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martedì 11 settembre 2012

Capitolo 22 (di Nicola Corticelli)









Chicago
Gennaio del 1973                                                                                                               

«È venuto anche oggi.» 
La voce di Ellie era una misto fra un risolino e bisbiglio.
L'altra ragazza, una giovane sulla ventina e dai lunghi capelli castani raccolti a coda di cavallo, si limitò appena a sollevare il capo dai fogli che stava leggendo.
«Come?» 
Ellie si avvicinò alla collega con fare complice e parlò ancorapiù a bassa voce: «Dai il nuovo arrivato della sicurezza, in questo ultimo periodo ha preso il vizio di gironzolare qua attorno.» 
E accompagnò la frase con un leggero cenno del capo.
La ragazza con la coda di cavallo volse lo sguardo su un giovane sui ventisei-ventisette anni con l'uniforme del servizio d'ordine della centrale.
«E allora?» 
«Per me è interessato a qualcuno nel nostro ufficio.» 
L'interlocutrice di Ellie si limitò a fare una smorfia, ma quest'ultima continuò imperterrita: «Vediamo se mi segue...» 
E detto questo uscì dalla stanza con un sorrisino stampato sul viso.
Rimasta sola, la ragazza si limitò a scuotere il capo e a continuare a leggere le scartoffie accumulate sulla sua scrivania.
La pace e la quiete durò solo pochi minuti.
«Salve.» 
Di nuovo sollevò lo sguardo e si ritrovò a fissarli in due penetranti iridi scuri.
«Mi permetta di presentarmi sono Jack Montague, il nuovo addetto alla sicurezza.» 
Allungò una mano e la donna meccanicamente la strinse.

***

Laboratorio centro START
22 aprile 2013  Ore 6:35

«Si può sapere dove è andato Blackjack?» 
Rushmore guardò Scanner/Cheveux d'Ange visibilmente preoccupato.
«Ha detto che usciva fuori a controllare una cosa e che sarebbe tornato subito.» 
«Non che mi dispiaccia che quel damerino della CIA se ne sia andato... ma manca da troppi minuti e la cosa non è un buon segno.» 
I due rimasero perplessi per qualche secondo a fissarsi e quasi furono colti di sorpresa quando una terza voce si insuò fra loro.
«Vi sono mancato?» 
L'uomo vestito di nero entrò nella trasportando sotto braccio e senza il corpo di un'altra senza alcuno sforzo.
«Signori ci tengo a sottolineare che non sono della CIA, ma un agente a contractor freelance.» 
Gettò la carcassa sul pavimento, continuando.
«La cosa normalmente mi farebbe incazzare, ma vi perdono perché eravate in apprensione per me.» 
Rushmore si chinò a osservare il cadavere sul pavimento.
«Perchè diavolo hai portato un cadavere di uno dei Triari qui?» 
«Toglili il cappuccio e capirai, uomo più intelligente del mondo.» 
Il super non fece obbiezioni e tolse l'indumento dalla testa del Triario.
«Ma è American Dream... o almeno ha le sue fattezze...» 
La voce di Rushmore tradì per qualche istante lo sgomento e anche Scanner/Cheveaux d'Ange fece un passo indietro.
Blackjack fece un sorrisino a mezza bocca.
«Quasi. È un clone, anzi lo sono tutti dei cloni, del nostro caro AD.» 
«Ma i Triari sono dotati di super-capacità, anche se non alla massima potenza, e le mutazioni da teleforce non sono replicabili geneticamente.» 
«Infatti hai ragione. Nei cloni sono stati immesse delle nano-macchine che ne potenziano la capacità a dismisura.» 
Rushmore sgranò gli occhi, ma ebbe la prontezza di spirito di afferrare un analizzatore da uno tavolini accanto a sé.
La scansione del corpo si protrasse per alcuni nel più assoluto silenzio.
«Hai ragione. Anche se il corpo è privo di vita le tracce dei naniti è chiara. Si può sapere come fai saperlo?» 
«Se è per questo ora so anche di peggio, ma è meglio che ti spieghi la reale natura dei miei poteri.» 

***

Chicago, 
Gennaio del 1973

«Le ho già detto di no.» 
Un sorriso gelido su un bel volto d'angelo.
«Ma è un no "mai e poi mai", o è un no "forse un domani".» 
La giovane donna non potè fare a meno di nascondere un sorriso.
«Non sono per le cose troppo perentorie, signor Montague.» 
La guardia sorrise di rimando, osservando la segretaria dell'ufficio amministrazione.
Ellie era appena uscita e lui, come al solito, era comparso dal nulla al suo cospetto.
Un'abitudine consolidata in quegli ultimi giorni.
«Facciamo così.» 
Montague si infilò una mano nella tasca dei pantaloni e estrasse un mazzo di carte.
«Giochiamocela.» 
La donna si accigliò visibilmente.
«Non si preoccupi niente di troppo complicato... A carta più alta. Se vinco io, lei uscirà a cena con me.» 
«Se vinco invece io, lei non mi importunerà più.» 
«Sta bene.» 
La guardia giurata estrasse per primo la carta e la mostrò: un Jack di picche.
«Tocca a lei.» 
La segretaria fece altrettanto: una donna di cuori.
«Pare che non sia destino.» 
«Già. Così sembra, signor Montague.» 
La guardia giurata fece spallucce e se ne andò.

