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mercoledì 20 marzo 2013

Capitolo 6 - Stagione 2 (di Gherardo Psicopompo)


16 Luglio 1934
Shoreham – Long Island
Stati Uniti

«Ora che il Protocollo è stato stabilito, bisogna assicurarne la segretezza assoluta. »
Ramon Salazar si guarda intorno, cercando l’approvazione dei presenti.
«Tuttavia... » il viso e la voce di Achille Ratti tradivano inevitabilmente la sua stanchezza «Tuttavia riteniamo necessario precisare una cosa. »
«Prego, santità. »
«Esiste la possibilità, e lo dico da uomo di fede quale io sono, che qualcuno desideri appropriarsi di certe conoscenze per... Mistificare la natura delle conoscenze stesse. »
«Voi pensate ad una specie di... Falso Messia?» la domanda di Tesla va dritta al punto.
«Sì. In tal caso, sarebbe inevitabile per noi la scelta di rendere pubblica la vera natura di queste conoscenze, e dei poteri ad esse collegati.»
* * *

13 Ottobre 2013 – ore 19.30
Glifada (Atene)
Grecia

Clark invia mentalmente un segnale telefonico.
A migliaia di chilometri di distanza, un cellulare squilla.
«Pronto?»
«Buon giorno, tovarisch.»
Una breve pausa all’altro capo della conversazione.
«Chi parla?»
«Chiamami Clark.»
«E che cosa vuoi da me, Clark?»
«La linea è sicura?»
«Sì.»
«Voglio offrirti qualcosa di interessante, Gennadi.»
«Che genere di cose interessanti?»
«Giudica tu.»
Clark trasferisce una parte –una minima parte- dei dati che aveva acquisito dalla chiavetta USB di Filippou allo smartphone del suo interlocutore.
Segue un’altra breve pausa.
«Ma che cazzo... Come hai avuto questa roba?!»
«Amici. E questo non è che la punta dell’iceberg.»
«E che cosa vuoi, adesso?»
«Rovinare la festa a Kedives. Ma ci sono di mezzo già lo START e Fortress Europe, che non mi sono particolarmente simpatici. Non ne vorreste una fetta anche voi?»
«Sì, ma tu cosa vuoi? O mi vuoi far credere che stai facendo tutto questo per la Grande Madre Russia, Clark?»
«Voglio sparire. Dalla circolazione, e da tutti gli archivi. Tutti. E voglio vivere il resto della mia lunga vita come un uomo schifosamente ricco e tranquillo.»
«Un uomo di nobili principi.»
«Aspetto una risposta.»
«Come ti trovo?»
«Vieni ad Atene. Poi ti trovo io.»
Clic.
Il maggiore Gennadi Kisurin rimane per alcuni istanti immobile, appoggiandosi alla scrivania. Poi schiaccia un tasto sull’interfono.
«Maggiore Kisurin?»
«Chiamatemi il Comando. E mandatemi Sibir.»
* * *

17 Ottobre 2013 – ore 12.00
Città del Vaticano
Italia

Christian Maria Rosenkreutz, comandante dell’Entità, si rigira tra le mani la foto della ragazza. Ha già memorizzato ogni minimo particolare: i capelli rossi, gli occhi azzurri, le lentiggini, il mento leggermente appuntito, una minuscola cicatrice sulla fronte, appena sotto la frangetta.
Valerie Broussard.
Restituisce la foto al Cardinale.
«Non ne ho più bisogno. Ho un’ottima memoria fotografica.»
«Buon per lei, comandante.» Il cardinale si prende un momento per sfogliare le pagine del dossier che ha sulla scrivania «Nella missione sarà affiancato da...»
«Nessuno. Di solito lavoro da solo, quando lavoro per i Servizi.»
«Questa non è una missione normale. E lei lo sa benissimo. Conosce il Protocollo: uno di noi, uno di loro
Rosenkreutz abbassa lo sguardo.
«Dicevo, sarà affiancato da questo ragazzo» gli porge un fascicolo con allegate delle foto «è stato giudicato il Superumano più idoneo alla missione. Buon lavoro, comandante.»
***


Qualche ora dopo, Rosenkreutz è intento a fissare il suo collega che naviga su internet e fischietta un motivetto che gli ricorda la colonna sonora di un film.
«Bene, fatto.»
«Cosa?»
«Mi sono fatto un’idea precisa del posto dove dobbiamo andare. È tutto quello che mi serve.»
«Bene.»
«Non sei un tipo di molte parole, eh?»
«Sono abituato a lavorare da solo.»
«Che tristezza.»
«Andiamo, Angelo?»
«Gli amici... Quelli che sanno del mio potere, intendo, mi chiamano Passaporta.»
«Non siamo amici. Solo colleghi.»
«Ma sai del mio potere.»
«Touché. Com’era? Passa...?»
«Porta. Passaporta. Mai visto Harry Potter?”
«No.»
«Immaginavo. Vieni, appoggiami una mano sulla spalla. Così.»
In un attimo, con un rumore come di risucchio, i due spariscono.
***

