martedì 28 agosto 2012

Capitolo 20 (di Matteo Poropat)




Palazzo Manyal
Il Cairo
22 Aprile 2013
12:35 AM

La sala grande del palazzo era gremita di ospiti, tanto da sembrare un formicaio sul punto di esplodere. Donne ingioiellate e inguainate in costosissimi abiti si muovevano lente e compassate attorno a uomini di potere. Di ogni tipo di potere. Ambasciatori e industriali stranieri combattevano le prime sorridenti schermaglie, per una guerra che avrebbe risuonato per tutta la durata dell'evento, e che avrebbe portato grandi affari a qualcuno, e perdite letali ad altri. Wael Ghaly tentava di tenersi in disparte da tutto ciò, per quanto i suoi due metri e mezzo e la stazza possente gli consentissero. Salutava e sorrideva quanto bastava, scivolando tra i suoi ospiti come un animale da caccia. 
Indossava il completo nero d'ordinanza, che come sempre gli riusciva di trovare meno comodo dell'armatura policarbonica e falsamente antica con la quale guidava il suo personale esercito nell'ormai troppo lunga guerriglia contro le tribù insurrezionaliste del sud. E stringeva nella destra il lungo bastone istoriato, nero e coronato da una testa d'ibis lavorata in argento, al quale si appoggiava di tanto in tanto, le mani giunte, lo sguardo assorto. 
Wael si specchiò in una delle enormi colonne dorate che circondavano la sala. C'era movimento alle sue spalle, oltre il mare di noiosi invitati dei quali poteva percepire ogni singola emozione. All'altro capo della sala due dei canopi discutevano con qualcuno al telefono, seguendo le sue direttive mentali. Si concentrò, sintonizzandosi più a fondo sui pensieri di quelle appendici antropomorfe del suo essere. Notizie da Admiral City. La crisi incombe. Mezzanotte.
Il momento di intervenire, pensò, era finalmente giunto.
Si riscosse dal contatto, ordinando a tutti i canopi di raggiungerlo e dirigendosi a lunghi passi verso un corridoio laterale. Attraverso il vociare, intervallato dal ticchettio del bastone sul pavimento di pietra, percepì il diffondersi della malcelata preoccupazione diffusa dalle sue guardie del corpo, che fendevano la folla per seguirlo.
Strinse mani e annuì affabile. Si fece scivolare addosso viscidi sogni di potere, elargiti da chi cercava un qualsiasi modo per entrare nelle grazie dell'uomo più potente d'Egitto. Se mai avevano saputo, pensò Wael, che lui era stato un umile operaio, ora vedevano solamente il super uomo che usavano chiamare il Grande Toth. 
Il corridoio svoltò e svoltò ancora, in una selva di archi e porte che spesso conducevano a stanze vuote. Un piccolo labirinto cosparso di sensori invisibili, tana di droni da difesa mimetizzati in statue di roccia consumata, repliche perfette di reperti dell'antico Egitto. Giunto di fronte a un'enorme arazzo raffigurante un falco, che tra gli artigli stringeva il mondo, recitò la sequenza di frasi d'accesso. L'arazzo rivelò la sua natura di ologramma, svanendo per rivelare un pannello di luminoso. Eseguì il controllo biometrico, lasciando che il laser azzurro analizzasse la traccia genetica della sua mano. A quel punto il muro intero prese a muoversi, rientrando rapidamente su un lato. Davanti a Wael una ripida sequenza di gradini scendeva nelle tenebre. 
Scese rapidamente, svoltando a destra lungo un nuovo corridoio, illuminato dalla luce acida di neon azzurrognoli. La vista delle mura sbrecciate e degli archi che conducevano alle vecchie celle gli strappò un grugnito, ma tornò a concentrarsi su quanto c'era di più urgente. Alle sue spalle percepì i passi concitati dei due canopi che lo stavano raggiungendo, poi il ronzio che confermava la chiusura del passaggio segreto. 
Attraverso le menti dei suoi uomini era entrato a conoscenza delle notizie da Admiral City, dove alcuni dei suoi uomini erano da tempo insediati, anch'essi mimetizzati, parte del substrato politico e militare. 
Aveva preso una decisione sul piano da seguire. Un accordo con lo START in quella situazione poteva rivelarsi oltremodo vantaggioso, la carta da giocare per un accesso al gruppo di Super più potente del pianeta. Risorse di cui lui aveva bisogno, scienziati che conoscevano la teleforce. Una maggior comprensione su ciò che lui era diventato, un maggior potere.

I due uomini giunti con lui alla fine del corridoio lo osservavano. Identici nei lineamenti, silenziosi energumeni con occhiali da sole e auricolare, ideati per nascondere le interazioni telepatiche che lui possedeva con le altre parti di sé. Marionette alle quali poteva donare una sorta di falsa intelligenza, un'indipendenza mentale che le rendeva parzialmente autonome. 
Si trovavano davanti un'enorme porta, rotonda e metallica, stratificata e imponente, costellata di bulloni grossi come teste pugni. Un'unica finestrella, rotonda anch'essa, era stata ricavata al centro. Un occhio impietoso sul suo passato.
Wael vi si accostò. 
Per qualche secondo tutto rimase immobile, il respiro dei tre uomini era l'unico suono in quell'ambiente dominato dalla penombra esangue regalata dai neon.
Poi iniziarono le urla.
Ridotta a un sacco d'ossa, biancastra e strisciante ma ancora capace di scagliarsi contro di lui quando riusciva a percepirne la presenza, sua moglie lo salutò con la sequela di insulti ormai diventata consuetudine. Almeno da quando era stata contaminata nell'incidente alla centrale. Da quando, anni dopo, lui aveva scoperto la fame nata nel ventre mutato di Isabelle, le scappatelle notturne, le fughe verso i resti della centrale, per leccare via da calcestruzzo e metallo i più vaghi residui di teleforce. Era poi arrivato il giorno in cui l'aveva trovata riversa nel sangue di uno dei aiutanti, un Super, come li chiamavano nell'occidente, come lui mutato nell'esplosione della centrale, un ragazzo abbagliato dai sogni di potere di Wael che si era messo al suo servizio. Smembrato e sparpagliato per l'immensa camera da letto nuziale dove lei viveva segregata da mesi, lo aveva riconosciuto dai resti della mano artigliata con la quale aveva cercato di difendersi. Il povero Horus non era riuscito a trasformarsi, il suo potere divorato prima ancora della sua carne dalle capacità di Isabelle. Quando l'aveva trovata, dopo aver sfondato la porta, lei si stava nutrendo e rideva, gli occhi lucidi di follia animale, il sorriso di una bambina finalmente felice. 
Da allora l'antica prigione, riadattata dagli scienziati agli ordini di Wael, era diventata la sua perenne dimora. 
Non c'era voluto molto, alla mente frenetica dell'uomo, per capire che sarebbe potuta tornare utile, se opportunamente veicolata, quella fame. Il controllo mentale che poteva esercitare su di lei era aumentato col passare degli anni. Ed era arrivato il momento di vedere fino a che punto riusciva a sfruttarla.