***

Laboratorio Centro START    
22 aprile 2013  
Ore 6:40

«Cosa? Assorbi il pontenziale genetico degli esseri umani normali? Ma è mostruoso.» 
«Detto così, mi fai quasi un serial killer.» 
Blackjack cominciò a ridacchiare.
«Non è divertente.» 
Rimbrottò Rushmore guardando l'altro super.
«Sono d'accordo. Ma anche quello che Salazar è convinto di fare, non sarà piacevole... Produrre una seconda onda Teleforce che investirà tutto il pianeta, peccato che non funzionerà.» 
«Cosa intendi dire?» 
Blackjack rimase un secondo in silenzio.
«L'ho letto nelle informazioni genetiche di questo Triario. I naniti sono opera delle industrie Salazar, un nuovo tentativo di ottenere super senza Teleforce.» 
«E con questo?» 
«Non capisci Salazar ha fatto esperimenti con i naniti con i suoi due figli maschi. E questi ultimi hanno deciso di sabotare il progetto del padre. L'onda di Teleforce che si produrrà sarà corrotta e ucciderà tutti i super del pianeta.» 
Rushmore impallidì.
«E tu cosa vorresti fare?» 
«Con i tuoi sensori voglio che tu identifichi quanti più Triari qua attorno e mi faccia una mappa che io possa seguire.» 
«Tu sei pazzo, non farò una mostruosità del genere, non ti permetterò di acquisire tutto quel potere.» 
«Fallo!» Scanner/Cheveaux d'Ange quasi urlò quella parola, facendo ricordare agli altri due Super la sua presenza nella stanza.

***

Blackjack era appena uscito dal laboratorio e Rushmore si voltò verso l'altro Super rimasto.
«Ho fatto quanto mi hai chiesto senza obbiettare, ma, adesso che siamo soli, mi devi una spiegazione.» 
«Diciamo che ho trovato in lui una motivazione nobile, quando gli ho letto la mente... vuole salvare Libby.» 
«Perché?» 
Sul volto di Scanner/Cheveaux D'Ange comparve un sorriso.
«Diciamo che vuole una seconda chance.» 
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lunedì 6 agosto 2012

Capitolo 18 (di Lorenzo Ladogana)




ADMIRAL CITY
22 Aprile 2013
Ore 6. 25 a.m

“Non c’è nemmeno una traccia di aria condizionata in questo furgone, che cazzo!” pensò Alex Ross. Avevano a disposizione le migliori tecnologie degli Stati Uniti che un furgone blindato potesse trasportare, e si era dovuto far prestare un ventilatore a batteria da un negozio a due isolati più avanti per non morire di rosolia.
Il tenente si faceva aria con un catalogo di costumi da bagno, seduto indecorosamente sulla sedia della sua postazione nel più grande del gruppo di veicoli militari impiantati nell’ampio parcheggio vicino a quel ramo della spiaggia. Il sole sarebbe sorto di nuovo di lì a poco, e l’effetto frescura dell’aria umida e salina proveniente dal mare sarebbe del tutto scomparso. Nemmeno la leggera coltre di nuvole che oscurava il cielo avrebbe avuto pietà di lui. 
Alex non riusciva a tollerare il caldo, ma quello che lo faceva sudare ancora di più era il nervosismo. Era bloccato da cinque ore tra una serie di cinque monitor che si aggiornavano ogni dieci secondi con messaggi provenienti da ogni angolo dello Stato, che andavano dai provvedimenti disciplinari intraprese per le chiusure delle linee aree, allo spostamento dei civili nelle zone più sicure dell’isola e sulle coste adiacenti, fino ai primi messaggi di appello delle Nazioni Unite sulla faccenda Admiral City.  
Da quando si erano mossi da Island Stone un ora e mezzo prima aveva ricevuto al bellezza di settantanove telefonate da più di venti ambasciate differenti, mentre arrivano notizie dei cosiddetti “rinforzi speciali” che l’Unione Europea, l’Egitto , il Giappone stavano inviando. Fortress Europe era entrata in azione già da più di due ore, mentre le altre delegazioni si stavano riunendo tutte ad Island Stone, attraverso la richiesta ufficiale del tenente colonello Marv Gordon. Marv non gli piaceva: era stato il suo mentore, se così si può dire, fin da quando era un ufficiale.  Aveva imparato ad odiarlo e rispettarlo per quei vent'anni, fino a quando, raggiunta una certa posizione di prestigio, non aveva colto al volo l’opportunità di mettere su una squadra da solo e chiudere con le sue stronzate. Marv era sicuramente un uomo intelligente e ancora molto in forma, nonostante avesse compiuto da poco sessant’anni, ma i suoi atteggiamenti razzisti ed arroganti gli avevano irrimediabilmente e tarlato il cervello, negli anni. Non ce lo vedeva proprio, pensò Ross, ad accogliere una delegazione del Grande Thot stappando una bottiglia di Champagne, sventolando a destra e a manca la protesi del braccio che qualche anonimo musulmano gli aveva fatto saltare nel corso della Guerra del Golfo . “Tanto per lui sono tutti uguali” ridacchiò il tenente.
Smise di pensarci e prese a scuotere il giornale più velocemente. Era stanco, aveva dolori di stomaco e soprattutto era solo. Mai come in quel momento si sentiva totalmente abbandonato a se stesso: Aveva solo tre o quattro uomini di cui si poteva fidare ciecamente,  mentre gli altri erano per lo più marionette, uomini di Gordon, ex-membri di scorte di polizia e di volti importanti della politica riciclati come unità di difesa, dopo essere stati imbottiti di droghe e steroidi sintetizzate in laboratorio dal nuovo acquisto della START, un biondino sudafricano che gli faceva venire la nausea.
“Queste non sono più faccende di sicurezza nazionale” – pensò – “Non sono più neanche guerre: stiamo giocando a fare le divinità. Mandiamo gli Dei a combattere al posto nostro, sperando che ci parino il sedere”. Pensò a quando abitava a Shanwee con i suoi genitori. Il Kansas era la nazione di Superman, e lui adorava leggere le sue storie sui fumetti che il padre Norman gli portava dopo il lavoro. Poi i Super divennero reali, e capì che non erano perfetti come l’immagine radiante dell’eroe sulla prima pagina di Action Comics, ma erano umani normali, negli aspetti peggiori e migliori del termine. Sorrise lievemente, pensando a Libby e a Matt. 
Fu allora che sentì un piccolo segnale luminoso dal suo computer, un messaggio su una linea privata. Non era una voce, ma una semplice serie di ticchettii sconnessi, l’uno dopo l’altro. Un codice Morse. 
W… J,R, L…”  Le stesse quattro lettere a ripetute a ciclo continuo. Rimase perplesso per un attimo, poi capì: era Karl.
Entro nella canale privato dello Start e vide che Rushmore stava cercando di inviargli un file: si era dimenticato del vecchio trucchetto dell’usare le quattro iniziali dei Presidenti dell’omonima montagna. 
In quel momento entrò il Tenente Millar. «Tenente Colonnello Ross, venga a vedere!»
«Non ora Mark!». Se Rushmore non gli aveva telefonato, ci doveva una motivazione molto grave.
«È davvero urgente! Venga!». Il tenente allora si alzò e si sporse fuori dai portelloni del furgone nero e bianco. Ci mise un po’ a comprendere cosa stava succedendo, ma poi focalizzò l’assurdità della cosa: stava nevicando.
«Come diavolo, come fa a nevicare in questo mese dell’anno?» A PORTORICO?
«Non lo so signore. Le temperature erano stabili fino a poco fa, poi i termometri hanno iniziato ad impazzire.» Disse sconcertato Millar.
Ross si toccò le braccia e si accorse di colpo che l’incredibile calo di temperatura era reale: aveva smesso di sudare e ora provava un certo fastidio alla pelle.
«Tutto questo è assurdo…»;  poi si volse verso la Salazar Tower: il crepitio dell’energia sulla sommità esplosa della struttura risplendeva bluastro, occasionalmente. «Deve essere opera della Teleforce. Tutto quanto quello che sta succedendo ora deve essere stato causato da qualcosa che viene dalla torre. Forse Rushmore…» disse, e si ricordò del messaggio del professore, che nel frattempo era caduto sul pavimento. Lo raccolse e lo lesse attentamente.
«Tenente Colonello che ordini devo dare agli uomini?», gli chiese Millar, ma Alex Ross non lo stava ascoltando, perché in quell’esatto momento leggendo ciò che Cheveux D’Ange aveva estratto dalla mente del Professor Scanner, e che egli aveva preso sondando al mente di Mezzanotte.  E a dirla tutta, adesso non si sentiva tanto bene nemmeno lui adesso.
«Dì… dì… agli uomini di caricare tutto nei furgonie di prepararsi a partire», disse con un filo di voce il tenente colonello, tenendosi con una mano lo stomaco in subbuglio.
«Adesso Tenente Ross? Ma non dovremmo…» 
«ORA, Tenente Millar», esplose Ross, riprendendosi. Mise il foglio in tasca e rientrò nel furgone. Si diede una botta sulla pancia e si impose di rimanere calmo.
«Sissignore» disse Millar, risentito, e andò a chiamare gli ufficiali.
Alex spense il ventilatore, chiuse i portelloni del furgone e si sedette sul cruscotto, incredulo. Aveva abbandonato il Kansas seguendo il sentiero dei mattoni dorati per entrare nella Guardia Nazionale, si era fatto le ossa a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in Libia. Eppure niente era paragonabile a ciò ora sapeva, nemmeno l’incidente di Rodeo Drive. Mezzanotte era davvero nella torre. Era umano, vivo e terribile. E se entro un ora non fosse stato fermato, Admiral City e l’intera Porto Rico sarebbero scomparse dalla faccia della Terra.
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martedì 17 luglio 2012

