizio, perché tutte le organizzazioni malavitose avevano bisogno di esseri in grado di contrastare i Super governativi e i vigilantes solitari. Nessuno di questi geni ha ritenuto opportuno rifiutare, quando il Grande Toth ha offerto loro l'impunità, la sicurezza e un ricco compenso, in cambio dei loro servigi.
Peccato non aver potuto reclutare il migliore di tutti loro, Spencer Grant, alias Ulysses.
Peccato anche che non ci fosse traccia di Teleforce in quei laboratori. Ma con le terapie genetiche, gli innesti bionici, le droghe potenzianti, gli impianti di naniti, si potevano ottenere comunque ottimi risultati.
Alla gente comune il Grande Toth concedeva i potenziamenti più semplici. Aumento della forza, sviluppo dei sensi, cosette così. Non poteva esserci miglior difesa di un popolo felice, benestante e, soprattutto, adorante. Lui stesso aveva posto la prima pietra della sua chiesa tramite i suoi Canopi mescolati tra la gente.
Alle organizzazioni malavitose all'estero vendeva potenziamenti più evoluti. Un fiume di denaro che entrava nelle sue casse, e che utilizzava per migliorare la condizione del suo paese.
Ma i potenziamenti migliori li riservava per il suo esercito.

* * *
La sala grande del palazzo del Grande Toth.

Wael Ghaly sostava di fronte alla statua del dio al quale aveva preso il nome, Thoth. Il dio della saggezza. Imponente anche in mezzo all'opulenza che caratterizzava tutta la sala.
Enormi colonne dorate, archi, arazzi, statue raffiguranti divinità senza più fedeli e geroglifici alle pareti che quasi nessuno al mondo era in grado di interpretare, perfette riproduzioni di reperti dell'antico Egitto.
Un tempo riempiva quel salone molto più spesso di ospiti importanti, ascoltando risuonare le voci dei diplomatici e carpendo i loro segreti nelle chiacchiere che scambiavano tra loro a bassa voce, grazie ai microfoni nascosti ovunque. Dall'incidente Mezzanotte, invece, i suoi rapporti con il resto del mondo si erano fatti sempre più freddi. La sua parte nell'affare si era venuta a sapere. Non era di dominio pubblico, ma chiunque avesse una carica diplomatica al mondo sapeva di chi era stata moglie Ammit.
Non era sua la colpa se ad Admiral City Ammit aveva perso il controllo e aveva fatto quello che aveva fatto, ma di quel figlio di puttana di Romney. Ma la gente non capisce queste sottigliezze.
Al tempo dell'evento Mezzanotte, non era stato saggio quanto il dio dalla testa d'ibis rappresentato in quella statua e nel bastone al quale si appoggiava. Non aveva il controllo su tutte le variabili. Non aveva accesso a tutte le informazioni. Ora si era fatto più furbo.
Dopo il flare di Teleforce, dopo che Isabelle ebbe toccato le menti di tutti i Super del mondo, il potere di Ghaly si era evoluto. Ora, ogni suo canopo possedeva le stesse capacità dell'originale e poteva crearne altri. Ognuno di loro era il Grande Thot, non solamente una copia. E tutti erano interconnessi in una rete mentale grande quasi quanto il mondo.
Abbassò gli occhi, mormorando: «Grazie del regalo, Isabelle.»

* * *
Washington, Campidoglio, aula del Senato.

Il senatore dell'Oregon rivolse il suo miglior sorriso finto al presidente Romney, mentre gli stringeva la mano subito dopo la riunione. Avrebbe potuto ucciderlo in quel momento per quello che aveva fatto a Isabelle. Ma non era ancora tempo.

* * *
Francoforte, Euro Tower, sede della Banca Centrale Europea.

Michele Francini, membro per l'Italia del comitato esecutivo della BCE, strizzò l'occhio a una stagista.

* * *
Berlino, palazzo del Reichstag.

Victor Leimart, deputato del Bundestag tedesco, inviò mentalmente un fischio d'apprezzamento alla stagista della BCE. Ma anche quella che aveva per le mani lui non era niente male.

* * *
Bruxelles, sede di Fortress Europe

Maurice Gassel, sempre più frustrato vedendo le fortune che capitavano agli altri Canopi, era costretto a racimolare le sue informazioni origliando alle porte e hackerando i pc della sede. Non era riuscito ad andare oltre al ruolo di segretario.

* * *
Piano interrato del palazzo del Grande Toth, sala monitor.

