martedì 26 giugno 2012

Capitolo 12 (di Ferruccio Gianola)




Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 6.18 AM


Da quando era infetto Sniper poteva pensare. Angela Solheim non lo avrebbe mai creduto possibile: li aveva creati per eseguire ordini e null’altro. Ora invece il Golem era in grado di pensare e adesso che pensava si rendeva conto che non sopportava l’odore di sudore degli umani. Chi più chi meno lo emanavano e se lo portavano addosso tutti: maschi, femmine, bambini, supereroi o meno era una loro caratteristica in comune. Un odore che diventava ancora più forte e penetrante quando avevano a che fare con le emozioni. Emozioni che in certe situazioni rendevano il lezzo insopportabile.
Sniper, con i suoi sensori, aveva imparato a conoscerlo e a distinguerlo bene. Ma prima di essere infetto non aveva mai fatto delle considerazioni in merito.
Era piacevole pensare, pensò.
Adesso dall’odore di sudore era in grado di capire cosa stesse provando un essere umano. Una facoltà quasi da supereroi se non fosse stato fatto di calcio e ora, mentre lo osservava assorto, percepiva il coraggio sovrumano di Alexsej, benché non lo capisse.
Negli ultimi tempi si domandava spesso cosa significava vivere provando emozioni e la faccenda lo rendeva perplesso: che fosse dovuto anche questo a un effetto del virus immesso nei Golem da Mezzanotte?
«Allora, sei pronto?» chiese Alexsej.
Il Golem analizzò la domanda studiando le tre parole. Annusò Alexsej, prima di annuire.
Alexsej sorrise e il Golem si ritrasse. Il sorriso di Alexsej aveva cambiato le caratteristiche dell’odore di sudore.
«Vedo che non vuoi parlare! Sai dove si trova la Salazar Tower?»
Il Golem non rispose. Non lo sapeva. Era stolto e stupido e nessuno gli aveva mai parlato della Salazar Tower. Neppure il virus che gli era stato immesso in circolo gli aveva fornito delle informazioni in merito.
Avrebbe dovuto incontrare gli altri Golem per saperlo. Chissà se Blaster lo sapeva. Blaster non sudava.
Era bello non sudare, pensò.
«Davvero sei un cecchino?»
Alexsej lo guardava. L’odore di sudore adesso non era più così impregnante. Forse era un effetto causato dalla brezza che si era alzata in quel momento, colpa di un temporale in arrivo sulla città.
«Sono un cecchino» rispose, cercando di capire cosa stesse provando Alexsej.
Non era coraggio adesso.
Al robot pareva quasi che Alexsej si stesse rilassando un poco. Lo scontro doveva averlo affaticato. Pensò che fosse un buon momento per ucciderlo. Non capiva come mai non gli scattava l’impulso di farlo. Afferrò il fucile. Forse sarebbe bastato alzarlo e premere il grilletto, da quella distanza non avrebbe dovuto neppure prendere la mira.
«A che pensi amico?»
«Non sono tuo amico, sono un cecchino»
«Lo so, lo so, non puoi vivere senza fucile. Lo sento, siete in simbiosi, ma non sarai permaloso?»
«Sono un cecchino!»
«Lo hai già detto. Non saranno così anche i tuoi amici?»
Sniper percepì di nuovo una variazione nel sudore di Alexsej. Fastidio? Poi lo vide alzarsi: aveva gli anfibi slacciati e si muoveva in maniera goffa. Si domandò un’altra volta perché non gli arrivasse l’impulso di ucciderlo. Non avrebbe sbagliato con un colpo a bruciapelo.
Forse non toccava lui. Forse il virus di Mezzanotte aveva in mente qualcosa d’altro per lui. Si domandò a chi sarebbe toccato l’onore di uccidere Alexsej.
Blaster era della sua stessa classe, quindi il virus si sarebbe comportato allo stesso modo. Lo stesso valeva per Brawler. Non conosceva altri Golem diversi da lui.
Chissà se il virus avrebbe finito per trasformarlo in un essere umano. Con la forza che aveva sarebbe potuto diventare un supereroe.
«Detto tra noi, prima di andare mi farei una dormita… avrei bisogno di dormire un poco. Ma non c’è tempo. Voi non dormite mai?» chiese Alexsej, poi si ricordò della nenia del Golem. «Sì, sì, non dirlo… io sono un cecchino, ahaha.»
Il Golem non fece una piega. Guardò Alexsej, nel momento in cui il supereroe fu distratto da qualcosa. Forse da un rumore impercettibile.
Sniper non capì, percepì di nuovo una forte variazione nell’odore del sudore del supereroe, causato da un’emozione di piacere. Poi lo vide chinarsi e lo notò aprire il palmo della mano lentamente. Subito dopo scorse uno strano e piccolo essere con le ali posarsi sul palmo della mano di Alexsej.
Il Golem non aveva mai visto nulla di simile. L’essere era di colore rosso con dei piccoli puntini neri sul dorso.
«Sai che animale è?» gli chiese Alexsej
Il golem negò con il capo.
«E' una Coccinella. Si chiama Coccinella: è da sempre un simbolo legato alla fortuna, si dice che quando vola e si posa sul dito anulare indichi una prossima relazione d'amore o amicizia, quando si posa sul medio indica invece un’idea positiva che ci giunge. Siamo messi bene. Grazie a te e a questo piccolo animale generoso riusciremo a portare a termine la missione che ci hanno affidato. È bello avere degli amici!»
Il Golem non disse nulla, sì era bello avere amici, pensò.
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martedì 19 giugno 2012

Capitolo 11 (di Mr. Giobblin)



Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 6.08 AM

Alexsej stava combattendo da ormai quasi due ore. Aveva perso il conto di quanti avversari aveva battuto: la zona era disseminata di corpi neri, macerie e rottami. Ma quelli continuavano ad arrivare, inarrestabili, incuranti dei colpi ricevuti.
Non si divertiva così da anni.
«Ci tenete davvero a stare con me, vero?» esclamò Alexsej colpendo uno dei gommosi con un potente calcio allo stomaco e schivando il pugno del suo compagno.
«Mi avete fatto scappare la reporter!» Abbattè anche il secondo con un montante alla mascella.
Le due figure vestite di nero si accasciarono al suolo.
«E state giù, maledizione!»
Alexsej si sedette sul cofano di un’auto distrutta godendosi la quiete. Non si vedeva anima viva nei dintorni. Lo scontro tra Uranium e il tizio in armatura aveva provocato notevoli danni, e anche i più curiosi (compresa la sexy reporter) avevano dovuto battere in ritirata prima di essere vaporizzati.
«Merda…» La felpa era strappata in più punti, e neanche gli anfibi erano in buone condizioni. «Lo sapevo, avrei dovuto indossare la tuta da combattimento. Scommetto che quelle fighette dello START non hanno mai problemi del genere.»
Il suono di passi veloci lo riscosse dai suoi pensieri. Si voltò rapidamente.
Un altro dei gommosi si stava avvicinando alla sua posizione con sempre maggiore velocità.
«Ti pareva… mai un attimo di pace.» Alexsej si alzò, si spazzò la polvere dalle ginocchia, e fece scrocchiare le nocche.
«Ehi tu, Gommoso! Ti faccio un indovinello: combatte come un idiota, ha l’alito che puzza e i denti fracassati. Chi è?»
«MEZZANOTTE!» gridò il suo avversario, balzandogli addosso.
«Sbagliato.» Alexsej lo colpì con un pugno al volto, dopodiché gli afferrò la testa e sferrò due rapide ginocchiate.
«Date tutti la stessa risposta. Non è neanche più divertente.»
Il gommoso si rialzò lentamente, sibilando.
«Oh, andiamo. Dovresti imparare dai tuoi compari. Sono Stakanov, e posso ballare per tutta la…»
Una scarica di energia luminosa avvolse Alexsej, accecandolo con un fortissimo bagliore argenteo. La sua testa si riempì di voci, e per un singolo istante percepì numerose presenze lontane, voci incomprensibili. Gridò, inginocchiandosi e reggendo la testa con le mani.
La luce svanì quasi subito lasciandolo privo di forze.
«Tu… Super…» sibilò il gommoso.
«Muori
Alexsej sollevò il capo, cercando di mettere a fuoco l’avversario. Era completamente indifeso. Tentò di alzare un braccio per difendersi, ma gli sembrava di muoversi al rallentatore.
Chiuse gli occhi aspettando il colpo di grazia.
Dopo qualche secondo, li riaprì.
Il gommoso era accasciato a terra di fronte a lui, privo di gran parte della testa.
Alexsej si rialzò con cautela, cercando di ignorare il mal di testa e la vista traballante.
Il suo avversario era decisamente morto. Ma chi lo aveva eliminato?
«Alexsej Stakanov» esclamò una voce metallica alle sue spalle. Alexsej si voltò.
Si trovò di fronte una specie di robot umanoide armato con un enorme fucile.
«Nome in codice Stakanov, conosciuto anche come Red Skeleton. Livello Teleforce: 987. Stato: Vivo
«E tu… tu chi diavolo sei?»
Per tutta risposta, l’occhio centrale del robot si illuminò proiettando un fascio di luce sul terreno.
«Cos…» Alexsej arretrò istintivamente. «Un momento… è un ologramma quello?»
Dal fascio di luce emerse una piccola figura che divenne via via più nitida.
«Da quanto tempo, Alexsej.»

***

«Angela… Angela Solheim?»
«In persona.» La ragazza nell’ologramma era vestita con una tuta stealth nera e grigia, e i suoi capelli erano bianchi come la neve. «Felice di sapere che sei vivo.»
«Ma che diavolo…?»
«Parli della luce? Ha colpito anche me. L’effetto dovrebbe svanire a momenti.»
Aveva ragione: la vista e l’udito di Alexsej si erano stabilizzati, e non percepiva più le presenze con la stessa intensità.
«Che cos’era?»
«Sto ancora cercando di capirlo. L’unica cosa certa è che veniva dalla Salazar Tower. Sei solo?»
«Sì, ora sì. C’era Uranium con me, fino ad un paio di ore fa… se ne è volato via con un tizio in armatura nera. Non l’ho più visto.»
«L’ho già contattato, tranquillo. E’ conciato male, ma uno dei miei Golem è con lui.»
«Golem?»
«Lunga storia. Questo è Sniper, a proposito. Credo ti abbia appena salvato la vita.»
Alexsej osservò il robot e appoggiò la mano sulla corazza bronzea.
«Grazie, amico.»
«Non mi tocchi, per cortesia
«Ma che roba è? Non è metallo.»
«E’ un composto a base di calcio di mia invenzione. Più resistente dell’acciaio.»
Alexsej ritirò la mano e soppesò il Golem con lo sguardo.
«Se la cava con quel fucile, a quanto ho visto.»
«Ogni Golem è specializzato in un determinato ambito. Sniper è un cecchino senza pari, e il suo fucile al plasma è letale. L’ho inviato ad Admiral City insieme ad altre sei unità per contribuire a respingere Mezzanotte e i suoi tirapiedi.»
«Perché non sei venuta di persona? Ti ho visto combattere. Faremmo scintille insieme…»
«Sarei venuta, ma ci sono state… complicazioni.»
«In che senso?»
«I Triari. Mezzanotte ha attaccato anche il mio centro di ricerca. Li stiamo respingendo, ma temo che presto dovrò abbandonare il laboratorio.»
«Merda.»
«Già. Non so come, ma uno dei suoi ha manovrato uno dei miei collaboratori più stretti e manomesso le difese. Come se non bastasse, ci stavano sottraendo dati da mesi. Vorrei sbagliarmi, ma il fascio di luce di poco fa… temo abbiano usato le mie ricerche per crearlo.»
«Mi dispiace.»
«Non ti preoccupare. Troverò una soluzione. Nel frattempo, dovresti fare una cosa per me.»
«E’ sempre un piacere lavorare sotto il tuo comando!» disse Alexsej con un ghigno.
«Metti insieme una squadra. Recupera Uranium e cerca i miei Golem. I più vicini sono Blaster e Brawler. Dovete entrare nella Salazar Tower e cercare Eddie Simmons.»
«Eddie? Mr. Basilico? Che gli è successo?»
«Lo hanno portato dentro la torre. Non ho tempo per spiegare, ma grazie a lui le mie ricerche hanno fatto passi da gigante. E’ un Super unico, e credo che Mezzanotte lo stia sfruttando per il suo piano.»
«Non possono pensarci i professionisti, tipo AD o Lady Liberty?»
«Non sono ancora usciti dalla torre… Brutto segno. Qualunque cosa li stia trattenendo deve essere molto potente.»
Alexsej sospirò.
«Come minimo dovrai uscire con me una volta che questa storia sarà conclusa. L’ultima volta è stata divertente.»
Angela sorrise.
«Contaci, Alexsej. Ora devo andare. E stai attento. Temo che questo sia solo l’inizio.»
L’ologramma svanì, lasciando soli Alexsej e Sniper.
«Vecchio mio… questo potrebbe essere l’inizio di una splendida amicizia.»

