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mercoledì 4 settembre 2013

Capitolo 25 - Stagione 2 (di Angelo Sommobuta Cavallaro)


22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:29

Il presidente Kedives non riusciva a smettere di ridere, e la sua risata convulsa riecheggiava tra le pareti della stanza. 
Solo adesso si rendeva conto del quadro generale. 
Solo adesso si rendeva conto di come sarebbero andate le cose. 
Solo adesso si rendeva conto di come tutti erano stati giocati.
Compreso lui.
«Non avete capito niente», sogghignò ai suoi ospiti. «Non avevo capito niente…»
I neon tornarono ad accendersi con un ronzio metallico, i generatori d’emergenza infusero nuova energia elettrica all’intero impianto.
«Che cosa significa?», gli domandò di nuovo Yell, la pistola sempre puntata alla sua testa. 
Kedives esplose in una nuova risata.
Yell esplose il colpo.
Kedives avvertì un dolore atroce all’altezza del ginocchio sinistro, un attimo dopo aver udito lo sparo. Gemette. Poi il rantolo di dolore si tramutò nell’ennesima sghignazzata nervosa.
«Per l’ultima volta», disse Yell, tornando a mirare all’altezza della fronte, il tono di voce glaciale, «Che cosa significa?»
Kedives non rispose. Indicò il grande schermo, che si era acceso da solo.
Dopo lo sfarfallio iniziale, l’immagine era divenne nitida.
Una donna bionda, sulla trentina, se ne stava seduta su di una poltrona in pelle nera. Le gambe accavallate erano coperte da autoreggenti a righe. Il tailleur rosso, ben abbinato con una borsa di coccodrillo appoggiata alla sua destra, disegnava i contorni di un corpo sensualissimo. 
Kedives chiuse un istante gli occhi. 
Era finita. 
«Bel lavoro, Gino», disse la donna, sfoggiando un sorriso ampio e luminoso. «Non potevo aspettarmi di meglio, da te.»
Yell sgranò gli occhi. Sembrava incredulo. «Tu?»
«Anche per me è un piacere rivederti, mio caro. Quanti anni sono passati dall’ultima volta?»

***

1 Gennaio 1975
Da qualche parte a San Juan – Porto Rico

Il Ribelle fu l’ultimo ad arrivare. 
Prese posto, e senza perdersi in saluti e convenevoli, tirò fuori un plico dalla bisaccia che portava a tracolla e lo sbatté sul tavolo. 
L’uomo che avevano cominciato a chiamare “Sogno Americano” inarcò un sopracciglio. «Che roba è?»
Il Buffone ghignò. «Già, che roba è?»
«Un vecchio giocattolino di Moore. Un satellite che, dalla fascia di Clarke, invia continuamente segnali a ripetitori localizzati qui sulla terra.»
«E quindi?», domandò American Dream.
«E quindi date un’occhiata ai ripetitori.»
American Dream aprì il plico. Si ritrovò tra le mani diversi fogli e numerose fotografie.
Il Jolly ridacchiò.
«Che scherzo è questo, Yell?», chiese American Dream. Indicò una delle foto che aveva davanti. «Che cosa dovremo farci con Clark Gable?»
Yell sospirò. «Quello non è Clark Gable. Quello è un androide. O meglio, uno dei ripetitori.»
American Dream corrugò la fronte. «Come, scusa?»
Una voce femminile risuonò dal nulla. «Io te l’avevo detto che non dovevamo fidarci di quel pazzo…»
Yell voltò la testa alla sua destra. «Incredibile. Ti sei degnata anche tu. Bentrovata.»
La donna bionda col tailleur rosso si fece avanti. «È sempre un piacere venire a questi piccoli randes vouz, mio caro. D’altronde il Protocollo non ha mai funzionato a dovere.»
«Ecco perché abbiamo formato la Cabala!», esclamò Jolly. «Matt è il Braccio, Yell la Mente, tu il Controllore, e io…»
«E tu sei il Buffone, lo sappiamo», sospirò la donna. «È stato un errore affidare a Moore il progetto Devanagari del dottor Gupta. E questo è stato il risultato. Abbiamo abbattuto il superuomo tedesco, abbiamo vinto la guerra. E abbiamo permesso a un mostro pazzoide di attentare alla nostra sicurezza nazionale. Il satellite di Moore è una sorta di supercomputer. Invia segnali continui ai suoi ripetitori, a queste specie di automi. E in cambio riceve e accumula informazioni.»
«Che genere di informazioni?», chiese American Dream.
«Di quelle che piacciono a Salazar», disse Yell. «Il nostro amico ha messo le mani sul satellite di Moore, ha decriptato le informazioni dei ripetitori e ha tracciato una mappa di alcune delle più importanti fonti di Teleforce del mondo. D’altronde Moore ha utilizzato nuclei di Teleforce per costruire i suoi ripetitori, quindi sapeva dove trovare l’energia che gli serviva. E gli esperimenti di due anni fa di Salazar sono figli di queste informazioni. Gli è bastato utilizzare solamente la formula di Tesla per maneggiare la Teleforce al meglio. E il risultato, purtroppo, lo conosciamo tutti.» 
«E c’è di più», disse la donna. «Gli esperimenti di Salazar con la Teleforce sono solo l’inizio. Io ho visto tutto, Yell. Ho visto i piani degli scienziati di Salazar e ho visto i progetti della divisione del dottor Grant. Se riuscissero a realizzare sul serio quello che hanno teorizzato…»
«Tu puoi vederlo, Gaia», fece Yell. «Puoi vedere di persona se ci riusciranno. Puoi vedere quello che sarà.»
«Te l’ho detto, mio caro», disse Gaia. «Io ho già visto tutto.»

****

22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:30

«Pensavo fossi morta nell'esplosione della centrale di Kobe dopo quell’ultimo incontro, Gaia», disse Yell. «Invece ti sei salvata. Hai infranto la tua regola e hai visto il tuo stesso futuro. È così che andata, non è vero?» 
Gaia annuì. «Già.»
«Non pensavo che ti avrei mai più rivista.»
«Nessuno conosce il proprio futuro, mio caro.»
«Nessuno tranne te», replicò il Ribelle. 
«Ed è una maledizione. Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto solo una persona con un potere simile al mio. Anzi, un potere superiore, che lo consumava ad ogni utilizzo. Ma evidentemente è il prezzo che si paga per avere il controllo sul multiuniverso, oltre che sullo spazio-tempo.»  
«Tu invece sei sempre uguale», puntualizzò Yell.
«Come te, mio caro.»
«Non riesco a capire come tu abbia a che fare con tutto questo, Gaia.»
«Invece lo sai già, mio caro», disse lei sorridendo. «Te l’avevo detto. Io avevo già visto tutto. Avevo visto cosa sarebbe stato. E purtroppo avevo visto cosa avrei fatto, perché l’avevo già fatto. Avevo visto questo momento che stiamo vivendo ora. Avevo visto quello che sarà. In questi anni ho cercato di impedirlo con tutte le mie forze, ma come mi è stato detto, come mi è stato insegnato, non si può modificare una linea temporale. E la nostra era già segnata.»