17 Ottobre 2013 – ore 19.30
Santorini
Grecia

«Fico, eh? La prima volta di solito viene da vomitare a tutti. A te no?»
«No.»
«Ti sei già teletrasportato, con altri Super intendo?»
«No.»
«Ah, ho capito. Quindi sei solo immune alle emozioni dei comuni mortali. Vabbè.»
«Come funziona? Il potere, dico. Cosa senti, come fai a...»
«Facile. Visualizzo un posto, visualizzo me in quel posto, apro gli occhi e ci sono. Hanno cercato di spiegarmi le questioni fisiche... Alla fine ho capito più o meno che non sono io che mi sposto ma tipo la realtà che si modifica... Però non credo di aver capito bene bene.»
«Infatti. Andiamo.» Christian gli volta le spalle e comincia a camminare in direzione del centro abitato.
«Hai un accento strano... Di dove sei tu?»
«Svizzera.»
«No, Novi.» la battuta di Angelo è poco più di un sussurro, lui cerca di mascherare il sorriso ebete guardando altrove.
Rosenkreutz si volta.
«Hai detto qualcosa?»
«No, perché?»
* * *

20 Ottobre 2013 – ore 23.30
Centro Ricerche della Hypotetical Inc.
Agia Paraskevi – Atene
Grecia

Il binocolo con funzione di visore notturno ad infrarossi le mostra la presenza di una dozzina di uomini armati che pattugliano il perimetro del Centro Ricerche.
La zona è anche sorvegliata da telecamere, ma probabilmente quelle sarebbero il problema minore.
Solo, non sa bene cosa aspettarsi una volta entrata.
Loxias sarà lì dentro?
E Ulysses? Le darà le risposte che cerca?
L’unico modo per saperlo è entrare.
Grazie alla supervelocità, le bastano pochi istanti per trovarsi di fronte a uno sbalordito sorvegliante. Gli spezza il collo con una mossa di krav maga senza dargli neanche il tempo di imprecare.
Il secondo sorvegliante si prende due calci: uno gli frattura il polso e lo disarma, il secondo lo manda a sbattere contro una delle colonne di cemento all’ingresso. Cade a terra privo di sensi.
Libby trascina i corpi in un punto al riparo dalle telecamere. Calcola che in meno di un minuto le altre guardie se ne accorgeranno.
Fruga nelle tasche degli uomini svenuti, riuscendo a trovare due tessere magnetiche identificative. In un paio di secondi è dentro l’edificio.
Una voce la raggiunge alle spalle, mentre sta per scendere le scale che portano ai piani seminterrati.
«Non così in fretta, giovane!»
Una scarica elettrica violacea centra il corrimano di metallo, che continua a crepitare di elettricità.
«Starcrusher?!» esclama Libby voltandosi. Ma l’uomo che ha di fronte è ben diverso dal suo nemico di un tempo. È un uomo di colore quasi calvo, piuttosto anziano, con addosso un completo di lino color sabbia. È più basso di lei di qualche centimetro, il fisico è tonico, ma non sembra particolarmente minaccioso.
«Miss Liberty, lei è appena entrata in un’area non autorizzata. Devo pregarla di allontanarsi immediatamente.»
Scariche elettriche violacee crepitano attorno al suo corpo, e gli accendono gli occhi di una luce innaturale ed inquietante.
- - -

Capitolo scritto da Gherardo Psicopompo (curatore del blog Draghi d'Ottone e Nani con la scopa)


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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

martedì 23 ottobre 2012

Capitolo 28 (di Nicola Parisi)

Admiral City.
Salazar Tower.
Ore 08. 30 A.M.

A Eddie pareva che il tempo impiegato per scendere dalla sequoia fosse stato eterno, adesso che finalmente avevano raggiunto il pavimento Bonnie si era appoggiata a lui.
Nonostante avesse smesso di sanguinare la ragazza le sembrava fin troppo pallida.
«Sei sicura di stare bene?»
«Sì certo, non preoccuparti. Dobbiamo raggiungere mio padre.»
Fugacemente Eddie scrutò la Super, le vesti lacerate dallo scontro con American Dream gli dimostrarono che Bonnie stesse mentendo, il volto, specialmente vicino all'orecchio strappato era una unica, intera, maschera di sangue.
Nonostante tutto lei gli sembrava ancora bellissima.
«Non puoi muoverti in queste condizioni. Il colpo che American Dream ti ha dato è stato troppo forte perfino per te, dobbiamo trovare il modo di medicarti.»
«Lo hai visto anche tu quello non era American Dream. Non più perlomeno».
«Non m'interessa, poteva essere perfino lo spirito dei natali passati strafatto di acidi, ma tu non vai da nessuna parte se prima non ti medichiamo. Adesso prendiamo il primo ascensore che troviamo e ce la svignamo da qui.»
Incurante delle proteste di lei, Eddie la trascinò lungo i corridoi. Solo dopo notò il particolare che non stesse compiendo sforzi nel portare una Super infinitamente più forte di lui.
Era il fatto che stesse calpestando in continuazione i frammenti di vetro delle finestre distrutte praticamente a piedi nudi senza tagliarsi minimamente che lo preoccupò. E molto anche.
«Bonnie, forse non è ancora finita, forse il mio potere sta ancora cambiando».
La ragazza gli sembrava se possibile ancora più pallida ed emaciata di prima, anche solo aprire la bocca pareva gli procurasse sforzi indicibili.
Solo che se anche Bonnie rispose qualcosa il ragazzo non fece in tempo a sentire.
Perché quello fu il momento in cui giunse il lampo.
Istintivamente il giovane Super chiuse gli occhi, ancora più istintivamente strinse a sé la ragazza come per proteggerla dalla luce improvvisa.
Quando i due Super si decisero a riaprire gli occhi trovarono il buio della notte ad attenderli.
«Guarda guarda chi abbiamo qui».
Starcrusher fece un passo in avanti.
Lanciando la prima scarica.