Capitolo 15 (di Gian De Steja)



Laboratorio
Centro START
22 aprile 2013
ore 6:20

Blackjack entrò nella stanza del professore senza bussare, come sua abitudine.
«Professore, cosa diavolo sta succedendo là fuo...»
Rushmore era chinato sul corpo del francese. Gli stava iniettando il siero neuronale con la pistola a veicolazione transdermica di sua invenzione.
«Chiuda la porta Blackjack. Per favore.»
Il nuovo arrivato osservò l'inaspettata scena con malcelato stupore. Il professor Scanner riverso sul lettino in una smorfia inanimata di dolore. La macchina dell'ECG rivelava impietosa lo stato del decesso.
«Ma Scanner è... È morto? E Cheveaux d’Ange...»
«Scanner è morto, ma il francese è ancora vivo. L'ha usato come veicolo per passarci le informazioni, come avevo previsto, ma ha rischiato di fare una brutta fine.» Il professore, con occhi velati di tristezza, guardò per qualche secondo il corpo dello stimato collega e amico. Poi riprese: «Spero di aver limitato i danni, il siero è ancora in via di sperimentazione e le conseguenze di un attacco telepatico di quel genere sono imprevedibili. Senza Cheveaux d’Ange non sapremo mai se Mezzanotte è ancora sotto controllo.»
«E il progetto come prosegue? Ho percepito il contatto.» Blackjack sfilò dal pastrano un grosso sigaro e lo accese con un rapido gesto dello zippo.
«Il contatto con i super è stabilito. Il catalizzatore è stato efficace e a quanto pare, per ora, Salazar ha il controllo della situazione. Intorno alla Torre si stanno concentrando le attenzioni di tutti i super ma non sappiamo ancora se Mezzanotte ha mangiato la foglia. Stakanov è in arrivo con i golem di Angela Solheim.»
«E Rebel Yell?»
«Non pervenuto. Sono stati avvistati nei dintorni della torre alcuni dei suoi uomini più fidati. Li teniamo sott'occhio e prima o poi si farà vivo anche lui.»
«Avete più avuto notizie di Uranium?»
Il professore scostò le tende del grosso finestrone del laboratorio, indicando qualcosa in alto. «Non ancora, ma dal colore del cielo direi che sta combattendo con qualche osso duro. Non credo che uno di quei Triari possa mettere in difficoltà Uranium.»
«Cazzo, questa non ci voleva. Ora cosa facciamo?»
«Aspettiamo che si svegli il francese, senza le informazioni di Scanner siamo fottuti.»