****

3 Febbraio 2013
Santorini, Grecia

Aran si rilassò sulla poltrona. «Sono contento di averti incontrata finalmente di persona, ma ho deciso di rifiutare la tua offerta. Quindi no, non sarò dei vostri.»
Gaia scrollò la testa. «Perché? Se tu ti unissi a noi eviteremmo la catastrofe. Tu stesso l’hai detto. Tu stesso l’hai visto in uno dei tuoi viaggi. Se tu sarai con me, il piano della Hypotethical andrà a buon fine, le divinità di Grant polverizzeranno gli eserciti di tutto il mondo. E a fronte di una giornata di sangue garantiremo al nostro mondo pace, stabilità e sicurezza. E un futuro. Un futuro che tu stai precludendo per un tuo capriccio.»
Aran socchiuse gli occhi. «Dimmi, Gaia: è così che andranno le cose? Questo piano divino andrà a buon fine? Oppure hai visto qualcosa di diverso?»
Gaia non rispose.
Aran sorrise. «Tu hai visto la fine del mondo, vero?»
Gaia annuì.
«Raccontamela», disse Aran.
E Gaia raccontò. 
Aran la ascoltò con interesse, e quando la donna ebbe finito, si strinse nelle spalle. «Lo vedi? Non c’è nulla che possiamo fare. Questo è l’universo dove io muoio. Perché ho deciso di non uccidere migliaia di persone. Non mi interessa se da qualche parte, in un altro universo, un altro me abbia appena deciso il contrario e si sia unito a te. Tu hai visto un futuro preciso. Ed è così che le cose devono andare qui. Io posso navigare tra le infinite pieghe create dalle variabili dello spazio e del tempo. Ma ognuna di quelle infinite variabili rappresenta un punto fisso di un universo ben preciso.»
«Allora creiamo una nuova variabile e cambiamo il futuro!», urlò Gaia.
Aran scrollò la testa. «Purtroppo non funziona così. Nel momento in cui tu hai visto quel futuro, nel momento esatto in cui hai visto come andranno le cose, hai già creato una variabile nella linea temporale del tuo mondo. Hai creato un punto fisso nella storia di questo universo, modellando un futuro incontrovertibile. Non c’è più nulla che tu possa fare. Puoi solo traghettare il mondo verso la fine.»  
  
****

22 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10:31

«Non ci è voluto molto tempo ad accumulare ricchezze ingenti con le mie conoscenze», disse Gaia. «La Hypothetical, che io ho fondato e messo nella mani di Gino, aveva come scopo quello di creare un’ulteriore variabile, per tentare di modificare gli eventi futuri. E fino a prima che apparisse di nuovo quella ragazza, pensavo di esserci riuscita.» 
Yell lanciò un’occhiata a Valerie, che da qualche minuto si è seduta sul pavimento, le braccia penzoloni, gli occhi vacui.
«Dimmi, mio caro. Quando hai visto cos’era in grado di fare quella ragazza, non hai pensato che fosse troppo potente?  Non hai pensato che ci fosse in lei un qualcosa che non andava? Probabilmente quella ragazza vi avrà raccontato di essere una specie di aborto scientifico, un esperimento andato a male. Ma non è così. È tutto l’opposto. Lei è il più grande successo di Grant, il vero motivo della rottura tra lui e Salazar, poiché racchiude in sé tutti i codici genetici dei più potenti super mai creati a questo mondo. Lei è il motivo dell’incidente alla centrale di Kobe. Lei ha fatto saltare tutto in aria, e poi è scomparsa chissà dove per tutti questi anni. Fino a qualche giorno fa. La sua mente è un macello, i suoi pensieri, i suoi ricordi, sono sconvolti. Si è creata un mondo tutto suo, una vita che non le appartiene, una qualcosa che non esiste. Con un solo pensiero può alterare, modificare, distruggere e ricreare la realtà che ci circonda. Ed è quello che farà tra pochi minuti, Yell. Non se ne renderà nemmeno conto. Un battito di ciglia, e cancellerà l’esistenza stessa di questo universo.» 

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Capitolo scritto da Angelo Sommobuta Cavallaro (Il Viagra della Mente blog)


mercoledì 28 agosto 2013

Capitolo 24 - Stagione 2 (di Paolo Ungheri)



23 ottobre 2013

L’uomo è stanco. Viaggiare prosciuga la sua essenza, e ad ogni viaggio il costo è più alto del precedente.
Aveva perso il conto dei mondi visitati, delle realtà e le vite osservate accendersi e spegnersi in un solo battito di ciglia.
Risposte, ecco cosa cerca. Ma l’universo sembra negargli questa soddisfazione, come se le porte della conoscenza fossero a lui precluse.
Un solo luogo, un solo tempo, questo gli rimane. Un ultimo viaggio ai confini della vita stessa.

23 ottobre 2013
Ore 10.24
Monte Olimpo

Reb osserva il corpo della giovane.
Tanto potere racchiuso in così poche cellule, quello che si dice ottimizzare lo spazio.
Ma c’è qualcosa in tutta quell’equazione che non gli torna. Creare Dei mescolando il codice genetico di altri super, per poi infonderli nuovamente con la Teleforce… un aumento esponenziale di capacità che non può finire che in altro modo se non la saturazione. È come un incesto di superpoteri, un continuo generare energia dalla stessa energia, dandogli ogni volta una sferzata aggiuntiva grazie alla teleforce.
Esistono forse limiti?
Fissando Valerie, Reb si chiede se non sia arrivato il momento di scoprire tali limiti.

***

Valerie sente il proprio corpo farsi leggero. L’energia che ha trattenuto fino a quel momento preme per uscire, per allungarsi e raggiungere ogni centimetro quadrato di questo piccolo pianeta. Ma c’è dell’altro, una consapevolezza che non aveva mai provato prima.
Sente la forza, la paura che alberga nelle menti delle persone. Sente la teleforce scorrere nelle cellule di tutti i super esistenti e vede universi sovrapporsi l’uno all’altro in un continuo andirivieni di colori e immagini. Se solo volesse potrebbe spegnere tutto, dare il via ad un effetto a cascata che avrebbe come scopo il distruggere qualsiasi cosa, lei compresa, e fatica a tenere a bada quella sete.
Sente Ammit, sua madre, mescolata al resto.
Raccoglie le forze, concentra e si focalizza su quello che i suoi nuovi occhi possono vedere. Poi erutta, scagliando invisibili tentacoli di energia verso i bersagli predestinati.

