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mercoledì 17 luglio 2013

Capitolo 22 - Stagione 2 (di Nicola Corticelli)


22 ottobre 2013
Ore 7.30
Nei pressi di Vathy, Grecia

Uranium guardò gli indicatori della tuta con la coda dell'occhio, mentre continuava il suo volo; in condizioni ottimali le spie sarebbero state tutte di colore verde, adesso però la situazione era critica. Lo schermo del casco era un nugolo di aloni arancioni: giroscopi, servomeccanismi, scudo protettivo e contenitivo erano sul punto di collassare.
Sta giocando con noi come il gatto con il topo”.
La voce di Scanner risuonò nella sua testa.
«Già... ma sarà difficile che la tuta possa resistere a un altro colpo diretto così forte.»
Eric tremò dentro di sé, consapevole che anche lo stesso Scanner avrebbe percepito la medesima sensazione: era un dato di fatto che senza l'ausilio della tutta sarebbe stato difficile gestire il suo potere, specie in quest'ultimo periodo.
«Eric mi ricevi?»
«Ross sei ancora vivo!»
Anche attraverso le scariche statiche la voce di Uranium era piena di un sollievo sincero misto alla sorpresa.
«A stento, ma sì. Situazione?»
«Ho ancora Loxias alle calcagna e la mia tuta è quasi del tutto compromessa.»
La comunicazione rimase muta per qualche secondo.
«Eric riesce a individuare la mia posizione?»
«Sì, il radar tattico è una delle poche cose che funziona a dovere. Hai qualcosa in mente?»
«Vieni qui. Ho una sorpresina per il tuo fastidioso inseguitore.»

22 aprile 2013
Ore 7.30
Admiral City

134
Blackjack lasciò cadere l'ennesimo triario al suolo: il cadavere vestito di nero si accasciò sull'asfalto come un sacco della spazzatura, disarticolato e scomposto.
Questo era l'ultimo”.
La mappa fornitagli da Rushmore si era dimostrata accurata e efficace: i cloni depotenziati di American Dream rimasti, quasi un centinaio, avevano aggiunto il loro potenziale genetico a quello di Blackjack.
Forza, velocità e capacità fisiche (oltre ai ricordi) si erano sommate a quelle del Super.
Ora devo andare ad aiutare Libby”.
Il Super fece appena in tempo a voltarsi verso la Salazar Tower, che, quasi fosse tutto previsto da un oscuro regista, la costruzione fu scossa da un tremito evidente, mentre dalla struttura cresceva a vista d'occhio un albero dalle proporzioni colossali.
«Cosa diavolo?»
Blackjack non riuscì a trattenere l'imprecazione e nel contempo si mise a correre a tutta velocità verso il palazzo in lontananza.
La velocità del Super era pazzesca (probabilmente rivaleggiante con quella di Lady Liberty), ma i suoi sensi potenziati di 134 esseri umani gli permisero di percepire sulla sua sinistra una serie di esplosioni.
Era ormai giunto alla sua meta e Blackjack sentì una strana sensazione pervadergli il corpo costringendolo a fermarsi.
Il formicolio divenne un prurito e un nome comparve nella mente del Super come un marchio a fuoco.
Ammit”.

22 ottobre 2013
Ore 7.35
Nei pressi di Vathy, Grecia

Uranium atterrò al fianco del drone-armatura di Ross e si voltò di scatto pronto a ricevere il loro ospite.
«Spero che tu sappia quella che stai facendo.»
«In realtà la mia è l'ennesima mossa disperata di un disperato.»
La sincerità dell'esternazione di Ross strappò un sorriso a Uranium.
I due uomini attesero l'arrivo del Dio del Sole: Loxias toccò il suolo a pochi metri di distanza e subito comparve al suo fianco una bambina bionda.
«Alla fine hai smesso di correre uomo.»
Il corpo del neo incarnato Apollo era circondato da un alone lucente e con sorriso smagliante sul volto continuò: «Ora basta giocare. È tempo che veniate purificati dal sacro fuoco del divino Sole.»
«È mai possibile che tutti i Super più potenti siano sempre dei pazzi megalomani.»
Il riecheggiare di questa frase sembrò congelare l'azione per qualche istante, mentre con una lentezza irreale le quattro figure si voltarono su una quinta emergente dall'oscurità.
Il nuovo venuto era decisamente male in arnese; le vesti semi-carbonizzate lasciavano scoperte ampi spazi di pelle: il derma esposto era un dedalo di ustioni di vario grado che rigeneravano a vista d'occhio.
Ross sobbalzò. “Blackjack!”.
«E così sei ancora vivo. Ma è una cosa a cui si può porre rimedio con estrema facilità.»
Detto questo Loxias alzò un palmo con fare teatrale puntandolo in direzione di Blackjack.
Questi, per tutta risposta, si mosse a una velocità impressionante afferrando per il polso il Dio del Sole da una mano e la bambina per un braccio dall'altra.
Uranium e Ross osservarono la scena come ipnotizzati, mentre la voce di Scanner risuonava nelle loro menti: “Rimanete immobili! Blackjack sa quello che fa.
Intanto la bambina si divincolava nella morsa del Super, mentre Loxias guardava il nuovo venuto perdendo la maschera celestiale e mostrando per la prima volta una collera molto terrena.
«Come osi toccarmi con le tue mani blasfeme...»
L'alone di luce attorno a Loxias aumentò la sua intensità e la mano di Blackjack a contatto con il Dio del Sole iniziò a sfrigolare come della carne a cuocere su una griglia.
Quest'ultimo si mise a ridacchiare: «La tua arroganza non ha limiti... Ci conosci tutti. Spencer Grant ti ha informato bene sui nostri poteri e sai benissimo che il mio è quello di bere il codice genetico degli esseri umani comuni acquisendo le loro capacità...»
Blackjack si fermò un attimo fissando negli occhi prima la Pizia e poi Loxias.
Nessun tentennamento nonostante il dolore atroce.
«Ma da quando sono stato toccato da Ammit posso farlo anche con i soggetti dotati di Teleforce...»
Ciò detto gli altri due Super cominciarono a urlare come ossessi, mentre Blackjack dava libero sfogo alla sua nuova capacità assorbendo i loro poteri e la loro vita.
Alla fine, dopo quello che parve essere un'eternità, le grida cessarono e due corpi esamini caddero al suolo.
Blackjack si voltò sugli altri due membri dello START; lo stesso Ross non poté evitare di fare un passo indietro a quello vista.
Il Super parve non notare la cosa e rimase immobile.
«Perché non ci hai detto nulla del tuo nuovo potere?»
Uranium fu il primo a spezzare quell'imbarazzane silenzio.
«Gli anni mi hanno insegnato che è meglio mantenere un profilo basso.»
«E adesso?»

Blackjack si limitò a rispondere: «E adesso andiamo a fare il culo al redivivo American Dream.»
- - -

Capitolo scritto da Nicola Corticelli 

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Impaginazione a cura di EbookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 10 luglio 2013

Capitolo 21 - Stagione 2 (di Ione di Chio)


22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Zhongnanhai - Sede del Partito Comunista Cinese e del Governo della Repubblica Popolare

«È la sgualdrina americana! Non può essere che lei!»
Xi Jinping indica i monitor, slacciandosi la camicia. Non c'è più contegno, nel Presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Una saetta dorata sfreccia sul lato nord del viale Chang'an occidentale. Nemmeno le più precise tra le telecamere che sorvegliano costantemente lo Zhongnanhai riescono a fissare i dettagli.
Gli esperti della sicurezza cercano in ogni modo di estrarre dei fotogrammi in tempo reale, mentre la saetta dorata attraversa da parte a pare i carri armati Tipo 85 e gli autoblindo delle forze speciali che proteggono la Porta della Nuova Cina, l'ingresso principale del complesso che ospita il cuore della superpotenza asiatica.
«Non è Lady Liberty», ribadisce il generale Lee Han Hui, l'uomo su cui, al momento, pesa la difesa della patria da quell'attacco incredibile e inaspettato.
«E allora chi è?», grida il Presidente, furibondo.
«Non lo sappiamo. In queste ore c'è lo stato di allerta in molti Paesi. Lo scontro sul suolo greco è sicuramente correlato a questo.» Indica il maxischermo al plasma, dove la saetta in forma umanoide taglia in due l'ennesimo Tipo 85, passandogli attraverso come la proverbiale lama nel burro.
«Registriamo altri due attacchi imputabili a terroristi superumani», esclama il maggiore Rong, dalla sua postazione informatica. «Londra e Nuova Delhi. Forse qualcosa a Mosca... non ho ancora notizie certe.»
Il generale Hui annuisce, secco. La saetta attraversa infine la sontuosa Porta della Nuova Cina, abbattendola, e penetra nel Zhongnanhai. Probabilmente fino a quel momento ha soltanto giocato.
Un anziano, vestito con una semplice camicia bianca e con dei jeans sbiaditi, esce dalle ombre della stanza dove e rimasto in attesa fino a quel momento. Fa un inchino ai presenti.
«Shenlong», lo saluta Hui, con rispetto. «Porta in salvo il nostro leader.»
«Senz'altro, generale.»
Xi Jinping si aggrappa al tavolo tattico, rosso in volto. «Io non fuggirò, né lo farà il vecchio. Lui è il nostro più forte metaumano e...»
«E per questo entrambi dovete vivere e pensare a una strategia per sconfiggere questi invasori.» Hui deglutisce. Nonostante la freddezza di facciata è terrorizzato. «Per sconfiggere questo Dio.»
Il Presidente non protesta più. Shenlong lo raggiunge e gli mette una mano sulla spalla. «Su, andiamo.» Entrambi si illuminano di un'intensa luce dorata, e poi scompaiono nel nulla.
Il generale si concede un sospiro.
«Nemico in rapido avvicinamento», lo avvisa uno dei suoi attendenti.
«Mandategli contro gli Uomini Modulari», ordina Hui. Sa che non serviranno. Sono validi combattenti superumani, ottimi guerrieri sperimentali creati con nuove applicazioni a base di Teleforce. Risulteranno però inutili contro un Super così forte come quello che stanno per affrontare.
Ma saranno utili a guadagnare del tempo.
Mentre dieci individui identici tra loro, vestiti con aderenti tute di colore rosso, entrano nel raggio d'azione delle telecamere esterne, il generale scosta il maggiore Rong dalla sua postazione e gli ruba cuffie e microfono. Sa di avere pochi minuti, una decina al massimo, per evitare che quell'attacco provochi un disastro termonucleare.
Almeno questo può evitarlo.
Non è poco, si consola, inoltrando la prima di tre chiamate sulle linee d'emergenza.