Guardò i due che lo attendevano, silenziosi e immobili. Calcolò rapidamente che per i compiti da svolgere gliene sarebbero serviti di più, sicuramente uno di più. Premette gli occhi della testa d'ibis e il becco dell'uccello metallico si aprì, affilato. Tese le dita della mano sinistra davanti a sé. Premette le lame alla base del dito indice e con un'orribile scricchiolio premette un pulsante sulla testa d'argento, amputandosi il dito. 
La smorfia di dolore, accompagnata dal lento scorrere di gocce di sudore sulle tempie, si trasformò rapida nell'estasi della moltiplicazione. Il formicolio atteso e appagante che l'invadeva mentre le ossa crescevano, nervi e tendini si ricostruivano.
Il dito caduto a terra già sfrigolava, come carne all'inizio di una sugosa cottura. L'unghia iniziò a ingrandirsi e ramificarsi, il sangue dilagò in una pozzanghera estesa, che ribolliva di vita innaturale. 
Wael si concentrò per indirizzare quella crescita. I canopi, come lui li aveva chiamati ironicamente quando aveva scoperto, in maniera bizzarra e dolorosa in un incidente d'auto, il suo nuovo potere, tendevano a essere repliche esatte in ogni dettaglio. In generale non lo aveva mai permesso, se non quando gli serviva essere visto altrove. Ma soprattutto le rare volte in cui nutriva l'amata moglie, con quei surrogati di carne che irradiavano tracce di teleforce, preferiva scegliere forme diverse. 
Con un ghigno soddisfatto ammirò la creatura sanguinante venir lentamente ricoperta dall'epidermide rosata e fastidiosa che le regalava gli ultimi dettagli delle fattezze di Mitt Romney.

Premette un pulsante sulla parete, e le catene che cingevano gli arti di sua moglie si accorciarono, legandola senza pietà alla parete della cella. Quindi l'enorme porta fremette e si aprì come una bocca animata da una fame senza tempo. Con un comando mentale ordinò al suo burattino di carne di entrare, poi premette ancora il pulsante.
Si girò verso i due canopi in attesa. 
Di chi potevi fidarti in quel mondo, se non di te stesso, pensò.
Ordinò loro di predisporre il sistema di contenimento e trasporto per Isabelle, il suo vestito di kevlar che le impediva di entrare in contatto, almeno durante il viaggio, con qualsiasi fonte di teleforce che lei avrebbe potuto prosciugare. Dovevano quindi mettersi in contatto con il quartier generale dello START. Cercare Alex Ross. Voleva parlare direttamente con lui, predisporre un incontro urgente per discutere dei problemi legati a Mezzanotte e le necessità di assorbire ingenti quantità di teleforce. Gli avrebbe proposto qualcosa di molto americano, pensò, gustandosi i grugniti bestiali che annunciavano il pasto mensile della moglie. Uno scambio di coppia.
I due canopi annuirono, quindi si diressero verso il piano superiore.
Wael guardò il bastone, il becco dell'ibis che stillava sangue. 
Doveva partire per un lungo viaggio.
Ne avrebbe avuto ancora bisogno.
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sabato 25 agosto 2012

(Guest post) Costruiamo un museo a Nikola Tesla!




Carissimi lettori (e partecipanti) di Due Minuti a Mezzanotte,

mi intrufolo abusivamente tra i capitoli di questa stupenda round robin supereroistica per comunicarvi un messaggio importantissimo.

Tutti voi avrete sicuramente presente Nikola Tesla. (La risposta deve essere “sì”, altrimenti sarete costretti a prendervi a schiaffi da soli.) Detta in parole povere, Tesla (1856-1943) è il padre del Ventesimo Secolo: un inventore, ingegnere, fisico e visionario fuori dal comune che ha letteralmente plasmato il nostro modo di intendere la tecnologia. La Corrente Alternata è solo una delle sue numerose invenzioni. Tesla sperimentò con successo in numerosi campi del sapere scientifico, anticipando (spesso di parecchio) i tempi: raggi X, onde radio, radar, motori elettrici, comunicazione wireless, persino un macchinario per scatenare terremoti. E tutti i suoi sforzi miravano ad un unico scopo: il benessere dell’umanità. 

“La trasmissione economica dell'energia senza fili è di importanza fondamentale per l'uomo. Gli permetterà infatti di dominare incontrastato sull'aria, sul mare e sui deserti. L'uomo sarà libero dalla necessità di estrarre minerali o petrolio, trasportare e bruciare combustibili, abolendo così molteplici cause di inquinamento. Il glorioso sole diventerà il nostro servo ubbidiente. Pace e armonia si diffonderanno sulla Terra.” (tratto da “Electrical World and Engineer” del 7 gennaio 1905).