***

Admiral City
San Antonio Canal
22 Aprile 2013
Ore 5.15 AM

«Uranium, mi senti? Sono Angela Solheim, tutto bene lì?» La trasmittente della nuova tuta progettata da Rushmore funzionava a meraviglia.
«Ciao dolcezza. Diciamo che potrebbe andare meglio, questo tizio è davvero una brutta gatta da pelare. I due bambocci li ho disintegrati in un attimo; alcuni di quegli sfigati le stanno prendendo di santa ragione da un bulletto di periferia. Ma lui è diverso: è veloce, è dannatamente veloce. Credo sia un teleporter.»
«Hai bisogno di aiuto?»
«Dolcezza, io sono Uranium, non un super qualunque. Il mio problema è di riuscire a controllarmi, se solo riuscissi a portarlo in qualche posto un po' isolato, lo faccio a pezzi in due secondi.»
L'avversario come punto sul vivo da quest'ultima affermazione sorrise malignamente e d'improvviso sparì, con la sicura intenzione di riappare alle spalle di Uranium. Un trucco utilizzato più volte durante lo scontro e spesso andato a buon fine. Il super decise di agire d'anticipo e sorprendere il teleporter girandosi di spalle, ma questo apparve sopra di lui riuscendo a colpirlo con un pesante cazzotto e facendolo rovinare a terra.
«Uranium, ho mandato Taser in supporto, arriverà al più presto. E' un drone di nuova generazione, un golem per la precisione, ti sarà d'aiuto.»
«Un Drone? Non voglio nessun cazzo di Drone, io lavoro da solo e non ho bisogno di aiut...» Un'altra sberla tremenda, seguita da una stridula risata canzonatoria lo fece interrompere. La trasmissione era persa.
«Ma tu, chi cazzo sei?» Disse Uranium, pulendosi con il dorso della mano il sangue sul labbro superiore. Il teleporter si limitò a riproporre l'odioso ghigno, tirando fuori due pugnali sottili infilati ai lati degli stivaloni neri, ed esibendoli con sprezzo, come per dire: ora facciamo sul serio.
In quel momento comparve Taser che rimase per un po' a fluttuare sopra le loro teste, come studiando il teatro dello scontro: «Nome in codice Uranium, livello Teleforce: 4256. Stato: Vivo. Ordine riassegnato: Eliminare.» Il golem puntò il dito contro di lui e da esso partirono un paio di spari. Uranium sbalordito reagì con incredibile tempestività. Con i suoi poteri riuscì a deviare i proiettili elettrici, conficcandoli nel petto dell'attonito teleporter, che si accasciò a terra in preda alle convulsioni.
«Ora basta con queste stronzate.» Uranium schizzò in volo passando vicino al drone, ma senza toccarlo. Taser prese a seguirlo senza riuscire a tenerne il passo e nel frattempo il teleporter, che si era liberato dalla trappola elettrica, cercava di recuperare terreno su di loro, non volando, bensì teletrasportandosi freneticamente verso l'alto e percorrendo diversi metri alla volta. Uranium, che viaggiava ad una velocità decisamente maggiore degli altri due, attese che il teleporter raggiungesse il drone e poi iniziò a precipitare buttandosi a capofitto verso di loro. Quando ritenne di trovarsi più o meno equidistante dai due giocò la sua mossa preferita. «Bye bye, sfigati!». Un lampo di luce gialla esplose dal corpo di Uranium, e un'onda di energia mortale si diffuse tutto intorno per un centinaio di metri. Il drone rimase incenerito quasi all'istante, mentre l'altro cercò invano di resistere teletrasportandosi di qualche metro in direzione opposta a quella di Uranium, ma il potere delle radiazioni lo avvolse in una morsa fatale, bruciando la sua pelle e penetrando nelle ossa, fino a lasciarne nient'altro che polvere.
«Beh, piacere di averti conosciuto, peccato che ci siamo neanche presentati.» Un sorriso beffardo e compiaciuto si disegnò nel volto provato del supereroe dello START.
«Pronto Angela. Pronto? Porca puttana dolcezza, ma che cosa mi combini? Quel Golem ha cercato di uccidermi!»
«Cosa? Ma che stai dicendo Eric? Smettila di scherzare...»
«Non sto scherzando, mi voleva uccidere. O ha avuto ordini da voi, o qualcosa gli ha fritto quei quattro bulloni che si trovava al posto del cervello.»
«Cazzo, ma abbiamo inviato altri quattro golem in missione alla torre. E uno è con Stakanov. Sarà meglio verificare, io da qui inizio a monitorar...»
«Dolcezza, lo sai che mi piace quando mi chiami Eric?»
«Senti, qua la situazione è seria, non c'è niente da scherzare... Eric!»
«Eh, dillo a me. Va beh, do una ripulita qua intorno e mi precipito alla torre. Baci baci.»
Uranium raccolse le mani una dentro l'altra, in un gesto teatrale e del tutto inutile, riassorbendo gli scarti di radioattività nell'aria, per poi sfrecciare in direzione della Salazar Tower.
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martedì 10 luglio 2012

Capitolo 14 (di Cervello Bacato)


 

Admiral City
Nelle vicinanze della Salazar Tower
22 aprile 2013
ore 06.17 AM

Vomitò copiosamente sui tre cadaveri che gli giacevano innanzi. Tre sagome nere e senza vita, di cui una del tutto simile ad un sacco nero della spazzatura: accennata forma umanoide, lingua fine e tortuosa che fuoriusciva da una smorfia contratta di dolore.
Ho rischiato grosso col Triario... rimuginò tra sè il superumano, sputando i residui di saliva densa che gli infestavano la bocca di un sapore orrendo. Sapere che di mezzo c'è quello squilibrato di Nightshifter mi inquieta. Chissà che dirà il cervellone...
Un boato improvviso gli fece alzare la testa al cielo.
«E quelli cosa...!?» .