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.14 (fuso orario UTC+2)
Korinthos – Sede centrale della Hypothetical Inc.


Kedives è fuggito, e con lui Spencer Grant e gli altri pezzi grossi della Hypothetical, chiunque siano.
Sibir e Libby non possono far altro che ammettere l'evidenza. L'avanzata è stata più lenta del previsto, nonostante gli impressionanti poteri delle due Super unite.
La sede della multinazionale è protetta da mercenari armati fino ai denti, ben addestrati e determinati a far sudare ogni centimetro di terreno ceduto al nemico. Gli spetsnaz del team di Sibir si sono a loro volta battuti come leoni, cadendo uno dopo l'altro per proteggere la loro comandante. Ne rimangono in vita soltanto due, quando Libby si accorge che c'è una figura sfuggente che li pedina, nella loro infinita esplorazione di quel complesso, molto più grande del previsto. Ne ha già avuto il sentore un paio di volte, poco più che un sospetto, un riflesso incidentale nella coda dell'occhio. Ora invece quel sospetto è una certezza: lo ha visto.
Lady Liberty afferra il polso di Sibir, che ha appena abbattuto l'ennesimo mercenario. La pelle della russa scotta, ma Libby non molla la presa.
«Che vuoi?», la apostrofa Nadia, sudata e furibonda. Tutta quella perdita di tempo, quel girovagare a vuoto, la fa impazzire.
«Tu continua pure a friggerli. Io faccio una sorpresa a qualcuno.»
Prima che Sibir possa chiedere spiegazioni, Libby entra in ipervelocità e torna sui suoi passi, ripercorrendo il lungo corridoio disseminato di cadaveri che hanno appena attraversato.
L'ombra sfuggente viene colta di sorpresa, prima che possa nascondersi di nuovo. Libby lo vede: è un uomo sui quaranta, di media statura, capelli sale e pepe, viso anonimo, ma abbronzato. Indossa un completo bianco su una camicia grigia, sobrio e al contempo elegante. La ragazza fa per afferrarlo, ma rimane con un pugno d'aria in mano. La velocista strabuzza gli occhi, stupita.
Il suo bersaglio ora si trova due metri più indietro. Le è impossibile perfino pensarlo, ma a quanto pare si è mosso più rapidamente di lei.
«Sei lenta, amica mia.»
Telepatia.
L'uomo in giacca è immobile, come un fermo immagine. Libby gli piomba addosso con un calcio rovesciato. Il bersaglio scompare di nuovo. Il piede di Lady Liberty colpisce la parete, trasmettendole un dolore atroce, su fino al ginocchio. Cade a terra, perdendo la concentrazione sul suo potere. Il mondo torna a scorrere a velocità normale. Diversi metri più avanti la sparatoria tra gli spetsnaz e i mercenari di Kedives prosegue imperterrita.
Il suo avversario le compare alle spalle e le afferra la nuca. La sua mano è fredda come quella di un morto. «Fatti un giro nel labirinto di Dedalo, piccola.»
Libby si trova proiettata in un incubo quadrimensionale. Cade in un pozzo titanico, colossale, senza fondo ma dalle pareti irte di muri, spuntoni, contro cui sbatte più volte, rimbalzando come in un flipper. La sensazione è simile a quella che si prova al risveglio improvviso da certi brutti sogni, ma moltiplicata cento volte e ripetuta all'infinito.
Cadrò per sempre...
Fa giusto in tempo a formulare quel pensiero e l'illusione, se tale era, svanisce, sostituita da una vampata di calore che le brucia le punte dei capelli. Riapre gli occhi e vede Dedalo avvolto dalle fiamme, genuflesso sul pavimento a meno di un metro da lei.
L'uomo è una torcia umana con le mani levate verso il soffitto, simili agli stoppini di candele consumate.
Sibir avanza verso di lui, il plasma incandescente che sfrigola tra le sue dita. «Stai bene?», chiede a Libby, senza togliere gli occhi di dosso a Dedalo.
«Bene. Credo... È la seconda volta che mi salvi la vita.»
«Metti in conto.» Si rivolge poi alla torcia umana, che stranamente sembra ancora cosciente. «Chi sei tu?»
«Sono colui che mister Kedives ha incaricato di gestire casa, in sua assenza», biascica, mentre il suo corpo va letteralmente a pezzi.
«Beh, sei un pessimo maggiordomo», lo apostrofa la russa.
«Vi ho fatto perdere tutto il tempo che...» si stacca il labbro inferiore, che va in cenere. «Che era necessario per dare il via al Progetto Pantheon.»
Le due Super si guardano in faccia, con la brutta sensazione di essere state giocate. «Dov'è Kedives?», urla Libby, furibonda.
«Dove gli spetta: sull'Olimpo.» Detto ciò il corpo di Dedalo si affloscia su se stesso, consumandosi del tutto.
«Ci hanno sconfitte», sussurra Sibir, incredula.
Poco più avanti, nel corridoio, gli spari cessano. I due spetsnaz si ricongiungono alla loro comandante. Il sergente Anton Monja si toglie il passamontagna e si asciuga la fronte. «Comandante, i mercenari che stavamo combattendo...»
«Sono scomparsi all'improvviso», intuisce la Super russa.
«Sì. E questo corridoio ora sembra più breve.»
«Erano ombre. Illusioni. Chissà quando abbiamo ucciso l'ultimo di loro, e quanti altri proiettili abbiamo sprecato contro dei fantasmi.»
Libby la scuote per una spalla. «Riprenditi, bella. Cosa cazzo facciamo ora?»
«Il vostro amico carbonella ve l'ha detto, no?»
Una voce maschile alle loro spalle fa sobbalzare le due Super. Sibir si volta, pronta a bruciare qualunque altra persona, cosa o animale si ponga sulla sua strada. Invece vede uno strano terzetto.
Una ragazza dall'aria smarrita, con una gran massa di capelli rossi, stretta in una felpa che ne nasconde il corpo esile.
Un uomo vestito coi rimasugli di una battle dress uniform degli stormtrooper della Hypothetical Inc. Di mezza età, semiautomatica in mano, ma abbassata.
Infine il tizio che ha parlato, una specie di cowboy con tanto di cappello, e con un foulard impolverato che gli copre la bocca.
«Se cercate guai», li saluta Sibir, «siete nel posto giusto. La mia giornata è stata pessima, la vostra può solo peggiorare.»
«Frena bionda», la blocca Libby. «Conosco quel tale. Si fa chiamare Rebel Yell e non dovrebbe esserci ostile.»
«Non lo sono», conferma il cowboy. «E nemmeno i miei soci. Anzi, mi sa che abbiamo tutti un obiettivo comune. Anche tu, compagna.»
«Kedives?», domanda Sibir.
«E Grant. E salvare il mondo. O qualcosa del genere.»
«Molto teatrale, americano.»
«Mai come un tizio che vuole governare il pianeta dall'alto del Monte Olimpo.»
La siberiana spalanca gli occhi. «Non prenderai sul serio le parole di quell'imbecille?» col mento indica i resti scoppiettanti di Dedalo.
Rebel si tocca il cappello. «Hai forse idee migliori?»
«Loro chi sono?», risponde Sibir, spazientita.
«Lui è Bannon. Lo conoscerai strada facendo. Lei invece è Valerie Broussard, la persona che può risolvere tutto questo casino.»
Libby e Sibir si guardano, perplesse. Tocca alla velocista esprimere i dubbi di entrambe: «Lei? Senza offesa, ma a me sembra uno scricciolo impaurito. O in alternativa l'eroina timida uscita da un film fantasy per ragazzini.»
Rebel si abbassa il foulard. Sorride, anche se i suoi occhi esprimono una grande stanchezza. «Datele una chance. Vedrete che ci sarà da divertirsi.»