Tesla era un genio rivoluzionario, un uomo fuori dal suo tempo che non ottenne il giusto credito per le sue incredibili scoperte. Ripassatevi la cosiddetta “Guerra delle Correnti”, ovvero il famigerato scontro con Thomas Edison, per saperne di più.

martedì 21 agosto 2012

Capitolo 19 (di Domenico Helldoom Attianese)




Laboratorio Centro START 
22 aprile 2013 
Ore 6:25  


Cheveaux d’Ange si era risvegliato, il suo corpo almeno.
«Non sono il francese, sono Scanner.»
«Come?» Blackjack era confuso. 
«Probabilmente avrà trasferito tutta la sua mente dentro di lui, forse perché altrimenti molti dettagli sarebbero andati persi», spiegò Rushmore. 
«E bravo il cervellone», rispose Scanner, col corpo del francese. 
«Visto che non sei morto, Dream è tornato normale?» 
 «No, Rushmore, ormai American Way è libero. I blocchi psichici sono saltati quando sono entrato in coma e Salazar ha trovato, non so come, il modo di soggiogarlo ai suoi ordini. Way è convinto di vedere Mezzanotte, che lui crede essere un certo Dave con cui sarebbe cresciuto. Non so come abbia fatto, ma Salazar controlla uno dei super più potenti in circolazione.» 
«American Dream è contro di noi…» 
«Sì, ma non è questo il problema più grande. Salazar e Mezzanotte stanno per fare la loro mossa, grazie ai poteri di Mezzanotte intendono far saltare Portorico e generare un’onda di Teleforce che si spargerà per tutto il pianeta.»

* * * 

Salazar Tower
22 aprile 2013
Ore 6.25

«Allora perché ci sei tu qui, papà?»
«Mezzanotte non è solo un nome, è un piano. Codice di sicurezza: Omega-Tesla-Geova-Super.» Salazar vide Bonnie guardare oltre le sue spalle. Un muro si divise in due alle sue parole e rivelò uno scheletro metallico collegato ad una postazione computerizzata. 
«Questo, Lisa, contiene il cervello di Maxwell, e questo» - disse, indicandogli il diamante che lo scheletro portava al collo- «contiene la sua anima. Mezzanotte è mantenuto in questo mondo da un supporto vitale e dal mio potere. Il mio potere è superiore a quello dei super creati dall’incidente, io sono stato esposto alla pietra intera. In parole semplici, posso controllare e manipolare le anime degli esseri viventi, posso sentirle e osservarle, comprenderle e alterarle.» 
Bonnie gli sembrava confusa. Non aveva mai fatto cenno a nessuno dei suoi poteri, ma ormai non aveva più senso nasconderli. 
«Forse capirai meglio così. Nightshifter, entra.» 
«Eddie, stai bene?» chiese Bonnie, preoccupata, vedendo entrare Eddie, dalla cui bocca colava una nebbia nera.  Salazar gli toccò la fronte, gli occhi si illuminarono di verde e Nightshifter uscì dal suo corpo, solidificandosi accanto a Salazar. 
«Sta benissimo, controllo la sua essenza ora, e gli ho fatto un upgrade. Voi due, come molti super, siete molto più potenti di quello che pensate.» disse Salazar e toccò la fronte di Bonnie. Anche i suoi occhi si illuminarono di verde e, come Eddie, si fermò in piedi di fronte allo scheletro. 
«Come lui, ora sei più potente e soggiogata a me. Ora calma, sento che cerchi di liberarti. Non puoi, mettiti il cuore in pace e ascolta. Voglio farti capire, voglio che almeno uno dei miei figli sia con me» disse, con un misto di speranza e dispiacere nella voce. 
«Che devo capire, sei un pazzo bastardo, papà» 
«Sssh» fu la risposta di Salazar, e Bonnie ammutolì. «Come stavo dicendo, io e Maxwell ci separammo dopo l’incidente del ‘73. La nascita dei super aveva creato in me un nuova speranza, un mondo che ci avrebbe uniti agli uomini e ci avrebbe permesso di progredire verso un futuro migliore. Maxwell capì, prima di me, che non sarebbe stato possibile e ognuno andò per la sua strada. 
Dopo l’incidente di Rodeo Drive mi ricontattò, disse che aveva scoperto qualcosa di terribile. 
Quando andai da lui, scoprii che stava morendo. Lo avevano contaminato con qualcosa creato apposta per i Super, e mi mostrò i piani dell’ONU che era riuscito a recuperare. 
Un virus chiamato “Piaga del superuomo”, campi di concentramento, bombardamento nucleare. Era quello che volevano fare nel caso fosse successo qualcosa di simile all’incidente del 2001 o a quello del 1973. 
Non potevo lasciarlo morire cosi, avevamo attraversato i secoli insieme, eravamo più che fratelli e cosi chiusi la sua anima in quel diamante e il suo cervello in quello scheletro. Portai ciò che rimaneva di lui qui, e andai a chiedere spiegazioni. 
Non negarono nulla, mi minacciarono e mi dissero che solo l’entusiasmo che gli uomini avevano per i super ci salvava ancora dalla nostra fine. 
Per anni meditai su cosa fare, pregando che non scoccasse qualche scintilla, ma non potevo attendere per sempre. 
Quei due psicopatici dei miei figli sono sempre più difficilmente contenibili.  
Quel bastardo di Yell è sempre più azzardato in quello che fa. La minaccia del risveglio di American Way, che ho fortunatamente arginato, prima che mostrasse al modo la sua follia. 
E questi sono solo alcuni dei pericoli che potrebbero scatenare contro i super l’ira e la paura di un intero pianeta. Certo, vorrei che tutti i super si unissero a me e non dovessero perire insieme a Portorico, ma molti non capirebbero. 
I Governi ci temono, vogliono distruggerci. E i super alleati ai governi, come lo START e la Fortress Europe, hanno tradito i loro simili. Quindi è ora di assumere il posto che ci spetta. 
Se tutti diventano Super, non avremo più nemici» disse Salazar, sinceramente dispiaciuto per quello che lui e Mezzanotte avrebbero dovuto fare ad alcuni dei loro simili. 
«Ed ora all’opera, ricreiamo un corpo a Maxwell» concluse. 