***

Salazar Tower
Quinto piano
22 aprile 2013
ore 06.15

«Rock!... Bzzz... senti?...bzz.. Rockster, mi senti!? ..bz.. Archer. Riesci a sentirmi!?» .
«Ti sento, ora ti sento. Ma che cazzo sta succedendo qui? Sento delle...».
«Ascoltami bene! E' successa un..bzz.. assurd...bzz.»
Sentiva male ma ne era certo: la voce del suo compagno tremava, era sconvolto.
«Ho ricevuto immagini da uno dei droni di Rushmore, in perlustrazione..bzz.. torre. American Dream è bzz traditore! Bzb....bz.ha ucciso Sun e forse anche Stray è... bzz...»
Il pilota s'interruppe e senza alcun contegno lasciò spazio solo ai singhiozzi.
«Ma che cazzo stai dicendo?! Il lurido bastardo cosa?!», urlò quel ''Big Show'' alla sua tuta aderente in cui era incorporata la ricetrasmittente.
«Devi riportarli fuori e bzb... Solo Waver e Versor... aiuto... Non... bzz...cazzate! Hai capito..bzz? La mia Stray... bzbz...»
Rockster troncò la conversazione e sbriciolò senza il minimo sforzo la parete su cui si reggeva. Rabbia. La sua stazza cresceva a vista d'occhio. Guardò il pavimento, i piani inferiori. Da pochi minuti a quella parte riusciva a percepire quelle presenze. Una in particolare lo attraeva. Alzò un piede, pronto a sbatterlo per sfondare i metri che lo separavano da Lui.
American Dream, chi altri se non quel figlio di troia!
Lo stivale in pelle si fermò a pochi centimetri dall'impatto.
Dove te ne voli Riccioli d'oro?... Stavolta ti faccio il culo!
La Rabbia aumentava. La sua massa era più che raddoppiata. Il bestione corse demolendo ogni cosa gli si parasse davanti, fuoriuscendo dalla torre e piombando cinque piani più giù, davanti all'entrata dell'edificio. Lì, decine e decine di membri delle forze dell'ordine. In disparte, un rottame col fucile e un teppista dall'aria sfigata. Non si curò di loro, si piegò su se stesso flettendo le ginocchia nude, ora larghe quanto un'intera persona. La Rabbia esplose. Il rinculo gli formò tutt'attorno una voragine profonda qualche metro e in un area di cento, tutti caddero a terra, incapaci di mantenere l'equilibrio per l'inatteso movimento sussultorio del terreno. Rockster vide la città sotto di lui farsi piccola, l'onda d'urto dissolversi, le luci allontanarsi.
Ti vedo, ti prendo e ti squarto con le mie mani pezzo di merda!
Riflessi fulminei e potenza esplosiva, una manciata di secondi dopo stava stringendo a sè AD, intercettato durante il suo volo. Lo fissò con gli occhi iniettati di sangue.
«La pagherai, cane! Ti squart...»
Non finì la frase. Incredulo, fissò un secondo American Dream, che avanzava fulmineo dalla Salazar Tower.

***

Sommità della Salazar Tower
22 aprile 2013
06.14

Immobile fra le macerie, una figura incappucciata, coperta da capo a piedi da una pesante tunica ebano. Una smorfia indefinita e per un attimo, uno spiraglio di potentissima luce da quel cenno scoperto di viso. Nightshifter gli si materializzò davanti. Il suo ventre di oscurità fumosa espulse American Dream da un gomitolo di fili d'ombra.
Questo si alzò da terra lentamente, confuso. Tastò il pavimento. Impossibile!... Lo picchiettò con le nocche. Lo bucò come fosse neve. Alla personale soddisfazione poi, seguì stupore e ammiraizione. Non appena lo vide, comprese ciò che realmente era diventato Dave. Un Dio... Uno vero!
Uccidi Rockster.
Uccidi Uranium.
Come me.
Come noi.
Sei molto di più.
Gli altri Sei...
quei vecchi
si prostreranno.
Adesso sai.
Amico mio...

Ora Matt capiva ogni cosa, sul suo amico e su sè stesso. Non disse nulla. Nessun risentimento. Matt capiva... Spiccò il volo col cuore in gola, lasciandosi luce e ombra alle spalle. Non sarò un Dio gracile!
Mezzanotte in uno sbuffo d'ombra, svanì nel buio, così com'era comparso. Mezzanotte, sempre immobile, fissò il futuro divenuto presente.
Déjà-vu... Questa volta Yell, perirete!
Il suo sorriso accecante accolse le prime luci dell'alba.

***

Laboratorio
centro START
22 aprile 2013
ore 6:15

«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!», disse Rushmore accarezzandosi il pizzetto sale e pepe.
«La testa, la testa argh... Mi sta esplodendo cosa cazzo mi ha fatto?!»
Rushmore fissò il biondino con un espressione apparentemente priva d'interesse. Aveva da poco cominciato a contorcersi sulla sedia in preda ai dolori, probabilmente cercando di uscire da quel rompicapo di pensieri che Scanner gli aveva trasmesso. Gli occhi impazziti, i denti digrignati che si consumavano.
Due menti in una. Non reggerà.
Uno dei sensori su uno schermo squillò forte.
La CIA è arrivata. Lui mi sarà d'aiuto.
L'uomo più intelligente del mondo si fece triste. Scrutò il francese, sentendosi ancora una volta un verme. Le sue intenzioni erano al sicuro. Nessun telepate al mondo avrebbe mai potuto scrutargli il cranio. C'era da perdersi in quel cervello fuori dal comune.
Se Scanner ha fatto quel che ha fatto, è per mancanza d'alternative adatte. Un cenno di logica in un infinità di scelte improbabili. Lo ha fatto per me, lui solo ne sapeva l'utilità e in quell'istante ha così ben deciso. Sarà comunque semplice giustificare la cosa. Il mio destino dopotutto, è una condanna nel buio, nella solitudine. Niente dolce musica, per me... E sia. Altri due Super, per il segreto di Mezzanotte. Altri due Super nella mente suprema.
«Cheveaux non temere», riprese poi, sembrando rincuorare il telepate e posandogli delicatamente le mani sul capo. «Non sentirai più dolore, lo giuro!»
Un minuto, soltanto uno.
Cheveaux D'Ange ora giaceva senza vita fra le braccia del professore.
Impulsi, pensieri veloci, ricordi, sangue informazioni dati nervi parole dolore frasi immagini numeri date foto...
Dave!... E' molto di più, da molto più tempo. Evitare la verità d'altronde, non equivale a mentire.
Un sorriso amaro gli accarezzò le labbra. In quel momento Blackjack, il Super della CIA, lo raggiunse.