23 ottobre 2013
Londra

Castore e Polluce vengono investiti da una silenziosa ondata di energia. I loro corpi si sfaldano, spazzati da un vento concentrato su i due, i lembi delle loro carni che volano e svaniscono nell’aria.
In pochi istanti dei Dioscuri non rimane che un ricordo polveroso.

22 Ottobre 2013
Nuova Delhi

Il super volteggia sui cieli di una città irriconoscibile. Le mani scaricano saette sulla città sottostante, esplodendo e abbattendo tutto quello che incontrano.
Sta per lanciare l’ennesimo fulmine, ma questo rimane ancorato alla mano. Aumenta d’intensità, cresce, brucia, fino a quando non avvolge l’intero corpo e implode con un boato.

23 Ottobre 2013
Zhongnanhai

Hermes scivola lungo le strade. Al suo passaggio il terreno brucia e le finestre esplodono.
Non sente le urla, ne vede la devastazione che sta portando. Nella sua attuale condizione il mondo circostante è solo una macchia distorta.
Ora una nuova forza lo pervade, lo spinge a correre ancora di più.
Aumenta la velocità. Una, due, dieci volte più rapido. Poi si accorge di non avere più il controllo. Corre sempre più veloce, fino a quando il suo corpo si ribella.
Una gamba si stacca di netto, finendo contro la facciata di un centro commerciale. L’esplosione che segue sovrasta ogni altro rumore. Dopodiché il resto del corpo si smembra in minuscoli frammenti di carne, pelle e ossa.

23 Ottobre 2013
Mosca

Il super è circondato da un vortice di acqua nebulizzata. Ad ogni gesto delle sue mani colonne granitiche di ghiaccio si alzano fino ad inglobare interi palazzi.
Il Cremlino trema, scosso da un terremoto violentissimo, poi si pacca in due. Dalla fenditura straripa una cascata di acqua e ghiaccio che inonda tutto, trasformando l’intera piazza in una distesa polare.
Il vortice si affievolisce, svanendo, e la figura al suo interno, nuda, ride godendosi il trionfo. Fa per muovere un passo ma il piede sembra incollato a terra.
Sbalordito fissa l’arto, parzialmente congelato, e prima che possa formulare un solo pensiero il corpo gela e va in frantumi.

23 ottobre 2013
Ore 10.25
Monte Olimpo

Valerie richiama l’energia appena trasmessa. È bastato un minuto per annichilire quegli impostori e rispedirli nella leggenda.
È esaltata, inebriata dal potere infinito che la pervade. Potrebbe fare quel che vuole, ora ne è conscia, e questo la spaventa.
«I tuoi Dei sono morti» dice atona rivolgendosi a Kedives, «erano potenti, ma non quanto me».
Kedives la fissa. Per un momento sembra non abbia più parole da spendere, nessuna brillante battuta. Poi un sorriso si affaccia sulle sue labbra.
«Non avete capito nulla…» sospira, «siete solo un branco di stupidi e ignoranti babbuini».
Reb vede i dubbi diventare più solidi. Alza la pistola puntandola contro la testa del presidente.
«Cosa significa?»
Kedives continua a ridere. «Oh, lo scoprirete presto… molto presto».
Reb e Valerie si guardano. Nei loro occhi solo inquietudine.



23 Ottobre 2013
Ore 10.25
Profondità del Monte Olimpo

Sibir si era presa cura di una ventina di guardie dell’Hypothetical, senza troppi problemi. Avrebbe voluto essere ai piani alti, per vedere cosa aveva in mente quello strano cowboy. Ma anche così, nel ruolo di ripulitrice, le cose non gli andavano affatto strette.
Niente domande. Nessuna risposta da dare. Solo pulizia. E cosa c’è di meglio del fuoco per sterilizzare tutto.
È scesa di parecchi livelli da quando ha disattivato la corrente. L’ambiente ora è meno formale, i corridoi puliti e asettici hanno lasciato il posto a cunicoli scavati nella nuda roccia. attorno decine di pannelli di controllo, ormai morti, dovevano servire a controllare chissà quale diavoleria.
Il fondo della galleria termina con un enorme porta metallica. Sibir concentra il plasma sulla punta delle dita e lo scaglia verso il metallo, che immediatamente inizia a sfrigolare. In pochi istanti l’apertura è sufficiente a farla passare.
Dall’altro lato c’è ancora luce. Sibir entra, trovandosi in una larga caverna, di forma semisferica. Un macchinario dalle dimensioni sproporzionate occupa quasi l’intera superficie e una colonna di tubi e cavi si alza per una ventina di metri fino a sfiorare la sommità della cupola.
Δωδεκα θεῶν
Le due parole sono incise nella pietra, proprio davanti al macchinario.
Dodici cilindri pieni di un liquido ambrato sono incastonati nella parete e collegati al macchinario principale. In ognuno di essi è contenuta una massa carne viva e pulsante.
Sibir legge la targhetta che si trova sotto al primo di essi: Κρόνος.
Mai saputo il greco, pensa la Super, e in fondo poco le importa. Il piano è chiaro, distruggere tutto, e ha intenzione di portarlo a termine.
Mentre si prepara a inondare l’intera sala col plasma, avverte uno spostamento d’aria. Si volta, trovandosi di fronte qualcuno che non dovrebbe essere lì.
«Dabrò pajalovith, ragazzone… non vuoi proprio morire, eh?».

Periodo Eoarcheano
Pianeta Terra

L’ennesima incarnazione di Aran aveva viaggiato fino al limitare dell’esistenza della vita stessa. Sapeva che stavolta non era compreso il viaggio di ritorno, non possedeva più le energie per farlo, ma quello a cui stava per assistere non aveva prezzo.
Il pianeta Terra era ancora agli albori della sua nascita. Le prime forme di vita cellulare si stavano formando in un mondo inospitale. Finalmente era dove doveva essere.
In quel momento la sua pazienza venne premiata.
Una sfera di fuoco, brillante come un sole. Fora l’atmosfera, veloce, con un rombo che pare il suono di mille tuoni.
L’astronave si ferma a una decina di metri dal suolo. Un cilindro, affusolato alle estremità, lucido, quasi etereo. Sulla parte destra capeggia una scritta: Προμηθεύς. Senza alcun rumore un fascio di luce si proietta sul terreno e quando si affievolisce al suo posto vi è una figura. Un uomo, quasi tre metri di altezza, nudo, capelli color del fuoco e il corpo che pare scolpito nella roccia. Muove qualche passo, incerto, e al suo passaggio la terra sotto i piedi sfrigola come colpita da acido.
L’essere si ferma, fissando un punto lontano, quindi rivolge lo sguardo al terreno e alza la mano destra, mostrando il palmo verso l’alto.
«τοΰτο έςτί των θέων τό πΰρ έυ χρήςθέ» pronuncia con voce roca e profonda.
Quindi volge la mano al terreno e qualcosa simile ad una goccia scivola dal palmo fino a staccarsi.
Teleforce, riconosce l’uomo assistendo senza parole alla scena. Può sentirne la forza, l’infinito potenziale che si nasconde al suo interno. E infine comprende.
La goccia sfiora il terreno, si accende di un bagliore accecante e comincia a spandersi ricoprendo ogni roccia, ogni granello di sabbia. Non c’è montagna che la fermi, nessun mare che ne diluisca l’effetto. In pochi minuti l’intero pianeta è avvolto da una luce azzurra, intensa e vitale, poi tutto termina.
L’energia della teleforce ha impregnato ogni fibra di quel pianeta appena nato. Il seme è stato piantato.
L’uomo, finalmente appagato, si abbandona al lento fluire delle sue energie. Ha vissuto tanto e tanto ha visto, ora può finalmente morire, per l’ennesima volta. Per l’ultima volta.
Prima che l’oblio lo raggiunga vede la nave riprendere il suo volo e tornare da dove è venuta.
Se solo avesse ancora tempo per capire dove sia questo luogo…