Toccò prima la fronte di Eddie, poi quella di Bonnie sintonizzando le loro anime e codificando i suoi ordini.
Si misero all’opera, mentre Salazar sentiva tutto quello che facevano. 
Prima Bonnie mutò il minerale dello scheletro da argento a calcio, mentre Eddie duplicava il DNA dal cervello creando il midollo. Mentre il lavoro di Bonnie era finito, Eddie continuava, cellula dopo cellula, a ricostruire il corpo. 
Reni, Polmoni, Cuore e tutti gli altri organi interni. Intanto uno shanghai di vene ed arterie si generava partendo dall’alto, mentre strati di cartilagine, muscoli e pelle iniziarono a ricoprire tutto lo scheletro.
Per ultimi creò gli occhi, di un azzurro intenso e dei lunghi capelli neri. 
Bonnie ed Eddie si spostarono e Salazar si avvicino al nuovo corpo. Staccò il diamante dal suo collo e la pietra andò in polvere nelle sue dita, lasciandogli un fumoso pugno di energia verde tra le mani. 
Con l’energia tra le mani, appoggiò i palmi al corpo e un’esplosione di Teleforce proveniente dal redivivo Maxwell stese Nightshifter, Eddie e Bonnie. 
Un sorriso si stampò sul volto di Maxwell, che abbracciò Salazar. «Finalmente ti sei reso conto che avevo ragione, eh Hal?» 
«Purtroppo sì, dobbiamo agire in fretta… ma prima mettiti qualcosa addosso» rispose Salazar sorridendo di rimando. 
«Ah, sì», rispose e semplicemente pensando riorganizzò gli atomi intorno a se in un nuovo costume. 
«Che te ne pare?» Sembravano due ragazzini che non si vedevano da tempo, pronti a giocare di nuovo insieme. 
A un gioco che avrebbe sconvolto un pianeta.
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lunedì 6 agosto 2012

Capitolo 18 (di Lorenzo Ladogana)




ADMIRAL CITY
22 Aprile 2013
Ore 6. 25 a.m

“Non c’è nemmeno una traccia di aria condizionata in questo furgone, che cazzo!” pensò Alex Ross. Avevano a disposizione le migliori tecnologie degli Stati Uniti che un furgone blindato potesse trasportare, e si era dovuto far prestare un ventilatore a batteria da un negozio a due isolati più avanti per non morire di rosolia.
Il tenente si faceva aria con un catalogo di costumi da bagno, seduto indecorosamente sulla sedia della sua postazione nel più grande del gruppo di veicoli militari impiantati nell’ampio parcheggio vicino a quel ramo della spiaggia. Il sole sarebbe sorto di nuovo di lì a poco, e l’effetto frescura dell’aria umida e salina proveniente dal mare sarebbe del tutto scomparso. Nemmeno la leggera coltre di nuvole che oscurava il cielo avrebbe avuto pietà di lui. 
Alex non riusciva a tollerare il caldo, ma quello che lo faceva sudare ancora di più era il nervosismo. Era bloccato da cinque ore tra una serie di cinque monitor che si aggiornavano ogni dieci secondi con messaggi provenienti da ogni angolo dello Stato, che andavano dai provvedimenti disciplinari intraprese per le chiusure delle linee aree, allo spostamento dei civili nelle zone più sicure dell’isola e sulle coste adiacenti, fino ai primi messaggi di appello delle Nazioni Unite sulla faccenda Admiral City.  
Da quando si erano mossi da Island Stone un ora e mezzo prima aveva ricevuto al bellezza di settantanove telefonate da più di venti ambasciate differenti, mentre arrivano notizie dei cosiddetti “rinforzi speciali” che l’Unione Europea, l’Egitto , il Giappone stavano inviando. Fortress Europe era entrata in azione già da più di due ore, mentre le altre delegazioni si stavano riunendo tutte ad Island Stone, attraverso la richiesta ufficiale del tenente colonello Marv Gordon. Marv non gli piaceva: era stato il suo mentore, se così si può dire, fin da quando era un ufficiale.  Aveva imparato ad odiarlo e rispettarlo per quei vent'anni, fino a quando, raggiunta una certa posizione di prestigio, non aveva colto al volo l’opportunità di mettere su una squadra da solo e chiudere con le sue stronzate. Marv era sicuramente un uomo intelligente e ancora molto in forma, nonostante avesse compiuto da poco sessant’anni, ma i suoi atteggiamenti razzisti ed arroganti gli avevano irrimediabilmente e tarlato il cervello, negli anni. Non ce lo vedeva proprio, pensò Ross, ad accogliere una delegazione del Grande Thot stappando una bottiglia di Champagne, sventolando a destra e a manca la protesi del braccio che qualche anonimo musulmano gli aveva fatto saltare nel corso della Guerra del Golfo . “Tanto per lui sono tutti uguali” ridacchiò il tenente.