* * *

Tetto della Salazar Tower.
Ore 11.45 P.M

Nightshifter osservava estasiato il panorama davanti a lui, totalmente dimentico della presenza di Salazar. Da Admiral City giungevano in continuazione voci, urla di spavento, rumori causati da incidenti di macchina, sirene di allarmi improvvisi. La maggior parte della città era ancora al buio, i suoi abitanti sorpresi dal cambio temporale si riversavano per le strade come formiche a cui qualcuno avesse appena distrutto il formicaio.
E quelle formiche non avevano ancora capito che quello era solo l'inizio, pensava divertito.
«Non siamo ancora al completo, manca mia figlia. Portami Bonnie».
«Certo che te la porterò», rise Nightshifter giocando ancora con la voce e col corpo di Scarlett Johansson. «Abbiamo una questione in sospeso con la ragazzina.»
C'era però un altra questione da chiudere. E anche in fretta.
L'uomo Atomico si stava avvicinando.
«Noi due dobbiamo parlare.»
No, decisamente quelle formiche laggiù non sapevano ancora quello che li aspettava.
La creatura dai molti corpi assaporò il momento. Presto, molto presto la caccia si sarebbe conclusa.
Un urlo bestiale partì dal profondo del suo essere.
Ogni singolo frammento di sé stesso gli rispose.

* * *

Periferia di Admiral City.
Ore 11.46 P.M

Ammit urlò in preda al dolore. Il cambio temporale aveva finito di sconvolgere il suo già precario equilibrio. Alle orecchie dell'essere risuonavano ovunque urla angosciate di gente spaventata.
Non che questo importasse. Ad Ammit non interessava nulla del cielo, nulla nemmeno della terra che calpestava.
Che fosse libera o prigioniera gli occhi di Ammit vedevano sempre solo in due sfumature: il rosso della rabbia e il buio della sua fame.
Arrivavano odori da lontano, odori di vite rinchiuse in quella torre di debole cemento si staglia sullo sfondo , vite che Ammit era disposta a prendere tutte pur di saziare la sua brama.
Mentre la osservava Rebel Yell non poteva fare a meno di sorprendersi. La cosa dalle forme cangianti sotto di lui non ha più niente dell'essere umano.
«Una volta eri così bella Isabelle, la donna più bella che avessi mai visto.»
Cancellando i ricordi e anche il dolore Rebel estrasse entrambe le pistole e si preparò per andare incontro alla creatura.