Una decina di Wael Ghaly raccoglieva e metteva per iscritto le informazioni più importanti che arrivavano dalle dozzine di canopi sparsi nei parlamenti di molte nazioni, nei consigli d'amministrazione delle ditte più importanti, nelle segreterie delle organizzazioni più influenti.
I loro volti erano illuminati dalla luce degli schermi, sintonizzati su tutti i canali televisivi greci.
Wael Ghaly considerava quello che stava accadendo in Grecia fonte di grande preoccupazione.
L'Hypotetical Incorporated era un'organizzazione troppo simile alla sua. E anche i suoi scopi non parevano essere molto diversi.
Potere, che altro?
E la Grecia era davvero troppo vicina all'Egitto.
Dopo essere giunto a un vantaggioso accordo con le tribù insurrezionaliste del sud, ora la minaccia veniva dal nord.
O dal sud, dal punto di vista di Kedives.
Perché il Grande Toth non aveva nessuna intenzione di stare a guardare mentre quello espandeva la sua influenza in Europa.
Ma Kedives aveva un grande vantaggio. Aveva la Teleforce.
Impossibile capire come se la fosse procurata. I suoi Canopi in Grecia erano riusciti ad arrivare ad Atene, ma non oltre. Ciondolavano in giro come stupidi turisti. Infiltrarsi nell'infrastruttura governativa sembrava impossibile. Quando aveva provato a sostituire uno dei Canopi a un membro del parlamento l'avevano individuato subito e abbattuto a fucilate. Sistemi di sicurezza innovativi, o un Super con un qualche potere che gli permetteva di individuare anche le scarse tracce di teleforce contenute nei Canopi.
Al pianoterra era pieno di dannati geni. E nemmeno un grammo di teleforce pura da far loro analizzare. Con dei semplici Girini non avrebbe mai potuto competere, per quanti fossero e quanto potessero evolversi.
Ma forse c'era un'altra strada da percorrere.
* * *
Santorini, piazza centrale di Fira.

Wael Ghaly, mimetizzato tra i turisti, riprendeva con una telecamera la distruzione causata dal primo risveglio dei poteri di Valerie Brussard, e il centinaio abbondante di militari nervosi che circondavano l'epicentro dell'esplosione psichica. Gli elicotteri in cielo stavano ancora lottando per recuperare l'assetto dopo l'onda d'urto.
Se avessero saputo di chi era figlia, avrebbero mandato molti più uomini. O schierato quelli potenziati.
Il potere della ragazza era grezzo. Ma grazie a ciò che aveva sottratto ai laboratori di Angela Solheim a Savannah avrebbe potuto controllarlo, dirigerlo, perfino aumentarlo.
La Grecia aveva un nuovo dio in Loxias.
All'Egitto il solo Toth sarebbe potuto non bastare.
Ne serviva un altro.
Valutò la situazione. Tra la folla c'erano tredici Canopi. Tutti immortali, e ogni loro parte staccata avrebbe generato un nuovo Canopo. Sarebbero riusciti a sottrarre la ragazza all'esercito?
Probabilmente sì, se tra quelli non ci fosse stato nessun Super. Ma c'era il rischio che decidessero di radere al suolo l'intero paese dagli elicotteri. La ragazza sarebbe probabilmente sopravvissuta, ma Ghaly non l'avrebbe più ritrovata.
Nemmeno Kedives, però.
Stava per passare all'azione, quando alcuni militari si spostarono liberandogli la visuale. Zoomò con la telecamera sulla ragazza e sull'uomo che si stava chinando su di lei, con fare protettivo. L'uomo si voltò, e riuscì a vederlo in faccia.

* * *
Bunker segreto del Grande Toth, località ignota

Il corpo originale di Wael Ghaly galleggiava in una vasca piena di un liquido torbido e fluorescente. Le cannule infilate nelle sue braccia gli portavano il nutrimento e i medicinali che lo mantenevano in coma farmacologico, rallentando i suoi ritmi vitali. Una maschera sul viso gli portava il poco ossigeno che gli serviva. Un'incredibile quantità di macchinari sparsi per la stanza buia controllava i suoi bioritmi.
Quando i suoi Canopi erano diventati lui stesso, aveva deciso che non era più il caso di mostrare al mondo l'unica sua parte vulnerabile. Il suo vero corpo era nascosto, inaccessibile, addormentato per non patire la noia. Viveva attraverso il suo potere.
Ora il dormiente digrignò i denti. Un sibilo uscì dalle labbra tirate, raccolto dalla maschera per l'ossigeno, ripetuto identico dal centinaio di copie sparse per il mondo.
«Old Timer. Maledetti.»

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Capitolo scritto da Moreno Pavanello (Storie da Birreria blog)


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Grafica a cura di Giordano Efrodini