***

Prigione di Massima Sicurezza CeSoR
Caguas
Ore 6.18 AM

Camminando lentamente tra i resti fumanti della prigione, Psiblade inspirò aria libera per la prima volta dopo anni.
«Muoviti, Magmarus. Non abbiamo tutto il giorno».
Un uomo si avvicinò, sorreggendo una gigantesca figura.
«Calma, bella. Indovina chi altro ho liberato dalla criostasi.»
«Non ci credo… Starcrusher!»
Il gigante sollevò lo sguardo.
«Stavamo giusto per volare verso Admiral City. Ho percepito un bel po’ di cose interessanti. Che hai voglia di fare?»
Starcrusher mosse qualche passo incerto, poi inspirò profondamente.
Il suo corpo venne avvolto da scariche elettriche purpuree.
«Uccidere… uccidere American Dream
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martedì 12 giugno 2012

Capitolo 10 (di Cuk)



Salazar Tower.
Admiral City
22 aprile 2013
Ore 06:10 A.M.

L'ascensore si apri e Bonnie si trovò in un cilindro trasparente, in una stanza in penombra nei sotterranei.
Colonne di metallo sorreggevano il soffitto e un uomo massiccio si muoveva tra computer e controlli.
Bonnie si gettò contro il cristallo che la rinchiudeva,battendo i pugni
«Padre! Padre! Fammi uscire di qui!»
Suo padre, il viso senza tempo illuminato dalla luce fredda dei monitor, la guardò e sorrise.
«Benvenuta, figlia mia» disse. Poi tornò a concentrarsi sul suo lavoro. « Il cristallo è per tua protezione. Sii paziente, l'ospite d'onore non è ancora arrivato.»
Bonnie diede un'ultima spallata prima di ammettere, massaggiandosi la spalla, che per lei era troppo. Si rese conto anche di un'altra cosa. Una pulsazione proveniva dalle colonne attorno a suo padre, una sintonia che le risuonava dentro, e cresceva.
«Cosa stai facendo, padre?» gridò.
La porta si spalancò. Fluttuando entrò American Dream. Accasciata sulla sua spalla c’era una donna vestita coi colori di Fortress Europe, senza sensi. Col pugno destro stringeva il corpo di Sunlight, che strisciava sul pavimento lasciando una scia rossa.
«Ame...!» l'urlo le si spense in gola. American Dream l’aveva sempre intimorita: non si poteva stare nella stessa stanza senza essere schiacciati dal senso della sua presenza,ma ora… Bonnie non sapeva cosa gli fosse successo, ma la sua aura era travolgente e il suo viso…
Bonnie fu improvvisamente contenta dello spesso cristallo tra lei e loro.
American Dream posò i corpi a terra.
Suo padre aveva un’espressione triste in viso. « Non si poteva evitare ? » chiese indicando Sunlight.
«No, Salazar. L'idiota ha lottato fino all'ultimo».
Suo padre sospirò.
All'improvviso, uscendo da un bozzolo di tenebra più nera delle ombre della sala, apparve una donna, trascinando una svenuta Lady Liberty per i capelli .
Scarlett Johansson?!? Poi Bonnie notò il fumo nero che usciva dalla bocca dell'attrice a ogni respiro. NightShifter.
«Libby! » gridò American Dream
Scarlett sollevò Lady liberty e la lanciò verso American Dream, che la prese al volo, stringendola protettivo.
«Non ti azzardare mai più a toccarla, animale.»
«Ti ho crocefisso una volta, bello.» disse l'attirce grattandosi una natica. «Se non ti è bastato posso rifarlo.»
«Hai crocefisso American Dream, coglione. Toccala ancora e io ti faccio a pezzi.»
«BASTA!» disse suo padre. «È arrivato.»
Dalla porta spalancata entrò un Triario. Sottobraccio portava Dehydra, priva di sensi. E davanti a lui, zoppicante, pesto e gonfio, camminava un ragazzo.
«Eddie! Eddie! »Bonnie si getto di nuovo contro il vetro, pur sapendo che era inutile.
«Ben arrivato, Eddie» disse suo padre . «Ti stavamo aspettando.»
Il Triario spinse Eddie verso suo padre.
Eddie barcollò, avvicinandosi; Bonnie lo vide cercare di vedere qualcosa attraverso gli occhi gonfi. Le sue labbra spaccate si mossero.
« Sei… sei tu Mezzanotte?» biascicò.
Suo padre sorrise divertito «Oh Eddie. Ancora non hai capito chi è Mezzanotte?»
Tirò una leva, e con un ronzio Bonnie vide tutte le colonne illuminarsi, una bianca luce vibrante, che pulsava a ritmo con quando sentiva dentro. Teleforce.
«Padre! Padre cosa stai facendo?!»
«Finisco quello che ho cominciato 40 anni fa.» disse suo padre. E tirò un'altra leva.
Ci fu un tuono, e fulmini sfrigolanti saettarono dalle colonne centrando Eddie in pieno petto.
Bonnie gridò. Eddie era a braccia spalancate, scosso dall'energia che fluiva. Bonnie socchiuse gli occhi, la luce era troppo intensa, il rombo copriva ogni cosa. Vide perfino American Dream arretrare di un passo, coprendosi il volto.
E infine una sfera di luce argentea si sprigionò da Eddie. Una luce densa e pesante, che la colpì e la trapassò come una cosa viva, continuando a crescere e ad espandersi al di fuori del sotterraneo. Per un istante Bonnie fu tutt'uno con essa, e la sentì continuare nella sua corsa, sempre più lontano, sempre più veloce, avvolgendo ogni cosa con la sua luce argentata.
Poi la luce scomparve, e lei si accasciò nel suo cilindro. Cercò Eddie, ma era ancora abbagliata, non vedeva niente, solo ombre.
«Gli altri Sei?» sentì dire a suo padre «Ora li percepisci?»
«Sì» disse American Dream.
«Vai allora.»
Bonnie svenne.

***

Laboratorio,
centro START.
22 aprile 2013
Ore 06:15 A.M.