* * *

Il mondo attorno a Eddie sembrò esplodere, il colpo aveva scaraventato Bonnie lontano da lui; la ragazza boccheggiava, pareva perfino che avesse perso completamente i suoi poteri. Starcrusher non pago di averla colpita con la scarica uno dopo l'altro le assestava calci sullo stomaco sempre più forti.
«Mi ricordo di te! Tu eri una di quelle puttanelle che stava sempre al seguito di American Dream. Bene, che che effetto fa essere adesso dalla parte dei perdenti?»
Ignorando le fitte di dolore che gli esplodevano da ogni parte del corpo, Eddie trovò la forza di rialzarsi.
«Lasciala stare verme!»
«Ma guarda lo schiavetto si è risvegliato, cosa pensi di farmi? Insegnarmi a far crescere le petunie? C'è qualcosa di più grande che è dalla mia parte.»
Bagliori violacei fuoriuscirono minacciosi dal corpo del criminale.
La prima scarica sfiorò appena la tempia sinistra di Eddie, mentre la seconda parve conficcare Eddie nel muro.
Puntellandosi sulle gambe, il ragazzo riuscì appena a mantenersi in piedi, il dolore della spalla gli risultava insopportabile, le tempie gli martellavano cantiche di derisione.
Costretto ad appoggiarsi al muro per sorreggersi, un detrito appuntito stretto nella mano, Eddie subì un ulteriore colpo dal gigantesco evaso.
«Cosa conti di fare adesso? Prova a venirmi a prendere, sfigato. Siamo solo tu ed io.»
Starcrusher rise ancora una volta, un globo di luce violaceo gli si stava formando rapidamente nella mano, mentre si avvicinava verso il Super.
«Vedi sfigato, ci sono cose che non concepiresti nemmeno che stanno giocando a fare gli dei in giro là fuori, cose che mi hanno lasciato ammazzare American Dream. Cose che vi schiacceranno tutti quanti sempre e comunque. Adesso te lo richiedo, come pensi di fermarmi?»
Eddie spalle al muro si stava preparando a lanciare il detrito, silenziosamente salutò Bonnie che cercava ancora di rialzarsi; rimpianse anche di non averla potuta salutare per bene.
Rimpianse anche di non averla mai nemmeno baciata.
E poi inspiegabilmente rise in faccia al suo avversario
«Ma certo che ti fermerò io», facendo una linguaccia.
E spaccò il detrito sulla fronte di Starcrusher.
«Ma che cazzo credi di fare? Credi che basti questo per farmi male?»
«Credo di averti appena ammazzato. Non con la pietra,no. Quella è stata solo una divertente aggiunta, vedi ho appena scoperto che mi basta toccare le cose per trasformarle, e si dà il caso che ti abbia appena toccato.»
Eddie alzò la mano mimando un saluto ironico, Starcrusher vacillò, per un attimo sembrò gonfiarsi, gli occhi esplosero mentre radici di quercia fuoriuscivano dalle orbite vuote, le dita si deformarono tramutandosi in fiori violacei, dalla gigantesca bocca i denti vennero sfrattati da talee grigiastre.
Con un ultimo gorgoglio l'informe ammasso che una volta era Starcrusher si accasciò definitivamente a terra. Eddie rimase in piedi, in silenzio, tutto l'accaduto gli sembrava un unico immenso incubo nemmeno sognato da lui ma da un estraneo.
Fu Bonnie ad infrangere la pesante cappa di silenzio.
«Eddie, ma come hai fatto?»
La figlia di Salazar lentamente era riuscita a rialzarsi e cercò di stringere a sé il giovane Super dai cui occhi riteneva di aver carpito una profonda tristezza, ma l'altro l'allontanò da lui.
«No Bonnie non mi toccare. Stammi lontana!»
«Ma, Eddie, perché?»
«Ho capito cosa mi sta succedendo, ho capito anche perché non riuscivi a riprendere le forze dopo lo scontro con American Dream e perché le ossa non ti si calcificavano più: sono io! E' colpa mia! Sto cambiando e anche il mio potere lo sta facendo. Non so se è una cosa che ho sempre avuto latente o se è stato causato da tuo padre quando ha pasticciato col mio cervello. Ma adesso ho capito che riesco a trasformare gli oggetti e le persone in altri organismi solo perché prosciugo la forza vitale di chi mi sta vicino. Non ti avvicinare Bonnie perché ero io che ti stavo ammazzando!»

* * *

Salazar Tower.
Ore. 11.55 P.M

Teddy Mercury era convinto ormai di averle ormai viste tutte nel corso della folle giornata trascorsa ad Admiral City. Quando si materializzò nell'ultimo corridoio scoprì di essersi sbagliato: tra le macerie e le scene di distruzione, il Super chiamato Jolly quasi inciampò in una Bonnie rannicchiata in posizione fetale. Nel momento in cui le poggiò una mano sulla spalla si rese conto che la ragazza stava piangendo
«E' opera tua ?» le chiese mentre indicava il maleodorante ammasso di rami, ossa e da cui facevano capolino frammenti insanguinati della tuta di Starcrusher.
«No. E' stato Eddie.»
«E lui dov'è adesso?»
«E' andato a cercare Salazar e Mezzanotte, ha detto che vuole ammazzare mio padre. Si è convinto che per colpa loro lui sta diventando un mostro come Mezzanotte».
«Perfetto,» mormorò tra sé e sé il Jolly «Proprio quello di cui avevamo bisogno in questo momento: un altro Super impazzito e incontrollabile a spasso dentro questa maledetta Torre».
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martedì 16 ottobre 2012

Capitolo 27 (di Gianluca Santini)



Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:25 A.M.

Il suo avversario attaccò nuovamente. Il primo pugno venne schivato, mentre il secondo lo colpì in pieno, sbalzandolo all’indietro. American Way impattò contro il muro di un edificio e affondò dentro la struttura. Rockster, fermo in mezzo alla strada, era ormai enorme, i suoi pugni travolgenti. Lo scontro andava avanti da più di un’ora, il supereroe più amato dagli americani non si stupì nel vedere il Super di Fortress Europe con il fiatone. American Way sorrise da sotto le macerie, ignorando la sensazione che gli si era insinuata dentro.
Quando aveva abbandonato i sotterranei della torre era stato intercettato da Nightshifter. L’essere fatto d’ombra lo aveva attirato a sé e aveva sentito il freddo avvolgerglisi attorno. Una sensazione di violazione che ancora non lo aveva abbandonato del tutto. L’abbraccio di Nightshifter lo aveva portato in un mondo d’oscurità, dal quale era riemerso solo in cima alla torre, ritrovandosi di fronte al suo amico, Dave, Mezzanotte. Appena lasciata la torre era stato bloccato da Rockster. Aveva pensato di risolvere la questione in poco tempo, invece Rockster era ancora lì, a menare pugni e a ruggire infuriato.
American Way si alzò in volo, scartò un attacco dell’europeo e si librò verso l’alto. Dopo qualche istante sentì l’urlo di Rockster e il rumore dell’asfalto che si spaccava. Guardò dietro di sé, Rockster aveva spiccato un salto nel tentativo di intercettarlo. Si arrestò all’improvviso, si volse verso l’avversario e caricò la sua potenza. Tutta, senza più freni. Sorrise di nuovo, poi scattò in avanti, annullando la distanza che lo separava dall’avversario. Lo colpì in mezzo al volto. L’impatto fu devastante, il rumore come quello di un terremoto, le finestre di alcuni edifici vicini esplosero in mille pezzi, gli antifurti delle automobili iniziarono a lamentarsi.
Osservò il corpo di Rockster precipitare verso il basso, atterrare aprendo una spaccatura sull’asfalto. Il Super americano sfrecciò verso di lui, caricando un secondo pugno. Rallentò poco prima di arrivare a livello del terreno, rimase sospeso in aria, a pochi centimetri dal muso dell’europeo. Infine lasciò andare il braccio e il pugno si riversò con tutta la sua forza sul petto di Rockster. Sentì qualcosa rompersi. La spaccatura nel terreno si allargò.
American Way appoggiò i piedi sulla strada e osservò il corpo del suo avversario. Il suo sorriso si aprì, constatando la morte di Rockster.