***
Stanza personale di Karl Rushmore,
Centro START
20 Maggio 1981

«Allora Matt, parlami di quei sogni», disse la new entry dello Start, nonchè l'uomo più intelligente del mondo. Si aggiustò gli spessi occhiali da vista sul naso aquilino, mentre sedeva comodo di fronte al lettino cui giaceva disteso il compagno.
American Dream sembrava a disagio. Il suo viso tradiva un turbamento che Rushmore mai si sarebbe aspettato dal più potente superumano conosciuto.
«Questi incubi... Mi riportano a quel giorno in cui l'Ombra... Ero confuso capisci?! Una parte di me voleva di più, voleva sfogare quell'impotenza, mentre l'altra sapeva quanto fosse sbagliato. Ho ucciso... Cristo se ho ucciso...! Quella Cosa mi ha indicato la via...»
Schizofrenia, disturbi della personalità... le possibilità si susseguirono nella mente di Karl.
AD s'interruppe un momento, percorrendo con lo sguardo la piccola stanza circondata da quegl'insoliti monitor piatti e pieni di grafici pulsanti di luce. Deglutì rumorosamente, incrociando gli occhi curiosi del professore. Poi riprese.
«L'Ombra sapeva del '73, lo sapeva da molto prima...»
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martedì 12 giugno 2012

Capitolo 10 (di Cuk)



Salazar Tower.
Admiral City
22 aprile 2013
Ore 06:10 A.M.

L'ascensore si apri e Bonnie si trovò in un cilindro trasparente, in una stanza in penombra nei sotterranei.
Colonne di metallo sorreggevano il soffitto e un uomo massiccio si muoveva tra computer e controlli.
Bonnie si gettò contro il cristallo che la rinchiudeva,battendo i pugni
«Padre! Padre! Fammi uscire di qui!»
Suo padre, il viso senza tempo illuminato dalla luce fredda dei monitor, la guardò e sorrise.
«Benvenuta, figlia mia» disse. Poi tornò a concentrarsi sul suo lavoro. « Il cristallo è per tua protezione. Sii paziente, l'ospite d'onore non è ancora arrivato.»
Bonnie diede un'ultima spallata prima di ammettere, massaggiandosi la spalla, che per lei era troppo. Si rese conto anche di un'altra cosa. Una pulsazione proveniva dalle colonne attorno a suo padre, una sintonia che le risuonava dentro, e cresceva.
«Cosa stai facendo, padre?» gridò.
La porta si spalancò. Fluttuando entrò American Dream. Accasciata sulla sua spalla c’era una donna vestita coi colori di Fortress Europe, senza sensi. Col pugno destro stringeva il corpo di Sunlight, che strisciava sul pavimento lasciando una scia rossa.
«Ame...!» l'urlo le si spense in gola. American Dream l’aveva sempre intimorita: non si poteva stare nella stessa stanza senza essere schiacciati dal senso della sua presenza,ma ora… Bonnie non sapeva cosa gli fosse successo, ma la sua aura era travolgente e il suo viso…
Bonnie fu improvvisamente contenta dello spesso cristallo tra lei e loro.
American Dream posò i corpi a terra.
Suo padre aveva un’espressione triste in viso. « Non si poteva evitare ? » chiese indicando Sunlight.
«No, Salazar. L'idiota ha lottato fino all'ultimo».
Suo padre sospirò.
All'improvviso, uscendo da un bozzolo di tenebra più nera delle ombre della sala, apparve una donna, trascinando una svenuta Lady Liberty per i capelli .
Scarlett Johansson?!? Poi Bonnie notò il fumo nero che usciva dalla bocca dell'attrice a ogni respiro. NightShifter.
«Libby! » gridò American Dream
Scarlett sollevò Lady liberty e la lanciò verso American Dream, che la prese al volo, stringendola protettivo.
«Non ti azzardare mai più a toccarla, animale.»
«Ti ho crocefisso una volta, bello.» disse l'attirce grattandosi una natica. «Se non ti è bastato posso rifarlo.»
«Hai crocefisso American Dream, coglione. Toccala ancora e io ti faccio a pezzi.»
«BASTA!» disse suo padre. «È arrivato.»
Dalla porta spalancata entrò un Triario. Sottobraccio portava Dehydra, priva di sensi. E davanti a lui, zoppicante, pesto e gonfio, camminava un ragazzo.
«Eddie! Eddie! »Bonnie si getto di nuovo contro il vetro, pur sapendo che era inutile.
«Ben arrivato, Eddie» disse suo padre . «Ti stavamo aspettando.»
Il Triario spinse Eddie verso suo padre.
Eddie barcollò, avvicinandosi; Bonnie lo vide cercare di vedere qualcosa attraverso gli occhi gonfi. Le sue labbra spaccate si mossero.
« Sei… sei tu Mezzanotte?» biascicò.
Suo padre sorrise divertito «Oh Eddie. Ancora non hai capito chi è Mezzanotte?»
Tirò una leva, e con un ronzio Bonnie vide tutte le colonne illuminarsi, una bianca luce vibrante, che pulsava a ritmo con quando sentiva dentro. Teleforce.
«Padre! Padre cosa stai facendo?!»
«Finisco quello che ho cominciato 40 anni fa.» disse suo padre. E tirò un'altra leva.
Ci fu un tuono, e fulmini sfrigolanti saettarono dalle colonne centrando Eddie in pieno petto.
Bonnie gridò. Eddie era a braccia spalancate, scosso dall'energia che fluiva. Bonnie socchiuse gli occhi, la luce era troppo intensa, il rombo copriva ogni cosa. Vide perfino American Dream arretrare di un passo, coprendosi il volto.
E infine una sfera di luce argentea si sprigionò da Eddie. Una luce densa e pesante, che la colpì e la trapassò come una cosa viva, continuando a crescere e ad espandersi al di fuori del sotterraneo. Per un istante Bonnie fu tutt'uno con essa, e la sentì continuare nella sua corsa, sempre più lontano, sempre più veloce, avvolgendo ogni cosa con la sua luce argentata.
Poi la luce scomparve, e lei si accasciò nel suo cilindro. Cercò Eddie, ma era ancora abbagliata, non vedeva niente, solo ombre.
«Gli altri Sei?» sentì dire a suo padre «Ora li percepisci?»
«Sì» disse American Dream.
«Vai allora.»
Bonnie svenne.