Cheveaux d’Ange si rialzò dal pavimento del laboratorio. Davanti agli occhi gli ballavano lampi neri, e la testa risuonava ancora come una campana. Quella luce argentata era scomparsa di colpo così come era arrivata. Rushmore si stava alzando a sua volta, malfermo sulle gambe.
«Professore? Tutto bene?» chiese Cheveaux d’Ange.
Rushmore si passò una mano sul cranio rasato.
«Affascinante! Io… » Rushmore si interruppe, ondeggiando come un ubriaco.
Cheveaux d’Ange corse a sorreggerlo, anche se sentiva di aver bisogno di qualcuno che sorreggesse lui.
«Piano, piano prof. Ma che diavolo è stato?»
Si appoggiarono al bio-lettino dove Scanner stava sdraiato immobile.
«Oh, teleforce, francese. Un’ondata di energia pura. E» si portò una mano alla tempia «non senti niente di diverso? »
Cheveaux d'Ange lo guardò.
Diverso? Sentiva le menti delle persone nell’edificio, come sempre. E poi si accorse di qualcos’altro. Un senso di presenza. Non altre menti, no. Ma percepiva altre persone, la loro essenza. Circa duecento, forse meno. E alcune erano lontanissime, ben oltre la portata della sua telepatia.
«Cosa? Chi sono?» chiese.
«Ah, francese, davvero non capisci? Siamo noi, ragazzo. È teleforce. Sono gli altri super. Siamo collegati, ora».
«Ma perché? che significa?».
Rushmore sorrise.
«Non ne ho la minima idea. Non è affascinante?».
E d’un tratto Scanner si sussultò, facendoli sobbalzare. Sbatté la testa e piedi contro il letto, sollevandosi e inarcandosi in preda alle convulsioni. Schiuma bianca gli sprizzò dalle labbra.
«Scanner! Scanner! » Chiamò Cheveaux d’Ange, afferrandolo per le spalle, cercando di fermare quella crisi.
«Ragazzo, attento. Potrebbe... »
Scanner di scatto afferrò la testa di Cheveaux d’Ange tra le mani, spalancando gli occhi. Cheveaux d’Ange sentì la mente di Scanner avvolgere la sua e si inarcò cercando di allontanarsi. Scanner stava trasmettendo, inviando. Cheveaux d’Ange cercò di staccarsi, ma quegli occhi lo tenevano inchiodato Sentiva un sussurro, parole inintelligibili che gli riversavano nel cranio. Urlò.
E poi Scanner si accasciò. Dagli occhi e dalle orecchie gli colava sangue nero. Era morto.
Ma il suo messaggio era arrivato. Cheveaux d’Ange si aggrappò a Rushmore, stordito.
«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!»
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martedì 5 giugno 2012

Capitolo 9 (di Cristiano Pugno)




Salzar Tower.
Admiral City
22 aprile 2013
Ore 06:00 A.M.

«Signora Johansson?»
Scarlett udì un suono indistinto, una voce fantasma che fluttuava nell’etere.
Cercò di aprire gli occhi, di concentrarsi su quell’ eco che veniva da lontano.

«Signora Johansson?»
Scarlett si mosse cercando di recuperare il controllo dei suoi arti.
L’ultima cosa che ricordava era il distretto di polizia di Hato Rey, aveva cercato di uscire, poi era stata colpita da una grossa scarica di energia ed aveva perso i sensi.
Adesso era immersa in una specie di poltiglia nerastra, dalla consistenza collosa.
Nella penombra scorse la sagoma di una altra persona, la riconobbe subito, era Lady Liberty la famosa Super.
Il cervello di Scarlett ricominciò a funzionare a pieno regime e subito capì di essere finita in un mare di guai.

«Lady Liberty è lei?»
«Sì, sì, sono io. Stia tranquilla andrà tutto bene.»
«Se anche lei è rimasta bloccata qui, ho i miei dubbi che le cose possano andare bene», commentò Scarlett con un tono che voleva essere normale.
Libby fece una smorfia, indecisa se essere felice che l’attrice stesse bene o contrariata per il non poter far nulla.
Scarlett continuò a contorcersi per cercare di riprendere una posizione eretta.
Indossava ancora la divisa della polizia di Admiral City che aveva trovato nello spogliatoio del distretto.
La placca argentata del distintivo aveva strani riflessi bluastri e la scritta con il nome “B. IOLL” era come attraversata da piccole scintille.

* * *

Al piano terra Bonnie si aggirava per i corridoi vuoti.
Si inchiodò tra le ombre, schiena al muro. Scrutò nella semioscurità colore del piombo. Non molto da vedere. Solamente residui della demolizione. I preziosi quadri ridotti a pezzi, pavimento pieno di fogli, documenti nel vento.
Non avrebbe dovuto esistere nessun vento.
Non là dentro.
Invece esisteva.
Penetrava dallo squarcio nella parete sventrata in più punti dalle esplosioni. Sibilava nella torre a sussulti.
E poi lo sfrigolio della Teleforce.
Pulsava senza sosta, disseminata in tutti gli ambienti.
Soffitti, angoli, porte, travi, pilastri erano attraversati dalle scariche, e questo non era affatto un buon segno.
Improvvisamente le porte dell’ascensore si aprirono con un sibilo sommesso.
«Vieni da me, Bonnie» la voce di Ramon Salazar esplose nel silenzio.

* * *

Scarlett cercò di guardarsi intorno, si trovava in una specie di gabbia trasparente, la volta a cupola pareva non avere interruzioni.
Fissò il volto di Lady Liberty, aveva l’impressione che le stesse parlando, ma lei non sentiva nulla, come se la Super fosse intrappolata in un acquario.
Udiva voci che provenivano da lontano, come echi in sottofondo. Cercò di concentrarsi, focalizzare la situazione in cui si trovava, ma non riusciva.
La sua mente iniziò a confondersi.
Era come se un fiume le stesse entrando nella testa, portandosi via tutti i ricordi, lasciando il vuoto.
Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, ma non udì nulla.

* * *

L’essere composto di ombra la fissava dall’alto, nello sguardo di Scarlett vi era ormai solo il vuoto.
Si volse verso l’esterno, il cielo sopra al porto aveva il colore come quello di un televisore mal sintonizzato, probabilmente erano i poteri di Uranium che stava combattendo contro i suoi Triari.
Ma ora non era quello il suo problema, doveva sistemare gli altri pagliacci in calzamaglia, iniziando da quella bamboccia iperattiva.