Smise di pensarci e prese a scuotere il giornale più velocemente. Era stanco, aveva dolori di stomaco e soprattutto era solo. Mai come in quel momento si sentiva totalmente abbandonato a se stesso: Aveva solo tre o quattro uomini di cui si poteva fidare ciecamente,  mentre gli altri erano per lo più marionette, uomini di Gordon, ex-membri di scorte di polizia e di volti importanti della politica riciclati come unità di difesa, dopo essere stati imbottiti di droghe e steroidi sintetizzate in laboratorio dal nuovo acquisto della START, un biondino sudafricano che gli faceva venire la nausea.
“Queste non sono più faccende di sicurezza nazionale” – pensò – “Non sono più neanche guerre: stiamo giocando a fare le divinità. Mandiamo gli Dei a combattere al posto nostro, sperando che ci parino il sedere”. Pensò a quando abitava a Shanwee con i suoi genitori. Il Kansas era la nazione di Superman, e lui adorava leggere le sue storie sui fumetti che il padre Norman gli portava dopo il lavoro. Poi i Super divennero reali, e capì che non erano perfetti come l’immagine radiante dell’eroe sulla prima pagina di Action Comics, ma erano umani normali, negli aspetti peggiori e migliori del termine. Sorrise lievemente, pensando a Libby e a Matt. 
Fu allora che sentì un piccolo segnale luminoso dal suo computer, un messaggio su una linea privata. Non era una voce, ma una semplice serie di ticchettii sconnessi, l’uno dopo l’altro. Un codice Morse. 
W… J,R, L…”  Le stesse quattro lettere a ripetute a ciclo continuo. Rimase perplesso per un attimo, poi capì: era Karl.
Entro nella canale privato dello Start e vide che Rushmore stava cercando di inviargli un file: si era dimenticato del vecchio trucchetto dell’usare le quattro iniziali dei Presidenti dell’omonima montagna. 
In quel momento entrò il Tenente Millar. «Tenente Colonnello Ross, venga a vedere!»
«Non ora Mark!». Se Rushmore non gli aveva telefonato, ci doveva una motivazione molto grave.
«È davvero urgente! Venga!». Il tenente allora si alzò e si sporse fuori dai portelloni del furgone nero e bianco. Ci mise un po’ a comprendere cosa stava succedendo, ma poi focalizzò l’assurdità della cosa: stava nevicando.
«Come diavolo, come fa a nevicare in questo mese dell’anno?» A PORTORICO?
«Non lo so signore. Le temperature erano stabili fino a poco fa, poi i termometri hanno iniziato ad impazzire.» Disse sconcertato Millar.
Ross si toccò le braccia e si accorse di colpo che l’incredibile calo di temperatura era reale: aveva smesso di sudare e ora provava un certo fastidio alla pelle.
«Tutto questo è assurdo…»;  poi si volse verso la Salazar Tower: il crepitio dell’energia sulla sommità esplosa della struttura risplendeva bluastro, occasionalmente. «Deve essere opera della Teleforce. Tutto quanto quello che sta succedendo ora deve essere stato causato da qualcosa che viene dalla torre. Forse Rushmore…» disse, e si ricordò del messaggio del professore, che nel frattempo era caduto sul pavimento. Lo raccolse e lo lesse attentamente.
«Tenente Colonello che ordini devo dare agli uomini?», gli chiese Millar, ma Alex Ross non lo stava ascoltando, perché in quell’esatto momento leggendo ciò che Cheveux D’Ange aveva estratto dalla mente del Professor Scanner, e che egli aveva preso sondando al mente di Mezzanotte.  E a dirla tutta, adesso non si sentiva tanto bene nemmeno lui adesso.
«Dì… dì… agli uomini di caricare tutto nei furgonie di prepararsi a partire», disse con un filo di voce il tenente colonello, tenendosi con una mano lo stomaco in subbuglio.
«Adesso Tenente Ross? Ma non dovremmo…» 
«ORA, Tenente Millar», esplose Ross, riprendendosi. Mise il foglio in tasca e rientrò nel furgone. Si diede una botta sulla pancia e si impose di rimanere calmo.
«Sissignore» disse Millar, risentito, e andò a chiamare gli ufficiali.
Alex spense il ventilatore, chiuse i portelloni del furgone e si sedette sul cruscotto, incredulo. Aveva abbandonato il Kansas seguendo il sentiero dei mattoni dorati per entrare nella Guardia Nazionale, si era fatto le ossa a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in Libia. Eppure niente era paragonabile a ciò ora sapeva, nemmeno l’incidente di Rodeo Drive. Mezzanotte era davvero nella torre. Era umano, vivo e terribile. E se entro un ora non fosse stato fermato, Admiral City e l’intera Porto Rico sarebbero scomparse dalla faccia della Terra.
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martedì 31 luglio 2012