***

Admiral City
Salazar Tower
08:25 A.M.

Quando si trovò all’altezza del quindicesimo piano, decise di entrare nella torre. Sfondò una finestra e si ritrovò in un grande salone. Uranium si guardò intorno, notando il tronco di una quercia che dal piano inferiore arrivava fino a quello superiore. L’Uomo Atomico corrugò la fronte, poi il pavimento vicino all’albero si frantumò e apparve American Dream.
«Matt!» urlò.
Ma quello davanti a lui non era American Dream. Sbuffi di fumo nero gli uscivano dalla bocca a ogni respiro e il volto era distorto in una smorfia crudele.
«No, non sei lui…»
Le fattezze di American Dream iniziarono a dissolversi, rivelando un essere sfuggente, un’ombra oscura che non sembrava possedere una fisionomia propria. Uranium avvertì la sua risata rimbombare nell’ambiente.
«Non sono American Dream più di quanto non sia tante altre persone. Mi chiamano Nightshifter.»
«Sei un essere fatto d’ombra?»
«Sì, possiamo metterla così, Uomo Atomico. Io sono ombre, copie di fattezze e poteri.»
«Rubi fattezze e poteri?»
«Li copio, li rubo, usa la parola che preferisci. Come ogni ladro ho diversi metodi, ma il risultato è sempre lo stesso.»
Uranium si mosse, alzò il braccio verso Nightshifter.
«Cosa hai fatto a Matt?»
«Io? Dovresti chiedere cosa gli ha fatto il padrone di questa torre, semmai. Inoltre, davvero vorresti usare i tuoi poteri qui dentro? Ti facevo più prudente.»
Uranium dovette riconoscere che l’essere aveva ragione. Sprigionando i suoi poteri lì dentro avrebbe potuto causare danni irreparabili. Frustrato fece ricadere il braccio. Vide l’essere assumere di nuovo le sembianze del suo amico e collega. Il falso American Dream gli sfilò affianco e si fermò un attimo alla finestra da cui Uranium era entrato. L’essere indicava verso l’alto, un gesto inequivocabile. Lo vide volare via, diretto verso il tetto della torre. L’Uomo Atomico si lanciò al suo inseguimento.


***

Admiral City
Attico del Crowne Plaza
08:26 A.M.

Theodor decise di chiudere il dialogo che si stava svolgendo al quindicesimo piano della torre. Le sue labbra si mossero, ma il suono venne udito solo laggiù, da Uranium.
Tito gli si avvicinò, domandandogli se stesse andando tutto per il meglio.
Theodor tornò per un attimo in sé, controllando la sua essenza d’ombra in modo automatico, senza concentrarsi. Si rivolse al fratello e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Sì, il rendez-vous in cima alla torre è quasi completo, ora che Uranium ci degnerà della sua presenza.»

***

Admiral City
Nei pressi della Salazar Tower
07:35 A.M.