* * *

22 ottobre 2013
Ore 7.19 (fuso orario UTC+2)
Nei pressi di Vathy, Grecia


Alex Ross avanza barcollando tra le macerie di Vathy.
L'ultima colonna di profughi ha abbandonato la città da quasi mezz'ora. L'antenna radio del suo esoscheletro ha captato le comunicazioni, un misto di greco, inglese e slavo, poco fuori dalla cerchia urbana. Si tratta senz'altro di stormtrooper della Hypothetical Inc., mandate a soccorrere i civili coinvolti nello scontro tra Super. Nessuno di loro ha intenzione di entrare a Vathy.
Non sono così pazzi.
Ross invia un comando mentale al computer di bordo e abbassa la temperatura interna del suo esoscheletro. L'armatura Drakkar I continua a iniettargli antidolorifici e medicinali antiemorragici. Il braccio sinistro, tagliato poco sopra il gomito, non gli fa male.
Non ancora.
Loxias non l'ha ucciso. Forse per sbaglio, forse per scelta. Questo non lo sa e forse non lo saprà mai.
Magari è perché tu non sei un superuomo, e quindi non conti un cazzo. Dovevi rimanere nei Rangers, brutto imbecille.
Scuote il capo, godendosi l'ossigeno extra che gli pompa l'esoscheletro progettato da Rushmore.
Si siede all'ombra di una casa nella periferia est della cittadina. È in posizione sopraelevata. A trecento metri vede il mare, bellissimo. Peccato soltanto per l'intero quartiere turistico, distrutto da uno scambio di colpi tra Uranium e Loxias. Anche le zone attigue sono state colpite, più o meno duramente. Impossibile determinare chi tra i due ha causato più danni collaterali. Alex è solo contento della prova di coraggio e di forza fornita dal suo ragazzo.
Contro un Dio, cazzo. O almeno così ce l'ha venduto quello psicolabile di Kedives.
Certo, Eric è stato costretto in ritirata, oltre le colline. Però ha retto il colpo. Potere nucleare contro potere del Sole. È solo un caso che non abbia ancora prevalso il secondo. O forse Loxias non ha forzato la mano. Se la vuole godere, il bastardo.
Ma per quanto durerà?
La ricetrasmittente del casco trasmette una serie di notizie inquietanti, tutte inviate dal QG di Admiral City.
Lo Zhongnanhai sotto attacco da parte di un Super autonominatosi col nome di Hermes.
Westminster parzialmente abbattuto da due terroristi metaumani, nome in codice Dioscuri; altri folli vomitati dai laboratori di Kedives.
Nuova Delhi colpita in una devastante tempesta di fulmini, innaturale e senza precedenti.
Mosca sotto assedio, con Sibir lontana da casa. Nessuna notizia sull'identità degli assalitori.
«Drakkar I, rispondi. Ripeto: Drakkar I, rispondi. Cristo Ross, dacci un segnale!» La richiesta di feedback da parte del QG è insistente, ossessiva.
Alex non si sogna nemmeno di rispondere. È in modalità stealth, invisibile ai radar e allo spionaggio elettronico più sofisticato. Ha lanciato solo un segnale radio, prima di zittirsi del tutto.
Scanner è con Eric. Dentro di lui.
Contro di loro ci sono Loxias, il Dio del Sole, e la sua piccola strega rossa. Si stanno dando la caccia, in un gioco estremo tra guardia e ladri, che ha come scenario tutta la provincia greca dell'Egeo Settentrionale. Poco importa se nel mentre Kedives ha schierato altri mostri. Per il responsabile militare dello START ciò che conta è lo scontro di cui è oramai solo uno spettatore moribondo.
O forse no.
Il computer della Drakkar calcola l'arrivo di Uranium entro quattro minuti esatti. Se tutto va come hanno concordato, Loxias lo seguirà a ruota, certo di finirlo, una volta per tutte.
«Vieni, figlio di puttana», sussurra Ross. Con un impulso mentale attiva la modalità Ragnarok della sua armatura. Un regalino di Rushmore, che come sempre ha intuito come sarebbe finito quel casino che Christina Cielo aveva il coraggio di definire missione di peacekeeping.
Il sapientone gli ha spiegato per sommi capi cosa può fare il Ragnarok, oltre a polverizzare chi ne fa uso. Per il resto ha usato un sacco di paroloni, tra cui "ordigno di livellamento quantico", qualunque cosa voglia dire. Dalla simulazione via monitor, l'effetto scenico ha ricordato ad Alex le trappole usate da Bill Murray e soci in Ghostbusters, ma moltiplicato per almeno mille volte.
E con effetti del tutto imprevedibili. Non a caso al Pentagono non sanno sulla di questa sorpresina.
La prospettiva lo spaventa. Il computer gli ha appena fatto un calcolo degli abitanti che vivono nella provincia dell'Egeo Settentrionale.
208.151 esseri umani, dislocati in 3836 km².
Quelli che, se tutto andrà come deve andare, diventeranno presto dei danni collaterali.

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Capitolo scritto da Ione di Chio

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 5 giugno 2013

Capitolo 17 - Stagione 2 (di Marina Belli)


22 ottobre 2013, ore 05.05
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., livello -4

Le piantine di Clark sono più che affidabili.
Sibir e gli spetsnaz procedono con cautela, se svoltano a sinistra e seguono il corridoio per altre tre intersezioni, saranno al laboratorio di Grant.
L’uomo in testa si appoggia contro il muro, sbircia oltre l’angolo e emette un verso strozzato.
Si tira indietro con il capo avvolto dalle fiamme, incespica e cade a terra.
Sibir lancia un dardo di plasma oltre l’angolo, si affaccia.
Una ragazzina dai tratti orientali attende dall’altro lato del corridoio, fasciata in una tuta nera con inserti color fuoco.
«Sibir!» esclama la ragazzina, sorridente da orecchio a orecchio.
Le risponde con due dardi di plasma che si sciolgono quando la colpiscono. La ragazza non smette di sorridere e cantilena:
«Roses are red, violets are blue, my name is Hestia, and I will burn you!»
I disegni sulla tuta si animano mentre Hestia solleva le braccia, diventano lingue di fuoco che schizzano come proiettili verso Sibir.
Sarà una notte interessante.

* * *

22 ottobre 2013, ore 05.09
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., ufficio del presidente

Il tritono distrae Kedives dall’andamento della borsa di Tokyo.
«Mi dica, Pavel.» dice alla stanza vuota.
La voce echeggia nell’ufficio, liscia come seta:
«Gli americani hanno messo in moto Settembre.»
«Ha registrato tutto.»
«Come sempre, signore.»
«Bene. Si tenga pronto.»
«Sì, signore. La polizia riferisce che due persone, probabilmente Super, sono fuggite dalle rovine del laboratorio di Agia Paraskevi. Ne hanno perso le tracce. E Hestia ha disubbidito all’ordine di non attaccare Sibir.»
Kedives storce la bocca, va al mobiletto bar.
«Come sta andando?»
«Si stanno studiando. Le mando il feed?»
«Perché no.»
La voce di Pavel tace, le immagini di un corridoio di uno dei livelli sotterranei, ripreso da due angolazioni diverse, si affiancano a quelle di telegiornali vari. Hestia ha fatto esattamente quel che le aveva detto di non fare. Impossibile resistere alla tentazione di scontrarsi con qualcuno di simile. La capisce. Meglio di sfidare un simile c’è solo giocare allo stesso gioco dei bulli, con le stesse regole, nella speranza di prenderli a calci in culo.
Kedives si versa un dito di scotch, poi chiama:
«Pavel.»
«Sì?»
«Loxias?»
«È uscito, da circa…»
«Non importa da quanto sia uscito. Dove è andato?»
«Non lo ha specificato. La Pizia è con lui, ha detto…» Pavel si interrompe, sostituito da una registrazione della voce distaccata della Pizia che annuncia:
«I cinque americani si sono meritati il caldo benvenuto da parte di Loxias.»
Silenzio.
«Devo richiamarlo?» domanda Pavel, neutro.
«No. Sa quel che fa.»
Su uno degli schermi, Hestia è avvolta da fiamme dalle punte verde scuro e le lancia a manciate verso Sibir e i suoi accompagnatori.
«Ah, Pavel? Mi mostri anche un feed dei sensori strutturali. Non vogliamo che ci crolli l’edificio sotto il culo, come quel coglione di Salazar, vero?»
«No signore!» esclama Pavel. Ride pure. Da segnare sul calendario.