23 ottobre 2013
Ore 10.27
Olympus Mons – Marte

Il vulcano, vecchio di milioni di anni, trema, squassato da un’onda che sembra voler strappare via la superficie rossastra del pianeta.
Una scossa, un’altra, fino a quando arriva l’ultima, così violenta da spaccare in due la montagna. Un fiume di roccia fusa esplode verso il cielo, riversandosi per chilometri. La nube di polvere è tanto intensa da rendere tutto indistinto.
A quel punto qualcosa emerge, una luce. Dapprima esile, quasi il lume di una candela, poi erutta in un fascio che fora l’atmosfera e si perde nello spazio.
Per un solo istante il pianeta rosso cambia colore, inondato dalla luce azzurra.

23 ottobre 2013
Ore 10.29
Fascia di Clark

Il satellite percorre il suo lento e inesorabile cerchio attorno alla Terra. Da anni quel agglomerato di silicio, titanio e componenti elettronici invia segnali sul pianeta. Detriti spaziali, comunicazioni, bolidi, una sentinella pronta a captare la seppur minima minaccia.
Improvvisamente i sensori si attivano. Quello che registrano è fuori scala, di gran lunga sopra la media di qualsiasi cosa mai registrata prima.
Nello stesso istante, nelle profondità dell’Olimpo, il macchinario si attiva.



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Capitolo scritto da Paolo Ungheri Narratore (curatore del blog Midnight Corner)





mercoledì 24 luglio 2013

Capitolo 23 - Stagione 2 (di Anonimo Mascherato)



23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 5.45

«Ma tu esattamente che poteri hai?»
Sibir osserva l'uomo in grigio, e inarca un sopracciglio.
Sono fermi sul ciglio del sentiero.
L'alba è solo un'impressione all'orizzonte.
Alle loro spalle, Bannon si concede una risata, breve.
«Non badargli» le dice. 
Si sfila lo zaino, fruga al suo interno.
Si avvicina, le allunga una bottiglia d'acqua.
«A Reb i russi non sono molto simpatici», le dice, mentre lei beve.
Sopra di loro, i picchi del monte Olimpo sono avvolti da una spessa coltre di nubi, e nell'aria c'è odore di pioggia.
«L'Olimpo non era scosso da venti né mai bagnato da pioggia, né la neve vi cadeva, ma l'aria vi si spandeva chiara e senza nubi, e su di esso fluttuava un biancore raggiante.»
Tutti si voltano a guardare Valerie, che fa spallucce. «È Omero,» dice.
«Uno che aveva letto solo le guide turistiche,» sentenzia Reb, riprendendo la marcia.
Sottile, la pioggia riprende a cadere.

* * * 

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 8.49

«E quella cos'è, la Batcaverna?»
Reb si volge verso Libby, ma è Bannon a risponderle.
«La Caverna di Ithakisiou,» le dice.
«La Porta degli Inferi,» sussurra Reb.
«L'ingresso del complesso del controllo del Progetto Pantheon della Hypothetical Inc.» conclude Valerie.
Libby li guarda uno per uno - il vecchio pistolero, la ragazzina pallida, l'uomo in nero dall'aria stanca.
Poi lei e Sibir si scambiano un'occhiata.
La russa annuisce.
«Qual'è il piano?» chiede.
Rebel Yell si volta verso di lei, e la super percepisce i suoi occhi senza vederli, neri nel nero dell'ombra della tesa del cappello grigio, li sente mentre la attraversano portandosi via qualcosa di lei.
Rabbrividisce.
«Il solito,» dice poi lui. «Entriamo, e uccidiamo tutti i cattivi.»
Lei allunga una mano e lo afferra per un braccio, obbligandolo a voltarsi.
«Tu sai come si uccide un dio?»

* * *


9 gennaio 1937
Ore 15.45
Washington DC
Casa Bianca - Ala Est
Sala Proiezione 3

«Come si uccide un dio,» aveva scandito con precisione il professor Andrew Bates, PhD, guardandoli uno per uno.
Il filmato arrivato da Berlino era ancora impresso nelle loro retine, l'uomo volante con la swastika sul petto che volteggiava nel cielo sopra allo stadio olimpionico, per poi scendere come una foglia nel vento, a stringere la mano dell'ometto così simile a Charlie Chaplin.
«Lo colpisci finché non ne può più.»
Risate.
Basso, calvo, con un improbabile paio di baffi, Bates aveva scrutato nel buio della sala, lo aveva trovato, aveva annuito e lo aveva chiamato per nome.
«Mi chiami Reb,» aveva risposto lui.
«Reb,» aveva ripetuto Bates, annuendo. «Lei crede davvero che sia così...» un gesto vago, con le mani. «Semplice?»
«Non ho mai detto che fosse semplice, Doc.»
Altre risate. «E se non fosse sufficiente?»
Reb aveva scrollato le spalle. «Lo si colpisce ancora un po'.»
L'espressione del piccoletto con la cravatta a farfalla si era fatta improvvisamente dura.
«No, signori,» aveva detto Bates, sovrastando il brusio e le risate. «Voi non avete capito nulla.»
Il suo tono era a tal punto glaciale che aveva imposto il silenzio.
«Voi non avete capito che il nazismo non è un sistema politico, è una religione,» aveva detto. «Voi non avete capito che il loro Ubermensch è un dio. E voi non avete capito che l'unico modo per uccidere un dio, è eliminare ogni forma di fede in lui.»
Si era concesso un breve, gelido sorriso sotto i baffi. «A quel punto, Mister Reb, lei potrà colpirlo fino a che non ne potrà più. Solo a quel punto.»