Capitolo 17 (di Ariano Geta)




ADMIRAL CITY
22 aprile 2013
Salazar Tower
Ore 6.20 a.m.

«Tu sai chi è Mezzanotte, non è vero?» domandò Bonnie. Si era appena risvegliata dallo shock della luce bianca, e la sua testa era piena di informazioni nuove, come se gliele avessero iniettate nel cervello.
Sulle labbra di Salazar si disegnò un sorriso malinconico.
«Io sono un uomo del XVI secolo, cresciuto in un’epoca in cui esisteva solo la fede in Dio. Per me era quella l’unica spiegazione possibile per la pietra lucente che rinvenni a Tenochtitlan. Ero un medico al seguito di Cortés, lo sai, uno dei conquistatori dell’impero azteco. Credevo fosse una pietra preziosa particolarmente luminosa, e cominciai a capire il suo vero valore solo molti decenni dopo, man mano che compagni e famigliari invecchiavano mentre io rimanevo sempre giovane».
Lei lo fissò incuriosita. Questa storia gliela aveva raccontata già altre volte, ma probabilmente stavolta avrebbe aggiunto particolari inediti.
«Il primo uomo al quale rivelai il mio segreto fu un sacerdote, ma ebbe una reazione inattesa. Gli avevo mostrato ciò che ai miei occhi era un miracolo divino, e lui disse di fare molta attenzione poiché spesso dietro certi apparenti prodigi si nasconde il diavolo…»
«Intendi dire che Mezzanotte in realtà è Satana?»
Salazar si concesse una risata, contenuta ma assai divertita. «No, ovviamente no. Ti ho riferito le parole del sacerdote solo perché tu capissi il mio rapporto con la pietra lucente. Da uomo di fede la percepivo come un dono di Dio, ma nel contempo cominciai a essere terrorizzato all’idea che fosse uno strumento del demonio».
L’espressione divertita del viso tornò seria.
«Io ho letto quasi in diretta i primi trattati filosofici improntati allo scetticismo e alla negazione di Dio, e li irridevo. La luce al mio fianco era una prova inconfutabile che contraddiceva le loro deduzioni logiche. Però mi chiedevo che senso avesse possedere quel miracolo senza sfruttarlo per lenire le sofferenze del mondo. Nelle mie piantagioni non esistevano schiavi, tutti erano rispettati, e inoltre usavo gran parte dei miei profitti per fare opere di bene, però restava una goccia nell’oceano. Ma ti sto annoiando, vero?»
«Capisco la necessità di fare qualche premessa, ma…»
«Beh, in effetti anche se parlassi per ore e ore non riusciresti a capire. Nella mia mente di uomo del XVI secolo Dio è imprescindibile, questo è ciò che volevo farti capire. Quando gli americani invasero Cuba per sostenere la lotta degli indipendentisti contro gli spagnoli, io ero abbastanza conosciuto, ma solo di nome visto che – per ovvi motivi – non partecipavo alla vita pubblica. Tuttavia il console americano Maxwell volle conoscermi di persona, così come aveva già fatto con altri maggiorenti cubani».
L’attenzione di lei ebbe un sussulto. Era la prima volta che lui pronunciava questo nome.
«Era un uomo di fede come me, anche se tramite canali diversi», ironizzò Salazar riferendosi al credo metodista di Maxwell. «In breve diventammo amici. Lui sosteneva fermamente la vocazione americana di costruire una società e un mondo migliore, e in effetti nei decenni appena trascorsi la sua nazione aveva affrontato una dolorosa guerra civile pur di abolire la schiavitù. Insomma, sembrava davvero che gli Stati Uniti potessero creare un luminoso futuro per l’intera umanità… e se era tanto luminoso, potevo pur aggiungervi un po’ della mia luce, no?»
«Cosa accadde?» chiese lei con impazienza.
«Gli diedi un piccolissimo frammento della pietra lucente. Con l’aiuto di alcuni studiosi iniziammo ad analizzarlo, convinti entrambi di poterne dimostrare l’origine divina. Uno degli studiosi era un giovane di nome Tesla…» Sorrise. «Dopo pochi mesi ci disse che la pietra nascondeva qualcosa di straordinario, parlando però da scienziato e non da uomo di fede. Secondo lui l’energia che emanava quel frammento – non appena fosse stata opportunamente depurata – era in grado di donare all’uomo una salute e una vita lunghissima, e dei talenti straordinari. Poteva persino rendere più rigogliosi i raccolti facendo scomparire la fame. Io e Maxwell eravamo entusiasti della cosa, ma a quel punto avvenne il primo imprevisto».
«Ovvero?»
«Durante un esperimento, un raggio di energia ottenuto della pietra essiccò tutte le piante e le forme di vita vegetali nel raggio di miglia e miglia. Cuba fu colpita da una gravissima carestia per colpa nostra. Tesla ne rimase sconvolto e decise di abbandonare tutto e ritornare negli Stati Uniti. D’altro canto Maxwell fu costretto a rivelare al consigliere militare americano il nostro segreto. Era impossibile nascondere l’origine innaturale di quel disastro. Inoltre, seguendo la nostra logica di credenti, pensavamo che fosse giusto assumersi le nostre colpe…»
Boner osservava suo padre con crescente sorpresa.
«Io ero demoralizzato: volevo fare del bene e invece avevo causato una calamità naturale. Maxwell era più tranquillo: sosteneva che qualche piccolo incidente di percorso può capitare. Comunque, gli studi su quell’energia - la teleforce ovviamente - vennero messi sotto controllo dai militari americani. Ci obbligarono a trasferirci a Portorico affinché altri eventuali effetti collaterali imprevisti fossero circoscritti a quella piccola isola, e inoltre divisero in due il frammento e ne portarono una parte a Washington per fare degli studi separati. Ignoravano che tale frammento era solo una piccolissima parte della pietra lucente ancora nelle mie mani».
«Quindi il governo americano ha avuto la teleforce nelle sue mani già dagli inizi del 1900?»
«Sì, ma come ti dicevo il frammento che hanno a disposizione è minuscolo. Inoltre hanno causato più danni che progressi. Tipo Rebel Yell…»
Respirò lentamente prima di ricominciare a parlare. «Io e Maxwell eravamo d’accordo su una cosa: l’intera umanità doveva beneficiare della teleforce. Lunga vita, salute e biblici talenti distribuiti ad ogni uomo sulla terra: questo era lo scopo che ci guidava come uomini di fede. Ma Maxwell stava invecchiando, e non avrebbe più potuto starmi accanto per l’esecuzione del progetto. Necessitavamo ancora di decenni di studio, così gli proposi di esporsi all’energia della pietra – non quella del frammento, ma l’intera pietra, capisci! – per aumentare la durata della sua vita».
Lei comprese immediatamente. «Quindi Maxwell è… Mezzanotte?»
«Sì. Siamo sempre stati in buoni rapporti, fino all’incidente del 1974. Le conseguenze sulle persone colpite ci causarono dei dubbi. Una teleforce accuratamente depurata, come diceva Tesla, avrebbe aumentato la durata della vita dell’uomo e gli avrebbe fornito dei talenti. Ma noi immaginavamo una maggiore intelligenza, o un super pollice verde come è capitato a Eddie. Non volevamo che gli uomini avessero il potere di distruggere altri uomini. È stato a quel punto che le nostre strade si sono separate per… divergenze d’opinioni sull’uso della teleforce. Ma sono certo che lui, esattamente come me, vuole solo che la teleforce rappresenti la luce di Dio, non l’ombra del demonio».
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martedì 24 luglio 2012

Capitolo 16 (di Salomon Xeno)