* * *


Island Stone, Admiral City, Puertorico
21 ottobre 2013, ore 22.40

«Era anche ora!» sbuffa Blackjack quando la voce di Ross, amplificata dalla Drakkar 1, annuncia che hanno il via libera definitivo, dopo quella stronzata del “all'arrivo dovete attendere il nostro segnale, prima di mettere piede sul suolo greco”.
Scanner non ha bisogno di guardare Blackjack o gli altri per sapere che anche loro pensano che è passato troppo poco tra l’annuncio della telefonata anonima in tv e il via libera definitivo. Che è tutto molto sospetto.
Quello che si pone meno domande sulle circostanze è Mercury, impegnato a immaginare la Grecia, e a chiedersi se morirà un’altra volta.
«Forza, venite tutti qui!» chiama Jolly. «Più vicini, e ora prendetevi per mano. Non lasciate la presa, non agitatevi, non vomitate nelle armature. Niente uscite di sicurezza, niente aperitivi, ma sarà divertente, giuro! È la prima volta che trasporto così tante persone in una sola volta!»
«Non suona rassicurante, Teddy!» esclama Uranium.
Il teleporter non fa in tempo a rispondere. Dalla tv rimasta accesa, arriva un bip prolungato che li fa girare tutti.
Qualche secondo di monoscopio con al centro una maschera bianca ridente, segnata da baffetti sottili e pizzetto neri, poi compare il viso di una donna dai capelli grigi che parla in camera, come se fosse impegnata in una videoconferenza. Una barra rossa alla base dell’inquadratura reca la scritta: Christina Cielo, vicesegretario alla Difesa USA, 21 ottobre, ore 15.
«Non me ne frega assolutamente nulla se lei reputa inopportuno l'intervento del team di superumani dello START in territorio greco. Quello che le sto dando è un ordine. Se le faccio il favore di discutere la faccenda è solo per motivi di ordine pratico.»
La voce di Ross, fuoricampo:
«Stiamo già ricevendo accuse di aver violato la sovranità territoriale greca e...»
«Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre! Inoltre lo staff del presidente sta lavorando per rendere sacrosanto l'intervento del nostro team superumano in loco.»
Il viso della Cielo viene sostituito dal rogo del Garden per una manciata di secondi.
Scanner si volta a guardare Ross nell’armatura, torna a dargli le spalle.
«Abbiamo tutto ciò che serve per avanzare la necessità di esportare un po' di democrazia.» annuncia sicura la donna. Di nuovo il Garden, torna il viso serio della Cielo:
«Con gli imbecilli del Ram Dao che stanno combinando casini su casini nell'area mediterranea, noi siamo ragionevolmente certi di poter accusare Kedives e i suoi di supporto attivo al terrorismo internazionale metaumano.»
«Ma non c'è uno straccio di prova a sostegno di questa teoria bizantina.»
«La posta in gioco è molto alta.»
Cinque secondi con due bambini che si rincorrono davanti ai gradini del Partenone.
«Ora che gli ingranaggi si sono messi in moto possiamo fare soltanto due cose: lasciare a quel bastardo di Kedives e a chi si schiererà con lui l'esclusiva sullo sviluppo di applicazioni a base di Teleforce, oppure intervenire e sottrarre alla Hypo i risultati di anni di esperimenti.»
«Per il bene del paese». Ribatte la voce di Ross, ironica.
«Per il bene del paese, del mondo, degli uomini di buona volontà. La veda come vuole. L'importante è che le ricerche di» interferenza audio e video «Kedives non diventino di proprietà di nostri... diretti concorrenti.»
Una donna inginocchiata a terra piange a pochi metri dal Madison Square Garden.
Split screen.
Sulla destra una sala operativa. Christina Cielo, militari in uniforme e uomini e donne in abiti civili. Sulla sinistra la webcam di un portatile inquadra un cinquantenne ispanico in camicia hawaiana seduto su un divano di pelle bianca e impegnato a battere sulla tastiera con aria concentrata. Sotto entrambe le inquadrature, la data 21 ottobre 2013 e l’ora: 22.00.
La Cielo sospira: «Diamo il via all’operazione Settembre.»
«Sissignore.» dice uno degli uomini nella stanza con lei, prima di prendere un cellulare e fare un numero. L’uomo sulla sinistra pochi istanti dopo si immobilizza al suono di una canzonetta pop.
Porta all’orecchio un antiquato cellulare.
«Le sere di settembre di solito sono miti.» dice il militare sulla destra.
«Io però preferisco il caldo dell’estate.» risponde l’uomo sulla sinistra.
«Speriamo che non piova.»
Il militare chiude la comunicazione e getta a terra il telefono, lo fracassano a pedate. Sull’altra metà dello schermo, l’uomo al computer chiude gli occhi. Quando li riapre, la mano con cui regge il cellulare è illuminata di azzurro.
La Cielo si sposta verso la porta:
«Io vado ad avvisare il segretario e il presidente. Tenetemi costantemente informata sugli sviluppi.»
L’ispanico porta l’apparecchio all’orecchio, attende, occhi socchiusi per la concentrazione, poi annuncia:
«Al Garden stasera sorgerà il fuoco di Loxias.»
Riattacca senza aspettare risposta, prende dal taschino della hawaiana quello che sembra un telecomando per garage. Di nuovo ha la mano avvolta da luce azzurra. Clicca il tasto centrale del telecomando e sussurra:
«Boom.»
La Stanza Ovale, inquadratura alta dalla sinistra della scrivania presidenziale. Lo staff e il presidente sono voltati verso la porta da cui è appena entrata Christina Cielo.
«Settembre?» domanda Romney.
«È iniziato Signore.» risponde lei.
Immagini di repertorio di Rodeo Drive, il cratere fumante dell’esplosione visto dall’alto.
Torna l’inquadratura dello staff presidenziale. Romney annuncia:
«Siamo nuovamente costretti a farci carico di un pesante fardello, confidiamo in nostro Signore che ci aiuti a sopportarlo e ci sia vicino in questo difficile momento. E che soprattutto ci perdoni per le vite innocenti che siamo costretti a sacrificare.»
Lo schermo della tv diventa nero, con in sovraimpressione una scritta:
Scusate l’interruzione. Spero abbiate gradito l’esportazione di un po’ di verità nella vostra grande nazione.
Nessuno parla, sebbene Scanner senta ondate di paranoia, inquietudine e ribrezzo annegare la stanza.
«Ditemi che partiamo lo stesso!» esclama Mercury, senza smettere di sorridere.
«Sì.» sputa Ross.
«Si va, allora!»

* * *

22 ottobre 2013, ore 05.55
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., ufficio del presidente

«Un po’ teatrale, ma d’effetto, Pavel.»
«Grazie. Per averlo messo insieme così in fretta, sono piuttosto soddisfatto del risultato.»
«Ci sono già reazioni?»
«Twitter e Facebook stanno impazzendo. Oh, c’è già anche una gif animata su Tumblr!»
Pavel la proietta sullo schermo, a fianco a Hestia che batte in ritirata senza smettere di sorridere: Christina Cielo ripete ancora e ancora il labiale di “Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre!”, occhi sgranati e ghigno iroso.
Kedives solleva il bicchiere in direzione della gif.
«Alla popolarità del tuo capo e alle tue chance di trovare un qualsiasi lavoro d’ora in poi, Christina!»
Nulla è più dolce che prendere a calci un bullo!
- - -

Capitolo scritto da Marina Belli (Space of Entropy blog)

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 15 maggio 2013

Capitolo 14 - Stagione 2 (di Miss Marvel)