* ** 


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.12

«La cosa che mi ha sorpreso, in tutta questa faccenda,» osserva Bannon, disarmando le guardie svenute e procedendo a legare loro i polsi coi lacci di nylon, "è che nessuno si sia domandato csa faccia esattamente la Hypothetical Inc."
Libby aggrotta le sopracciglia. «Cosa... faccia?»
«Sì, cosa produca,cosa commercializzi, quale sia il prodotto che viene venduto con sopra il marchio della Hypo.»
La velocista si passa una mano sul collo, «Stabilità economica... servizi amministrativi... «
«Idee,» una voce sussurra nel suo orecchio attraverso l'intercom.
«Eh?»
«La Hypothetical vende idee,» sussurra Valerie, perduta chissà dove nel complesso sotterraneo. 
«Esatto,» sorride Bannon, facendo cenno alla velocista di seguirlo.
«E qui l'idea era di solidificare l'economia attraverso la rinascita di una forte identità nazionale,» prosegue l'uomo, camminando rasente al muro lungo il corridoio.
In lontananza, passi pesanti di scarponi da combattimento.
Lui guarda Libby e annuisce.
«Un po' come fece la Thatcher,» dice Valerie.
«Solo che qui, invece di farela guerra agli argentini, si è pensato di riportare i fasti olimpici all'onore delle cronache.»
La voce di Rebel Yell è un crepitio negli auricolari. «La solita soluzione di sempre: quando i problemi paiono insormontabili, ci si crea un dio da adorare.»
Sibir è glaciale. «Non può funzionare.»
Bannon ride.
Gli uomini in nero bloccano il corridoio, ed una figura che li sovrasta di tutta la testa e le spalle si apre la strada fra di loro, avanzando verso Bannon e Libby.
«Può funzionare eccome,» dice. «Se il progetto non viene dirottato.» 
Bannon posa lo zaino, prende la bottiglia dell'acqua, la offre alla donna e quando lei rifiuta, senza staccare gli occhi di dosso dagli avversari, beve un lungo sorso.
«Che il vostro cuore sanguini, mortali,» intona il colosso, «alla presenza di Polemos di Sparta!»
Bannon sospira.
«Certo, come no.»


* * * 

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.13

Sul grande schermo, il colosso che avanza verso l'uomo in uniforme e la ragazza in tuta sembra sovrastarli di ben più dei quaranta centimetri effettivi.
«La ragazza è la velocista dello Start,» sta dicendo Kedives, aspro. «Ma quell'uomo chi è? Indossa una vostra uniforme, mi pare?»
Grant trattiene uno sbuffo.
Kedives è stato utile, finora, ma è troppo volatile per essere un serio assetto nel portfolio di opzioni del Progetto Pantheon.
Dal tablet evoca una cartella. «È un nostro uomo,» ammette. «Bannon. Era a capo di una sotto-sezione dell'unità che si occupava della crisi a Santorini.»
«Un traditore?»
«Un dipendente infedele,» ammette Grant.
«Polemos si prenderà cura di lui,» sorride kedives.
In quel preciso istante, sullo schermo, Bannon abbatte l'Olimpico.
Poi Libby diventa una scia colorata, e infine il monitor mostra solo più un fastidioso effetto neve.
Poi, la porta alle loro spalle esplode, e il pesante battente blindato si schianta sul pavimento di marmo candido con un tuono, sollevando una nube di schegge e polvere.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.14

Sibir odia l'inattività.
L'americano strambo l'ha voluta marginalizzare, affidandole questo stupido incarico.
L'intercom le ha portato i suoni della devastazione che i suoi compagni hanno scatenato nella base segreta della Hypothetical.
E lei è qui a girarsi i pollici.
Davvero Bannon ha ucciso un Olimpico con una bottiglia di plastica?
È questo, il significato di quel "universalmente letale" annotato sulla sua scheda dell'Old Timer?
Poi L'intercom crepita.
«Sibir?»
È Reb.
Finalmente.
«Dà?»
«Fai il buio.»
Sorride, e poi, deliberatamente, estendei propri poteri ai generatori elettrici, e piomba l'intero sistema elettrico dell'Olimpo nel nulla.
«Benvenuti nel neolitico, stronzi,» sussurra.
E poi, come da istruzioni, si mette in cerca di bersagli d'opportunità.

* * *

23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.17

Reb lascia a Kedives e a Grant un minuto pieno per apprezzare le tenebre.
Per capire che i sistemi di aerazione forzata sono morti.
Che sono morti i monitor della sicurezza.
I computer.
L'uplink satellitare.
Persino gli accendisigari elettrici.
Li lascia lì, al buio, per sessanta secondi interminabili.
«I generatori d'emergenza,» comincia Grant, cercando di mascherare il tremore nella voce.
E Reb, senza bisogno di vedere, gli polverizza un ginocchio con una pistolettata.
Il lampo d'uscita illumina Valerie, che sobbalza.
Poi l'uomo in grigio accende una coppia di flare e li getta sul pavimento, illuminando la sala di marmo candido con una sinistra luce verde.
«Signor presidente,» dice, con un cenno del capo.
Kedives vede la propria vita scorrere davanti ai propri occhi come in un film.
Come dicono che succeda prima di morire.


* * *


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.21

«L'hai ammazzato con una bottiglia di plastica!»
Libby è esterrefatta.
Bannon è seduto a terra, le spalle contro la parete.
Ha l'aria molto stanca.
Alla luce del flare, le rughe sul suo volto lo fanno sembrare scolpito nella pietra.
«Non era duro come credeva!»
Le sorride.
«Vai,» le dice.
Lei è indecisa.
Il corridoio è ingombro di corpi, ma ci sono certamente altri uomini armati, nel complesso.
«Ma...»
«Atteniamoci al piano.»
Lei ride. «Il piano,» dice.
Lui fa una smorfia. «Fin qui ha funzionato.»
Lei annuisce.
«Qui dentro, tu...»
Lui fa un cenno col capo.
«Tranquilla. Da qui dentro non uscirà nulla.»


* * *


23 Ottobre 2013
Monte Olimpo
Ore 10.23

Spencer Grant è occupato a morire dissanguato sul pavimento.
Rebel Yell lo disprezza.
Una pressione opportuna, esercitata con calma, potrebbe rallentare l'emorragia e permettere all'uomo di sopravvivere abbastanza a lungo da rivere soccorsi.
Grant lo sa, ma è troppo terrorizzato e accecato dal dolore per applicare quella semplice nozione.
Non sarà la ferita alla gamba ad ucciderlo, ma la sua mancanza di disciplina.
Kedives, dal canto suo, sembra una larva uscita dall'Ade.
Reb si volta verso Valerie, stranamente aliena nella luce verde.
«È ora, bambina,» le dice.
Lei lo guarda.
«Fai il tuo numero, e poi andiamo a casa,» le dice.
Lei fa un passo avanti, stende le braccia lungo i fianchi.
Kedives trova da qualche parte nella propria anima l'energia per parlare.
«Ma chi diavolo sei, ragazzina?»
Lei lo guarda, con una espressione di infinita compassione.
«Mirate!» sussurra, «O Alala, figlia di Polemos! Preludio alle lance! Alla quale soldati si immolano per il bene della città nel sacro rito della morte.»
Dietro di lei, Reb annuisce.
Può apprezzare la citazione.
«Benvenuto al crepuscolo degli dei, presidente.»