***

Laboratorio,
centro START.
22 aprile 2013
Ore 06:15 A.M.

Cheveaux d’Ange si rialzò dal pavimento del laboratorio. Davanti agli occhi gli ballavano lampi neri, e la testa risuonava ancora come una campana. Quella luce argentata era scomparsa di colpo così come era arrivata. Rushmore si stava alzando a sua volta, malfermo sulle gambe.
«Professore? Tutto bene?» chiese Cheveaux d’Ange.
Rushmore si passò una mano sul cranio rasato.
«Affascinante! Io… » Rushmore si interruppe, ondeggiando come un ubriaco.
Cheveaux d’Ange corse a sorreggerlo, anche se sentiva di aver bisogno di qualcuno che sorreggesse lui.
«Piano, piano prof. Ma che diavolo è stato?»
Si appoggiarono al bio-lettino dove Scanner stava sdraiato immobile.
«Oh, teleforce, francese. Un’ondata di energia pura. E» si portò una mano alla tempia «non senti niente di diverso? »
Cheveaux d'Ange lo guardò.
Diverso? Sentiva le menti delle persone nell’edificio, come sempre. E poi si accorse di qualcos’altro. Un senso di presenza. Non altre menti, no. Ma percepiva altre persone, la loro essenza. Circa duecento, forse meno. E alcune erano lontanissime, ben oltre la portata della sua telepatia.
«Cosa? Chi sono?» chiese.
«Ah, francese, davvero non capisci? Siamo noi, ragazzo. È teleforce. Sono gli altri super. Siamo collegati, ora».
«Ma perché? che significa?».
Rushmore sorrise.
«Non ne ho la minima idea. Non è affascinante?».
E d’un tratto Scanner si sussultò, facendoli sobbalzare. Sbatté la testa e piedi contro il letto, sollevandosi e inarcandosi in preda alle convulsioni. Schiuma bianca gli sprizzò dalle labbra.
«Scanner! Scanner! » Chiamò Cheveaux d’Ange, afferrandolo per le spalle, cercando di fermare quella crisi.
«Ragazzo, attento. Potrebbe... »
Scanner di scatto afferrò la testa di Cheveaux d’Ange tra le mani, spalancando gli occhi. Cheveaux d’Ange sentì la mente di Scanner avvolgere la sua e si inarcò cercando di allontanarsi. Scanner stava trasmettendo, inviando. Cheveaux d’Ange cercò di staccarsi, ma quegli occhi lo tenevano inchiodato Sentiva un sussurro, parole inintelligibili che gli riversavano nel cranio. Urlò.
E poi Scanner si accasciò. Dagli occhi e dalle orecchie gli colava sangue nero. Era morto.
Ma il suo messaggio era arrivato. Cheveaux d’Ange si aggrappò a Rushmore, stordito.
«Oh, no! No! Non è affatto come pensavamo!»
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martedì 29 maggio 2012

Capitolo 8 (di Black Terror)


 
Admiral City
22 Aprile 2013
Salazar Tower
Ore: 5.45

Qualcosa gocciolò sullo spallaccio antishock di Stray. La ragazza guardò in alto, scrutando la sagoma imponente della Salazar Tower. Il cielo era buio, mancava ancora un po' di tempo al sorgere del sole. Sopra di lei il grattacielo era un monolite scuro. La corrente elettrica mancava fin dal momento dell'arrivo del team di Fortress Europe. Le uniche cose che scorgeva erano i crepitii energetici provenienti dalla sommità dell'edificio, dove l'entità conosciuta come Mezzanotte aveva attaccato.
Una seconda goccia le arrivò quasi in un occhio. Con una reazione istintiva riuscì a fermarla a mezz'aria, semplicemente concentrandosi. Era sangue. La deviò col pensiero, quindi continuò a levitare, rallentando l'andatura. Procedeva passando a pochi centimetri dalla parete del grattacielo. Volava solo grazie alla telecinesi e non poteva che salire verticalmente, con cautela. E se qualcosa le avesse fatto perdere la concentrazione...
«Sunlight mi senti?» Nessuna risposta radio. Il suo amico, caposquadra del team di FE mandato in supporto agli alleati americani, era irraggiungibile da quasi mezz'ora. La squadra si era divisa proprio su suo ordine.
Rockster era entrato dal pianoterra, subendo inevitabili ritardi per validare la sua presenza ai soldati della Guardia Nazionale e ai Federali.
Cheveux d'Ange stava collaborando con Rushmore, il genio dello START. Tentavano di svegliare il comatoso Professor Scanner, l'unico ad aver letto la mente di Mezzanotte, subendone le conseguenze.
Archer attendeva ai comandi del flyer, dalle parti della spiaggia di Parque de l'Indio, dove i militari lo avevano fatto atterrare. Lei e Sunlight invece avevano optato per una penetrazione dall'alto. Ma ora Stray, Archer a parte, non riusciva più a contattare nessuno dei suoi compagni.
Impulsi elettromagnetici, guerra elettronica, Teleforce, superpoteri: le spiegazioni per il silenzio radio che avvolgeva la Torre potevano essere tante.