21 ottobre
Island Stone - Admiral City
Portorico

Le dita guantate del tenente colonnello Alex Ross tambureggiavano sempre più nervosamente sulla scrivania del suo ufficio. La sua interlocutrice lo osservava di rimando dallo schermo ultrapiatto del computer, ignorando l'irritazione dell'ufficiale START.
Christina Cielo era una bella ma austera donna di mezza età. Aveva i capelli orgogliosamente grigi, perfettamente pettinati, e dei freddi, impenetrabili occhi azzurri. Tutto in lei suggeriva eleganza e autocontrollo.
La verità però era ben diversa.
«Ross, non me ne frega assolutamente nulla se lei reputa inopportuno l'intervento del team di superumani dello START in territorio greco. Quello che le sto dando è un ordine. Se le faccio il favore di discutere la faccenda è solo per motivi di ordine pratico.»
Alex pensò a una caterva di insulti da rivolgere al vicesegretario alla Difesa, ma si trattenne. «Stiamo già ricevendo accuse di aver violato la sovranità territoriale greca e...»
«Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre! Inoltre lo staff del presidente sta lavorando per rendere sacrosanto l'intervento del nostro team superumano in loco.»
«E come, di grazia?», replicò Ross, spazientito.
«Oh, andiamo... Siamo da tempo in contatto coi partiti ellenici dell'opposizione, specialmente con quelli che Kedives ha dichiarato illegali. Abbiamo tutto ciò che serve per avanzare la necessità di esportare un po' di democrazia.»
«La nostra sarà comunque un'azione grave e senza precedenti.»
«Cazzate. Con gli imbecilli del Ram Dao che stanno combinando casini su casini nell'area mediterranea, noi siamo ragionevolmente certi di poter accusare Kedives e i suoi di supporto attivo al terrorismo internazionale metaumano.»
«Ma non c'è uno straccio di prova a sostegno di questa teoria bizantina.» Ross si morse il labbro subito dopo aver parlato. Sapeva benissimo che i falchi del governo Romney se ne fregavano di certi dettagli.
«La posta in gioco è molto alta», gli spiegò la Cielo. Sospirò e si passò una mano sugli occhi. Lo stress doveva essere parecchio anche per una donna di ferro come lei. «La Hypothetical di Kedives ha sviluppato una tecnologia per creare, clonare o comunque per produrre superumani. Loxias ne è l'esempio più eccelso, ma non è il solo. Nemmeno quello stronzo di Salazar era mai arrivato a tanto. In fondo, pur essendo un antico e astuto figlio di puttana, non aveva a disposizione una fonte di Teleforce antica e naturale come quella che la Hypo ha trovato a Delfi.»
«Vuole forse farmi credere che...»
«Zitto e ascolti. Ora che gli ingranaggi si sono messi in moto possiamo fare soltanto due cose: lasciare a quel bastardo di Kedives e a chi si schiererà con lui l'esclusiva sullo sviluppo di applicazioni a base di Teleforce, oppure intervenire e sottrarre alla Hypo i risultati di anni di esperimenti.»
«Per il bene del paese», interloquì l'ufficiale dello START, non senza ironia.
«Per il bene del paese, del mondo, degli uomini di buona volontà. La veda come vuole. L'importante è che che le ricerche di Spencer Grant e di Kedives non diventino di proprietà di nostri... diretti concorrenti.»
«A tal proposito mi sono giunte segnalazioni di attività dell'Unità S russa in terra ellenica.»
Christina Cielo annuì. «Come vede è proprio l'urgenza a spingerci all'azione.»
«Il mio team è ridotto all'osso.»
«Se quella troietta mestruata non avesse agito di testa sua, coinvolgendo anche il signor Stakanov nella sua assurda ricerca di vendetta, la situazione sarebbe diversa.»
Alex fu ferito da quelle parole. Nonostante tutto continuava a considerarsi un grande amico di Libby. Però la vicesegretario non aveva tutti i torti. «Fortress Europe interverrà?»
«Un loro agente ad Atene, nome in codice Clark, li ha già traditi. A quanto pare questo Super ha delle informazioni importanti in suo possesso. Fortress Europe unirà un paio di suoi elementi al suo team, colonnello. Cercare Clark sarà però il loro focus primario.»
«Qualche suggerimento sulla composizione del nostro gruppo?», le chiese, esausto da quel colloquio.
«Ci sarà senz'altro Uranium, forse l'unico che può tenere testa a Loxias.»
«Sarà come spostare un'arma nucleare in territorio non belligerante.»
«E sia.»
«Vada avanti.»
«Blackjack. Scanner. Teddy Mercury.»
Oh Cristo...
«E infine lei», conclude la Cielo.
«Io? E che potrei fare tra questi fenomeni?»
«Manca un leader. Uranium non lo è, e nemmeno Scanner, non con quel casino che ha in testa dopo l'Evento Mezzanotte. Ross, questa sarà la sua occasione per testare l'esoscheletro Drakkar 1 progettato da Rushmore. Dovrebbe metterla alla pari di un Super di medio livello.»
«Rassicurante.»
«Prepari tutto e non si preoccupi del come arriverete a destinazione. Mercury penserà al viaggio.»
«Non vedo l'ora», mugugnò l'ufficiale, quindi si prese la soddisfazione di scollegare il computer. Come aveva detto quella strega della Cielo c'era molto da fare, e pochissimo tempo per farlo.

- - -

21 ottobre 2013 ore 03:20
Canale di Korinthos  - profondità – 12 mt

Sibir non poteva usare i suoi poteri sotto acqua e si stava facendo trascinare verso la costa da un mini propulsore subacqueo. Il funzionamento elettrico non produceva nessun rumore, lei e gli altri commandos erano solo ombre nel mare nero.
Il sistema di navigazione li avrebbe portati direttamente al punto di inserzione primario, uno sbocco dei condotti di refrigerazione dal quale penetrare direttamente ai laboratori, questo secondo i piani di costruzione del centro di comando della Hypotetical Inc. fornitegli da Clark.
Nessuno aveva verificato le informazioni, non c'era tempo sopratutto dopo che aveva saputo di Libby.
Cosa ci faceva lì quella smorfiosa, questo era un lavoro da soldati.
Davanti agli occhi passò veloce l'immagine di American  Dream.
Si concentrò sul display del sistema inerziale, mancavano pochi metri al target.

- - -

21 ottobre 2013 ore 04:20
Mar Egeo

Bannon decise che fosse giunto il momento di vedere le carte che aveva in mano.
Estrasse dalla tasca un compatto telefono satellitare e compose un numero dalla rubrica.
«Bannon, fatemi parlare con il capo.»
«Attenda» la voce all'altro lato era completamente inespressiva forse solo una nota di tedio poteva far trapelare la sua origine umana.
«Dove cazzo sei?» Kedives aveva urlato così forte da costringere Bannon a scostare l'apparecchio dal viso.
«In mare» la risposta rimase nei normali toni della conversazione
«Hai la ragazza?» la voce del Premier Greco era ancora incrinata da una nota di apprensione
«È qui con me, ma noi dobbiamo parlare.»
Bannon cercò un altra sigaretta
«Parliamo quanto cazzo vuoi, se è un problema di soldi dimmelo subito. Ma adesso vieni subito qui, siamo in un grandissimo casino»
«Tu sei in un casino, non io»
Bannon rimise il telefono in tasca, coprì la sigaretta con le mani per cercare di accenderla contrastando il vento gelido della notte.
Valerie continuava a dormire come se nulla fosse.

- - -



21 ottobre 2013 ore 04:29
Canale di Korinthos  - Punto di Inserzione Primaria

Il sistema inerziale di navigazione aveva portato Sibir e gli altri nel posto indicato dalle mappe. La bocca metallica del canale di scarico dei flussi di raffreddamento alla base della sede della Hypothetical Inc.
Avevano 15 minuti prima che il sistema si resettasse e cambiasse il movimento di flusso. Due spetsnaz si misero al lavoro con la fiamma ossidrica sui bulloni che mantenevano la grata di protezione in posizione.

30 secondi all'inversione del flusso

I bulloni cedettero trascinando la grata nelle profondità. Sibir controllò il cronometro e si infilò nel tubo oscuro come le viscere dell' inferno. Pinneggiò velocemente, le mani guantate trovarono una scaletta di metallo dopo pochi secondi, afferrò il gradino, tolse le pinne ed iniziò a salire.
Il condotto aveva una luce sulla verticale, secondo le informazioni avrebbe dovuto sbucare in una cisterna di servizio.
Sibir aprì la copertura e si sporse con la testa fuori dal bordo metallico.
Una scarica di proiettili si schiantò sulla paratia, facendo volare scintille ovunque.
«Merda!» Sibir ritrasse la testa un attimo prima di essere colpita.
Mise mano alla cintura e staccò due granate a frammentazione, un lancio a parabola per coprire il locale.
Si abbassò e strinse la testa tra le braccia.
Il tubo di metallo vibrò con violenza scosso dall'esplosione, senza aspettare lanciò altri due fumogeni.
Fece forza sul bordo e si proiettò fuori con una capriola.
Fanculo all'effetto sorpresa.
Il locale era ancora invaso dal fumo chimico, tracce di mirini laser attraversavano la nebbia bianca e spessa.
Sibir lanciò brevi scariche di plasma incandescente dove vedeva le luci dei laser.
Cercava di risparmiare le forze, di conservare energia.
Le urla le confermavano di aver fatto centro; nel frattempo gli altri componenti del team erano usciti dal tubo e si erano disposti a coprire il perimetro.
Gli spari silenziati si facevano sempre più radi.
Il primo passo era fatto.
- - -

Capitolo scritto da Miss Marvel

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Grafica a cura di Giordano Efrodini

martedì 2 ottobre 2012

Capitolo 25 (di Valerio Villa)




Admiral City
Attico del Crowne Plaza
22 Aprile 2013
Ore 07.45

Le luci delle esplosioni che riempivano Admiral City sembravano fuochi d'artificio, viste dalla sommità del Crowne Plaza. Due uomini, vestiti con completi d'alta moda, fumavano dei sigari sotto quella che sarebbe stata ricordata come la nevicata del sangue.
Il trillo di un cellulare risuonò nelle loro orecchie, merito delle nano-macchine che avevano impiantato. 
«Signori, ci sono novità.» Una voce risuonò nella loro testa. «Sulla ACN stanno mandando immagini di un aereo con delle insegne molto interessanti.»
I due uomini si portarono all'interno della suite, diretti verso lo studio adibito a centrale operativa. Lì videro sullo schermo al plasma le immagini, non molto nitide a causa della neve, dell'aereo privato di Wael Ghaly.
«Sembra che il Grande Toth voglia una fetta della torta.» disse il più giovane dei due. «Che dici, Tito, potrebbe essere un problema?»
«Preoccuparsi è inutile hermano. Il piano va avanti.» 
Tito si portò una mano all'orecchio e sussurrò un nome.
«Keller, qui Salazar. Mandi qualcuno ad occuparsi di quell'aereo.» E chiuse la comunicazione. «Torniamo a goderci lo spettacolo, Theo.» disse dirigendosi alla terrazza.
«Non so come tu faccia a essere così calmo, Tito.» Diede una boccata al sigaro, ma ormai era spento.
Soffiò e del fumo nero uscì dalla sua bocca.