- - -

Capitolo scritto da Anonimo Mascherato








mercoledì 5 giugno 2013

Capitolo 17 - Stagione 2 (di Marina Belli)


22 ottobre 2013, ore 05.05
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., livello -4

Le piantine di Clark sono più che affidabili.
Sibir e gli spetsnaz procedono con cautela, se svoltano a sinistra e seguono il corridoio per altre tre intersezioni, saranno al laboratorio di Grant.
L’uomo in testa si appoggia contro il muro, sbircia oltre l’angolo e emette un verso strozzato.
Si tira indietro con il capo avvolto dalle fiamme, incespica e cade a terra.
Sibir lancia un dardo di plasma oltre l’angolo, si affaccia.
Una ragazzina dai tratti orientali attende dall’altro lato del corridoio, fasciata in una tuta nera con inserti color fuoco.
«Sibir!» esclama la ragazzina, sorridente da orecchio a orecchio.
Le risponde con due dardi di plasma che si sciolgono quando la colpiscono. La ragazza non smette di sorridere e cantilena:
«Roses are red, violets are blue, my name is Hestia, and I will burn you!»
I disegni sulla tuta si animano mentre Hestia solleva le braccia, diventano lingue di fuoco che schizzano come proiettili verso Sibir.
Sarà una notte interessante.

* * *

22 ottobre 2013, ore 05.09
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., ufficio del presidente

Il tritono distrae Kedives dall’andamento della borsa di Tokyo.
«Mi dica, Pavel.» dice alla stanza vuota.
La voce echeggia nell’ufficio, liscia come seta:
«Gli americani hanno messo in moto Settembre.»
«Ha registrato tutto.»
«Come sempre, signore.»
«Bene. Si tenga pronto.»
«Sì, signore. La polizia riferisce che due persone, probabilmente Super, sono fuggite dalle rovine del laboratorio di Agia Paraskevi. Ne hanno perso le tracce. E Hestia ha disubbidito all’ordine di non attaccare Sibir.»
Kedives storce la bocca, va al mobiletto bar.
«Come sta andando?»
«Si stanno studiando. Le mando il feed?»
«Perché no.»
La voce di Pavel tace, le immagini di un corridoio di uno dei livelli sotterranei, ripreso da due angolazioni diverse, si affiancano a quelle di telegiornali vari. Hestia ha fatto esattamente quel che le aveva detto di non fare. Impossibile resistere alla tentazione di scontrarsi con qualcuno di simile. La capisce. Meglio di sfidare un simile c’è solo giocare allo stesso gioco dei bulli, con le stesse regole, nella speranza di prenderli a calci in culo.
Kedives si versa un dito di scotch, poi chiama:
«Pavel.»
«Sì?»
«Loxias?»
«È uscito, da circa…»
«Non importa da quanto sia uscito. Dove è andato?»
«Non lo ha specificato. La Pizia è con lui, ha detto…» Pavel si interrompe, sostituito da una registrazione della voce distaccata della Pizia che annuncia:
«I cinque americani si sono meritati il caldo benvenuto da parte di Loxias.»
Silenzio.
«Devo richiamarlo?» domanda Pavel, neutro.
«No. Sa quel che fa.»
Su uno degli schermi, Hestia è avvolta da fiamme dalle punte verde scuro e le lancia a manciate verso Sibir e i suoi accompagnatori.
«Ah, Pavel? Mi mostri anche un feed dei sensori strutturali. Non vogliamo che ci crolli l’edificio sotto il culo, come quel coglione di Salazar, vero?»
«No signore!» esclama Pavel. Ride pure. Da segnare sul calendario.