American Way fece qualche passo, lasciandosi il cadavere di Rockster alle spalle. Subito dopo sentì che qualcosa era appena atterrato dietro di lui. Qualcosa di grosso. Si girò e vide Starcrusher, avvolto da scariche purpuree, fermo con i piedi piantati sul corpo dell’europeo, ormai tornato alle sue dimensioni normali.
«American Dream!» urlò.
«Way, mi chiamo American Way, stupido bestione.»
Starcrusher non replicò e lanciò una scarica viola verso il suo avversario. American Way la deviò con il braccio, un edificio lì affianco esplose.
Si avventò contro il nuovo avversario, accusandolo di non avergli fatto riprendere il fiato dopo aver steso Rockster. Starcrusher non rispose, attese di essere a distanza sufficiente e lanciò nuove scariche, tutte prontamente deviate dal Super americano.
«Tutto qui quello che sai fare, Starcrusher?»
«No.»
Starcrusher gli si avvicinò e iniziarono a combattere per lungo tempo corpo a corpo. American Way accusò e diede colpi, dovette riconoscere che il supercriminale era un avversario decisamente più ostico di quell’europeo che giaceva ai loro piedi. Starcrusher pareva instancabile, per quanto American Way sferrasse i suoi colpi, il criminale riusciva a schivarli, oppure ad accusarli senza mostrare troppi danni.
A un certo punto, stanco della durata della battaglia, American Way si fiondò dentro un edificio, seguito dall’avversario. Doveva trovare un modo per abbatterlo una volta per tutte, se non voleva sprecare altro tempo prezioso. Pensò di riutilizzare il trucchetto usato con Rockster, quindi caricò tutta la sua potenza e si fermò all’improvviso, girandosi verso Starcrusher. Tuttavia il criminale era troppo vicino e, anziché muoversi verso di lui per attaccarlo, American Way si ritrovò stretto tra le sue possenti braccia, immobilizzato dalla forza del criminale.
«Ora vedrai cosa so fare, American Dream.»
Il corpo di Starcrusher venne avvolto di nuovo da scariche purpuree. American Way iniziò ad avvertire un’intensa sensazione di calore provenire dal suo avversario. L’energia misteriosa che lui riusciva a governare si stava concentrando dentro il suo corpo, era avvolto da una luce viola intermittente.
Starcrusher sorrise, l’energia esplose. L’edificio venne distrutto completamente, i detriti si sparsero per decine di chilometri attorno all’esplosione. Crollarono altri palazzi, le automobili parcheggiate lì vicino volarono via a grande distanza. Il rimbombo si attenuò solo dopo qualche minuto.
Starcrusher si accorse che il corpo di American Dream era leggero come un fuscello. Lo lasciò andare e lui si accasciò al suolo. Il supercriminale lo guardò attentamente e poi esultò lanciando scariche viola verso il cielo. American Dream era morto.

***

Admiral City
Centro S.T.A.R.T.
08:30 A.M.

«Non sento più i suoi pensieri» affermò Scanner.
Rushmore lo guardò, incitandolo a esprimersi meglio.
«Il sogno americano è morto. Ed è morto proprio da American Dream. Negli ultimi istanti di vita gli inganni di Salazar sono sfumati, Matt si è reso conto delle menzogne su Dave, delle illusioni su Mezzanotte in cima alla torre, del male che ha fatto agli europei. Ha pensato a Libby.»
«Non sarà facile spiegarle tutto quello che è accaduto a Matt…» sussurrò Rushmore.
«La sento di nuovo, proprio ora. La nostra Lady Liberty finalmente si sta svegliando.»
Rushmore tirò un rumoroso sospiro di sollievo.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
08:30 A.M.

Nightshifter raggiunse il tetto della torre. Vide Salazar e Mezzanotte avvicinarglisi, gli sguardi determinati.
«Grazie per aver fatto le mie veci in mia assenza…» cominciò Mezzanotte.
Il falso American Dream fece un gesto rapido con le mani per minimizzare, e poi si rivolse verso il ciglio del tetto.
«Sta per arrivare» disse.
In quel momento Uranium apparve in volo e andò ad atterrare a qualche metro di distanza dai tre.
«Eccolo arrivato, finalmente! Il Super che fa al caso nostro, per aprire le danze» commentò Salazar.
«È ora di accelerare i tempi, di mandare avanti l’orologio del mondo» aggiunse Nightshifter.
Salazar e Mezzanotte annuirono insieme, mentre le fattezze di American Dream iniziarono a cambiare. Al posto dell’aspetto del Super più famoso d’America apparve il corpo snello e affascinante di una delle attrici più desiderate del globo, Scarlett Johansson. Un filo di fumo nero galleggiò davanti alle labbra carnose. I tre risero di fronte all’espressione incredula dell’Uomo Atomico.
«Nessuno immaginava cosa si celasse dentro di lei. Nemmeno lei lo sapeva» commentò Nightshifter.
Gli occhi della Johansson si illuminarono di una luce rossa e il sole accelerò il suo cammino lungo il cielo. Nightshifter osservò lo stupore nel volto di Uranium, mentre l’Uomo Atomico era bloccato a guardare il cambiamento temporale di fronte ai suoi occhi. Il sole tramontò, la notte prese di nuovo il sopravvento sul giorno.

***

Admiral City
Tetto della Salazar Tower
11:45 P.M.

Alla fine la luce rossa scomparve dagli occhi della donna. Uranium riuscì di nuovo a muoversi, mentre Nightshifter riassunse le sue sembianze e allargò le braccia.
«Il tempo è vicino, ora mancano solo quindici minuti a mezzanotte.»
- - -

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martedì 2 ottobre 2012

Capitolo 25 (di Valerio Villa)