* * *

Admiral City
Nei pressi della sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.30

Dentro al van, Sniper stava aggiustando i sistemi danneggiati e si chiedeva cosa stesse accadendo a Alexsej e Musashi, quando lo sportello laterale venne divelto.
Di fronte a lui c'era il golem denominato Heavy, armi attivate e puntate su di lui, ma appena lo riconobbe abbassò i due mitragliatori a impulsi. 
Sniper continuò a tenerlo sotto tiro.
Un rapido scambio di dati in wireless ed entrambi vennero aggiornati sullo stato delle rispettive missioni. 
«Dobbiamo aiutare i due super, Stakanov e Kensei,» Sniper abbasso il fucile plasma e scese incespicando dal furgone, «possono essere utili.»
«Lo sai che non possiamo, la priorità ora è la sede S.T.A.R.T. Brawler è già sul posto.»
«Certo, ho ricevuto gli ordini. Come ti dicevo possono rivelarsi utili quei due super.»
«Rischiano di diventare un intralcio una volta sul bersaglio.»
«A quel punto allora dovremo eliminarli.»
«Dovremo?»
Sniper voltò la testa verso il suo compagno: «Ok. Ci penserò io.»


«Ehi, Musashi, questi tizi continuano ad arrivare.» Stakanov era impegnato nel prendere a pugni alcuni Triari, mentre  Kensei cercava di aprirsi un varco fra i carri armati.
«Non capisco.» Intervenne Kensei. «Questi mezzi pesanti, qui e in così poco tempo.» Un colpo di katana e i cingoli di due carri vennero tagliati di netto.
«Lo sapevo che non dovevo dimenticare la mascotte sul furgone. Avessi almeno il suo numero di cell...»
Una raffica improvvisa di raggi bluastri crivellò i Triari alle spalle di Alexsej, mentre tre carri esplosero in rapida successione, dopo essere stati colpiti da dei proiettili verdognoli.
«Scusate il rirardo. Ma ho portato rinforzi.» Sniper e Heavy uscirono dalla loro copertura, dietro una vecchia Oldsmobile ormai da rottamare, continuando a mietere vittime fra gli sgherri di mezzanotte e i corazzati. L'intervento dei due golem diede il colpo decisivo e i carri armati decisero per la ritirata. Heavy continuava a colpire i mezzi pesanti in fuga, le raffiche bluastre dei mitragliatori a impulsi scavavano nel metallo, colpendo serbatoi e vani munizioni, cingoli e torrette. Una potenza di fuoco devastante, sebbene poco accurata.
Musashi, balzato a fianco del golem, sfoderò la katana e la mise davanti al volto dell'umanoide. Una luce violacea illuminò il costrutto.
 «Credo abbiano compreso, rinforzo. Non sono loro i nemici, ma quelli che sta abbattendo il tuo compare, Sniper.»
Heavy rallentò la cadenza di tiro, fino a fermarsi. 
«Se non sbaglio sono loro ad aver aperto il fuoco per primi.» Il suo sguardo seguiva la ritirata dei carri. «Questo li identifica come nemici.»
«Chiamali come vuoi. Sono comunque il male minore, dobbiamo liberarci dei Triari prima, poi andare alla base S.T.A.R.T.»
«D'accordo super.» Heavy si voltò verso gli sgherri di Mezzanotte impegnati a combattere Alexsej e Sniper. «Stammi dietro e non ostacolarmi.» prosegui il golem.
I Triari sembravano non finire mai, scendevano dai tetti e probabilmente il loro obiettivo era lo stesso dei super e dei golem.
Heavy si portò a distanza di tiro. Delle punte metalliche fuoriuscirono all'altezza del polpaccio  ancorandolo a terra, mentre dalla schiena si prolungarono due aste che si conficcarono a loro volta nell'asfalto.
Puntò i mitragliatori a impulsi verso il nemico e fece fuoco. La cadenza di tiro era tre volte superiore a quella usata contro i corazzati, ma allo stesso tempo gli ancoraggi stabilizzarono i colpi; i Triari iniziarono a cadere come mosche sotto i colpi del golem. 
Alexsej e Sniper si buttarono dietro al relitto di un carro armato, per non rimanere nella linea di tiro.
Di fronte a quella pioggia di colpi, i Triari, o chi per loro, decisero per una ritirata.
«WOW!» Alexsej si rialzò dal riparo. «Amico questo è persino più figo di te.» Disse mentre dava una pacca sulla spalla di Sniper.
«Ottimo, abbiamo riguadagnato il tempo perso.» Kensei, si avvicinò al  russo. «La base S.T.A.R.T. non è distante. Muoviamoci.»
Nel frattempo Heavy stava sbloccando gli ancoraggi e immettendo liquido di raffreddamento nei mitragliatori. Fu in quel preciso attimo che una scarica elettrica lo colpi, spezzandolo in due all'altezza del bacino.
«Ehi, Kensei. Ti sei fatto nuovi amichetti?» Starcrusher apparve camminando fra le due metà del golem. «Non mi sembrano molto forti. Cosa ne pensi Magmarus?»
Una forma umana avvolta dalle fiamme si stagliò sopra alcuni cadaveri di Triari, le loro tute, anche se ad alta tecnologia, si stavano sciogliendo a contatto con quel calore.
«Penso che me la posso cavare da solo qui. Vai a salutare il vecchio AD e dagli un colpo anche da parte mia.»
Senza dare risposta, Starcrusher spiccò il volo e si diresse a tutta velocità verso la Salazar Tower.
«Kensei, ho visto cosa hai fatto a mia sorella Psi.» Continuò Magmarus. «La pagherai. Sia per lei, che per tutto quello che mi hai fatto in passato.»
«Ecco sì, mancava la rimpatriata fra vecchi amici.» disse Alexsej.
«Voi due soccorrete Heavy, all'accendisigari ci penso io.» Musashi scattò verso il nemico, l'estrazione della katana, il fendente e il 'Kiai' ruggito a piena voce sembrarono accadere tutti nello stesso istante.
La lama mancò il bersaglio. Di poco. Il forte calore distorceva la figura, e mirare a parti vitali era difficoltoso, anche per uno spadaccino esperto.
«Stai invecchiando, samurai.» Magmarus spalancò le braccia e un'ondata di aria incandescente riempì la zona dello scontro, mandando a gambe all'aria Alexsej e Sniper, che caddero vicini al busto di Heavy.
«Anche tu non sei molto in forma.» Kensei aveva evitato il colpo conficcando la katana nel terreno. «Troppo tempo rinchiuso al Cesor ti ha rammollito.»
«Credi?» Una seconda onda di calore, questa volta direzionata verso il samurai, fece quasi cadere Kensei.
«Devo sbrigarmi» pensò Kensei «o con questo caldo rischio di rimanere a corto di ossigeno troppo in fretta
L'attacco fulmineo del samurai colse alla sprovvista Magmarus, che si spostò in ritardo, ma limitò il danno a due dita della mano destra amputate.
«Bastardo!» Con la mano fiammeggiante il criminale cercò di prendere al collo Kensei, questi schivò con agilità ma il forte calore fece prendere fuoco al kimono. Incurante il samurai proseguì il movimento, roteò sul fianco e in una luce viola la katana tagliò  il braccio sinistro del nemico all'altezza del gomito. Al posto del sangue, un getto che sembrava magma uscì dal moncherino rimasto. Kensei lo schivò e balzò a una distanza di sicurezza. 
In tutta risposta, Magmarus si chinò a raccogliere il braccio, ricollocandolo al suo posto. 
«Che c'è Kensei. Ti sei dimenticato che quando sono in questo stato sono praticamente invulnerabile?»
«Ricordo benissimo. Tu sei e resterai sempre una persona che non sa cosa sia una strategia. Addio.» Detto questo rinfoderò la katana. 
«Cosa?»
Una potente salva di colpi bluastri crivellò Magmarus, riducendolo lentamente a brandelli. Heavy, legato con delle cinghie alla schiena di Alexsej, stava scaricando tutta la sua furia sul criminale, di cui rimasero pochi pezzi sparsi sulla strada.