Le porte dell’ascensore si chiusero senza rumore ed il cilindro di vetro e acciaio sprofondò nelle profondità della Salazar Tower, lasciando Bonnie senza fiato.


* * *


Libby osservò gli occhi di Scarlett spegnersi. Il volto, reso famoso da Hollywood, trasfigurarsi in una maschera orribile.
Cercò di muoversi, voleva avvicinarsi, scuoterla, ma la sostanza vischiosa le rendeva difficile fare qualsiasi movimento.
Un vortice di pensieri inziò a formarsi nella sua testa, cercò di concentrarsi sulla missione, su Matt, ma non riusciva.
Davanti agli occhi comparvero le immagini della sua vita, i volti dei suoi genitori, lei bambina, l’incidente, le missioni per conto dello START.
Un unico vortice di ricordi che si allontanava, scoloriva, cancellandosi in una nebbia sempre più confusa.

Una risata che non aveva nulla di umano riempì tutto il locale.
Anche se non era possibile, qualcuno avrebbe detto che l’essere oscuro stava ridendo.

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martedì 29 maggio 2012

Capitolo 8 (di Black Terror)


 
Admiral City
22 Aprile 2013
Salazar Tower
Ore: 5.45

Qualcosa gocciolò sullo spallaccio antishock di Stray. La ragazza guardò in alto, scrutando la sagoma imponente della Salazar Tower. Il cielo era buio, mancava ancora un po' di tempo al sorgere del sole. Sopra di lei il grattacielo era un monolite scuro. La corrente elettrica mancava fin dal momento dell'arrivo del team di Fortress Europe. Le uniche cose che scorgeva erano i crepitii energetici provenienti dalla sommità dell'edificio, dove l'entità conosciuta come Mezzanotte aveva attaccato.
Una seconda goccia le arrivò quasi in un occhio. Con una reazione istintiva riuscì a fermarla a mezz'aria, semplicemente concentrandosi. Era sangue. La deviò col pensiero, quindi continuò a levitare, rallentando l'andatura. Procedeva passando a pochi centimetri dalla parete del grattacielo. Volava solo grazie alla telecinesi e non poteva che salire verticalmente, con cautela. E se qualcosa le avesse fatto perdere la concentrazione...
«Sunlight mi senti?» Nessuna risposta radio. Il suo amico, caposquadra del team di FE mandato in supporto agli alleati americani, era irraggiungibile da quasi mezz'ora. La squadra si era divisa proprio su suo ordine.
Rockster era entrato dal pianoterra, subendo inevitabili ritardi per validare la sua presenza ai soldati della Guardia Nazionale e ai Federali.
Cheveux d'Ange stava collaborando con Rushmore, il genio dello START. Tentavano di svegliare il comatoso Professor Scanner, l'unico ad aver letto la mente di Mezzanotte, subendone le conseguenze.
Archer attendeva ai comandi del flyer, dalle parti della spiaggia di Parque de l'Indio, dove i militari lo avevano fatto atterrare. Lei e Sunlight invece avevano optato per una penetrazione dall'alto. Ma ora Stray, Archer a parte, non riusciva più a contattare nessuno dei suoi compagni.
Impulsi elettromagnetici, guerra elettronica, Teleforce, superpoteri: le spiegazioni per il silenzio radio che avvolgeva la Torre potevano essere tante.

Arrivò al ventottesimo piano e lo vide: un corpo riverso sul davanzale di una finestra in frantumi. Era vestito con una exosuit nera, bruciata in alcuni punti e liquefatta in altri. “È stato Sunlight”, pensò. “È passato di qui.” Esaminò il cadavere senza toccarlo. Era uno dei tirapiedi di Mezzanotte. Come li aveva chiamati il biondino, Cheveux d'Ange, pescando l'informazione dal cervello di Scanner? Triari, se non sbagliava.
«Sun, sei qui?», chiamò attraverso la finestra, osservando un ufficio buio, coi mobili devastati dalla colluttazione. «Avanti Tyke rispondi, maledetto olandese.»
Scavalcò il corpo ed entrò, accendendo la piccola Maglite che portava alla cintura. Un'intera parete era annerita, i quadri esplosi, le tele bruciate. Altro indizio del passaggio di Sunlight.
La porta che dava sul corridoio era socchiusa. La spalancò col pensiero, pronta al peggio. Vide soltanto un corridoio buio e il cadavere di un secondo Triario, morto a pochi passi dall'uscita che dava sulle scale interne della Salazar Tower. Perché Tyke era entrato da lì?
Stray si passò una mano tra i capelli biondi e regolò l'auricolare. «Archer, Cheveux mi sentite?»
Le rispose un fruscio fastidioso, seguito dalla voce disturbata del pilota inglese. «Poco e male», le ripeté due volte. «Sto cercando di...» ma la frase fu troncata da altre scariche statiche.
Insistette: «Qualcuno sta ancora monitorando la Torre? Non vedo elicotteri nelle vicinanze.»
«Crrr... crrr... Droni di crrr... Chiamando Salazar ma... crrr... a zero per ora.»
«Ti sento di merda», sbottò Stray, spazientita. Quando perdeva la pazienza il suo passato da teppistella cresciuta nei vicoli di Neukölln emergeva prepotente. «Se sei ancora in linea cerca di individuare se ci sono movimenti al ventottesimo piano dell'edificio. E cerca di localizzare anche i GPS di Rockster e Sun, cazzo!»
«Stray, ascoltami.» Questa volta la replica giunse forte e chiara. «Ragazza, mi senti?»
Non si trattava di Archer, di Tyke e nemmeno di Rock. Inglese con accento texano, una voce nota in tutto il mondo. «AD? Sei tu?»
«Sono io. Sei vicina vero? Sunlight mi ha detto che stai salendo radente alla Torre.»
Stray rientrò nell'ufficio e si sporse dalla finestra, guardando in alto. Una figura si stagliava sopra di lei, diversi piani più su. Era sospesa in volo a braccia conserte. La Super sapeva che almeno due membri dello START erano penetrati nel grattacielo poco dopo l'attacco di Mezzanotte. American Dream era stato il primo, come ci si aspettava dal più grande eroe statunitense. A ruota lo aveva seguito Libby, o almeno così le aveva detto Archer, bypassando le frequenze della Guardia Nazionale.
«Ti vedo», gli disse, sventolando poi una mano.
AD le rispose con un cenno. «Raggiungimi quassù. Quarantesimo piano, terrazzino del Belvedere Restaurant. Sunlight è ferito, ha bisogno di te.»
Stray si irrigidì. Tyke era nei guai? Maledì la baronessa Ashton, che in nome dell'Unione per gli Affari Esteri aveva mandato mezza FE a rischiare la vita lontano da casa. Scavalcò di nuovo il davanzale e levitò verso l'alto, mentre Admiral City, scossa dagli attacchi dei seguaci di Mezzanotte, rimpiccioliva sotto di lei.