Arrivò al ventottesimo piano e lo vide: un corpo riverso sul davanzale di una finestra in frantumi. Era vestito con una exosuit nera, bruciata in alcuni punti e liquefatta in altri. “È stato Sunlight”, pensò. “È passato di qui.” Esaminò il cadavere senza toccarlo. Era uno dei tirapiedi di Mezzanotte. Come li aveva chiamati il biondino, Cheveux d'Ange, pescando l'informazione dal cervello di Scanner? Triari, se non sbagliava.
«Sun, sei qui?», chiamò attraverso la finestra, osservando un ufficio buio, coi mobili devastati dalla colluttazione. «Avanti Tyke rispondi, maledetto olandese.»
Scavalcò il corpo ed entrò, accendendo la piccola Maglite che portava alla cintura. Un'intera parete era annerita, i quadri esplosi, le tele bruciate. Altro indizio del passaggio di Sunlight.
La porta che dava sul corridoio era socchiusa. La spalancò col pensiero, pronta al peggio. Vide soltanto un corridoio buio e il cadavere di un secondo Triario, morto a pochi passi dall'uscita che dava sulle scale interne della Salazar Tower. Perché Tyke era entrato da lì?
Stray si passò una mano tra i capelli biondi e regolò l'auricolare. «Archer, Cheveux mi sentite?»
Le rispose un fruscio fastidioso, seguito dalla voce disturbata del pilota inglese. «Poco e male», le ripeté due volte. «Sto cercando di...» ma la frase fu troncata da altre scariche statiche.
Insistette: «Qualcuno sta ancora monitorando la Torre? Non vedo elicotteri nelle vicinanze.»
«Crrr... crrr... Droni di crrr... Chiamando Salazar ma... crrr... a zero per ora.»
«Ti sento di merda», sbottò Stray, spazientita. Quando perdeva la pazienza il suo passato da teppistella cresciuta nei vicoli di Neukölln emergeva prepotente. «Se sei ancora in linea cerca di individuare se ci sono movimenti al ventottesimo piano dell'edificio. E cerca di localizzare anche i GPS di Rockster e Sun, cazzo!»
«Stray, ascoltami.» Questa volta la replica giunse forte e chiara. «Ragazza, mi senti?»
Non si trattava di Archer, di Tyke e nemmeno di Rock. Inglese con accento texano, una voce nota in tutto il mondo. «AD? Sei tu?»
«Sono io. Sei vicina vero? Sunlight mi ha detto che stai salendo radente alla Torre.»
Stray rientrò nell'ufficio e si sporse dalla finestra, guardando in alto. Una figura si stagliava sopra di lei, diversi piani più su. Era sospesa in volo a braccia conserte. La Super sapeva che almeno due membri dello START erano penetrati nel grattacielo poco dopo l'attacco di Mezzanotte. American Dream era stato il primo, come ci si aspettava dal più grande eroe statunitense. A ruota lo aveva seguito Libby, o almeno così le aveva detto Archer, bypassando le frequenze della Guardia Nazionale.
«Ti vedo», gli disse, sventolando poi una mano.
AD le rispose con un cenno. «Raggiungimi quassù. Quarantesimo piano, terrazzino del Belvedere Restaurant. Sunlight è ferito, ha bisogno di te.»
Stray si irrigidì. Tyke era nei guai? Maledì la baronessa Ashton, che in nome dell'Unione per gli Affari Esteri aveva mandato mezza FE a rischiare la vita lontano da casa. Scavalcò di nuovo il davanzale e levitò verso l'alto, mentre Admiral City, scossa dagli attacchi dei seguaci di Mezzanotte, rimpiccioliva sotto di lei.

Raggiunse American Dream, che nel mentre si era appoggiato al cornicione del Belvedere. Le vetrate del ristorante erano a pezzi, i tavoli rovesciati, gli splendidi vasi in frantumi. Il Super dello START le sorrise. Indossava il suo famoso costume in spandex rosso e blu, con un cerchio bianco fluorescente all'altezza del cuore. Era bello, con quell'aria a metà tra il boy scout e la rockstar che tutte le donne del pianeta conoscevano. Poteva non piacere, ma di certo aveva fascino.
Stray atterrò sul terrazzino. «È un sollievo vederti.» Lo pensava davvero. «Credevo di essere rimasta sola. È assurdo, lo so...» Poi lo vide. Sunlight era infilzato sulla statua del Nettuno al centro della sala principale del ristorante. Il tridente di bronzo lo inforcava dal petto, sbucando dalla schiena. La ragazza si portò le mani guantate alla bocca.
American Dream si voltò, senza smettere di sorridere. «C'erano un olandese, una tedesca e uno scozzese. Tutti e tre cercavano di entrare qui per ficcare il naso.»
Stray era abituata ad agire d'istinto. Senza fare o farsi domande si concentrò sulla grossa gargolla in pietra posta al margine destro del cornicione. Riuscì a strapparla dai perni in un istante. La scagliò con la forza del pensiero: il proiettile colpì AD alla spalla, frantumandosi in mille pezzi.
Il supereroe rovinò a terra. Si rialzò puntellandosi su un ginocchio. Stray aveva già scelto il secondo proiettile, un enorme lampadario di cristallo divelto dal soffitto. Lo lanciò, accompagnandolo con un cenno della mano. American Dream alzò un braccio e lo deviò come se si trattasse di un pallina di carta. Quindi scattò avanti e colpì la ragazza con un montante allo sterno. La piegò in due, mozzandole il respiro. Stray vomitò sangue e crollò a carponi. Nonostante il dolore capì di essere stata risparmiata. Un pugno di AD sferrato alla massima potenza l'avrebbe bucata da parte a parte. Tentò di tirarsi in piedi. Il Super la strattonò per i capelli, alzandola di qualche centimetro da terra.
«Il tuo amico è durato di più. Sei un'eroina gracile.»
«Perché, brutto bastardo yankee?», riuscì a mormorare la ragazza, soffrendo a ogni parola. «Perché fai questo, American Dream?»
«Per Mezzanotte, per il futuro. La Direttiva Wildfire è stata ritirata. Il successo è vicino.  E d'ora in poi chiamami col mio vero nome, stupida schlampe. Io sono American Way.»
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