Admiral City
Attico del Crowne Plaza
22 Aprile 2013
Ore 07.45

Le luci delle esplosioni che riempivano Admiral City sembravano fuochi d'artificio, viste dalla sommità del Crowne Plaza. Due uomini, vestiti con completi d'alta moda, fumavano dei sigari sotto quella che sarebbe stata ricordata come la nevicata del sangue.
Il trillo di un cellulare risuonò nelle loro orecchie, merito delle nano-macchine che avevano impiantato. 
«Signori, ci sono novità.» Una voce risuonò nella loro testa. «Sulla ACN stanno mandando immagini di un aereo con delle insegne molto interessanti.»
I due uomini si portarono all'interno della suite, diretti verso lo studio adibito a centrale operativa. Lì videro sullo schermo al plasma le immagini, non molto nitide a causa della neve, dell'aereo privato di Wael Ghaly.
«Sembra che il Grande Toth voglia una fetta della torta.» disse il più giovane dei due. «Che dici, Tito, potrebbe essere un problema?»
«Preoccuparsi è inutile hermano. Il piano va avanti.» 
Tito si portò una mano all'orecchio e sussurrò un nome.
«Keller, qui Salazar. Mandi qualcuno ad occuparsi di quell'aereo.» E chiuse la comunicazione. «Torniamo a goderci lo spettacolo, Theo.» disse dirigendosi alla terrazza.
«Non so come tu faccia a essere così calmo, Tito.» Diede una boccata al sigaro, ma ormai era spento.
Soffiò e del fumo nero uscì dalla sua bocca.

* * *

Admiral City
Nei pressi della sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.30

Dentro al van, Sniper stava aggiustando i sistemi danneggiati e si chiedeva cosa stesse accadendo a Alexsej e Musashi, quando lo sportello laterale venne divelto.
Di fronte a lui c'era il golem denominato Heavy, armi attivate e puntate su di lui, ma appena lo riconobbe abbassò i due mitragliatori a impulsi. 
Sniper continuò a tenerlo sotto tiro.
Un rapido scambio di dati in wireless ed entrambi vennero aggiornati sullo stato delle rispettive missioni. 
«Dobbiamo aiutare i due super, Stakanov e Kensei,» Sniper abbasso il fucile plasma e scese incespicando dal furgone, «possono essere utili.»
«Lo sai che non possiamo, la priorità ora è la sede S.T.A.R.T. Brawler è già sul posto.»
«Certo, ho ricevuto gli ordini. Come ti dicevo possono rivelarsi utili quei due super.»
«Rischiano di diventare un intralcio una volta sul bersaglio.»
«A quel punto allora dovremo eliminarli.»
«Dovremo?»
Sniper voltò la testa verso il suo compagno: «Ok. Ci penserò io.»