Raggiunse American Dream, che nel mentre si era appoggiato al cornicione del Belvedere. Le vetrate del ristorante erano a pezzi, i tavoli rovesciati, gli splendidi vasi in frantumi. Il Super dello START le sorrise. Indossava il suo famoso costume in spandex rosso e blu, con un cerchio bianco fluorescente all'altezza del cuore. Era bello, con quell'aria a metà tra il boy scout e la rockstar che tutte le donne del pianeta conoscevano. Poteva non piacere, ma di certo aveva fascino.
Stray atterrò sul terrazzino. «È un sollievo vederti.» Lo pensava davvero. «Credevo di essere rimasta sola. È assurdo, lo so...» Poi lo vide. Sunlight era infilzato sulla statua del Nettuno al centro della sala principale del ristorante. Il tridente di bronzo lo inforcava dal petto, sbucando dalla schiena. La ragazza si portò le mani guantate alla bocca.
American Dream si voltò, senza smettere di sorridere. «C'erano un olandese, una tedesca e uno scozzese. Tutti e tre cercavano di entrare qui per ficcare il naso.»
Stray era abituata ad agire d'istinto. Senza fare o farsi domande si concentrò sulla grossa gargolla in pietra posta al margine destro del cornicione. Riuscì a strapparla dai perni in un istante. La scagliò con la forza del pensiero: il proiettile colpì AD alla spalla, frantumandosi in mille pezzi.
Il supereroe rovinò a terra. Si rialzò puntellandosi su un ginocchio. Stray aveva già scelto il secondo proiettile, un enorme lampadario di cristallo divelto dal soffitto. Lo lanciò, accompagnandolo con un cenno della mano. American Dream alzò un braccio e lo deviò come se si trattasse di un pallina di carta. Quindi scattò avanti e colpì la ragazza con un montante allo sterno. La piegò in due, mozzandole il respiro. Stray vomitò sangue e crollò a carponi. Nonostante il dolore capì di essere stata risparmiata. Un pugno di AD sferrato alla massima potenza l'avrebbe bucata da parte a parte. Tentò di tirarsi in piedi. Il Super la strattonò per i capelli, alzandola di qualche centimetro da terra.
«Il tuo amico è durato di più. Sei un'eroina gracile.»
«Perché, brutto bastardo yankee?», riuscì a mormorare la ragazza, soffrendo a ogni parola. «Perché fai questo, American Dream?»
«Per Mezzanotte, per il futuro. La Direttiva Wildfire è stata ritirata. Il successo è vicino.  E d'ora in poi chiamami col mio vero nome, stupida schlampe. Io sono American Way.»
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martedì 22 maggio 2012

Capitolo 7 (di Davide Mana)



Washington DC
22 Aprile 2013
Ore 5.22

Dalle finestre del'Uffico Ovale, Mitt Romney guarda le luci delle auto sulla Ellipse Roadway, vaghe, oltre gli alberi, nella luce grigia.
Un'ora all'alba.
L'ora delle decisioni ineluttabili.
Si passa le mani sul viso, sospira, si volta.
Sulla scrivania, c'è la sua Bibbia aperta.
La superficie della scrivania è nera come il monolito di 2001.
la sfiora.
Il feed della NRO gli dischiude la vista satellitare su Admiral City,
con le griglie di scala, gli hot spot, i metadati. Niente audio.
Alla sua destra, si spalancano le sottofinestre dei newsfeed - CNN, FOXNews, AlJazeera, RT.
Su RT c'è Thom Hartmann.
Mitt lo odia, Hartmann.
Sposta la Bibbia e copre la faccia di quel nerd comunista.
I due generali con le giacche tappezzate di patacchine e il Segretario di Stato, in piedi al centro dell'Ovale, lo guardano e spostano il peso da un piede all'altro, impazienti, nervosi.
Stanchi.
Pronti per ciò che verrà.
Mitt chiude gli occhi solo un attimo.
A volte basta un attimo.

Entrare non è stato difficile.
Non è mai stato difficile.
Conosce bene i corridoi.
I tappeti rossi attutiscono i suoi passi, è sincronizzato con le telecamere della sicurezza e passa invisibile, giù, verso l'ala ovest, evitando segretarie che ronzano come calabroni per la troppa caffeina e passacarte assonnati persi a studiare i propri tablet.
In fondo al lungo il corridoio bianco i due uomini in nero non lo vedono arrivare.
Accelera.
Il primo gli dà le spalle, pessima idea, grave infrazione alle procedure.
Gli piazza un calcio alla piega del ginocchio, le cartilagini si spezzano, l'articolazione si disassa, il suono è forte, orribile, e quello si genuflette con un gemito.
Una mano sulla sua spalla, un volteggio, e, slam!, a piedi uniti sul petto dell'altro prima che possa metter mano al pezzo.
Lo sbatte indietro, contro la porta, oltre la porta sfondata, e atterra con lui nello Studio Ovale, ma in piedi, e lucido, e armato.
Puntando le due 1911A1 in fronte ai due generali, «Fossi in voi non farei un solo movimento,» dice, «gentiluomini.»
Due minuti.
E quaranta secondi.
Poi cominceranno a suonare gli allarmi.
«Buonasera, signor presidente,» dice.