* * *
Admiral City
Sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Colonnello Ross. Lancio dall'aereo di Ghaly effettuato. Stiamo tracciando il paracadute, ma sembra che sia preciso sul bersaglio. Signore.»
«Perfetto Millar, andiamo a vedere questo regalo. Intanto contatta Rushmore, servono lui e il telepate.»
I due soldati dello S.T.A.R.T. raggiunsero la zona di carico degli elicotteri, designato come punto di atterraggio per il pacco, nell'istante in cui quest'ultimo toccò terra. Di fianco alla cassa in titanio c'era una persona, con una tuta scura, che indossava una maschera raffigurante un dio egizio.
In quell'istante, un forte boato fece alzare tutti gli sguardi dei presenti verso il cielo.
L'aereo del super egiziano era esploso.
«O mio Dio!» Ross non credeva ai suoi occhi. «Il Grande Toth...»
«Il Grande Toth sa di avere molti nemici.» disse Wael Ghaly togliendosi la maschera del dio Ra.
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martedì 25 settembre 2012

Capitolo 24 (di Gherardo Psicopompo)




Un punto imprecisato sopra l’Oceano Atlantico
12.000 metri di altezza
22 Aprile 2013
Ora di Admiral City: 06.45

Wael Ghaly comandò silenziosamente a uno dei canopi che lo avevano seguito in quel viaggio di portargli il telefono satellitare.
Se lo rigirò per un po’ tra le mani, pregustando la chiamata che lo avrebbe portato un po’ più vicino al suo obiettivo. Doveva aspettare ancora almeno un’ora prima di atterrare ad Admiral City, quindi tanto valeva non affrettare le cose.
Assaporò lentamente l’ultimo goccio di karkadè ghiacciato.
Compose il numero.
Dopo il secondo squillo, un agitatissimo tenente Alex Ross rispose al telefono.
«Tenente colonnello Alex Ross. Chi parla?»
«Io e lei non ci conosciamo di persona, tenente Ross. Tuttavia io ho sentito molto parlare di lei. E lei di me.»
«Senti amico, questo non è il momento...»
«Oh, io invece credo proprio che lo sia. Vede, tenente Ross, io so che voi di Admiral City avete un grosso problema. E forse posso fare qualcosa per aiutarvi a risolverlo.»
Un lunghissimo momento di silenzio precedette la domanda di Alex Ross.
«Chi è lei?»
«Quasi tutti mi conoscono come il Grande Toth.»
«Lei è il signor Ghaly? Il presidente Egiziano?»
«Precisamente. Dunque, tenente Ross, dicevamo di quel problema...»
«Lei cosa sa?»
«Tutto, sostengono alcuni. La verità è che so molte cose. E tra queste c’è il fatto che presto avrete una bella patata bollente per le mani. Una patata di teleforce, per essere più precisi.»
«E... ? »
«E io vi posso offrire qualcuno disposto a mangiarla in un sol boccone, quella patata. Senza paura di scottarsi la lingua.»
Passarono ancora alcuni secondi di silenzio, durante i quali il tenente Alex Ross probabilmente cercava con lo sguardo un suggerimento dai suoi superiori, mentre Wael Ghaly sorseggiava soddisfatto un nuovo bicchiere di karkadè.
«Immagino che questo... aiuto non giunga da parte sua in  via del tutto disinteressata. O sbaglio, signor presidente?»
«Voi americani non andate tanto per il sottile, vero? È un peccato che vi sfugga in questo modo il piacere della trattativa.»
«Dunque?»
«Dunque, vi offro uno scambio, niente di più semplice.»
«Uno scambio tra il suo provvidenziale mangiatore di patate bollenti e... ?»
«E Angela Solheim.»

***

Admiral City,  Salazar Tower
Ore 07:10
«Svegliati! Eddie, svegliati maledizione!»
La voce gli giungeva lontana e ovattata, quando aprì gli occhi vide solo immagini sfocate. Lentamente si sforzò di riprendere conoscenza, mentre sentiva che qualcuno lo scuoteva e lo prendeva a schiaffi.
«Andiamo! In piedi!»
«La delicatezza non è mai stato il tuo forte, eh Bonnie?»
Bonnie smise di prenderlo a schiaffi e lo aiutò ad alzarsi.
«Non è il momento, Eddie! Dobbiamo sbrigarci, Mezzanotte se n’è andato via! Con mio padre! Erano diretti in cima alla torre...»
«E tu che vorresti fare? Fermarli? Da sola?»
«Con te!»
«Io al massimo posso far crescere un gigantesco fagiolo magico fino in cima al palazzo, lo sai.»
«Piantala di fare l’idiota! Il momento dell’autocommiserazione è finito. Dobbiamo muoverci Eddie, prima che sia troppo tardi!»
«Va bene, ricevuto, andiamo a farci ammazzare.»
«Prima, mentre venivo qui, ho visto Uranium che si dirigeva verso i piani alti della torre. Potremmo trovare anche lui, spiegargli come stanno le cose e farci dare una mano.»
Eddie e Bonnie si diressero verso il corridoio che conduceva agli ascensori, ma prima che potessero arrivare all’imboccatura del passaggio una voce dietro di loro gli fece gelare il sangue.
«Dove credete di andare, ragazzi?»
I due si voltarono, e si trovarono davanti American Dream, con i lineamenti distorti da un ghigno mostruoso e fumo nero che gli usciva dalla bocca.
«Nightshifter!»
«Mi dispiace ragazzi, ma i capi non vogliono interferenze lassù. Non costringetemi a trattenervi con la forza.»
American Dream scattò in avanti a supervelocità non appena si accorse che il suo sterno stava cominciando a spingere per uscire fuori dal petto. Riconobbe immediatamente il potere di Bonnie, e in meno di un secondo piombò su di lei colpendola con una spallata e scaraventandola contro il muro, a qualche metro di distanza.
Pezzi d’intonaco si staccarono per la violenza dell’impatto.
«Bonnie!»
Eddie si precipitò verso di lei per cercare di soccorrerla. American Dream/Nightshifter li guardava da lontano con un sorriso sprezzante stampato in faccia.
«Tranquillo Ed...» la voce di Bonnie era un sussurro strozzato, mentre Eddie le teneva la testa tra le braccia «indurisco sempre un po’ le mie ossa prima di uno scontro. Non mi ha fatto poi così male.»
Il sangue che Eddie si ritrovava sulle mani e l’orecchio quasi spappolato di Bonnie facevano pensare il contrario.
«Pezzo di merda...»
Eddie si accorse solo in quel momento che stava stringendo in mano un orecchino di Bonnie. Era sporco di sangue, e Eddie lo osservava incuriosito mentre mutava, nel palmo della sua mano. Improvvisamente, l’oggetto era come scosso da brividi, lo vide ingrossarsi, gonfiarsi, farsi viscido e verdastro. Poi spuntarono le prime due zampe. Poi altre due. Quando, inorridito, Eddie lo lasciò cadere a terra imprecando, si accorse che era una rana.
Eddie e Bonnie la osservarono saltare via, verso il fondo della sala.
«Eddie ma che cazzo...»
«Sono stato io? L’ho fatta io quella... Cosa?»
Eddie si guardava i palmi delle mani, incredulo.
American Dream, dal canto suo, sembrava non aver nemmeno notato la scena. Se ne stava all’imboccatura del corridoio, dove si trovavano i due ragazzi prima che lui schiantasse Bonnie contro il muro.
«Sai? Credo che mi sia venuta un’idea.» disse Eddie mentre si slacciava le scarpe.
«Che?»
«Lasciami fare. Devo sperimentare. È solo sperimentando che i grandi geni della storia hanno fatto quello che hanno fatto.»
Strinse tra le mani una delle sue scarpe, si concentrò, e un attimo dopo teneva in mano una ghianda. Se la rigirò soddisfatto tra l’indice e il pollice.
Poi fece lo stesso con l’altra scarpa.
«Ah-a! Fortissimo!»
«Ma si può sapere che cazzo fai?» Bonnie si era spazientita, e cercava di rialzarsi, mentre da sopra la spalla di Eddie sbirciava American Dream che faceva la guardia all’imboccatura del corridoio.
«Credo che sia successo qualcosa... Al mio “dono”, intendo.»
«Che cosa? »
«Il mio potere... Credo si sia evoluto.»
«Sei un Pokemon adesso? »
«Non scherzare. Se ho capito bene come funziona, ora posso davvero “dare la vita”. Posso trasformare in qualcosa di organico ciò che non lo è! »
«Tu... Puoi fare cosa?! »
«Te l’ho detto! Posso farlo! Trasformo gli oggetti in piante, in frutti, persino in animali! Guarda!»
Si staccò un bottone, che improvvisamente diventò una mosca e volò via.
«Visto? Ora vieni, aggrappati a me, e non preoccuparti. Ce ne andiamo da qui.» 
Appoggiò a terra una delle due ghiande, e mise l’altra in tasca.
«Ehi amico! Non ti secca se facciamo un salto su, vero? »
American Dream si voltò verso di loro, giusto in tempo per vedere delle gigantesche radici spuntare sotto i piedi di Eddie e Bonnie, che un attimo dopo erano spariti, inghiottiti da fronde immense. Una sequoia gigantesca era cresciuta a velocità sorprendente nell’angolo della stanza. E continuava a crescere, senza fermarsi. Le radici spaccavano il pavimento, formando crepe e rigonfiamenti. Il tronco diventava sempre più largo e più alto, le fronde più fitte.
Nel giro di qualche secondo i rami più alti avevano raggiunto il soffitto e lo avevano riempito di crepe. Poi lo avevano sfondato.
«Merda!»
Nightshifter si alzò in volo, sfondando il soffitto e ritrovandosi al piano superiore.
Al centro della stanza, non lontano dal buco nel pavimento, cresceva una seconda quercia che arrivava al piano superiore.
«Ti diverti, eh, Prezzemolino?» e passò al piano superiore, sempre sfondando il soffitto.
Si guardò intorno, cercando tracce dei due fuggitivi nella sala deserta.
Nel frattempo, nascosti tra le fronde della prima sequoia, Eddie e Bonnie pensavano a come sfruttare il vantaggio dell’effetto sorpresa.