«Ehi, Musashi, questi tizi continuano ad arrivare.» Stakanov era impegnato nel prendere a pugni alcuni Triari, mentre  Kensei cercava di aprirsi un varco fra i carri armati.
«Non capisco.» Intervenne Kensei. «Questi mezzi pesanti, qui e in così poco tempo.» Un colpo di katana e i cingoli di due carri vennero tagliati di netto.
«Lo sapevo che non dovevo dimenticare la mascotte sul furgone. Avessi almeno il suo numero di cell...»
Una raffica improvvisa di raggi bluastri crivellò i Triari alle spalle di Alexsej, mentre tre carri esplosero in rapida successione, dopo essere stati colpiti da dei proiettili verdognoli.
«Scusate il rirardo. Ma ho portato rinforzi.» Sniper e Heavy uscirono dalla loro copertura, dietro una vecchia Oldsmobile ormai da rottamare, continuando a mietere vittime fra gli sgherri di mezzanotte e i corazzati. L'intervento dei due golem diede il colpo decisivo e i carri armati decisero per la ritirata. Heavy continuava a colpire i mezzi pesanti in fuga, le raffiche bluastre dei mitragliatori a impulsi scavavano nel metallo, colpendo serbatoi e vani munizioni, cingoli e torrette. Una potenza di fuoco devastante, sebbene poco accurata.
Musashi, balzato a fianco del golem, sfoderò la katana e la mise davanti al volto dell'umanoide. Una luce violacea illuminò il costrutto.
 «Credo abbiano compreso, rinforzo. Non sono loro i nemici, ma quelli che sta abbattendo il tuo compare, Sniper.»
Heavy rallentò la cadenza di tiro, fino a fermarsi. 
«Se non sbaglio sono loro ad aver aperto il fuoco per primi.» Il suo sguardo seguiva la ritirata dei carri. «Questo li identifica come nemici.»
«Chiamali come vuoi. Sono comunque il male minore, dobbiamo liberarci dei Triari prima, poi andare alla base S.T.A.R.T.»
«D'accordo super.» Heavy si voltò verso gli sgherri di Mezzanotte impegnati a combattere Alexsej e Sniper. «Stammi dietro e non ostacolarmi.» prosegui il golem.
I Triari sembravano non finire mai, scendevano dai tetti e probabilmente il loro obiettivo era lo stesso dei super e dei golem.
Heavy si portò a distanza di tiro. Delle punte metalliche fuoriuscirono all'altezza del polpaccio  ancorandolo a terra, mentre dalla schiena si prolungarono due aste che si conficcarono a loro volta nell'asfalto.
Puntò i mitragliatori a impulsi verso il nemico e fece fuoco. La cadenza di tiro era tre volte superiore a quella usata contro i corazzati, ma allo stesso tempo gli ancoraggi stabilizzarono i colpi; i Triari iniziarono a cadere come mosche sotto i colpi del golem. 
Alexsej e Sniper si buttarono dietro al relitto di un carro armato, per non rimanere nella linea di tiro.
Di fronte a quella pioggia di colpi, i Triari, o chi per loro, decisero per una ritirata.
«WOW!» Alexsej si rialzò dal riparo. «Amico questo è persino più figo di te.» Disse mentre dava una pacca sulla spalla di Sniper.
«Ottimo, abbiamo riguadagnato il tempo perso.» Kensei, si avvicinò al  russo. «La base S.T.A.R.T. non è distante. Muoviamoci.»
Nel frattempo Heavy stava sbloccando gli ancoraggi e immettendo liquido di raffreddamento nei mitragliatori. Fu in quel preciso attimo che una scarica elettrica lo colpi, spezzandolo in due all'altezza del bacino.
«Ehi, Kensei. Ti sei fatto nuovi amichetti?» Starcrusher apparve camminando fra le due metà del golem. «Non mi sembrano molto forti. Cosa ne pensi Magmarus?»
Una forma umana avvolta dalle fiamme si stagliò sopra alcuni cadaveri di Triari, le loro tute, anche se ad alta tecnologia, si stavano sciogliendo a contatto con quel calore.
«Penso che me la posso cavare da solo qui. Vai a salutare il vecchio AD e dagli un colpo anche da parte mia.»
Senza dare risposta, Starcrusher spiccò il volo e si diresse a tutta velocità verso la Salazar Tower.
«Kensei, ho visto cosa hai fatto a mia sorella Psi.» Continuò Magmarus. «La pagherai. Sia per lei, che per tutto quello che mi hai fatto in passato.»
«Ecco sì, mancava la rimpatriata fra vecchi amici.» disse Alexsej.
«Voi due soccorrete Heavy, all'accendisigari ci penso io.» Musashi scattò verso il nemico, l'estrazione della katana, il fendente e il 'Kiai' ruggito a piena voce sembrarono accadere tutti nello stesso istante.
La lama mancò il bersaglio. Di poco. Il forte calore distorceva la figura, e mirare a parti vitali era difficoltoso, anche per uno spadaccino esperto.
«Stai invecchiando, samurai.» Magmarus spalancò le braccia e un'ondata di aria incandescente riempì la zona dello scontro, mandando a gambe all'aria Alexsej e Sniper, che caddero vicini al busto di Heavy.
«Anche tu non sei molto in forma.» Kensei aveva evitato il colpo conficcando la katana nel terreno. «Troppo tempo rinchiuso al Cesor ti ha rammollito.»
«Credi?» Una seconda onda di calore, questa volta direzionata verso il samurai, fece quasi cadere Kensei.
«Devo sbrigarmi» pensò Kensei «o con questo caldo rischio di rimanere a corto di ossigeno troppo in fretta
L'attacco fulmineo del samurai colse alla sprovvista Magmarus, che si spostò in ritardo, ma limitò il danno a due dita della mano destra amputate.
«Bastardo!» Con la mano fiammeggiante il criminale cercò di prendere al collo Kensei, questi schivò con agilità ma il forte calore fece prendere fuoco al kimono. Incurante il samurai proseguì il movimento, roteò sul fianco e in una luce viola la katana tagliò  il braccio sinistro del nemico all'altezza del gomito. Al posto del sangue, un getto che sembrava magma uscì dal moncherino rimasto. Kensei lo schivò e balzò a una distanza di sicurezza. 
In tutta risposta, Magmarus si chinò a raccogliere il braccio, ricollocandolo al suo posto. 
«Che c'è Kensei. Ti sei dimenticato che quando sono in questo stato sono praticamente invulnerabile?»
«Ricordo benissimo. Tu sei e resterai sempre una persona che non sa cosa sia una strategia. Addio.» Detto questo rinfoderò la katana. 
«Cosa?»
Una potente salva di colpi bluastri crivellò Magmarus, riducendolo lentamente a brandelli. Heavy, legato con delle cinghie alla schiena di Alexsej, stava scaricando tutta la sua furia sul criminale, di cui rimasero pochi pezzi sparsi sulla strada.

* * *
Admiral City
Sede S.T.A.R.T.
22 Aprile 2013
Ore 07.50

«Colonnello Ross. Lancio dall'aereo di Ghaly effettuato. Stiamo tracciando il paracadute, ma sembra che sia preciso sul bersaglio. Signore.»
«Perfetto Millar, andiamo a vedere questo regalo. Intanto contatta Rushmore, servono lui e il telepate.»
I due soldati dello S.T.A.R.T. raggiunsero la zona di carico degli elicotteri, designato come punto di atterraggio per il pacco, nell'istante in cui quest'ultimo toccò terra. Di fianco alla cassa in titanio c'era una persona, con una tuta scura, che indossava una maschera raffigurante un dio egizio.
In quell'istante, un forte boato fece alzare tutti gli sguardi dei presenti verso il cielo.
L'aereo del super egiziano era esploso.
«O mio Dio!» Ross non credeva ai suoi occhi. «Il Grande Toth...»
«Il Grande Toth sa di avere molti nemici.» disse Wael Ghaly togliendosi la maschera del dio Ra.
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