Mitt apre gli occhi.
La porta del suo ufficio è sfondata.
Uno dei ragazzi del Servizio Segreto è a terra, rantola, fatica a respirare.
A centro stanza, un forsennato con un vecchio cappotto grigio e un cappellone floscio sta puntando due pistoloni cromati alla fronte di Anderson e van Houten.
«Buonasera, signor presidente,»" gli dice, con voce roca.
Il volto lungo e smagrito è mal rasato, le labbra sottili piegate in un sorriso storto. L'ombra della tesa del cappello gli nasconde completamente gli occhi.
«Di' al tuo staff che è un errore,» gli dice.
Mitt aggrotta la fronte. «Cosa...?»
Intercom. «Signore, abbiamo ricevuto un segnale...»
L'uomo in grigio annuisce, senza smettere di sorridere, senza abbassare le armi.
«È un errore,» dice Mitt.
«È tutto sotto controllo e non vuoi essere disturbato,» dice lo sconosciuto. Mitt lo ripete.
Lo sconosciuto fa un cenno al Segretario di Stato.
«Hickman, giusto?»
Quello annuisce e si siede come indicato.
Lui spinge sul divano i due generali.
E poi si avvicina alla scrivania.
Rinfodera la pistola sinistra e fa scorrere le dita sulla superficie nera del touch-screen.
Scrolla il capo.
«Mi ci hanno accoltellato, una volta, qui sopra.»
E Romney improvvisamente ricorda.
«Tu sei...» Ha la gola secca. «Tu sei Rebel Yell?!»
Cos'era, il 1939?
Un lampo di denti candidi. «Yee-haa, ragazzo!»
E senza voltarsi gambizza il generale van Houten.
«Generale Anderson,» dice, «dimostri ai marines che l'aeronautica è meglio, e dia un calcio all'arma del suo amico.»
«Noi non siamo amici,» dice Anderson.
Ride. «Le dia un calcio ugualmente.»
Il segretario di stato è rigido come una tavola.
«Cosa leggi di bello, Mitt? Posso chiamarti Mitt, vero? Ho sempre chiamato per nome i tuoi predecessori.»
Solleva la Bibbia. «Tessalonicesi 5, 2-3, pure sottolineato» dice, e fa una smorfia. «Prevedibile.»
Chiude la Bibbia.
La sbatte sulla scrivania.
Immagini e finestre dati tremolano.
«È proprio di questo che volevo parlarti, Mitt.»

«Tu dovresti essere morto,» dice Romney.
Rebel Yell ride. «L'erba cattiva... Un anno ogni quattro, ricordi? Non hai letto l'informativa Kirby-McNab? Sono solo più vecchio, più stanco e maledettamente più incazzato.»
Picchia con l'indice sul feed satellitare.
«Salazar Tower,» dice.
«È una questione di sicurezza nazionale,» mormora Hickman alle sue spalle.
L'uomo in grigio ride, e Mitt Romney sente un artiglio di ghiaccio scorrergli lungo la schiena.
Non ha mai visto una tale espressione di terrore sul volto di van Houten.
«È una questione di prospettive,» replica l'uomo in grigio. «Io nella Salazar Tower ci vedo il più grande bordello degli ultimi settant'anni, roba che al confronto gli Ubermensch di Hitler erano scout.»
Romney ancora non riesce a vedere i suoi occhi ma li sente su di se, roventi.
«Tu invece ci vedi un'opportunità, vero?»
Allarga le braccia, si appoggia alla scrivania.
Vicino.
Sotto al cappotto con la pellegrina indossa una casacca grigia, coi bottoni d'argento, e pantaloni blu. Ha una bandoliera che gli attraversa il petto, e due fondine con le Colt 1911 in posizione rovesciata.
«Tu ci vedi un buon modo,» dice, in un sussurro tagliente come un rasoio, «per avere tutti i potenziati nello stesso posto, sul territorio nazionale, e abbastanza distratti da poterli eliminare tutti in un solo colpo, vero, Mitt? Liberarti di quei piccoli dei, e poi dire che è stata una misura d'emergenza, per contenere Midnight.»
Romney ha un guizzo, prova ad alzarsi ma Rebel Yell lo risbatte indietro, sulla sedia presidenziale.
«Ve la siete pensata bene, tu ed i tuoi amichetti, eh, Mitt?»
Fa scorrere lo sguardo sui due generali, quello ferito e quello immobile come una statua, sul segretario di stato, che suda copiosamente, e poi torna a inchiodare il presidente con quei suoi occhi nascosti nell'ombra.
«Chiudete i silos, richiamate le unità orbitali, e lasciate che questa faccenda la gestiscano i ragazzi,» dice. «Che imparino, che non è reality show, non è propaganda, che non sono dei. Noi ci limiteremo a osservare, ad assicurarci che non ci siano,» sorride, «interferenze.»
«Voi?»
«L'erba cattiva, Mitt, ricordi? Teleforce, Wardenclyffe, New Jersey, nel 26? Pensi davvero che sia da solo?»
Cala il silenzio.
Rebel Yell si avvia verso la porta, portando la mano al cappello in un antiquato segno di saluto.
«Ultimo avviso: siamo là fuori e osserviamo,» dice, e si ferma, si volta. «E se solo ti provi a schiacciare quel bottone rosso, Mitt,» dice, «ti strappo l'anima e me la mangio.»
Un sorriso.
«Ma prima ti faccio male da impazzire,» aggiunge.
E se ne va.
Tutti cominciano a parlare troppo forte e troppo rapidamente.
«Silenzio,» strilla ciò che resta del Presidente degli Stati Uniti. Silenzio.
«Anderson, dia una mano al ragazzo,» dice, indicando l'uomo della sicurezza. «E lei, Hickman, chiami qualcuno per tamponare la gamba di Jesse, qui. E poi richiamate la Direttiva Wildfire.»
Van Houten prova a protestare, ma Hickman lo tira in piedi strappandogli uno strillo.
«Niente discussioni, signori. La situazione a Puerto Rico è stata momentaneamente sottratta al nostro controllo.»
Ha bisogno di un whisky.
Doppio.
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martedì 15 maggio 2012

Capitolo 6 (di Barney Panofsky)



Admiral City
Salazar Tower,
22 aprile 2013
Ore 5.00 AM

Libby si accorse con la coda dell'occhio dell'ingresso furtivo di Bonnie nella Torre.
Quella stronzetta non aveva mai voluto far parte della START, sembrava la cagnetta dei Salazar e la irritava sempre; ma adesso le sue priorità erano altre: Matt era rinchiuso nella Salazar Tower da tre ore, e nessuno sapeva che cosa stesse succedendo là dentro.
Bonnie avrebbe dovuto aspettare: nella vita esistono compiti che si possono posticipare, e la stronzetta era un perfetto esempio di attività non prioritaria, almeno in quel frangente.