Admiral City 
Independence Boulevard 
22 Aprile 2013 
Ore 6.31 AM 

Alexsej iniziava a recuperare le forze. E ad annoiarsi. 
«Vecchio mio, ti va una corsetta?» 
I gommosi sembravano scomparsi. Il nuovo amico si era rivelato un pessimo interlocutore, persino peggio degli sgherri di Mezzanotte. Perlomeno, non mancavano più di venti o trenta minuti alla Salazar Tower, dove si sarebbe finalmente risolta la sciarada di quella notte. 
«Blaster è a terra!» esclamò Sniper, affrettando il passo. Stakanov gli tenne dietro. 
Quando furono vicini all'incrocio con la Lexington Avenue, si aprì uno scenario bellico: auto capovolte, vetri infranti e un modesto cratere, ancora fumante, vicino al marciapiede. In mezzo alla carreggiata giaceva una massa metallica parzialmente fusa, che poteva benissimo essere il gemello di Sniper ridotto in pessime condizioni. Vicino a lui c'era un uomo accovacciato. 
«E tu chi saresti? Che cazzo fai?» 
Lo sconosciuto si alzò. Vestiva un kimono blu scuro e una di quelle ridicole gonne da samurai, tutta bruciacchiata. Al fianco portava un fodero nero da cui spuntava l'impugnatura di una katana. Aveva occhi a mandorla e capelli corvini. Era un giappo sulla trentina, dall'aspetto insignificante. Uno di quelli che ti offrono salsa di soia. 
Alexsej avvertì su di lui un residuo di Teleforce. 
«Mi chiamo Musashi» disse. «Sono qui per controllare che non ci siano interferenze.» 
«Nome in codice: Musashi» aggiunse Sniper con solerzia. «Livello Teleforce: non pervenuto. Stato: disperso.» 
Il samurai abbozzò un sorriso. Poi, senza aggiungere altro, si avviò verso la Lexington. 
Uno strano silenzio regnava in città. Quella mattina nessuno dei mattinieri abitanti di Admiral City osava avventurarsi in strada. Molto probabilmente erano tutti incollati al televisore, salvo i militari e qualche decina di Super. 
Alexsej decise di inseguire lo sconosciuto. 
«Senti, gonnellino! Non l'avrai ucciso tu, quel golem? Io sono Stakanov, giusto perché tu sappia chi ti romperà il grugno se non mi rispondi.» 
Musashi si accovacciò nuovamente sull'asfalto. Aveva una mano sull'impugnatura della katana. 
«Sprecheresti il tuo tempo, Stakanov» disse. «Devi imparare a percepire ciò che non puoi vedere con gli occhi.» 
In quel momento la terra si frantumò sotto i piedi. 
Alexsej fece appena in tempo a rotolarsi di lato, evitando di essere investito da frammenti di asfalto. 
Si rialzò senza esitazioni e si guardò intorno. 
Il golem, rimasto indietro, pareva illeso ma perdeva del liquido nerastro da una gamba. 
Il samurai era di nuovo in piedi e impugnava la katana, il cui filo emetteva una luce violacea, che generava riflessi minacciosi sul piatto della lama. 
L'arma era puntata verso un furgoncino a bordo strada, da cui era emersa una donna minuta. Indossava pantaloncini e una camicia di jeans, annodata sopra l'ombelico. 
«Nome in codice: Psiblade» rivelò Sniper. «Livello Teleforce: 1776. Stato: detenuta in un carcere di massima sicurezza.» 
La donna rise, facendo molleggiare i riccioli castani. 
«Detenuta, davvero!» Esclamò. «Sei proprio tu, Kensei? Sono rimasta giusto il tempo di farti pentire per avermi abbandonata in prigione!» 
Vi fu un sibilo e una forza assalì il samurai, che parò con la sua strana katana. La donna attaccò di nuovo, ma i fendenti si sfaldarono sulla guardia del samurai. 
Musashi mosse alcuni passi verso la donna. 
Alexsej gli avrebbe dato man forte, ma voleva prima accertarsi dello stato del golem. Se si era rotto, poteva dimenticare l'appuntamento con Angela. Inoltre, aveva la sensazione di essersi intromesso in un incontro privato. 
«È tutto qui, Kensei? Forse dovrei prendermela con i tuoi amichetti, ridurli come quel robottino. Comincerò con il teppista...» 
Questa volta, Stakanov se ne accorse in anticipo e riuscì a schivare la sferzata d'aria, rotolando di lato. La sciabolata lacerò l'asfalto. Adesso era chiaro come attaccava: era una dannata telecineta. 
Prima che potesse colpire di nuovo, Sniper puntò il fucile a plasma e fece fuoco. 
Psiblade deviò il proiettile con un cenno del capo, facendo esplodere la portiera di un suv. L'autovettura andò in fiamme, facendola ridere nuovamente. 
Stakanov avrebbe voluto cancellare quel suon fastidiosissimo a suon di pugni. 
Musashi prese l'iniziativa. 
«Adesso basta, Psiblade!» scandì. «Arrenditi e forse riusciamo ancora a salvare te e tuo fratello...» 
«È troppo tardi, Kensei» lo interruppe la donna. «Io non ho bisogno della tua salvezza. E neanche Magmarus! Oggi è la giornata in cui noi massacreremo i cosiddetti buoni, a cominciare da quei buffoni dello START. E adesso muori!» 
Psiblade colpì con forza inaudita, incidendo l'asfalto fino alle tubature. Un fiotto d'acqua in pressione la investì, costringendola ad arretrare. 
Musashi colse l'occasione e schizzò in avanti, dritto verso l'avversaria. Tese la lama e la conficcò a forza nel petto, così rapidamente da non darle il tempo di agire. 
Il sorriso di Psiblade si trasformò in una smorfia. Del sangue gorgogliò fra le labbra tremanti. I suoi occhi si spensero. 
«Addio, Sarah» mormorò Musashi, rinfoderando la spada. Poi alzò le spalle e si rivolse ad Alexsej. «Qualcuno passerà a prenderla. Stakanov, giusto? Se vuoi, posso dare un passaggio a te e al robot.» 
«Chi ti dice che facciamo la stessa strada?» 
«Non essere stupido. Metà dei Super esistenti si sono dati appuntamento alla Salazar Tower.» 
«A me piace correre.» 
«Il tuo robot sembra ferito.» 
«È in perfetto stato!» ribattè Stakanov, dandogli una pacca sul braccio. «Vero, vecchio mio?»
«La mia mobilità è compromessa. Preferirei che non mi toccasse.» 
L'autovettura di Musashi era un van commerciale, abbastanza capiente per imbarcarli tutti. Sul retro recava la scritta "ELECTRIC SERVICE". 
Alexsej si sedette, a disagio. 
«Meno male che non c'è traffico. Ora dritti alla torre, ok?»
«Prima facciamo un salto allo START» replicò il giapponese. «Yell teme che ci sia un traditore. Devo verificare e, eventualmente, rimuoverlo.»
«Cosa? Ma così perderò altro tempo!» 
«È inammissibile! Mi faccia subito scendere!» 
«Non dimenticare, Stakanov, che esiste più di una strada per raggiungere la cima della montagna.»
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martedì 17 luglio 2012

Capitolo 15 (di Gian De Steja)