* * *


Island Stone, Admiral City, Puertorico
21 ottobre 2013, ore 22.40

«Era anche ora!» sbuffa Blackjack quando la voce di Ross, amplificata dalla Drakkar 1, annuncia che hanno il via libera definitivo, dopo quella stronzata del “all'arrivo dovete attendere il nostro segnale, prima di mettere piede sul suolo greco”.
Scanner non ha bisogno di guardare Blackjack o gli altri per sapere che anche loro pensano che è passato troppo poco tra l’annuncio della telefonata anonima in tv e il via libera definitivo. Che è tutto molto sospetto.
Quello che si pone meno domande sulle circostanze è Mercury, impegnato a immaginare la Grecia, e a chiedersi se morirà un’altra volta.
«Forza, venite tutti qui!» chiama Jolly. «Più vicini, e ora prendetevi per mano. Non lasciate la presa, non agitatevi, non vomitate nelle armature. Niente uscite di sicurezza, niente aperitivi, ma sarà divertente, giuro! È la prima volta che trasporto così tante persone in una sola volta!»
«Non suona rassicurante, Teddy!» esclama Uranium.
Il teleporter non fa in tempo a rispondere. Dalla tv rimasta accesa, arriva un bip prolungato che li fa girare tutti.
Qualche secondo di monoscopio con al centro una maschera bianca ridente, segnata da baffetti sottili e pizzetto neri, poi compare il viso di una donna dai capelli grigi che parla in camera, come se fosse impegnata in una videoconferenza. Una barra rossa alla base dell’inquadratura reca la scritta: Christina Cielo, vicesegretario alla Difesa USA, 21 ottobre, ore 15.
«Non me ne frega assolutamente nulla se lei reputa inopportuno l'intervento del team di superumani dello START in territorio greco. Quello che le sto dando è un ordine. Se le faccio il favore di discutere la faccenda è solo per motivi di ordine pratico.»
La voce di Ross, fuoricampo:
«Stiamo già ricevendo accuse di aver violato la sovranità territoriale greca e...»
«Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre! Inoltre lo staff del presidente sta lavorando per rendere sacrosanto l'intervento del nostro team superumano in loco.»
Il viso della Cielo viene sostituito dal rogo del Garden per una manciata di secondi.
Scanner si volta a guardare Ross nell’armatura, torna a dargli le spalle.
«Abbiamo tutto ciò che serve per avanzare la necessità di esportare un po' di democrazia.» annuncia sicura la donna. Di nuovo il Garden, torna il viso serio della Cielo:
«Con gli imbecilli del Ram Dao che stanno combinando casini su casini nell'area mediterranea, noi siamo ragionevolmente certi di poter accusare Kedives e i suoi di supporto attivo al terrorismo internazionale metaumano.»
«Ma non c'è uno straccio di prova a sostegno di questa teoria bizantina.»
«La posta in gioco è molto alta.»
Cinque secondi con due bambini che si rincorrono davanti ai gradini del Partenone.
«Ora che gli ingranaggi si sono messi in moto possiamo fare soltanto due cose: lasciare a quel bastardo di Kedives e a chi si schiererà con lui l'esclusiva sullo sviluppo di applicazioni a base di Teleforce, oppure intervenire e sottrarre alla Hypo i risultati di anni di esperimenti.»
«Per il bene del paese». Ribatte la voce di Ross, ironica.
«Per il bene del paese, del mondo, degli uomini di buona volontà. La veda come vuole. L'importante è che le ricerche di» interferenza audio e video «Kedives non diventino di proprietà di nostri... diretti concorrenti.»
Una donna inginocchiata a terra piange a pochi metri dal Madison Square Garden.
Split screen.
Sulla destra una sala operativa. Christina Cielo, militari in uniforme e uomini e donne in abiti civili. Sulla sinistra la webcam di un portatile inquadra un cinquantenne ispanico in camicia hawaiana seduto su un divano di pelle bianca e impegnato a battere sulla tastiera con aria concentrata. Sotto entrambe le inquadrature, la data 21 ottobre 2013 e l’ora: 22.00.
La Cielo sospira: «Diamo il via all’operazione Settembre.»
«Sissignore.» dice uno degli uomini nella stanza con lei, prima di prendere un cellulare e fare un numero. L’uomo sulla sinistra pochi istanti dopo si immobilizza al suono di una canzonetta pop.
Porta all’orecchio un antiquato cellulare.
«Le sere di settembre di solito sono miti.» dice il militare sulla destra.
«Io però preferisco il caldo dell’estate.» risponde l’uomo sulla sinistra.
«Speriamo che non piova.»
Il militare chiude la comunicazione e getta a terra il telefono, lo fracassano a pedate. Sull’altra metà dello schermo, l’uomo al computer chiude gli occhi. Quando li riapre, la mano con cui regge il cellulare è illuminata di azzurro.
La Cielo si sposta verso la porta:
«Io vado ad avvisare il segretario e il presidente. Tenetemi costantemente informata sugli sviluppi.»
L’ispanico porta l’apparecchio all’orecchio, attende, occhi socchiusi per la concentrazione, poi annuncia:
«Al Garden stasera sorgerà il fuoco di Loxias.»
Riattacca senza aspettare risposta, prende dal taschino della hawaiana quello che sembra un telecomando per garage. Di nuovo ha la mano avvolta da luce azzurra. Clicca il tasto centrale del telecomando e sussurra:
«Boom.»
La Stanza Ovale, inquadratura alta dalla sinistra della scrivania presidenziale. Lo staff e il presidente sono voltati verso la porta da cui è appena entrata Christina Cielo.
«Settembre?» domanda Romney.
«È iniziato Signore.» risponde lei.
Immagini di repertorio di Rodeo Drive, il cratere fumante dell’esplosione visto dall’alto.
Torna l’inquadratura dello staff presidenziale. Romney annuncia:
«Siamo nuovamente costretti a farci carico di un pesante fardello, confidiamo in nostro Signore che ci aiuti a sopportarlo e ci sia vicino in questo difficile momento. E che soprattutto ci perdoni per le vite innocenti che siamo costretti a sacrificare.»
Lo schermo della tv diventa nero, con in sovraimpressione una scritta:
Scusate l’interruzione. Spero abbiate gradito l’esportazione di un po’ di verità nella vostra grande nazione.
Nessuno parla, sebbene Scanner senta ondate di paranoia, inquietudine e ribrezzo annegare la stanza.
«Ditemi che partiamo lo stesso!» esclama Mercury, senza smettere di sorridere.
«Sì.» sputa Ross.
«Si va, allora!»

* * *

22 ottobre 2013, ore 05.55
Korinthos
Sede Centrale della Hypotetical Inc., ufficio del presidente

«Un po’ teatrale, ma d’effetto, Pavel.»
«Grazie. Per averlo messo insieme così in fretta, sono piuttosto soddisfatto del risultato.»
«Ci sono già reazioni?»
«Twitter e Facebook stanno impazzendo. Oh, c’è già anche una gif animata su Tumblr!»
Pavel la proietta sullo schermo, a fianco a Hestia che batte in ritirata senza smettere di sorridere: Christina Cielo ripete ancora e ancora il labiale di “Non me ne importa un cazzo delle accuse di quei fotticapre!”, occhi sgranati e ghigno iroso.
Kedives solleva il bicchiere in direzione della gif.
«Alla popolarità del tuo capo e alle tue chance di trovare un qualsiasi lavoro d’ora in poi, Christina!»
Nulla è più dolce che prendere a calci un bullo!
- - -

Capitolo scritto da Marina Belli (Space of Entropy blog)

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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini

mercoledì 29 maggio 2013

Capitolo 16 - Stagione 2 (di Fra Moretta)


Capitolo 16
Mattina del 22 Ottobre
Da qualche parte lungo i confini dell’Egitto.