***

Admiral City
Nel cielo sopra al centro START
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Dunque abbiamo un accordo?»
«Così sembrerebbe, signor Ghaly.»
«Ora da questo aereo verrà calata una cassa in titanio, direttamente sopra l’eliporto del vostro quartier generale. Nella cassa c’è la vostra... soluzione. D’ora in poi ci riferiremo a lei come Ammit. Uno dei miei uomini scenderà per mostrarvi come controllarla. È fondamentale la presenza di uno dei vostri telepati.»
«Bene.»
«Dopodiché, io e i miei uomini avremo la piena libertà di utilizzare qualunque mezzo...»
«A patto di non nuocere ai civili.»
«Naturalmente. Qualunque mezzo, dicevo, per prelevare dal suo laboratorio la dottoressa Solheim e tutto il contenuto del laboratorio stesso.»
«Esattamente.» la voce del tenente Ross tradiva la sua disapprovazione per ciò che era stato deciso malgrado la sua ferma decisione di opporsi alla trattativa con il Grande Toth.
«Senza nessuna interferenza da parte vostra, né della vostra squadra di Super.»
«Sì.»
«Molto bene, tenente. Iniziamo la procedura per il trasferimento di Ammit.»
Wael Ghaly riagganciò e si concesse un sorriso soddisfatto. Poi comandò mentalmente a uno dei suoi canopi, opportunamente equipaggiato con una tuta policarbonica che lo proteggesse dal potere di Isabelle, e con il volto coperto da una maschera che raffigurava la testa del dio Anubis, di scendere insieme ad Isabelle.
«E’ davvero un peccato. Non si prova nessun gusto a intavolare trattative con chi non apprezza fino in fondo questa nobile arte.» 
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lunedì 6 agosto 2012

Capitolo 18 (di Lorenzo Ladogana)




ADMIRAL CITY
22 Aprile 2013
Ore 6. 25 a.m

“Non c’è nemmeno una traccia di aria condizionata in questo furgone, che cazzo!” pensò Alex Ross. Avevano a disposizione le migliori tecnologie degli Stati Uniti che un furgone blindato potesse trasportare, e si era dovuto far prestare un ventilatore a batteria da un negozio a due isolati più avanti per non morire di rosolia.
Il tenente si faceva aria con un catalogo di costumi da bagno, seduto indecorosamente sulla sedia della sua postazione nel più grande del gruppo di veicoli militari impiantati nell’ampio parcheggio vicino a quel ramo della spiaggia. Il sole sarebbe sorto di nuovo di lì a poco, e l’effetto frescura dell’aria umida e salina proveniente dal mare sarebbe del tutto scomparso. Nemmeno la leggera coltre di nuvole che oscurava il cielo avrebbe avuto pietà di lui. 
Alex non riusciva a tollerare il caldo, ma quello che lo faceva sudare ancora di più era il nervosismo. Era bloccato da cinque ore tra una serie di cinque monitor che si aggiornavano ogni dieci secondi con messaggi provenienti da ogni angolo dello Stato, che andavano dai provvedimenti disciplinari intraprese per le chiusure delle linee aree, allo spostamento dei civili nelle zone più sicure dell’isola e sulle coste adiacenti, fino ai primi messaggi di appello delle Nazioni Unite sulla faccenda Admiral City.  
Da quando si erano mossi da Island Stone un ora e mezzo prima aveva ricevuto al bellezza di settantanove telefonate da più di venti ambasciate differenti, mentre arrivano notizie dei cosiddetti “rinforzi speciali” che l’Unione Europea, l’Egitto , il Giappone stavano inviando. Fortress Europe era entrata in azione già da più di due ore, mentre le altre delegazioni si stavano riunendo tutte ad Island Stone, attraverso la richiesta ufficiale del tenente colonello Marv Gordon. Marv non gli piaceva: era stato il suo mentore, se così si può dire, fin da quando era un ufficiale.  Aveva imparato ad odiarlo e rispettarlo per quei vent'anni, fino a quando, raggiunta una certa posizione di prestigio, non aveva colto al volo l’opportunità di mettere su una squadra da solo e chiudere con le sue stronzate. Marv era sicuramente un uomo intelligente e ancora molto in forma, nonostante avesse compiuto da poco sessant’anni, ma i suoi atteggiamenti razzisti ed arroganti gli avevano irrimediabilmente e tarlato il cervello, negli anni. Non ce lo vedeva proprio, pensò Ross, ad accogliere una delegazione del Grande Thot stappando una bottiglia di Champagne, sventolando a destra e a manca la protesi del braccio che qualche anonimo musulmano gli aveva fatto saltare nel corso della Guerra del Golfo . “Tanto per lui sono tutti uguali” ridacchiò il tenente.
Smise di pensarci e prese a scuotere il giornale più velocemente. Era stanco, aveva dolori di stomaco e soprattutto era solo. Mai come in quel momento si sentiva totalmente abbandonato a se stesso: Aveva solo tre o quattro uomini di cui si poteva fidare ciecamente,  mentre gli altri erano per lo più marionette, uomini di Gordon, ex-membri di scorte di polizia e di volti importanti della politica riciclati come unità di difesa, dopo essere stati imbottiti di droghe e steroidi sintetizzate in laboratorio dal nuovo acquisto della START, un biondino sudafricano che gli faceva venire la nausea.
“Queste non sono più faccende di sicurezza nazionale” – pensò – “Non sono più neanche guerre: stiamo giocando a fare le divinità. Mandiamo gli Dei a combattere al posto nostro, sperando che ci parino il sedere”. Pensò a quando abitava a Shanwee con i suoi genitori. Il Kansas era la nazione di Superman, e lui adorava leggere le sue storie sui fumetti che il padre Norman gli portava dopo il lavoro. Poi i Super divennero reali, e capì che non erano perfetti come l’immagine radiante dell’eroe sulla prima pagina di Action Comics, ma erano umani normali, negli aspetti peggiori e migliori del termine. Sorrise lievemente, pensando a Libby e a Matt. 
Fu allora che sentì un piccolo segnale luminoso dal suo computer, un messaggio su una linea privata. Non era una voce, ma una semplice serie di ticchettii sconnessi, l’uno dopo l’altro. Un codice Morse. 
W… J,R, L…”  Le stesse quattro lettere a ripetute a ciclo continuo. Rimase perplesso per un attimo, poi capì: era Karl.
Entro nella canale privato dello Start e vide che Rushmore stava cercando di inviargli un file: si era dimenticato del vecchio trucchetto dell’usare le quattro iniziali dei Presidenti dell’omonima montagna. 
In quel momento entrò il Tenente Millar. «Tenente Colonnello Ross, venga a vedere!»
«Non ora Mark!». Se Rushmore non gli aveva telefonato, ci doveva una motivazione molto grave.
«È davvero urgente! Venga!». Il tenente allora si alzò e si sporse fuori dai portelloni del furgone nero e bianco. Ci mise un po’ a comprendere cosa stava succedendo, ma poi focalizzò l’assurdità della cosa: stava nevicando.
«Come diavolo, come fa a nevicare in questo mese dell’anno?» A PORTORICO?
«Non lo so signore. Le temperature erano stabili fino a poco fa, poi i termometri hanno iniziato ad impazzire.» Disse sconcertato Millar.
Ross si toccò le braccia e si accorse di colpo che l’incredibile calo di temperatura era reale: aveva smesso di sudare e ora provava un certo fastidio alla pelle.
«Tutto questo è assurdo…»;  poi si volse verso la Salazar Tower: il crepitio dell’energia sulla sommità esplosa della struttura risplendeva bluastro, occasionalmente. «Deve essere opera della Teleforce. Tutto quanto quello che sta succedendo ora deve essere stato causato da qualcosa che viene dalla torre. Forse Rushmore…» disse, e si ricordò del messaggio del professore, che nel frattempo era caduto sul pavimento. Lo raccolse e lo lesse attentamente.
«Tenente Colonello che ordini devo dare agli uomini?», gli chiese Millar, ma Alex Ross non lo stava ascoltando, perché in quell’esatto momento leggendo ciò che Cheveux D’Ange aveva estratto dalla mente del Professor Scanner, e che egli aveva preso sondando al mente di Mezzanotte.  E a dirla tutta, adesso non si sentiva tanto bene nemmeno lui adesso.
«Dì… dì… agli uomini di caricare tutto nei furgonie di prepararsi a partire», disse con un filo di voce il tenente colonello, tenendosi con una mano lo stomaco in subbuglio.
«Adesso Tenente Ross? Ma non dovremmo…» 
«ORA, Tenente Millar», esplose Ross, riprendendosi. Mise il foglio in tasca e rientrò nel furgone. Si diede una botta sulla pancia e si impose di rimanere calmo.
«Sissignore» disse Millar, risentito, e andò a chiamare gli ufficiali.
Alex spense il ventilatore, chiuse i portelloni del furgone e si sedette sul cruscotto, incredulo. Aveva abbandonato il Kansas seguendo il sentiero dei mattoni dorati per entrare nella Guardia Nazionale, si era fatto le ossa a Sarajevo, in Iraq, in Afghanistan e in Libia. Eppure niente era paragonabile a ciò ora sapeva, nemmeno l’incidente di Rodeo Drive. Mezzanotte era davvero nella torre. Era umano, vivo e terribile. E se entro un ora non fosse stato fermato, Admiral City e l’intera Porto Rico sarebbero scomparse dalla faccia della Terra.
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