Laboratorio
Centro START
22 aprile 2013
ore 6:20

Blackjack entrò nella stanza del professore senza bussare, come sua abitudine.
«Professore, cosa diavolo sta succedendo là fuo...»
Rushmore era chinato sul corpo del francese. Gli stava iniettando il siero neuronale con la pistola a veicolazione transdermica di sua invenzione.
«Chiuda la porta Blackjack. Per favore.»
Il nuovo arrivato osservò l'inaspettata scena con malcelato stupore. Il professor Scanner riverso sul lettino in una smorfia inanimata di dolore. La macchina dell'ECG rivelava impietosa lo stato del decesso.
«Ma Scanner è... È morto? E Cheveaux d’Ange...»
«Scanner è morto, ma il francese è ancora vivo. L'ha usato come veicolo per passarci le informazioni, come avevo previsto, ma ha rischiato di fare una brutta fine.» Il professore, con occhi velati di tristezza, guardò per qualche secondo il corpo dello stimato collega e amico. Poi riprese: «Spero di aver limitato i danni, il siero è ancora in via di sperimentazione e le conseguenze di un attacco telepatico di quel genere sono imprevedibili. Senza Cheveaux d’Ange non sapremo mai se Mezzanotte è ancora sotto controllo.»
«E il progetto come prosegue? Ho percepito il contatto.» Blackjack sfilò dal pastrano un grosso sigaro e lo accese con un rapido gesto dello zippo.
«Il contatto con i super è stabilito. Il catalizzatore è stato efficace e a quanto pare, per ora, Salazar ha il controllo della situazione. Intorno alla Torre si stanno concentrando le attenzioni di tutti i super ma non sappiamo ancora se Mezzanotte ha mangiato la foglia. Stakanov è in arrivo con i golem di Angela Solheim.»
«E Rebel Yell?»
«Non pervenuto. Sono stati avvistati nei dintorni della torre alcuni dei suoi uomini più fidati. Li teniamo sott'occhio e prima o poi si farà vivo anche lui.»
«Avete più avuto notizie di Uranium?»
Il professore scostò le tende del grosso finestrone del laboratorio, indicando qualcosa in alto. «Non ancora, ma dal colore del cielo direi che sta combattendo con qualche osso duro. Non credo che uno di quei Triari possa mettere in difficoltà Uranium.»
«Cazzo, questa non ci voleva. Ora cosa facciamo?»
«Aspettiamo che si svegli il francese, senza le informazioni di Scanner siamo fottuti.»

***

Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 5.15 AM

«Uranium, mi senti? Sono Angela Solheim, tutto bene lì?» La trasmittente della nuova tuta progettata da Rushmore funzionava a meraviglia.
«Ciao dolcezza. Diciamo che potrebbe andare meglio, questo tizio è davvero una brutta gatta da pelare. I due bambocci li ho disintegrati in un attimo; alcuni di quegli sfigati le stanno prendendo di santa ragione da un bulletto di periferia. Ma lui è diverso: è veloce, è dannatamente veloce. Credo sia un teleporter.»
«Hai bisogno di aiuto?»
«Dolcezza, io sono Uranium, non un super qualunque. Il mio problema è di riuscire a controllarmi, se solo riuscissi a portarlo in qualche posto un po' isolato, lo faccio a pezzi in due secondi.»
L'avversario come punto sul vivo da quest'ultima affermazione sorrise malignamente e d'improvviso sparì, con la sicura intenzione di riappare alle spalle di Uranium. Un trucco utilizzato più volte durante lo scontro e spesso andato a buon fine. Il super decise di agire d'anticipo e sorprendere il teleporter girandosi di spalle, ma questo apparve sopra di lui riuscendo a colpirlo con un pesante cazzotto e facendolo rovinare a terra.
«Uranium, ho mandato Taser in supporto, arriverà al più presto. E' un drone di nuova generazione, un golem per la precisione, ti sarà d'aiuto.»
«Un Drone? Non voglio nessun cazzo di Drone, io lavoro da solo e non ho bisogno di aiut...» Un'altra sberla tremenda, seguita da una stridula risata canzonatoria lo fece interrompere. La trasmissione era persa.
«Ma tu, chi cazzo sei?» Disse Uranium, pulendosi con il dorso della mano il sangue sul labbro superiore. Il teleporter si limitò a riproporre l'odioso ghigno, tirando fuori due pugnali sottili infilati ai lati degli stivaloni neri, ed esibendoli con sprezzo, come per dire: ora facciamo sul serio.
In quel momento comparve Taser che rimase per un po' a fluttuare sopra le loro teste, come studiando il teatro dello scontro: «Nome in codice Uranium, livello Teleforce: 4256. Stato: Vivo. Ordine riassegnato: Eliminare.» Il golem puntò il dito contro di lui e da esso partirono un paio di spari. Uranium sbalordito reagì con incredibile tempestività. Con i suoi poteri riuscì a deviare i proiettili elettrici, conficcandoli nel petto dell'attonito teleporter, che si accasciò a terra in preda alle convulsioni.
«Ora basta con queste stronzate.» Uranium schizzò in volo passando vicino al drone, ma senza toccarlo. Taser prese a seguirlo senza riuscire a tenerne il passo e nel frattempo il teleporter, che si era liberato dalla trappola elettrica, cercava di recuperare terreno su di loro, non volando, bensì teletrasportandosi freneticamente verso l'alto e percorrendo diversi metri alla volta. Uranium, che viaggiava ad una velocità decisamente maggiore degli altri due, attese che il teleporter raggiungesse il drone e poi iniziò a precipitare buttandosi a capofitto verso di loro. Quando ritenne di trovarsi più o meno equidistante dai due giocò la sua mossa preferita. «Bye bye, sfigati!». Un lampo di luce gialla esplose dal corpo di Uranium, e un'onda di energia mortale si diffuse tutto intorno per un centinaio di metri. Il drone rimase incenerito quasi all'istante, mentre l'altro cercò invano di resistere teletrasportandosi di qualche metro in direzione opposta a quella di Uranium, ma il potere delle radiazioni lo avvolse in una morsa fatale, bruciando la sua pelle e penetrando nelle ossa, fino a lasciarne nient'altro che polvere.
«Beh, piacere di averti conosciuto, peccato che ci siamo neanche presentati.» Un sorriso beffardo e compiaciuto si disegnò nel volto provato del supereroe dello START.
«Pronto Angela. Pronto? Porca puttana dolcezza, ma che cosa mi combini? Quel Golem ha cercato di uccidermi!»
«Cosa? Ma che stai dicendo Eric? Smettila di scherzare...»
«Non sto scherzando, mi voleva uccidere. O ha avuto ordini da voi, o qualcosa gli ha fritto quei quattro bulloni che si trovava al posto del cervello.»
«Cazzo, ma abbiamo inviato altri quattro golem in missione alla torre. E uno è con Stakanov. Sarà meglio verificare, io da qui inizio a monitorar...»
«Dolcezza, lo sai che mi piace quando mi chiami Eric?»
«Senti, qua la situazione è seria, non c'è niente da scherzare... Eric!»
«Eh, dillo a me. Va beh, do una ripulita qua intorno e mi precipito alla torre. Baci baci.»
Uranium raccolse le mani una dentro l'altra, in un gesto teatrale e del tutto inutile, riassorbendo gli scarti di radioattività nell'aria, per poi sfrecciare in direzione della Salazar Tower.
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