La fuga era qualcosa che non gli si addiceva questo pensava Wael ormai al sicuro in un rifugio di cui solo lui conosceva l’ubicazione.
Eppure doveva ammettere con se stesso che era stata l’unica scelta possibile, nonostante il “regalo” di Romney l’avesse rimesso in piedi non si sentiva completamento ristabilito e l’assorbimento dei suoi canopi aveva contribuito a spossarlo. Sparpagliare il suo potere in quel modo era stato folle, l’aveva reso debole e quasi pazzo esponendolo all’attacco di un nemico e se non fosse stato per l’insperato aiuto del suo vecchio alleato sarebbe stata la fine. (Quello e un mezzo di trasporto preparato per situazioni d'emergenza pronto alla fuga).
Ora si sarebbe riposato e avrebbe riorganizzato le forze contando sugli uomini ancora fedeli a lui nella regione, non soltanto si sarebbe ripreso il suo regno ma avrebbe trovato i miserabili che avevano osato attaccarlo e li avrebbe sterminati come cani.  Nonostante simili propositi Wael non si sentiva molto sicuro perché da qualche ora durante il viaggio verso il suo nascondiglio aveva iniziato a provare delle fitte lungo braccia e gambe simili ai sintomi della febbre. Sul momento aveva solo pensato che il viaggio e il riassorbimento delle menti dei Canopi lo avessero spossato più del previsto ma ora non era più cosi sicuro.
Mentre rifletteva Wael senti improvvisamente una voce deriderlo alle sue spalle.
«Allora grand’uomo come stai? Non bene vedo» lo scherniva.
Wael fece per alzarsi e girarsi ma venne rapidamente colpito da un pugno in faccia e poi da un altro allo stomaco che lo fece barcollare. Istintivamente cerco di reagire sferrando a sua volta un pugno al misterioso aggressore ma nella sua precaria posizione si rivelò un errore. Perse l’equilibrio e il suo colpo non andò a segno mentre l’aggressore ne approfittò per colpirlo di nuovo facendolo definitivamente cadere in ginocchio.
«Per terra come i cani, ecco dove meriti di stare Wael!» lo derise nuovamente lo sconosciuto.
Wael alzo la testa per vedere chi lo insultava cosi beffardamente e che con tale facilità lo aveva strapazzato trovandosi di fronte un uomo dalla pelle scura (forse indiano) vestito molto semplicemente. Furioso per l’umiliazione subita Toth decise di farlo parlare per prendere tempo.
«Chi sei?» gli chiese cercando di sembrare calmo.
«Il mio nome non deve interessare a chi è già morto», rispose lo straniero con una punta di derisione.
«Ti sbagli sconosciuto» rispose Wael. «Se c’è qualcuno che morirà qui dentro sei tu».
E dopo aver pronunciato quelle parole si amputò due dita con un coltello che portava addosso pronto a generare dei Canopi, ma con sua sorpresa le dita iniziarono a decomporsi. Sorpreso e con la mano dolorante guardò il suo aggressore che si limito a ridergli in faccia.
«Credevi veramente che non sapessimo che c’era un infedele tra le nostre fila? Ti fidi troppo di te stesso e non sei un ottimo consigliere Wael», lo scherni nuovamente . Poi proseguendo: «Abbiamo intercettato il regalino di Romney e lo abbiamo sostituito con qualcos’altro un veleno che ha agito lentamente intossicando il tuo corpo».
«Stai mentendo!» gli gridò Toth ormai incapace di mascherare il panico nella sua voce «Come potevate sapere di Romney? E perché usare un piano cosi contorto?».
«Guardati la mano che ti sei ferito e dimmi se ti sto mentendo».
Wael guardo la propria mano e vide che la pelle dove si era tagliato le dita era violacea come in una cancrena e che anche il resto della mano stava assumendo lo stesso colore.
«Abbiamo informatori dappertutto Wael proprio come ce li avevi tu» riprese a parlare lo sconosciuto «Questo rifugio? Scoperto un mese fa mentre deliravi dentro quella specie di vasca per pesci. Ne abbiamo hackerato i sistemi di sicurezza et voilà eccomi qua!».
«In quanto al piano che tu definisci contorto abbiamo pensato fosse meglio illuderti di essere salvo per poi strapparti questa speranza e lasciarti nella disperazione,lei lo avrebbe gradito», concluse.
«Lei?» sbotto Wael. «Quella cagna di Ammit!».
A quelle parole l’espressione dell’uomo mutò da beffarda a seria e con rapidità colpi con un calcio il febbricitante Wael facendolo crollare a terra. Poi gli si avvicinò e continuò ad infierire  colpendolo al volto con altri calci. Il dolore rendeva Toth incapace di difendersi e quando vide il suo aggressore avvicinarsi tremò.
«Non osare più chiamarla cagna piccolo uomo», gli disse con tono minaccioso. Poi appoggio la mano destra sul petto di Wael e iniziò a spingere con forza.
Wael senti le costole incrinarsi e spezzarsi e la mano del suo nemico sfondargli lentamente il petto. Prima di perdere i sensi per sempre senti queste ultime parole: «Volevi il mio nome pezzo di merda? I miei fratelli mi chiamano Yama».

* * *

22 ottobre  ore 8:00
Korinthos - Sede Centrale della Hypotetical Inc.

Libby aveva da poco ripreso i sensi e le ultime cose che ricordava erano la strana bambina e l’uomo vestito di rosso che aveva attaccato lei e Stakanov al centro ricerche. Da quel che poteva vedere si trovava in una cella dall’aspetto asettico e completamente spoglia a parte la branda su cui era seduta.  All’improvviso la porta si apri e un uomo ben vestito dai capelli grigi entrò accompagnato da due guardie.
«Bene, vedo che è rinvenuta Lady Liberty. Sono Kedives e, prima che lei tenti qualcosa di stupido, sappia che i miei uomini non esiteranno a spararle.» disse il visitatore con un tono in apparenza cortese.
Ma Libby non lo ascoltava ,se veramente quell’uomo era Kedives aveva di fronte a lei il responsabile del furto dei campioni di DNA dallo START. Furiosa al ricordo di quello che era successo cerco di aggredire l’uomo muovendosi la supervelocità ma non ci riuscì, i suoi poteri erano scomparsi.
«Non sia sorpresa signorina credeva veramente che avrei corso il rischio di parlarle senza precauzioni?» disse sardonicamente Kedives. «Mentre era svenuta le abbiamo iniettato un siero che inibisce i suoi poteri. Non si preoccupi l’effetto non va oltre un'oretta presto sarà di nuovo come prima».
«Cosa diavolo vuole?».
«Farle un'offerta, può collaborare con noi e le garantisco che non le sarà fatto alcun male. Non siamo i mostri che lei crede stiamo solo facendo quel che è necessario per il mondo».
«Creare quella specie di mostro che mi ha portato qui? Come può essere utile al mondo? Me lo spieghi. Per quanto riguarda la  sua proposta lavorerò con voi quando l’inferno gelerà».
Il viso di Kedives cambio espressione diventando più duro, poi si girò e seguito dalle guardie fece per uscire dalla cella. Prima di andarsene si girò e rivolto a Libby disse: «Allora mia cara credo che le toccherà rimanere qui ancora per molto».

* * *

22 Ottobre  8:00
Rifugio segreto di Toth,Egitto

Yama era deluso. Il grande Toth non era durato molto, era collassato quasi subito dopo che aveva iniziato a lavorarselo. Il suo cadavere giaceva a terra con il petto squarciato e consumato dal veleno, il volto talmente violaceo da essere irriconoscibile. Se non avesse ucciso con le sue mani Agni per averli traditi al palazzo di Toth avrebbe potuto fargli bruciare quel corpo invece avrebbe dovuto ingegnarsi diversamente. Forse lo avrebbe gettato nel Nilo lasciando ai coccodrilli. 
Avrebbe tanto voluto che Kareema mandasse lui e gli altri Lokapāla in Grecia; smaniava dalla voglia di confrontarsi con Loxias.  Purtroppo gli ordini erano diversi la Grecia era un'incognita e pertanto non se ne sarebbero occupati, almeno per il momento.
Yama si accese una sigaretta si caricò in spalla il cadavere di Toth e uscì.
- - -

Capitolo scritto da Fra Moretta (The Tralfamadore Connection blog)

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Impaginazione a cura di eBookAndBook
Grafica a cura di Giordano Efrodini