«Kirkman, mi faccia passare per favore»
Il capitano della Guardia Nazionale di Portorico si girò con calma misurata verso Lady Liberty.
«Lo farei più volentieri se sapessi a cosa la mando incontro, Lady. Ma presumo di non poterle impedire l'ingresso, quindi... Ragazzi, fate passare la Signora. E tenete occhi e mani a posto, se non volete che lei vi stacchi la testa con uno schiaffo...».
L'ultimo avvertimento era probabilmente superfluo, ma nel gruppo c'erano un paio di reclute che difficilmente sarebbero state indifferenti davanti alla donna fasciata nella sua tuta polimerica in spandex rinforzato con kevlar e carbonio. Lady Liberty era splendida ed algida, di una bellezza pericolosa; un pugno scagliato a velocità subsonica (ma si trattava comunque di quasi mille chilometri l'ora...) con i suoi guanti da combattimento era tranquillamente in grado di staccare la testa ad una recluta e - con la stessa facilità - bucare il portellone di un'auto.
La squadra della Guardia Nazionale si aprì e fece passare Libby, che in meno di mezzo secondo percorse lo spiazzo tra il blocco degli uomini di Kirkman e l'ingresso principale della Salazar Tower. I militari la videro quasi sparire davanti a loro, riapparire per un attimo davanti alla porta a vetri che si apriva sulla immensa hall della torre, poi sparire definitivamente all'interno dell'edificio.

***

La hall era crepitante dell'elettricità statica che correva all'esterno dell'edificio, ma a parte questo assurdamente silenziosa.
Nessun segnale sembrava potere uscire dalla torre, nessuna traccia elettronica era in grado di rompere l'assedio generato dall'attacco di Mezzanotte: la donna era sola con se stessa.
Libby attivò la modalità “combattimento” dei suoi occhiali speciali, e un reticolo virtuale apparve davanti ai suoi occhi.
I sensori di movimento a corto raggio non segnalavano niente davanti a lei, i rilevatori termici indicavano una traccia che girava verso destra e verso il basso: probabilmente la scia lasciata da Bonnie qualche minuto prima.
Ma Matt era sparito ai piani superiori, e - ancora una volta - la priorità non era certamente inseguire la stronzetta.

La Super si avvicinò lentamente alle scale e lanciò il suo drone firefly in ricognizione. Il microrobot a induzione salì veloce per cinque piani, fornendo a Libby una scansione completa del percorso: nessun pericolo in vista, possibilità quindi di muoversi a tutta velocità.
Lo schema fu ripetuto per altre quattro volte, poi - senza alcun preavviso - il firefly sparì. Non segnalò alcuna anomalia, prima: semplicemente all'istante x era attivo e trasmetteva regolarmente i suoi dati, l'attimo dopo il canale era vuoto di segnali.

Libby si raggomitolò su se stessa, pronta a schizzare alla massima velocità contro l'eventuale bersaglio e a colpirlo con la pura energia cinetica della sua massa in movimento iperaccelerato, e iniziò a salire le scale molto lentamente.
Era al pianerottolo del ventitreesimo piano quando, tra i crepitii di statica e gli schiocchi metallici che ruscellavano sinistri dai piani superiori, le sembrò di vedere qualcosa lungo il corridoio alle sue spalle.
Con tutta la prudenza che poteva mettere nei sui movimenti, Libby strisciò accosto al muro ed entrò nel corridoio.
C'era in effetti qualcosa, in mezzo al pavimento. Una figura umana, una donna.
Libby la riconobbe subito, e imprecò mentalmente contro Ross, che le aveva assicurato pochi minuti prima che l'attrice era al sicuro. Perché al ventitreesimo piano della Salazar Tower, in mezzo al corridoio semi-illuminato da fioche luci di emergenza, c'era - al di là di ogni ragionevole dubbio, e contro qualsiasi probabilità favorevole- Scarlett Johansson.
«Signora Johansson!» sussurrò Libby.
Nessuna risposta dalla donna a terra, che però sembrò muovere un braccio. C'erano almeno venti metri tra loro due, una distanza ridicola se la Super avesse potuto contare sulla sua velocità... Ma Libby non si fidava a correre in quell'ambiente ristretto, male illuminato e dannatamente ostile, quindi optò per un avvicinamento misurato e prudente.  
Aveva quasi raggiunto la Johansson quando - senza alcun preavviso - il pavimento si aprì sotto i suoi piedi, e Libby si trovò a cadere assieme all'attrice per un paio di secondi. 

***

Le due donne atterrarono morbidamente su una massa di qualcosa che sembrava sabbia in una ampia stanza circolare, il soffitto alto almeno sei metri, le pareti di plexiglas dieci metri tutto attorno a loro.
Davanti, in una nicchia illuminata da freddi bagliori di plasma freddo, American Dream sembrava crocefisso ad un traliccio metallico, braccia, torso e gambe legate alla struttura da fasce luminose. La testa penzolava senza conoscenza, quasi a dipingere una tragica deposizione del Caravaggio.
«Matt! Matt!», urlò Libby, e quasi nello stesso istante il suo cervello mandò agli arti inferiori il comando di pompare a tutta velocità verso l'uomo che amava.
La Super ebbe appena il tempo di realizzare che non stava muovendosi affatto, che accanto a Matt apparve un essere che pareva fatto di ombra. Era senza faccia, ma incredibilmente stava sorridendo e scuoteva la testa verso Libby, sempre più immobile e incredula.
«Conosci i composti tissotropici, Lady Liberty? No? Bene: ne stai calpestando uno. E più forte lo calpesti, più questo si liquefa e ti intrappola»
La donna si rese conto che l'essere misterioso diceva la verità. Smise di correre, e si fece circondare dal composto viscoso che già stava solidificandosi attorno a lei e alla Johansson. Libby decise di aspettare per capire chi aveva davanti e cercare una via d'uscita per lei, Scarlett e Matt.
L'essere nero continuava a sghignazzare: «Mezzanotte sarà contento di sapere che ho catturato anche Lady Liberty, assieme al caro American Dream! E saranno contenti anche i nostri padroni!»

Libby stava in silenzio, ma la rabbia per essersi fatta catturare come una stupida, il timore per le condizioni di Matt, e l'odio che le stava crescendo nei confronti di quell'incubo nero la facevano quasi esplodere.
Per il momento, non poteva che pensare a un modo per tirarsi fuori da lì, e a chi mai ci fosse dietro questo folle attacco ad Admiral City e ai Super.
Era così a corto di prospettive positive, che cominciò addirittura a sperare che la stronzetta potesse in qualche modo aiutarla...
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